giovedì 26 novembre 2020

DOCENTI. FORMAZIONE OBBLIGATORIA PER SUPERARE L'IMPROVVISAZIONE

 
                                                                                                   -         di Andrea Gavosto*

Già sappiamo purtroppo che questa generazione di studenti pagherà alla pandemia globale un conto elevato, con perdite gravi di apprendimenti, di competenze, di socialità, che avranno riflessi negativi sulla loro vita e il benessere economico futuri. In Italia, a quella lunghissima in primavera, oggi si aggiungono nuove chiusure delle scuole. Mentre si scrive sono ancora parziali, in quanto differenziate per grado scolastico e per territorio in relazione alla gravità del contagio (alcune regioni, però, hanno già chiuso ogni istituto), ma non si può escludere che possano diventare presto generalizzate e durare oltre Natale. Nell’ipotesi migliore, l’anno scolastico sarà a singhiozzo, con nuovi pericoli e perdite a danno di un processo essenzialmente cumulativo com’è l’istruzione. Quanto elevato sarà il conto per gli studenti italiani ancora non sappiamo e sarà difficile scoprirlo, avendo perso l’occasione di usare a questo scopo uno strumento che era a disposizione, le prove Invalsi.

Nonostante tutto, è comunque un bene che il tema della learning loss, la perdita di apprendimenti, sia infine diventato oggetto di dibattito pubblico, lasciando indietro temi più futili, dal plexiglas ai banchi a rotelle. 26/11/2020 Formazione obbligatoria per superare l’improvvisazione U.n’altra cosa che ancora non sappiamo è in quale misura la didattica a distanza (Dad), ora rinominata didattica integrata digitale (Did), sia riuscita a mitigare la perdita di apprendimenti durante il lockdown. In attesa di capirne di più, resta il fatto evidente che – piaccia o meno – la didattica online continuerà a tenerci compagnia a lungo. Tutti speriamo che ciò avvenga, laddove l’emergenza sanitaria lo consenta, grazie a una sua efficace integrazione con le attività didattiche in presenza. In questo caso, sarà una prima, sia pur forzata, sperimentazione di quelblended learning, che mette appunto insieme apprendimenti in presenza e online: una strada seguita già prima della pandemia da sistemi scolastici più aperti al rinnovamento della didattica. E con risultati promettenti, sebbene in attesa di nuova solida conferma.

Ma potrebbe anche darsi che la didattica online torni a essere l’unica risorsa per fare scuola, pur sapendo che non può efficacemente sostituirsi del tutto alle attività in presenza. Si pensi – per fare un solo esempio - alle lezioni laboratoriali che sono al centro dei percorsi formativi di istituti tecnici e professionali. In entrambi i casi, è ormai tempo che di didattica online, di come farla e come migliorarla, si parli in modo più laico, come si propone di fare questa guida del Sole 24 Ore. E come, invece, non si è fatto nei mesi scorsi, quando è quasi diventata il termometro degli umori mutevoli del Paese rispetto alla scuola in tempi di Covid.

Si è partiti da una narrazione che nelle prime settimane esaltava l’impegno dei docenti nella Dad (che davvero è stato generoso), ma dimenticava talvolta sia i troppi studenti che di fatto ne erano esclusi, sia quanto improvvisata e talvolta limitata fosse l’offerta delle scuole. Ben presto si è arrivati, però, sulla spinta della richiesta da parte delle famiglie per una completa riapertura delle scuole e di alcuni autodafé di intellettuali, a una demonizzazione della didattica online: inadeguata, inefficace, iniqua, una parentesi da dimenticare subito, senza alcuna lezione da apprendere. Nelle pagine seguenti si comprenderà meglio perché la didattica online non è una medicina cattiva né una panacea, ma una risorsa da analizzare criticamente e migliorare. Per il salto di qualità credo serva, però, condividere alcuni presupposti che permettano di andare al di là dell’esperienza dei mesi scorsi. Provo, in chiusura, a metterne in fila alcuni. 

In primo luogo, smettiamo di pensare – come ancora spesso avviene – che la didattica online sia fare una videoconferenza che riproduca in tempo reale una tradizionale lezione ex cathedra. Ci sono strade più promettenti, nei tempi e nei modi. La ricerca internazionale conferma, infatti, che ciò che davvero importa non è tanto che l’apprendimento avvenga “in sincrono” (in tempo reale) piuttosto che in altri momenti e formati, quanto che la proposta del docente fondi la sua qualità anche su alcuni ingredienti didattici ricorrenti, che già sono importanti in presenza e lo diventano di più in quella online e nelblended learning. 

Fra questi, fondamentale è la qualità della programmazione, delle spiegazioni strutturate e dei feedback da dare agli studenti, che in ogni momento anche a casa devono sapere a che punto si trovano. Non meno rilevante per gli esiti dell’apprendimento è insistere sul lavoro autonomo di ciascun allievo e sul lavoro collaborativo fra pari, all’interno di “cordate” online fra compagni di classe. In secondo luogo, non va abbassata la guardia sui rischi che – anche dopo il primo lockdown – ci siano studenti ancora tagliati fuori.

Nonostante investimenti importanti del ministero soprattutto in device per gli allievi, restano problemi tecnologici, inclusa per molte scuole la qualità del collegamento. Allo stesso modo, servono strategie specifiche per “tenere a bordo” gli studenti con disabilità e con bisogni educativi speciali, allorché la didattica in presenza – per loro in generale ancora più utile – diventi impossibile. Infine - è banale, ma va ripetuto dopo l’inerzia colpevole degli ultimi cinque mesi – i miglioramenti che potrebbero traghettare la didattica online dall’improvvisazione a una prima maturazione si ottengono solo con un urgente programma di formazione obbligatoria dei docenti.

* Direttore della Fondazione Agnelli P.I.

Scuola24.ilsole24ore.com

SCRIVERE A MANO, UN ECCELLENTE ALLENAMENTO CEREBRALE


 "Scrittura a mano rischia di sparire" 

Allarme della Crusca

   "Il recupero della scrittura a mano è un obiettivo importante, anzi importantissimo" per la scuola, dove sempre più spesso i bambini fin dalle elementari mostrano grosse difficoltà con la grafia. "Incoraggiando la scrittura manuale" si sostiene anche la lingua italiana e se ne promuove lo studio e la conoscenza. "Il recupero della scrittura a mano merita grande attenzione, senza demonizzare pc, tablet e smartphone che devono affiancare, non sostituire, la modalità tradizionale di scrittura. Vecchio e nuovo possono convivere, non sono in contrasto, l'uno non esclude l'altro. Accostiamoci al nuovo senza rinunziare al vecchio, è questa la sfida". E' l'Accademia della Crusca, la secolare istituzione incaricata di custodire il tesoro dell'idioma di Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, a invocare un ricorso sempre più frequente negli istituti scolastici alla "bella scrittura", nella consapevolezza che "redigere testi scritti in maniera chiara e ordinata è un eccellente allenamento cerebrale".

Lo storico della lingua italiana e filologo Rosario Coluccia, professore emerito di linguistica italiana dell'Università di Salerno e Accademico della Crusca, riflette sul tema per conto dell'Accademia fiorentina fondata nel 1583, la più antica ancora attiva in Europa, e richiama l'attenzione del mondo della scuola e delle istituzioni sul'importanza dell'educazione alla calligrafia.

L'intervento di Coluccia, come riferisce l'AdnKronos, parte da una recente petizione circolata su internet, indirizzata alla ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, dal titolo "Promuoviamo la bellezza della scrittura a mano", e ne apprezza la filosofia di fondo. Non è, precisa il linguista, "un complessivo nostalgico invito a ripristinare nella scuola del XXI secolo pratiche didattiche del passato. Fino alla scuola degli anni '60 del Novecento bambini e ragazzi si sono sempre esercitati nella 'bella scrittura'. L'ora di calligrafia era inserita fra le materie di studio; poi fu abbandonata, giudicata strumento educativo sorpassato, mortificante della creatività". "Un dato, per quanto esterno, pare difficilmente contestabile: gli studenti dei decenni passati per la maggior parte erano in condizione di produrre temi, riassunti e diari con nitidezza e pulizia quasi tipografiche. Meno gradevole la forma esterna dei testi elaborati da gran parte dei ragazzi di oggi".

Da anni gli insegnanti della scuola primaria e media segnalano la crescente difficoltà dei loro allievi a scrivere manualmente, ricorda l'Accademia della Crusca. Nei testi redatti a mano i caratteri appaiono "incerti e disallineati, con parole mal disposte sul rigo, con i tratti delle singole lettere a volte difficili da decifrare, con vacillanti legamenti tra una lettera e l’altra, con incongrui miscugli di stili e di caratteri nelle stesse parole o nella stessa sequenza di parole: corsivo e stampatello, maiuscolo e minuscolo".

"Non vale solo per i bambini delle elementari o al massimo delle medie. La difficoltà di scrivere a mano è presente in adolescenti delle scuole secondarie superiori e coinvolge in maniera preoccupante i giovani universitari - sottolinea l'Accademico della Crusca - Spesso gli scritti manuali degli studenti medi e universitari rasentano l’indecifrabilità, con pensieri sconclusionati, in una forma che non rispetta gli standard minimi di coerenza e coesione".

Sostiene il professore Coluccia nel suo intervento pubblicato sulle pagine del sito internet dell'Accademia della Crusca: "L'aspirazione a una scrittura ordinata e ben leggibile non è un fatto estetizzante. La scarsa connessione neuro-cerebrale tra pensiero e manualità crea ritardi nello sviluppo del linguaggio, parlato e scritto. Ne viene coinvolto il processo cognitivo di bambini e adolescenti, fondamentale perché implica l'esercizio di una capacità umana molto antica (la scrittura è stata inventata più o meno cinquemila o cinquemilacinquecento anni fa), che oggi corriamo il rischio di perdere".

"Diciamolo in maniera esplicita. La scrittura a mano non può essere sostituita dalla scrittura su tastiera, sono entrambe utili perché assolvono a funzioni diverse - sostiene lo storico della lingua italiana - Nel mondo occidentale bambini e ragazzi sono fortemente sedentarizzati; alcuni non sanno abbottonarsi i vestisti o allacciarsi le scarpe (sono in gran voga scarpe senza lacci, definite 'a strappo' o 'con strappi'; praticissime, assicura la pubblicità, e crescono le vendite delle scarpe a strappo); altri non sanno lavarsi i denti da soli; altri non riescono a fare operazioni semplici (tracciare cerchi e rettangoli con l'aiuto di compasso e di righello) o addirittura attività semplicissime (ridurre un foglio di carta in segmenti più piccoli tendenzialmente uguali). E, nello stesso tempo, mostrano carenze espressive e linguistiche. Redigere testi scritti in maniera chiara e ordinata è un eccellente allenamento cerebrale".

Una ricerca coordinata dal pedagogista Benedetto Vertecchi dell'Università di Roma Tre ha mostrato che, con opportuno allenamento alla scrittura manuale, bambini di terza, quarta e quinta elementare, migliorano progressivamente la qualità grafica dei loro testi e nello stesso tempo ottengono una maggiore appropriatezza ortografica e una più accurata selezione del lessico. A livello cerebrale esiste un legame tra attività manuale e area del linguaggio, che si influenzano reciprocamente. Nel tracciare manualmente i caratteri del corsivo al cervello del bambino è richiesto uno sforzo in più, la forma di ciascuna lettera deve essere continuamente plasmata perché sia possibile legarla alle altre. "Si tratta di una sfida che non è presente nel carattere stampatello o quando si adoperano strumenti elettronici come il touchscreen, che richiedono una gestualità semplice e ripetitiva", evidenzia Rosario Coluccia.

La difficoltà di scrivere nitidamente ha riflessi sulla qualità dell’apprendimento e sulla capacità di coordinare il pensiero. La caduta investe sia la capacità di tracciare adeguatamente i caratteri sul foglio, sia quella di organizzare correttamente la sequenza di parole e le frasi necessarie per trasmettere il messaggio. Spiega l'Accademia della Crusca: "Mettiamo per ipotesi che nessuno scriva più con carta e penna, che si usino solo mezzi digitali. Il correttore automatico riduce la consapevolezza ortografica: non c’è bisogno di conoscere l’ortografia delle parole, il correttore automatico vi provvede al posto nostro. C’è di più. Il ricorso ossessivo alla funzione 'copia e incolla' riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa coerente. Ed ha avuto una portata dirompente, ha influito sulle strutture mentali di chi elabora un testo, ha cambiato la maniera di pensare e di fare ricerca, trasformando il modo in cui oggi vengono percepiti la organicità di un testo e concetti quali la ripetizione e il plagio".

Prima che esistesse il 'copia e incolla', evidenzia il professore Rosario Coluccia nel suo intervento, "appropriarsi di un testo altrui e includerlo nel proprio (operazione dolosa) richiedeva la riscrittura a mano o a macchina del brano copiato e comportava almeno un certo impegno intellettuale: non era possibile riscrivere qualcosa senza comprenderlo abbastanza profondamente. Oggi non è così. Nel web ci sono miliardi di pagine che non sono altro che la copia di altre pagine, in una sequenza senza storia, senza origine e senza fine. Si può copiare qualsiasi cosa senza interrogarsi sulla sua plausibilità, senza nemmeno sforzarsi di conoscerne a fondo il significato, è sufficiente uno sguardo alla prima riga o alle prime parole, per assicurarsi di non essere del tutto fuori strada".

 

Adnkronos

mercoledì 25 novembre 2020

CON GRATITUDINE


 José Tolentino Mendonça

Ci è più facile ricordarci delle piccole gratitudini che gli altri ci devono, piuttosto che della gratitudine che ci rende smisuratamente debitori di tutti. Noi non facciamo caso, o non sempre, a quanto la nostra vita sia sostenuta da un’anonima coreografia di gesti che generosamente confluiscono incontro a noi; a quanto essa sia nutrita dalla quotidiana moltiplicazione di doni, dalla laboriosa fatica di una folla di conosciuti e di sconosciuti, dalla benevola cospirazione dell’amore.

Non facciamo caso, o non sempre, a quanto noi dipendiamo da questo flusso di vita che è più grande di noi e nel quale tante donne e uomini si spendono a fondo. 

Ci è più facile considerare che tutto ciò che abbiamo è un diritto naturale e acquisito, anziché accettare la più palese delle verità: che la vita è dono, che le cose più importanti le riceviamo come pura grazia, che tutto ciò che ha a che vedere con l’amore ci supera. 

Ci è più facile oscillare tra rivendicazione aspra e brontolio esasperato, prigionieri di una sonnambula ingratitudine che si volge in labirinto, invece di trovare tempo per quella gentilezza spirituale che ci fa esprimere più e più volte la fondamentale riconoscenza che noi dobbiamo agli altri. 

Per questo ti prego, Signore: dammi un cuore buono, umile e grato. Dammi un cuore consapevole fino alla fine di essere un cuore ipotecato.

 www.avvenire.it

 

martedì 24 novembre 2020

STOP ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE

 

Violenza contro le donne: una giornata in ricordo del tragico volo di tre "farfalle"

Dal 1999, il 25 novembre è il giorno decretato dall’Onu per non dimenticare le donne vittime di violenza. Molti i passi in avanti sul fronte legislativo, sulle modalità di protezione ma tanto resta da fare, come sottolinea suor Rita Mboshu Kongo, teologa congolese

di  Benedetta Capelli  e Amedeo Lomonaco –

 “Las Mariposas” ovvero “le farfalle”. Venivano chiamate così Patria, Minerva e Maria Teresa, le sorelle Mirabal uccise il 25 novembre 1960 nella Repubblica Dominicana dagli uomini del dittatore Trujillo che le perseguitò per lunghi anni, prima di decretarne la morte violenta, sprezzante, ma che sancì pure la fine del suo regime. Il volo da una scogliera delle tre sorelle all'interno di una jeep, dopo essere state seviziate e uccise, divenne il volo di farfalle libere, di donne capaci di dire no al prevaricatore di turno. Per questo, con il tempo, sono diventate il simbolo dell’emancipazione femminile. Così nel 1999, proprio a ricordo del loro assassinio, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dichiarò ufficialmente il 25 novembre Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

Violenza e pandemia

A giugno scorso, l’Onu ha diffuso un report realizzato dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, da Avenir Health, dalla Johns Hopkins University e dalla Victoria University australiana, nel quale si metteva in luce il chiaro incremento di casi di violenza sulle donne durante la pandemia: più di 15milioni di casi con un aumento del 20% delle violenze per i primi 3 mesi di lockdown in tutti i 193 Stati membri delle Nazioni Unite. E’ una piaga che percorre il mondo; negli Usa, in piena emergenza sanitaria, ogni minuto una donna è maltrattata dal proprio compagno; a Londra nelle prime sei settimane di lockdown sono stati 4mila gli arresti effettuati per abuso domestico.

Un tragico aumento di casi in tutto il mondo

Drammatici i numeri dell’America Latina. Quasi 50 femminicidi (termine più corretto che ha sostituito quello di “delitto passionale”) in soli due mesi in Argentina. In Messico, da febbraio ad aprile 367 le donne assassinate, in El Salvador le autorità avevano segnalato 9 femminicidi nel primo mese di blocco ma si teme che il numero sia più alto. In Brasile si è registrato un aumento del 56% delle violenze a marzo, in sei Stati. Con il lockdown, sono raddoppiate le chiamate alle linee di aiuto in Libano, in Malaysia, in Australia i motori di ricerca come Google hanno registrato il maggior volume di richieste di aiuto per violenza domestica degli ultimi 5 anni. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha esortato tutti i Paesi affinché adottino misure contro questo “scioccante aumento” di violenze.

Non numeri, ma persone

C’è dunque un’altra pandemia, una “pandemia oscura”, che colpisce milioni di persone, di donne. In questo video delle Nazioni Unite in occasione dell’odierna Giornata si ricorda che, in questo tempo segnato dal Covid-19, le violenze domestiche sono in aumento. In questo momento, molte persone sono intrappolate nelle loro case. Le storie di donne che ogni giorno, in tutto il mondo, subiscono violenza non sono dati statistici. Sono spesso anche volti sfigurati, corpi ricoperti da lividi. Vite vissute in gabbie di paura e violenza. “I dati sulle violenze contro le donne - si sottolinea nel video dell’Onu - non sono solo numeri, sono persone che potresti conoscere”.

La situazione in Italia

In Italia, dai dati Istat emerge un rilevante incremento delle telefonate al numero antiviolenza 1522 nel primo periodo di lockdown. Il Dossier del Viminale dello scorso settembre ha messo in luce che, durante questo periodo di blocco, una donna è stata uccisa ogni due giorni in famiglia; su un totale di 278 omicidi registrati tra agosto 2019 e luglio 2020, 149 sono in ambito familiare e ben 104 hanno avuto una donna come vittima. Il rapporto “Codice Rosso” presentato dal ministro della Giustizia Bonafede fotografa un "sensibile aumento" dei procedimenti iscritti per maltrattamenti contro familiari e conviventi nel periodo primo gennaio- 31 maggio 2020 rispetto al corrispondente periodo dell'anno 2019. Un “trend che può essere imputato alle misure di contenimento da lockdown e che hanno portato a situazioni di convivenza forzata”. Più 11% dei casi di maltrattamenti fra agosto 2019 e luglio 2020.

Adolescenti consapevoli ma silenti

Save the Children, in occasione della Giornata, ha reso noto i risultati di un’indagine condotta da Ipsos su un campione di adolescenti tra i 14 e i 18 anni in Italia. Emerge una maggiore consapevolezza del fenomeno della violenza, tra le ragazze il 70% dichiara di aver subito molestie nei luoghi pubblici e apprezzamenti sessuali e al 64% di loro è capitato di sentirsi a disagio per commenti o avance da parte di un adulto di riferimento. Ancora poche quelle che denunciano le molestie, sia per paura della reazione (29%) che per vergogna (21%). Sul web tra le ragazze il 41% ha visto postare dai propri contatti social contenuti che l’hanno fatta sentire offesa e/o umiliata come donna, e di queste il 10% si è sentita maggiormente esposta durante il lockdown. Preoccupa la percentuale di giovani, il 15% in maggioranza maschi, che pensano che le vittime di violenza sessuale possano contribuire a provocarla con il loro modo di vestire e/o di comportarsi. 

Le risposte alla violenza

I numeri drammatici, la crescita culturale del fenomeno, le varie campagne promosse hanno comunque aperto la strada anche ad interventi legislativi mirati, e sono state inaugurate modalità nuove di protezione come i centri antiviolenza e le case rifugio per le donne maltrattate. Secondo un’indagine dell’Istat, nel 2018, la metà delle donne che hanno lasciato la “casa rifugio” (50,8%) ha concluso il percorso di uscita dalla violenza e il 7,8% ha terminato il percorso di ospitalità, un esito positivo per circa 6 donne su 10. Ma le misure per garantire la sicurezza delle donne ospiti – ed è la denuncia del report “Le case rifugio per le donne maltrattate” - non risultano del tutto adeguate.

Investire nell’educazione

Suor Rita Mboshu Kongo, teologa congolese e docente presso la Pontificia Università Urbaniana, ribadisce che la strada da fare per contrastare il fenomeno della violenza contro le donne è molto lunga. “Bisogna lavorare, secondo la mia esperienza, sull’educazione e la formazione. Queste sono le priorità. E’ necessario educare a conoscersi – afferma – dialogare, coinvolgendo la famiglia, la scuola e la Chiesa e richiamare quel ‘patto educativo globale’ che Papa Francesco ha promosso”. Fondamentale, suggerisce suor Rita, è comprendere fino in fondo il senso della relazione, non dimenticando che ogni uomo è immagine di Dio e che la violenza contro le donne è violenza contro il Creatore.

Parlando della situazione nel suo Paese, la teologa ricorda che le donne subiscono violenza, subiscono il razzismo e anche il sessismo. “Umiliando la donna – afferma suor Rita – si umilia la famiglia. Umiliandole si umilia anche la società, la cultura in cui vivono, il clan, il villaggio o il Paese. La Chiesa in Congo sta cercando di fare un lavoro complesso per cercare di scardinare i pregiudizi, non è semplice ma non è nemmeno impossibile”. La teologa è una suora impegnata anche a far emergere il tema della violenza sulle suore nella Chiesa. Circa un anno fa, il problema è stato affrontato nella sua complessità, “oggi – sottolinea – la Chiesa sta lavorando, ci sono cambiamenti, è un processo nel quale senz’altro la Chiesa non è stata sorda al grido di sofferenza di molte”. L’invito, in conclusione, è quello di parlare con chiarezza. Parlare spesso non è semplice, ci sono ostacoli di vario tipo che portano le donne a scegliere la strada del silenzio come se questo cancellasse il problema. Serve supporto, solidarietà, sapere che non si è sole, soltanto così si potrà uscire dal buio e si potrà avere la forza per lottare contro l’ingiustizia subita, spesso gratuita e senza senso.

 

Vatican News

 

MESSAGGIO DELLA CEI ALLE COMUNITA' CRISTIANE IN TEMPO DI PANDEMIA

La Conferenza episcopale si rivolge ai componenti della Comunità cristiana cattolica, ai credenti di altre Confessioni cristiane e di tutte le religioni e alle donne e agli uomini di buona volontà: "La crisi sanitaria mondiale evidenzia nettamente che il nostro pianeta ospita un’unica grande famiglia". Poi, l'invito agli operatori della comunicazione: "continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana"

-         di Emanuela Campanile

 

Il messaggio della Conferenza episcopale italiana arriva "nel pieno della nuova ondata planetaria di contagi da Covid-19" che sembra ulteriormente fiaccare un mondo smarrito e in crisi. Nella certezza delle parole di San Paolo: "lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera", i vescovi segnalano nuovamente la rotta che Papa Francesco non si stanca di tracciare:

"Le Chiese in Italia stanno dando il loro contributo per il bene dei territori, collaborando con tutte le Istituzioni, nella convinzione che l’emergenza richieda senso di responsabilità e di unità: confortati dal magistero di Papa Francesco, siamo certi che per il bene comune occorra continuare in questa linea di dialogo costante e serio".

Come sassi su cui poggiare il piede per poter arrivare sull'altra riva, i vescovi mettono a fuoco quattro punti fondamentali dando prima di tutto un nome a questo difficile tempo che l'umanità sta vivendo.

Un tempo di tribolazione

"Non possiamo nascondere di trovarci in un tempo di tribolazione", si legge nel messaggio che poi prosegue: "Dietro i numeri apparentemente anonimi e freddi dei contagi e dei decessi vi sono persone, con i loro volti feriti e gli animi sfigurati, bisognose di un calore umano che non può venire meno".

Il pensiero va poi "a chi si occupa della salute pubblica, al mondo del lavoro e a quello della scuola che attraversano una fase delicata e complessa", lasciando il passo alle parole di Francesco tratte dalla Laudato si', in cui il Pontefice sottolinea come sia "attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante".

L'invito dei vescovi è a reagire perchè "Anche in questo momento la Parola di Dio ci chiama" a rimanere "saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo (cfr. Eb 12,2) per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi. Se anche non è possibile muoversi spediti, perché la corrente contraria è troppo impetuosa, impariamo a reagire con la virtù della fortezza".

Un tempo di preghiera

Nelle avversità la preghiera può essere "sfogo" o "richiesta", affermano i vescovi facendo riferimento ai numerosi passi delle Scritture e del Vangelo in cui l'invocazione a Dio assume questi connotati. In particolare, l'invito è alla supplica per le famiglie poiché "il bene della società passa anzitutto attraverso" la loro "serenità". Da qui, l'auspicio della Cei "che le autorità civili le sostengano, con grande senso di responsabilità ed efficaci misure di vicinanza, e che le comunità cristiane sappiano riconoscerle come vere Chiese domestiche, esprimendo attenzione, sostegno, rispetto e solidarietà.

Un’unica grande famiglia

Nel terzo punto, i vescovi citano direttamente la recente Enciclica Fratelli Tutti, di Papa Francesco avvertendo del pericolo che "il si salvi chi può" si trasformi nel "tutti contro tutti":

"Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme".  

“È questo il migliore cattolicesimo italiano, radicato nella fede biblica e proiettato verso le periferie esistenziali, che certo non mancherà di chinarsi verso chi è nel bisogno, in unione con uomini e donne che vivono la solidarietà e la dedizione agli altri qualunque sia la loro appartenenza religiosa”

In tale contesto, prosegue il messaggio della Cei, i cristiani sono interpellati a portare anzitutto "il contributo della fraternità e dell’amore appresi alla scuola del Maestro di Nazareth, morto e risorto".

L'invito agli operatori della comunicazione

"Se i segni di morte balzano agli occhi - scrivono ancora i vescovi - e s’impongono attraverso i mezzi d’informazione, i segni di risurrezione sono spesso nascosti, ma reali ancor più di prima. Chi ha occhi per vedere può raccontare, infatti, d’innumerevoli gesti di dedizione e generosità, di solidarietà e amore, da parte di credenti e non credenti". "Al centro della nostra fede - si legge - c’è la Pasqua, cioè l’esperienza che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola, ma sono trasfigurate dalla risurrezione di Gesù. Ecco perché riteniamo che questo sia un tempo di speranza. Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana. Un invito, questo  - conclude la Cei - che rivolgiamo in modo particolare agli operatori della comunicazione: tutti insieme impegniamoci a dare ragione della speranza che è in noi"

Tempo di possibile rinascita sociale

Ultimo aspetto proposto e analizzato nel messaggio, fa riferimento alla prova di "un eccezionale risveglio di creatività" dimostrato in questo periodo da comunità, diocesi, parrocchie, istituti di vita consacrata, associazioni, movimenti e  singoli fedeli:

"Insieme a molte fatiche pastorali, sono emerse nuove forme di annuncio anche attraverso il mondo digitale, prassi adatte al tempo della crisi e non solo, azioni caritative e assistenziali più rispondenti alle povertà di ogni tipo: materiali, affettive, psicologiche, morali e spirituali".

La richiesta, o meglio, l'appello alle coscienze di ogni cristiano, contiene in sé tutta la speranza e vitalità di una nuova resurrezione:

"A ogni cristiano chiediamo un rinnovato impegno a favore della società lì dove è chiamato a operare, attraverso il proprio lavoro e le proprie responsabilità, e di non trascurare piccoli ma significativi gesti di amore, perché dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo. È sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato che tutti infatti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo".

“Per noi conta testimoniare che l’unico tesoro che non è destinato a perire e che va comunicato alle generazioni future è l’amore, che deriva dalla fede nel Risorto. Noi crediamo che questo amore venga dall’alto e attiri in una fraternità universale ogni donna e ogni uomo di buona volontà.”

 Vatican News

Leggi: MESSAGGIO CEI 



 

lunedì 23 novembre 2020

LE SITUAZIONI "COVID" E LE TRE SOLITUDINI DELLA MIA VITA

  Pubblichiamo un brano del libro “Ritorniamo a sognare” (Piemme) scritto dal Pontefice con il giornalista Austen Ivereigh, in libreria da dicembre. Il brano è stato anticipato dal quotidiano la Repubblica nell’edizione in edicola oggi

 PAPA FRANCESCO: 

Nella mia vita ho avuto tre situazioni “Covid”: la malat­tia, la Germania e Córdoba.

Quando a ventun anni ho contratto una grave malattia, ho avuto la mia prima esperienza del limite, del dolore e della solitudine. Mi ha cambiato le coordinate. Per mesi non ho saputo chi ero, se sarei morto o vissuto. Nemmeno i medici sapevano se ce l’avrei fatta. Ricordo che un giorno chiesi a mia madre, abbracciandola, di dirmi se stavo per morire. Frequentavo il secondo anno del seminario dioce­sano a Buenos Aires.

Ricordo la data: era il 13 agosto 1957. A portarmi in ospedale fu un prefetto, accortosi che non avevo il tipo di influenza che si cura con l’aspirina. Per prima cosa mi estrassero un litro e mezzo di acqua da un polmone, poi restai a lottare tra la vita e la morte. A novembre mi ope­rarono per togliermi il lobo superiore destro del polmone. So per esperienza come si sentono i malati di coronavirus che combattono per respirare attaccati a un ventilatore.

Di quei giorni ricordo in particolare due infermiere. Una era la caposala, una suora domenicana che prima di essere inviata a Buenos Aires era stata docente ad Atene. Ho sa­puto in seguito come, dopo che il medico se ne andò una volta concluso il primo esame, sia stata lei a dire alle infer­miere di raddoppiare la dose del trattamento che lui aveva prescritto – a base di penicillina e di streptomicina – per­ché la sua esperienza le diceva che stavo morendo. Suor Cornelia Caraglio mi salvò la vita. Grazie al suo contatto abituale con i malati, conosceva meglio del medico ciò di cui avevano bisogno i pazienti, ed ebbe il coraggio di usare quell’esperienza.

Un’altra infermiera, Micaela, fece la stessa cosa quando ero straziato dal dolore. Mi dava in segreto dosi extra di cal­manti, fuori dell’orario previsto. Cornelia e Micaela ormai sono in cielo, ma sarò sempre in debito con loro. Si sono battute per me fino alla fine, finché non mi sono ripreso. Mi hanno insegnato che cosa significa usare la scienza e sapere andare anche oltre, per rispondere alle necessità specifiche.

Da quella esperienza ho imparato un’altra cosa: quanto sia importante evitare la consolazione a buon mercato. Le persone mi venivano a trovare e mi dicevano che sarei stato bene, che non avrei mai più provato tutto quel do­lore: sciocchezze, parole vuote dette con buone intenzioni, ma che non mi sono mai arrivate al cuore. La persona che più mi ha toccato nell’intimo, con il suo silenzio, è stata una delle donne che mi hanno segnato la vita: suor María Dolores Tortolo, mia insegnante da piccolo, che mi aveva preparato per la Prima Comunione. Venne a vedermi, mi prese per mano, mi diede un bacio e se ne stette zitta per un bel po’. Poi mi disse: «Stai imitando Gesù». Non c’era bisogno che aggiungesse altro. La sua presenza, il suo si­lenzio, mi donarono una profonda consolazione.

Dopo quell’esperienza presi la decisione di parlare il meno possibile quando visito malati. Mi limito a prender­gli la mano. […]

Potrei dire che il periodo tedesco, nel 1986, è stato il “Covid dell’esilio”. Fu un esilio volontario, perché ci an­dai per studiare la lingua e a cercare il materiale per con­cludere la mia tesi, ma mi sentivo come un pesce fuor d’ac­qua. Scappavo a fare qualche passeggiatina verso il cimitero di Francoforte e da lì si vedevano decollare e atterrare gli aeroplani; avevo nostalgia della mia patria, di tornare. Ri­cordo il giorno in cui l’Argentina vinse i Mondiali. Non avevo voluto vedere la partita e seppi che avevamo vinto solo l’indomani, leggendolo sul giornale. Nella mia classe di tedesco nessuno ne fece parola, ma quando una ragazza giapponese scrisse «Viva l’Argentina» sulla lavagna, gli al­tri si misero a ridere. Entrò la professoressa, disse di can­cellarla e chiuse l’argomento.

Era la solitudine di una vittoria da solo, perché non c’era nessuno a condividerla; la solitudine di non appartenere, che ti fa estraneo. Ti tolgono da dove sei e ti mettono in un posto che non conosci, e in quel mentre impari che cosa conta davvero nel luogo che hai lasciato.

A volte lo sradicamento può essere una guarigione o una trasformazione radicale. Così è stato il mio terzo “Covid”, quando mi mandarono a Córdoba dal 1990 al 1992. La radice di questo periodo risaliva al mio modo di comandare, prima da provinciale e poi da rettore. Qual­cosa di buono senz’altro lo avevo fatto, ma a volte ero stato molto duro. A Córdoba mi hanno reso il favore e avevano ragione.

In quella residenza gesuita trascorsi un anno, dieci mesi e tredici giorni. Celebravo la Messa, confessavo e offrivo direzione spirituale, ma non uscivo mai, se non quando do­vevo andare all’ufficio postale. Fu una specie di quaran­tena, di isolamento, come nei mesi scorsi è successo a tanti di noi, e mi fece bene. Mi portò a maturare idee: scrissi e pregai molto.

   Fino a quel momento nella Compagnia avevo avuto una vita ordinata, impostata sulla mia esperienza dapprima da maestro dei novizi e poi di governo dal 1973, quando ero stato nominato provinciale, al 1986, quando conclusi il mio mandato di rettore. Mi ero accomodato in quel modo di vi­vere. Uno sradicamento di quel tipo, con cui ti spediscono in un angolo sperduto e ti mettono a fare il supplente, scon­volge tutto. Le tue abitudini, i riflessi comportamentali, le linee di riferimento anchilosate nel tempo, tutto questo è andato all’aria e devi imparare a vivere da capo, a rimet­tere insieme l’esistenza.

Di quel periodo, oggi, mi colpiscono in particolare tre cose. Prima, la capacità di pregare che mi è stata donata. Seconda, le tentazioni che ho provato. E terza – ed è la cosa più strana – che allora mi sia capitato di leggere i trenta­sette tomi della Storia dei Papi di Ludwig Pastor. Avrei po­tuto scegliere un romanzo, qualcosa di più interessante. Da dove sono adesso mi domando perché Dio mi avrà ispirato a leggere proprio quell’opera in quel momento. Con quel vaccino il Signore mi ha preparato. Una volta che cono­sci quella storia, non c’è molto che possa sorprenderti di quanto accade nella curia romana e nella Chiesa di oggi. Mi è servito molto!

Il “Covid” di Córdoba è stato una vera purificazione. Mi ha dato più tolleranza, comprensione, capacità di perdo­nare. Mi ha lasciato anche un’empatia nuova con i deboli e gli indifesi. E pazienza, molta pazienza, ovvero il dono di capire che per le cose importanti ci vuole tempo, che il cambiamento è organico, che ci sono limiti e dobbiamo operare al loro interno e mantenere al tempo stesso gli oc­chi sull’orizzonte, come ha fatto Gesù. Ho imparato l’im­portanza di vedere il grande nel piccolo, e di stare attento al piccolo nelle cose grandi. È stato un periodo di crescita in molti sensi, come tornare a germogliare dopo una po­tatura a fondo.

Ma devo stare in guardia, perché quando cadi in certi difetti, in certi peccati, e ti correggi, il diavolo, come dice Gesù, torna, vede la casa «spazzata e adorna» (Luca 11, 25) e va a chiamare altri sette spiriti peggiori di lui. La fine di quell’uomo, dice Gesù, diventa molto peggiore di prima. Di questo devo preoccuparmi, adesso, nel mio incarico di governare la Chiesa: di non cadere negli stessi difetti di quando ero superiore religioso.

[…] Questi sono stati i miei principali “Covid” personali. Ne ho imparato che soffri molto, ma se lasci che ti cambi ne esci migliore. Se invece alzi le barricate, ne esci peggiore.

 Da RITORNIAMO A SOGNARE

Pubblicato per PIEMME da Mondadori Libri S.p.A.
© 2020 Mondadori Libri S.p.A., Milano

Vatican News



 

domenica 22 novembre 2020

NON VIVACCHIATE! NON STATE PARCHEGGIATI AI LATI DELLA VITA ! ABBIATE GRANDI SOGNI !

 

Non stare parcheggiati ai lati della vita: nella Messa per il passaggio della Croce della Gmg, il Papa parla ai giovani di "grandi sogni" che rendono liberi, da cercare oltre il pensiero dominante che riduce la felicità al divertimento, l’esistenza ad una febbre di consumi, l’amore ad emozioni. Poi l'annuncio: la celebrazione diocesana della GMG dal prossimo anno passa dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Cristo Re

 

Fausta Speranza – Città del Vaticano

 “Io sono lì - dice Gesù - dove il pensiero dominante, secondo cui la vita va bene se va bene a me, non è interessato.  Io sono lì, dice Gesù anche a te, giovane che cerchi di realizzare i sogni della vita”. Così il Papa si rivolge ai ragazzi nella Santa Messa per il passaggio della Croce della Giornata Mondiale della Gioventù nella festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo.  Commentando l’ultima pagina del Vangelo di Matteo prima della Passione sottolinea che “prima di donarci il suo amore sulla croce, Gesù ci dà le sue ultime volontà”. Francesco chiarisce: “Ci dice che il bene che faremo a uno dei suoi fratelli più piccoli – affamati, assetati, stranieri, bisognosi, malati, carcerati – sarà fatto a Lui.

Due domande essenziali

Il Papa pone due interrogativi: “Aiuto qualcuno che non può restituirmi? Sono amico di una persona povera?”. Il Papa pone questi interrogativi per poi dare la risposta di Cristo: “Io sono lì, ti dice Gesù, ti aspetto lì, dove non immagini e dove magari non vorresti nemmeno guardare, lì nei poveri”. Il Papa ricorda la figura di San Martino: da giovane soldato non battezzato, un giorno vide un povero che “chiedeva aiuto alla gente, ma non ne riceveva, perché tutti passavano oltre”. Francesco spiega che “vedendo che gli altri non erano mossi a compassione, comprese che quel povero gli era stato riservato”. Non aveva niente con sé, solo la sua divisa di lavoro e allora tagliò il suo mantello e ne diede metà al povero, “subendo – sottolinea – le risa di scherno di alcuni lì attorno”. Poi sognò Gesù, rivestito della parte di mantello con cui aveva avvolto il povero. Fece quel sogno – aggiunge il Papa - “perché lo aveva vissuto, pur senza saperlo, come i giusti del Vangelo di oggi”.

L'invito a non restare parcheggiati ai lati della vita 

E dunque il forte incoraggiamento del Papa: “Cari giovani, cari fratelli e sorelle, non rinunciamo ai grandi sogni. Non accontentiamoci del dovuto. Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia”. E’ molto incisivo il richiamo all’attualità e a convinzioni che sembrano imperanti: “Non siamo fatti per sognare le vacanze o il fine settimana – afferma il Papa - ma per realizzare i sogni di Dio in questo mondo. Egli ci ha reso capaci di sognare per abbracciare la bellezza della vita”. Dunque, la convinzione profonda: “Le opere di misericordia sono le opere più belle della vita. Se hai sogni di vera gloria, non della gloria del mondo che viene e va, ma della gloria di Dio, questa è la strada. Perché le opere di misericordia danno gloria a Dio più di ogni altra cosa”. E su questa frase il Papa si sofferma, la ripete.

Grandi scelte per grandi sogni

Il Papa dà voce a un interrogativo importante: “Ma da dove si parte per realizzare grandi sogni?”, si chiede per poi rispondere: “Dalle grandi scelte”. E’ il Vangelo a chiarirlo, ricorda: “Nel momento del giudizio finale il Signore si basa sulle nostre scelte. Sembra quasi non giudicare: separa le pecore dalle capre, ma essere buoni o cattivi dipende da noi. Egli trae solo le conseguenze delle nostre scelte, le porta alla luce e le rispetta. Per i giovani il messaggio è chiaro e potente: “La vita, allora, è il tempo delle scelte forti, decisive, eterne. Scelte banali portano a una vita banale, scelte grandi rendono grande la vita”. Papa Francesco lo dice senza mezzi termini: “Noi, infatti, diventiamo quello che scegliamo, nel bene e nel male. Se scegliamo di rubare diventiamo ladri, se scegliamo di pensare a noi stessi diventiamo egoisti, se scegliamo di odiare diventiamo arrabbiati, se scegliamo di passare ore davanti al cellulare diventiamo dipendenti”. Con una certezza che illumina: “Se scegliamo Dio diventiamo ogni giorno più amati e se scegliamo di amare diventiamo felici”.

Non restare appesi ai perché della vita

“Sì, perché – aggiunge - la bellezza delle scelte dipende dall’amore”. E anche questa affermazione Papa Francesco sceglie di ripeterla, sottolineando così tutta l’importanza.  Gesù sa che “se viviamo chiusi e indifferenti restiamo paralizzati, ma se ci spendiamo per gli altri diventiamo liberi”. Dunque, il Papa “consegna” ai giovani il segreto della vita: “Il Signore della vita ci vuole pieni di vita e ci dà il segreto della vita: la si possiede solo donandola”. “Ma ci sono degli ostacoli che rendono ardue le scelte”: Francesco lo ricorda, citando “spesso il timore, l’insicurezza, i perché senza risposta”. Anche qui un’indicazione chiara: l’amore chiede di andare oltre, di “non restare appesi ai perché della vita aspettando che dal Cielo arrivi una risposta”. E, dunque, “l’amore spinge a passare dai perché al per chi, dal perché vivo al per chi vivo, dal perché mi capita questo al chi posso fare del bene. Per chi? Non solo per me: la vita è già piena di scelte che facciamo per noi stessi, per avere un titolo di studio, degli amici, una casa, per soddisfare i propri hobby e interessi.

La febbre dei consumi e l'ossessione del divertimento

Tra tante riflessioni, il Papa mette a nudo il rischio che tutte le attraversa: “Rischiamo di passare anni a pensare a noi stessi senza cominciare ad amare”. E cita Manzoni sottolineando che “diede un bel consiglio”, quando ne I Promessi Sposi  scrisse: «Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio». Ma “non ci sono solo i dubbi e i perché a insidiare le grandi scelte generose, ci sono tanti altri ostacoli”. Il Papa ricorda “la febbre dei consumi, che narcotizza il cuore di cose superflue” e “l’ossessione del divertimento, che sembra l’unica via per evadere dai problemi e invece è solo un rimandare il problema”. Ma anche “c’è il fissarsi sui propri diritti da reclamare, dimenticando il dovere di aiutare”. E poi sintetizza “la grande illusione sull’amore” spiegando che “sembra qualcosa da vivere a colpi di emozioni, mentre amare è soprattutto dono, scelta e sacrificio”.

Difendere l'originalità contro le mentalità dell’usa-e-getta e del tutto-e-subito

Poi due inviti a ribaltare la mentalità che vorrebbe imporsi: “Scegliere – sottolinea il Papa - soprattutto oggi è non farsi addomesticare dall’omologazione, è non lasciarsi anestetizzare dai meccanismi dei consumi che disattivano l’originalità, è saper rinunciare alle apparenze e all’apparire”. Inoltre, “scegliere la vita è lottare contro la mentalità dell’usa-e-getta e del tutto-e-subito, per pilotare l’esistenza verso il traguardo del Cielo, verso i sogni di Dio”. A questo proposito il Papa aggiunge a braccio che l’obiettivo è vivere e non vivacchiare, spiegando di aver sentito questa espressione da un ragazzo. Francesco aggiunge: “Vorrei darvi un ultimo consiglio per allenarsi a scegliere bene. Se ci guardiamo dentro, vediamo che in noi sorgono spesso due domande diverse. Una è: che cosa mi va di fare? È una domanda che spesso inganna, perché insinua che l’importante è pensare a sé stessi e assecondare tutte le voglie e le pulsioni che vengono. Ma la domanda che lo Spirito Santo suggerisce al cuore è un’altra: non che cosa ti va? ma che cosa ti fa bene?”. Il Papa ribadisce che “qui sta la scelta quotidiana, che cosa mi va di fare o che cosa mi fa bene?”. E afferma: “Da questa ricerca interiore possono nascere scelte banali o scelte di vita. Guardiamo a Gesù, chiediamogli il coraggio di scegliere quello che ci fa bene, per camminare dietro a Lui, nella via dell’amore. E trovare la gioia.”

Il passaggio della Croce

Al termine della celebrazione eucaristica, il Papa ha salutato cordialmente tutti  i presenti e quanti hanno seguito attraverso i media. E ha rivolto un saluto particolare ai giovani panamensi e portoghesi, rappresentati da due delegazioni, che hanno fatto, subito dopo, il significativo gesto del passaggio della Croce e dell’icona di Maria Salus Populi Romani, simboli delle Giornate Mondiali della Gioventù. "È un passaggio importante - ha detto il Papa - nel pellegrinaggio che ci condurrà a Lisbona nel 2023.

La GMG locale nella festa di Cristo Re

Poi l'annuncio della decisione di Papa Francesco con queste parole: "E mentre ci prepariamo alla prossima edizione intercontinentale della GMG, vorrei rilanciare anche la sua celebrazione nelle Chiese locali. Trascorsi trentacinque anni dall’istituzione della GMG, dopo aver ascoltato diversi pareri e il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, competente sulla pastorale giovanile, ho deciso di trasferire, a partire dal prossimo anno, la celebrazione diocesana della GMG dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Cristo Re".  Il Papa ha spiegato che "al centro rimane il Mistero di Gesù Cristo Redentore dell’uomo, come ha sempre sottolineato San Giovanni Paolo II, iniziatore e patrono delle GMG". Aggiungendo: "Cari giovani, gridate con la vostra vita che Cristo vive e regna! Se voi tacerete, grideranno le pietre!".

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