giovedì 19 settembre 2019

SETTIMANA DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE. Le scuole chiamate ad intervenire

20 – 27 settembre 
Settimana dedicata allo sviluppo sostenibile

CLIMATE ACTION WEEK


Lettera del Ministro Fioramonti alla comunità scolastica

Cari dirigenti scolastici e cari docenti, caro mondo della scuola, vi invio questa lettera per chiedervi di aiutarmi, da qui in avanti, su un tema comune e pressante che mi sta molto a cuore: lo sviluppo sostenibile per lottare fattivamente contro il cambiamento climatico
Questa è una battaglia improcrastinabile, perché siamo forse l'ultima generazione che può ancora invertire la rotta del Titanic e consentire la sopravvivenza del genere umano su questo bellissimo pianeta. 
Come sapete bene, la settimana che va dal 20 al 27 settembre sarà dedicata proprio alla sensibilizzazione su questa tematica a livello internazionale. 
Il tutto culminerà nella mobilitazione globale di venerdì 27 settembre, a cui parteciperanno anche in Italia numerosi giovani sulle tracce del messaggio di Greta Thunberg. 
Vi chiedo, sia come Ministro sia come padre di due splendidi bambini che in questo mondo prossimo dovranno viverci, di riservare del tempo all’interno delle lezioni nella settimana su indicata per realizzare sessioni di discussione e riflessione sui cambiamenti climatici insieme ai ragazzi. 
Oltre a questo tempo così dedicato, che spero di poter inserire stabilmente all’interno dell’insegnamento dell'educazione civica programmato per il 2020, sarà benvenuta qualsiasi iniziativa, in questa settimana e oltre, che possa sensibilizzare i giovani sul tema. 
A tal riguardo ricordo che, da oggi in poi, il MIUR sarà sempre aperto alle proposte provenienti da studenti, insegnanti e realtà scolastiche in genere, riservate ai temi dell’ambiente, del cambiamento climatico e del benessere equo e sostenibile. Questa è la nostra lezione più importante. 

Un caro saluto a tutti, 
Lorenzo Fioramonti 

P.S.: Una pagina WEB dedicata e una casella di posta elettronica apposita sono state costituite in questi giorni, proprio al fine di raccogliere tutte le vostre iniziative e cercare di realizzarle. Potete usare la casella email: verdescuola@miur.it e il sito web: www.ilverdeascuola.it per caricare i vostri progetti, le vostre iniziative, le foto e tutto ciò che vorrete condividere con noi.







mercoledì 18 settembre 2019

CELLULARI E RAGAZZI . ATTENTI AL PERICOLO .... anche per gli adulti !!!

Cellulari,

 il pedagogista: “Mai regalarli prima dei 13 anni. Anche i genitori hanno le loro responsabilità"


Daniele Novara, del Centro psico-pedagogico: "Gli smartphone non vanno demonizzati, ma bisogna conoscerne i rischi". L'importanza delle regole quando cominciano a usarli: "Poche ore al giorno e spenti ben prima di andare a letto"
Il telefonino è una droga. Le parole del Papa ai liceali rimbalzano al convegno di Piacenza dove mille esperti d’infanzia ieri hanno discusso, al Centro psico-pedagogico fondato da Daniele Novara, di genitori sempre più fragili, dell’urgenza di educarli nel crescere i figli. Novara, 62 anni, pedagogista di frontiera, non si stupisce.
Giusto considerare il telefonino come una droga?
"Ma certo, si parla di dipendenza come per le altre droghe nel senso che le sostanze o l’uso smodato dello smartphone disattivano le aree cerebrali del controllo e si “agganciano” a quelle dopaminiche, ovvero del piacere. È tipico di questi strumenti, che non sono da demonizzare. Ma i cui rischi sono noti".
Per quale motivo lo smartphone si trasforma in uno strumento che dà dipendenza?
"Perché viene usato dai ragazzi, soprattutto tra i 12 e i 14 anni, per fare i videogiochi che sono la forma più pericolosa di dipendenza: devi partecipare nella logica del raggiungimento di un obiettivo. E il cervello si attiva in senso compensatorio: non stacchi sino a che non arrivi al risultato che cambia sempre e non è mai definitivo. Per questo non c’è nessun ragazzo che riesce a smettere da solo. Occorre una limitazione esterna".
Qui entrano in gioco i genitori: cosa devono fare?
"Mettere dei limiti. Una mamma con un ragazzino di 11 anni è venuta in studio raccontandomi che gli aveva regalato lo smartphone per farlo contento. Le ho chiesto: ha messo delle regole? Perché mai, mi fido di mio figlio: la sua risposta. La fiducia non può sostituire la necessarie regole educative".
Ma quando sono adolescenti passano da un video a un gioco, da una chat a Instagram: è difficile intervenire per staccarli, il cellulare è il loro mondo.
"Il marketing crea molte bufale come questa: ci sono tanti ragazzi che praticano sport, che fanno altro. Il problema è che una volta creata l’abitudine si fa più fatica a tornare indietro. E arriviamo a vedere diciottenni che passano sette-otto ore al giorno davanti a quel piccolo schermo. E che stanno male, si ritirano da una vera vita sociale".
Quindi cosa si dovrebbe fare: vietare il telefonino?
"Intanto bisogna aspettare un’età ragionevole per darlo in mano ai ragazzi. Per agevolare l’autonomia basta un telefono in prima media, solo dalla terza media si può pensare allo smartphone ma con delle regole: non più di un’ora al giorno. Progressivamente si può aumentare, ma senza superare le due ore. In più va regolato l’uso alla sera per evitare i disturbi del sonno. Togliere il cellulare prima di andare a letto fa parte della convivenza familiare. Ed è il padre che deve intervenire".
Le sgridate della mamma non servono?
"Il “te lo ripeto dieci volte”, ti sgrido, ti ricatto, ti premio se mi ascolti sono cose che sul bambino hanno influenza. Ma un adolescente è in grado di aggirare gli sbarramenti materni. Ha bisogno invece di una regolazione paterna".
Un no detto da un papà invece funziona?
"La madre tende ad essere affettiva ed emotiva. Normalmente il padre ha una capacità maggiore di negoziazione. Ecco come funziona per l’uso dello smartphone: di notte non lo puoi usare, a che ora me lo consegni? Ovvero ti metto un paletto, poi negoziamo".
Il Papa parla anche di una comunicazione che non può essere fatta di semplici contatti.
"Il problema dal mio punto di vista non è morale, sta nella quantità e nell’età nell’uso dello smartphone. Nei ragazzi il cervello è in formazione, il danno è maggiore. Da pedagogista mi rivolgo per questo ai genitori sempre più fragili nel mettere delle regole: per aiutarli".




lunedì 16 settembre 2019

PAROLE COME PIETRE - PAROLE COME ALI - Corso di formazione

A CHE GIOCO GIOCHIAMO? Corso di formazione

Dal 25 al 28 agosto scorso, si è tenuto a Costabissara (Vi) un incontro di formazione per insegnanti sul tema “A che gioco giochiamo? Ruoli, regole, libertà nella dinamica dell’apprendimento”. Da diversi anni, infatti le regioni del nord dell’Associazione italiana maestri cattolici (Aimc) organizzano un seminario nazionale estivo in un diverso scenario naturalistico e culturale.
A quello di Costabissara hanno partecipato circa 50 insegnanti dei diversi ordini di scuola, provenienti dalle regioni coinvolte, ai quali si sono aggiunti alcuni colleghi della Toscana e della Sardegna. I lavori sono stati progettati e organizzati da un gruppo di docenti dell’Aimc, incaricato dai rispettivi Consigli regionali e coordinato dalla dott. Sonia Claris, Dirigente Scolastico, che ha svolto l’intervento iniziale. Obiettivo dichiarato quello di aiutare le persone a prendere consapevolezza del proprio modo di vivere la professione.
All’inizio dei lavori sono intervenuti anche il dott. Carlo Alberto Formaggio, Dirigente dell’Ambito territoriale di Vicenza; don Domenico Consolini, responsabile per la scuola della Conferenza Episcopale Triveneta e il responsabile dell’Ufficio scuola e della pastorale scolastica della Diocesi di Vicenza. Mons. Beniamino Pizziol, Vescovo di Vicenza, ha presieduto la celebrazione eucaristica di mercoledì 28 agosto. Per la parte associativa, è stato presente alle giornate di lavoro p. Giuseppe Oddone, assistente nazionale Aimc. La segretaria nazionale, Esther Flocco, ha concluso i lavori del Seminario.

Come da programma, dopo la relazione introduttiva di Sonia Claris, i partecipanti sono stati coinvolti in alcuni laboratori. 
La restituzione delle attività e dei contenuti appresi in tali ambiti si è tenuta in forma teatrale, mediante delle rappresentazioni offerte dai diversi gruppi, riprese e approfondite dalla dott. Sonia Claris. 
Successivamente, sono state presentate alcune esperienze di formazione Aimc, e le conclusioni della segretaria nazionale dell’Aimc.

In allegato, un articolo della prof.ssa Sara Minazzi, che ha partecipato all'esperienza estiva.

 

ALLEGATI



venerdì 13 settembre 2019

UNA PECORA, UNA MONETA, UN FIGLIO .... per riflettere sulla misericordia di Dio

 Commento di padre Antonio Rungi

Vangelo: Lc 15,1-32 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )
La parola di Dio di questa XXIV domenica del tempo ordinario ci presenta tre note parabole di Gesù che hanno attinenza con il tema della misericordia divina. Tutta la liturgia è incentrata su questo tema, sul quale è opportuno riflettere, valorizzando i testi biblici, nella loro portata teologica, morale e spirituale.
Partendo da Vangelo, nella forma integrale, vengono riportate le parabole della misericordia. La più nota di esse, è la terza, chiamata del figliol prodigo. Parabola che ben conosciamo e che tante volte abbiamo commentato.
La prima riguarda la pecorella smarrita e ritrovata dal pastore del gregge, che lascia al sicuro le 99 pecore per andare alla ricerca di questa che non si trova più, è uscita fuori dal gruppo e dal gregge, forse senza neppure accorgersene.
La seconda riguarda la moneta che possiede una donna e che perde nella sua casa, su dieci che ne aveva. Pur di ritrovare quel denaro importante per lei spazza tutta la casa ed infine ritrova la moneta e fa festa per il ritrovamento.
Vorrei prima di tutto evidenziare in questa mia riflessione tre cose citazioni riportate da Gesù in queste tre parabole: una pecora, quindi un animale; una moneta e quindi il denaro; un figlio e quindi una persona umana che vive nel contesto familiare.
Tralasciando le considerazioni sulla terza parabola, ci soffermiamo a capire il senso delle prime due: una pecora smarrita e ritrovata e un denaro perso e recuperato.
In merito alla prima esperienza di ritrovamento, dopo attenta ricerca del pastore, il vangelo lascia la prima conclusione, mettendo sulla bocca di Gesù, queste parole consolanti e confortanti: “Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione”. Ed è esattamente l'invito alla conversione che qui ci viene rivolto, perché gli scribi e i farisei si ritenevano giusti e perfetti e quindi non avevano bisogno di convertirsi. Lo stesso rischio, oggi, è per quanti si ritengono giusti, ma non lo sono, e pensano che siano ingiuste e cattive, peccatrici e bisognose di conversione, altre persone ma non certamente loro, che sono sepolcri imbiancati. Gesù condanna una falsa morale ed una falsa religiosità fatta solo di apparenze e formalità e in questa prima parabola della misericordia ci dice esattamente che tutti necessitiamo di essere recuperati dalla bontà e dalla tenerezza e misericordia divina. Quella pecorella smarrita è ognuno di noi, se prende coscienza dei suoi limiti e dei suoi peccati, di cui necessita il perdono per ritornare nell'unico ovile, sotto la guida di un solo pastore.
Nella seconda parabola della moneta perduta e ritrovata, dopo un ‘attenta pulizia della casa, troviamo un altro importante appello alla conversione che Gesù rivolge a ciascuno di noi. A conclusione del racconto del ritrovamento e della festa, Gesù afferma che vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
In entrambi le parabole viene evidenziata la gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, al punto tale che tutti gli angeli fanno festa davanti a questo straordinario evento. Quasi a ribadire l'evento straordinario se c'è vera conversione.
Volendo calare questo discorso alla nostra condizione di cristiani di oggi, la pecora smarrita è ritrovata è il cristiano che ha perso i contatti con Cristo, non vive più al sua fede e non risponde più alle esigenze dello spirito. In questo caso, ogni buon pastore, e qui c'è un forte appello a quanti hanno la cura pastorale si mette pazientemente alla ricerca di quella pecora che ha abbandonato l'ovile e quanto la ritrova ed essa rientra si fa festa e la gioia di aver ritrovato un fratello o una sorella nella fede è di tutta la comunità dei credenti, di quell'ovile che rappresenta il popolo santo di Dio, la chiesa in cammino nel tempo in vista dell'eternità. Mentre, in riferimento alla moneta perduta e ritrovata è quel tesoro di fede, carità e speranza che la vita cristiana, autenticamente vissuta, garantisce a chi può perdersi nei labirinti della nostra storia, dove i beni materiali contano di più di quelli spirituali. Non a caso Gesù sceglie una moneta per far capire a chi l'ascolta che i simboli non sono solo espressivi dell'economia umana e politica, ma dell'economia divina.  Ma già nella prima lettura di oggi, tratta dal libro dell'Èsodo, vediamo all'opera la misericordia di Dio nel passaggio di Israele dalla schiavitù dell'Egitto alla Terra promessa, mediante il cammino esodale. Come sempre Dio si rivolge al suo eletto, Mosé, quale riferisce queste parole: «Va', scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d'Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto”». L'esperienza dell'idolatria fatta dagli israeliti accende l'ira di Dio, rispetto alla testardaggine di un popolo che non ascolta la voce del vero Dio e si costruisce idoli inconsistenti. Di fronte ad un reale rischio di annientamento, Mosé si rivolge al Signore supplicandolo con una delle preghiere più belle che troviamo nell'Antico Testamento: “Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”». Dietro questa supplica accorata e sentita: “Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo”. Un Dio che si pente di una semplice intenzione ed espressione di volontà, ma senza metterla in esecuzione e che dietro la preghiera di Mosé ritorna sui suoi passi e non opera a danno del suo popolo. Davvero è un esempio di quanto sia immensa la misericordia di Dio e quanto è grande l'amore di Dio nei nostri confronti. Una lezione di stile e di vita divina che tutti dovremmo imitare, nel momento in cui progettiamo il male per gli altri e non il bene, come dovrebbe essere regolarmente.
A questa lettura fa eco il testo della prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo, che ascoltiamo oggi, in cui l'apostolo parla della sua conversione, dal suo progresso spirituale fatto alla scuola del Maestro che aveva toccato il suo cuore e la sua mente sulla via di Damasco. Scrivendo all'amico Timoteo, egli rende grazie a colui che lo ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché Egli lo ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio Paolo, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. La conversione avviene proprio su quella strada santa, al punto tale che Paolo scrive in questo brano: “Mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù”.
La consapevolezza dei propri errori e delle proprie colpe, dovute ad ignoranza o a presunzione fanno scattare il Paolo quella gratitudine verso il Signore per quello che gli ha concesso e scrive con profonda convinzione di mente, cuore e penna: “Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”. E conclude con una dossologia di grande visione biblica, teologica e liturgica, che è un inno di Lode al Dio Altissimo: “Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen”.
In questo contesto di riflessione sulla parola di Dio di questa domenica, non possiamo ignorare che in questi giorni ricordiamo due importanti feste, quella dell'Esaltazione della Croce e quella della Madonna Addolorata, due riferimenti teologici e spirituali per riflettere più approfonditamente sul mistero della misericordia. Chiediamo a Cristo, nostro redentore e alla Beata Vergine Maria l'aumento della nostra fede, la crescita della nostra speranza e il potenziamento della nostra carità. E Maria, Madre di Dio e Madre nostra che abbiamo ricordato sotto vari titoli in questi giorni chiediamo la grazia di una vera e profonda conversione.


LE QUALITÀ' FONDAMENTALI DELL'ISTITUZIONE SCUOLA

di Stefania Macaluso *

Riaprono le scuole e riprende il ciclo formativo di scolari e studenti. L’intera Nazione, come avviene in ogni altro Stato progredito, guarda all’istituzione scolastica come ad un perno fondamentale del proprio sistema.
Tutti noi nutriamo aspettative e apprensioni riguardo al suo buon funzionamento, nel rispetto della Costituzione che garantisce i capisaldi strutturali della scuola pubblica, libera, laica e inclusiva.
A partire da quest’anno l’ormai decaduto governo aveva previsto l’introduzione “Educazione Civica” come disciplina di insegnamento, norma che è stata però rinviata a causa di ostacoli burocratici, e d’altro canto non avrebbe comportato novità, se non di natura organizzativa, dato che in realtà già da anni è in vigore l’insegnamento denominato “Cittadinanza e Costituzione” finalizzato ad educare alla “cittadinanza attiva” attraverso i contenuti dell’educazione civica.
Nella Repubblica Italiana il sistema scolastico democratico implica infatti l’obiettivo, trasversale ad ogni disciplina, dell’educazione civica, cioè di quei contenuti di conoscenza che, a partire dalla nostra Costituzione, declinano la vita del Paese in tutti i suoi ambiti.
Ogni insegnamento, in qualunque ordine e grado di istruzione, deve corrispondere al dettato costituzionale che prevede una scuola pubblica libera e laica in grado di garantire la formazione di uomini e donne responsabili nel loro agire e maturi nella loro coscienza civica.
Pubblica, libera, laica, inclusiva
La scuola è pubblica e pertanto l’esercizio educativo ha un orizzonte di condivisione e di trasparenza espresso nella programmazione didattico-educativa concordata tra le componenti della comunità scolastica nei contenuti e nelle finalità che devono convergere verso l’obiettivo ultimo di formare cittadini e cittadine in grado di sostenere e arricchire il sistema democratico stesso in tutte le sue manifestazioni materiali e ideali.
A tale scopo le istituzioni scolastiche sono chiamate alla rendicontazione sociale che in atto trova la sua forma nel “Piano dell’Offerta Formativa”. Si tratta di misure che il sistema di formazione italiano ha recepito, nel corso degli ultimi decenni, concordemente con le direttive europee, implementando le capacità organizzative delle istituzioni scolastiche, alla luce di una pedagogia “ecologica” ispirata a visioni rispondenti alla complessità della realtà attuale, tra cui non si può non citare il contributo di personalità come Edgar Morin che tanto hanno favorito la crescita unitaria dell’Europa.
La scuola è libera in quanto laica, avendo guadagnato, grazie alle garanzie costituzionali, lo svincolo da ogni presidio autoritario politico o religioso. La laicità garantisce l’ammissibilità nel dibattito educativo di qualunque opinione, tesi, fonte documentale e testimoniale.
Attiene alla competenza e alla deontologia dei docenti fornire adeguati strumenti interpretativi, favorire lo sviluppo delle appropriate capacità ermeneutiche, sostenere il clima di scambio arricchente delle idee e delle opinioni.
La scuola è inclusiva per sua stessa natura, in quanto gli ideali di democrazia, giustizia, equità che sono a fondamento della nostra Costituzione, trovano piena rispondenza nel patrimonio culturale, artistico e spirituale che ha reso grande il nostro Paese e che i docenti sono tenuti a trasmettere alle nuove generazioni.
 Le interferenze esterne
Date queste premesse, la scuola non risulta affatto terreno “neutro”, permeabile a qualsiasi interferenza, seppure istituzionale.
Nel nostro sistema democratico infatti la scuola, e chi vi insegna, godono di autonomia garantita dagli articoli 33 e 34 della Costituzione; neppure il metodo di insegnamento risulta suscettibile di interferenze rispetto ai valori democratico-costituzionali.
La responsabilità educativa riguardo alla formazione dei cittadini e delle cittadine di domani, infatti, consiste, nelle sue premesse di fondo, nell’individuazione, da parte degli educatori, dei parametri ideali e comportamentali sulla base dei quali studenti e studentesse imparano a orientarsi per le scelte di metodo e di contenuto, nell’alveo della nostra cultura democratica, attraverso la quale, crescendo, esprimono la loro personalità civica.
Educazione allo spirito critico e all’identità
A tale scopo nelle nostre scuole insegniamo l’esercizio del dubbio, non la presunzione della verità. Insegniamo che, per fondamento costituzionale, la sovranità è del popolo e non può essere delegata ad altri soggetti perché allora saremmo sudditi. Insegniamo a riconoscere e coltivare la bellezza, premessa all’esercizio del bene che nel linguaggio elevato e gentile trova la sua prima forma di espressione, contro quello becero e di odio.
Insegniamo la cooperazione come condizione del progresso, piuttosto che la competizione individualistica. Insegniamo che la produttività deve rispondere a criteri ambientalisti e a fini di benessere comune alieni da ogni forma di sfruttamento delle risorse e delle persone.
Insegniamo che amor di Patria è cosa ben diversa dal nazionalismo implicante discrimine sociale, etnico o di qualunque altra nefasta matrice. Insegniamo il sano orgoglio identitario per cui tifiamo per i nostri campioni negli stadi e portiamo nel mondo la bandiera del nostro Paese fatto di porti aperti, di confini come varchi di interscambio, di molteplicità di dialetti e di culture.
A questo spirito patriottico è improntata la formazione dei nostri studenti che si distinguono nel mondo per tale identità accogliente, aperta, in grado di riconoscere e valorizzare come risorsa la bellezza della diversità.
Tutto ciò costituisce l’anima della politica democratica e spetta alla scuola educare ad essa i cittadini e le cittadine di domani. Dunque la scuola è il luogo precipuo per la formazione politica.
Un Paese deve poter contare sulla chiarezza dei termini di tale responsabilità grazie alla quale si possano coniugare libertà di insegnamento e formazione identitaria di un popolo, obiettivo fondamentale del sistema nazionale di istruzione. Sminuire uno solo di questi poli incrina la formazione generazionale, indebolisce la forma mentis democratica, mette a rischio la stabilità stessa dell’unità nazionale.
Le ingerenze già subite
Purtroppo il rischio di un dissesto del processo educativo in tali direzioni nella nostra Repubblica è palese, avvilita com’è da urgenze irrisolte e da dilagante regressione culturale. Le ingerenze nel delicato equilibrio dell’autonomia scolastica, che sono sintomo di tale malessere, da qualunque parte provengano, sono da considerare una grave minaccia per la stabilità democratica.
In questi termini preoccupano i provvedimenti restrittivi o, peggio, sanzionatori, messi in atto nel clima del precedente governo nei confronti di insegnanti “sospettati” di non essere allineati con le scelte e gli orientamenti politici di qualche esponente di governo, si pensi al caso paradossale in cui è incorsa la professoressa Rosa Maria Dell’Aria.
Sconcertante poi il caso della sindaca di Monfalcone che ha deciso di bandire determinati quotidiani (“Avvenire” e “Il Manifesto”) dalla biblioteca comunale e di istituire uno “sportello riservato” al quale studenti e genitori potranno rivolgersi per segnalare insegnanti “di sinistra” (perché poi non anche “di destra”?).
A preoccuparsi dovrebbero essere prima di tutto i cittadini di quel Comune che vedono limitare il loro accesso all’informazione nella loro pubblica biblioteca e assistono alla stigmatizzazione arbitraria nei confronti di educatori delle loro scuole, quando invece ogni questione didattico-educativa va affrontata a partire dalla relazione tra le varie componenti delle comunità scolastiche, alla luce del “Patto di corresponsabilità educativa”.
Ognuno di noi, in qualunque schieramento politico si collochi, dovrebbe sentirsi molto preoccupato per l’ingerenza nei confronti delle istituzioni scolastiche da parte di altro potere istituzionale; ciò stravolge infatti gli equilibri all’interno delle corrette dinamiche educative e viola le autonomie degli organi collegiali che già prevedono al loro interno criteri di vigilanza e misure correttive secondo i vari gradi di competenza gerarchico- istituzionale.
Casi deplorevoli e inaccettabili di propaganda partitica, di limitazione del corretto confronto di idee, di strumentalizzazione dei contenuti disciplinari, là dove si dovessero verificare, dovranno rispondere a misure ispettive ed eventualmente sanzionatorie già ampiamente previste, non certo all’improvvisazione arbitraria di un amministratore locale.
L’autonomia educativa è fondamentale per la democrazia
Aldilà degli episodi citati, che speriamo restino isolati e sottoposti ad adeguata verifica di legittimità da parte degli organi competenti, nella nuova “stagione” governativa –che si definisce di svolta – si impone l’amara constatazione della distorsione nell’opinione pubblica a seguito di simili ingerenze anomale che tendono a una lenta e insinuante destrutturazione della cultura democratica.
Da insegnante so bene che la scuola italiana è lontana dal tradire la sua identità culturale e costituzionale e che può contare su un esercito di insegnanti pienamente padroni delle metodologie che consentono loro di insegnare nel rispetto degli specifici statuti ermeneutici delle singole discipline; da insegnante tuttavia so anche che la storia ci mette in guardia dal ritenere che le tutele democratiche e costituzionali siano una garanzia perenne.
Auspichiamo che il nuovo ministro Fioramonti si adoperi perché sia restituita alla dimensione educativa un respiro alto affinché la scuola italiana resti pubblica, libera, laica e inclusiva; tali prerogative vanno ritenute ideali di Patria che ogni cittadino e cittadina deve coltivare e difendere, avendo chiaro che la scuola è baluardo di democrazia, premessa di sviluppo, certezza per il futuro di libertà dei nostri figli.

*Coordinatrice Ufficio Scuola Diocesi di Palermo


LE BUONE RELAZIONI GENERATRICI DI BENI COMUNI


 Costruire una 'vita buona'  e una 'società buona'

Ecco come i beni relazionali 
possono generare beni comuni

Amicizia, fiducia, cooperazione, pace o solidarietà: così la virtù della relazione riesce a trasformare tutta la vita sociale Una sfida nella società individualista
Non si tratta solo di mettere in evidenza il ruolo di 'collante' del tessuto sociale ma di vedere anche e soprattutto come dai beni relazionali dipenda la stessa identità personale e sociale degli individui Va corretta l’idea diffusa secondo cui l’identità delle persone sia frutto solamente delle loro scelte individuali.
di Pierpaolo Donati

Da alcuni anni le scienze sociali hanno 'scoperto' un tipo di beni che non sono né cose materiali, né idee, né prestazioni, ma consistono di relazioni sociali, e per tale ragione sono chiamati 'beni relazionali'. Gli esempi concreti sono praticamente infiniti, e vanno dalle relazioni a livello interpersonale fino al benessere sociale di una intera comunità. Si tratta di chiarire che cosa siano queste realtà, come nascano e che cosa a loro volta generano. Interessa capire quale sia l’apporto pratico che questi beni possono dare a una 'vita buona' e a una 'società buona'. Molti, quando parlano di beni relazionali, pensano ai rapporti interpersonali fatti di simpatia, buoni sentimenti e calore umano. In realtà, i beni relazionali sono molto di più, e anche di diverso, da questo. Hanno un valore economico, sociale e politico, così come una valenza morale e educativa.
Di quali beni parliamo? Senza dubbio si tratta di beni come l’amicizia, la fiducia, la cooperazione, la reciprocità, le virtù sociali, la coesione sociale, il perdono dato e ricevuto, la solidarietà e la pace quando non sono il risultato di una tregua o di accordi momentanei fra interessi contrapposti ma consistono nel condividere relazioni di mutuo rispetto e valorizzazione. Possiamo però pensare anche a relazioni societarie molto più complesse, come il clima di lavoro nelle aziende, il senso di sicurezza o insicurezza nella zona in cui abitiamo, le relazioni tra famiglia e lavoro. In tutti questi casi, le relazioni sociali possono essere percepite come beni oppure come mali relazionali. Di solito siamo tentati di attribuire il bene delle relazioni agli individui, dopotutto sono gli individui che sono amici oppure no, che hanno fiducia negli altri oppure no, che cooperano o meno, che contraccambiano i doni ricevuti o non lo fanno, che sono virtuosi o meno, che sanno perdonare oppure sono vendicativi, e così via. La moralità viene di solito imputata alle singole persone. Ma qui è il punto: senza mettere in dubbio l’importanza della moralità individuale, si tratta di comprendere che non possiamo concepire i beni relazionali come prodotti degli attributi morali delle singole persone, perché nel caso dei beni relazionali la moralità è riferita alle relazioni di cui sono fatti.
Fare questo passaggio dall’individuale al relazionale non è semplice. Prendiamo il caso
dell’amicizia. Molti la intendono come una relazione che dipende dalle intenzioni soggettive. Ma non è così. Certamente l’amicizia sgorga dalla persona umana, e solo da essa, ma non può essere un fatto soggettivo. L’amicizia fra Ego e Alter è il riconoscimento di qualcosa che non appartiene a nessuno dei due pur essendo di entrambi. Essa è, come la società, di tutti e due, e al contempo di nessuno di essi. Questa realtà dell’amicizia è un prototipo di una forma sociale che, in via generale, costituisce l’essenza di tutti i beni relazionali. È così che i beni relazionali creano beni comuni. I beni relazionali, però, non sono beni pubblici, così come non sono beni privati. Sono beni comuni in quanto sono relazioni fra consociati. I beni relazionali possono essere prodotti e fruiti soltanto assieme da chi vi partecipa su un piano di adesione e impegno personale.
Sia i beni pubblici sia i beni relazionali sono 'comuni' nel senso di non essere divisibili e frazionabili, ma i primi sono basati su una condivisione vincolata (sharing costrittivo), mentre i secondi sono basati su una condivisione volontaria (sharing scelto). Questa distinzione si riflette nella loro differente relazionalità. Nei beni pubblici non è richiesta ai soggetti partecipanti la stessa relazionalità che invece è richiesta e necessaria nei beni relazionali. Questa diversità è decisiva per la qualità della vita sociale. Nel caso dei beni pubblici, poiché la relazionalità non è richiesta, ciascuno partecipa e usufruisce di questi beni individualmente, per conto proprio (pensiamo alle strade, alle piazze o ai mu- sei), e dunque ciò che è comune lascia separati gli individui come tali. Nel caso dei beni relazionali, invece, essendo la relazione necessaria, viene richiesta una cooperazione, con tutte le difficoltà, ma anche i vantaggi che comporta.
a categoria dei beni relazionali illumina in modo nuovo il senso e la portata dei diritti umani. Prendiamo, per esempio, il diritto alla vita (umana). Ebbene, la vita umana è oggetto di godimento e quindi di diritti non in quanto bene privato, individuale nel senso di individua-listico, né pubblico nel senso tecnico moderno, ma propriamente come bene comune dei soggetti che stanno in relazione. Quando ci appelliamo, per esempio,  al diritto del bambino di avere una famiglia, ci appelliamo ad un diritto che non è né 'privato' (o 'civile' nel senso dei diritti civili emersi a partire dal Settecento), né 'pubblico' (o politico nel senso di statuale), ma è essenzialmente umano. Che categoria di diritti è quella dei 'diritti umani' (distinti da quelli 'civili' e politici)? La risposta è che i diritti propriamente umani sono intrinsecamente relazionali, sono diritti a quelle determinate relazioni che umanizzano la persona.
In ogni caso, il bene relazionale consiste nel fatto che due o più soggetti interagiscono fra loro prendendosi cura della loro relazione condivisa dalla quale derivano dei benefici che essi non possono ottenere altrimenti. Prendiamo il caso della relazione di coppia come bene relazionale. Affinché si istituisca una coppia, i partner si devono dare fiducia reciproca. L’evoluzione della coppia nel tempo è segnata dalla stabilizzazione o meno della fiducia come legame (molecola sociale). Se il legame viene vissuto come bene relazionale, esso darà i suoi frutti, quali sono il benessere e la felicità dei partner, gli eventuali figli, e così via. La fiducia come azione reciproca dei partner è un prerequisito per generare il bene relazionale (il legame condiviso). Quando diventa una struttura stabile di aspettative reciproche sostanzia il bene relazionale dei partner. In breve, la fiducia diventa un bene relazionale quando entrambi i partner, al di là degli stati d’animo e delle azioni di ciascuno, si prendono cura della loro relazione senza mettere in dubbio le aspettative reciproche che la costituiscono. Non si tratta solo di mettere in evidenza il ruolo di 'collante' del tessuto sociale, di integrazione e solidarietà sociale, che i beni relazionali possono svolgere. Si tratta, anche e soprattutto, di vedere come dai beni relazionali dipenda la stessa identità personale e sociale degli individui, correggendo l’idea diffusa secondo cui l’identità delle persone sia frutto solamente delle loro scelte individuali. In una società che tutti definiscono individualista e liquida, assistiamo all’esplosione delle relazioni sociali, alimentata dalle tecnologie digitali.
Le relazioni interpersonali vengono svuotate, e però anche ricreate continuamente. Questo processo genera tanti mali relazionali, e però anche nuovi beni, che non solo dipendono dalle relazioni sociali, ma consistono di relazioni sociali.



PP Donati, Scoprire i beni relazionali per generare una nuova socialità, ed. Rubbettino, 2019