mercoledì 6 gennaio 2021

RIAPRIRE LE SCUOLE? UNA NECESSITA'


 Il pediatra: le lezioni possono (e devono) riprendere in presenza

«In aula non si corre alcun rischio»

Villani (Cts): zero focolai, contagi di origine domestica. Si guardi alla realtà dei fatti

Intervista ad Alberto Villani

-         VIVIANA DALOISO   

Vaccinato contro il Covid il 28 dicembre, diviso ormai da mesi tra le corsie della “sua” pediatria al Bambino Gesù (che dirige da anni) e le riunioni del Cts, Alberto Villani è uno di quelli che non vuol sentir parlare di “rischio contagio” a scuola.

Professore, eppure alcune Regioni stanno già correndo ai ripari. E anche i presidi, i sindacati, tutti sono perplessi.

La scuola è un luogo sicuro, lo sostengo da sempre. Di più, è un luogo protetto: non solo non ci si contagia, ma standoci il maggior tempo possibile ci si espone meno al contagio, fuori. La scuola italiana, in particolare, è un unicum a livello mondiale per come sono state studiate, impostate e garantite le misure anticontagio: il distanziamento tra gli studenti, le mascherine, gli ingressi e le uscite. Rispettate queste regole, nelle aule il rischio contagio è pari a zero: e non è una mia opinione, come Bambino Gesù l’abbiamo dimostrato attraverso uno studio (anche questo unico al mondo) condotto su due plessi scolastici romani che vanno dalla scuola dell’infanzia fino alle superiori, un campione di oltre mille studenti.

Come si è svolto?

Abbiamo monitorato ciclicamente la situazione dei contagi da settembre fino a fine novembre, con tamponi e controlli a tappeto. Risultato: zero focolai, pochi casi (su 3.431 tamponi effettuati ne sono risultati 11 positivi, ndr), la quasi totalità legati al contesto domestico e non scolastico.

A proposito di controlli a tappeto, perché ancora non decollano nelle scuole? Questo non sarebbe un modo di garantire il ritorno alle lezioni in presenza e insieme la sicurezza?

La verità è che per le stesse ragioni che ho appena spiegato, non ce n’è bisogno. Se ho a scuola ragazzi senza sintomi, con la mascherina, ben distanziati, non c’è alcun motivo per cui debba screenarli a tappeto: non ci saranno contagi. Il tampone sarà invece utile se ci sono contagi in famiglia, se sono stati a contatto con un positivo fuori dalla scuola o se presentano sintomi: quando cioè se ne presenti la necessità.

È ciò che si muove appena fuori dalla scuola, allora, che andrebbe monitorato meglio?

Non è questione di monitoraggi, ma di comportamenti. Quello che mi preoccupa maggiormente è la variante umana di questo coronavirus, non quella inglese: ci sono ancora troppe persone di ogni età, e purtroppo tra queste ci sono anche i ragazzi, che non rispettano le regole comportamentali e sociali necessarie a impedire la trasmissione del virus.

A proposito di “variante inglese”, è vero che colpisce di più i minori? I timori legati alla riapertura delle scuole secondo lei dipendono da questo?

Le prime evidenze scientifiche ci dicono che è più contagiosa: non più mortale, non più sintomatica, semplicemente più capace di diffondersi. Non mi stupisce, d’altronde: questo è il lavoro che fa ogni virus, cerca di sopravvivere il più possibile. Se si rispettano le regole di cui dicevamo poco fa, un virus più contagioso è uguale a uno meno contagioso: non si trasmette, punto. A scuola, dove si rispettano le regole, non si corrono rischi maggiori.

Professore, qualcuno obietta che si stia commettendo un errore nel vaccinare prima gli anziani che bambini e ragazzi, visto che questi ultimi sono più responsabili della circolazione del virus...

Le gerarchie delle priorità, quando si parla di vaccini, vengono stabilite in base al rischio: chi rischia di più viene vaccinato prima. Gli anziani e i malati rischiano di morire: ecco perché si parte da loro. Quanto al fatto che i ragazzi siano più responsabili della circolazione del virus, non è così: chi non rispetta le regole, a ogni età, ne è responsabile.

La scuola quando tornerà alla normalità?

Se per normalità si intende una scuola con classi pollaio, plessi fatiscenti, nessuna attività all’aperto, nessun rapporto con il territorio che la circonda, poche attività sportive, io spero che non ci si torni mai più. Il Covid ci ha messo davanti agli occhi una scuola dimenticata, trascurata e fonte di diseguaglianze. Se i nostri ragazzi torneranno in aula senza le mascherine? Ci arriveremo, certo, quasi certamente da settembre. Ma le priorità del Paese dovrebbero essere altre.

www.avvenire.it

 

martedì 5 gennaio 2021

LA "VERA" STORIA DELLA BEFANA

 

-         di Giampaolo Perugini

 

In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti. Però, aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato, dopo averla conosciuta meglio, si ritirava immediatamente. Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra.

La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta.

Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del sei gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire.

Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare.

Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa. Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio. Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione.

Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica.

Nel frattempo, dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare. Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona. Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora centoetre anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi.

Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”. E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù. Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni. È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.

 

http://www.gliscritti.it/bambini/bambini.htm

VIANDANTI ALLA RICERCA DELLA VERA LUCE

 
EPIFANIA DEL SIGNORE

Vangelo: Visualizza Mt 2,1-12

Commento di p. Paolo Curtaz

La benedizione che Dio ci rivolge, il sorriso di Dio che siamo chiamati a sperimentare, a vedere nelle nostre fragili vite, li possiamo cogliere solo quando abbiamo il coraggio di fare come Maria, di ritagliarci uno spazio di silenzio e di interiorità nelle nostre vite. Allora tutto diventa possibile.

Il Dio diventato uomo, il Dio fatto sguardo e sorriso, il Dio accessibile e presente, si lascia incontrare, si lascia stringere fra le braccia.

Tutto, allora, cambia. Possiamo anche tornare a fare il nostro schifoso lavoro di pastore, disprezzato da tutti, perché il nostro sguardo è cambiato. E vediamo angeli che salgono e scendono sulle nostre vite. E gloria augurata agli uomini che orientano la loro volontà alla pace.
Gloria luminosa che illumina la notte. E che diventa stella nel cielo.
Stella che orienta, stella che guida, stella che conduce.
Ma solo per chi sa alzare lo sguardo.

Stelle
Come hanno fatto quegli strani personaggi, i magoiCon pudicizia abbiamo tradotto questo termine, nelle nostre bibbie, con magi. Ma sarebbe più corretto tradurre con maghi.

Non quelli che ti predicono il futuro e che fanno gli oroscopi, per carità. Ma quelli orientati ad una comprensione maggiore, quelli che non si fermano all'apparenza, senza per questo diventare dei creduloni che corrono dietro agli esoterismi da quattro soldi.
Hanno alzato lo sguardo, hanno osato andare oltre.

Hanno acceso il desiderio. Desiderio, un termine che ha a che fare, di nuovo, con le stelle, con il cielo. Hanno seguito la loro intuizione, hanno fatto una scommessa. Sono ricchi, possono permettersi di affrontare un lungo viaggio per verificare una loro teoria.

Sono costanti, perché la verità la si trova solo dopo un lungo cammino fatto di deserti e di steppe. E sono arrivati.

Non c'è più una stella ad attenderli. Ma una corte, un re sanguinario, dei preti arroganti e presuntuosi, la gente dei Gerusalemme incuriosita dal corteo di cammelli e cavalli.

Dalle stelle agli uomini. Questi, piccini, goffi, contradittori e che, pure, sanno dare indicazioni.

La reazione scomposta e intimorita di Erode, che di eredi al trono ne ha fatti uccidere tre, tutti suoi figli, dice che ci hanno visto giusto.

L'indicazione degli scribi e dei sacerdoti, immobili custodi della Parola che tengono nei cassetti, ha svelato loro il luogo dove è nato il re Messia.

Lo stupore della folla dice una cosa quanto mai vera: non hanno bisogno di un Messia. Anzi, in questo momento è un immenso intralcio; c'è il tempio, perché mai dovrebbe venire un Messia?

Segni claudicanti, come lo siamo noi, come lo sono i cristiani, come lo è la Chiesa.
E che pure indicano.
Ripartono, smarriti e fiduciosi.
Nella città di Davide.

Betlemme
Nessun re li attende. Solo una coppia.

Una giovane popolana stringe fra le braccia un neonato. Simile a tutti i neonati.
Eppure è quello il mistero. Quella la rivelazione.

Dio è nascosto fra le piccole cose, fra gli sguardi di chi abbiamo accanto.

Il cielo è mischiato con la terra, con la nostra terra, questa contraddittoria e piena di sassi.
Allora cedono, i magi. Capiscono.

Offrono all'infante dei regali improbabili (ci sarà dietro la forzatura teologica di Matteo?), pieni di verità e di stupore: l'oro per chi riconosce nel bambino il re; l'incenso per chi riconosce nel bambino la presenza di Dio; la mirra, unguento usato per pulire i cadaveri, che chi già vede in questo bambino il crocefisso, il segno di contraddizione che ci costringe a scegliere.

Viandanti

Mai come in questi tempi siamo chiamati a metterci in strada, a seguire il desiderio di pienezza che ci abita, l'arsura di felicità che ci tormenta.
Il desiderio muove il cuore degli uomini. Oggi è la festa del desiderio che non si arrende, la festa che vede protagonisti alcuni cercatori che passano il proprio tempo a scoprire nuove teorie e a verificarle.

Oggi è la festa dell'essenza dell'essere umano che, in fondo, spogliato di ogni condizionamento, si riscopre, semplicemente, un cercatore.

Questo siamo, questo sono. CercatoriSi conclude questo tempo di Natale.

Con l'invito a lasciare le nostre presunte certezze, anche nella fede, per osare, per seguire le tante stelle che Dio mette sul nostro cammino.

Stelle che a volte scompaiono, sostituite dalle indicazioni di uomini claudicanti, peccatori, vili, violenti ma che, senza nemmeno saperlo, realizzano il loro compito di essere dei segnali. Siamo ciò che desideriamo.

Siamo se abbiamo il coraggio, ogni anno, ogni istante, di essere dei viandanti.

Non dei vagabondi che vivono alla giornata (e possiamo esserlo anche se abitiamo comodi appartamenti riscaldati) ma viandanti che cercano, che anelano, che scommettono.

Buon cammino. Buona vita.

 Paolo Curtaz Commento


QUEI LEGAMI CHE CI FANNO VIVERE

 Abbiamo bisogno degli altri: mai come in questo periodo ce ne siamo resi conto

«Essere consapevoli di tutte le forme di interdipendenza nella nostra vita quotidiana, osservarle, assecondarle, è un esercizio importante e semplice: un esercizio che ci consente di sentirci pienamente umani, di sentirci felici e sostenuti. Ed è una buona cosa. Perché quando ci sentiamo felici e uniti riusciamo a raggiungere grandi obiettivi. Insieme, naturalmente…»
Nella società contemporanea, la nostra relazione con gli altri, che in passato era condizione necessaria alla nostra sopravvivenza, è stata sostituita dall’autonomia e dall’individualismo con il contributo delle nuove tecnologie. Ma il risultato non sembra essere in alcun modo soddisfacente e gli studi più recenti dimostrano in modo inequivocabile l’importanza dell’interdipendenza per il benessere e il senso di sicurezza delle persone. 

I due autori esplorano i molteplici significati dell’interdipendenza e mostrano come le relazioni sociali e la vicinanza agli altri ci modellano e ci fanno stare bene in quanto individui e in quanto membri della società. 

Dall’amicizia ai rapporti sentimentali che sono alla base della famiglia, questo libro esplora ciò che ci rende più profondamente umani.

 

Quei legami che ci fanno vivere. Elogio dell'interdipendenza 

di Christophe André (Autore), Rébecca Shankland (Autore), M. Togliani Fessart (Traduttore)

Edizioni Corbaccio, 2019

 

domenica 3 gennaio 2021

EDUCAZIONE, CITTADINANZA, FUTURO. Un vaccino sicuro


 IL VACCINO ECFC,  ITALIANO E SICURO.

-         Italo Fiorin

-          

Ecco la formula dell’innovativo vaccino di cui abbiamo urgente bisogno, sicuro, abbondantemente testato, senza controindicazioni per nessuno. La formula è presto svelata: E come EDUCAZIONE; C come CITTADINANZA; F come FUTURO, C come Coraggio. L’Educazione agisce efficacemente contro l’ignoranza, allena la mente ad affrontare e risolvere i problemi, si nutre di ricerca, contrasta le povertà vecchie e nuove, produce benessere per tutti.

La Cittadinanza si nutre di consapevolezza civica, alimenta l’amicizia sociale, restituisce nobiltà alla politica che -sembrerebbe incredibile- si trasforma in servizio e cura del bene comune e riguarda tutti, è praticabile da tutti, iniziando dai bambini.

Il Futuro è molto meno lontano di come lo immaginiamo, comincia oggi e prende forma da ciò che oggi pensiamo e facciamo; il futuro non è già scritto, non è un luogo verso il quale stiamo andando, ma è ciò che stiamo costruendo oggi, insieme.

Ma ci vuole Coraggio, che, come dice il significato di questa parola, significa agire con il cuore. Il coraggio che porta non a calcolare, ma a donare, non a lamentarsi, ma ad agire, non ad essere servili, ma ad essere quei leader che tutti noi potremo, dovremo essere, quelli di cui abbiamo bisogno e che, messi insieme, formano la parola Comunità.

 


 

sabato 2 gennaio 2021

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO


“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. […]

Commento di p. Ermes Ronchi

Un Vangelo che toglie il fiato, che impedisce piccoli pensieri e spalanca su di noi le porte dell'infinito e dell'eterno. Giovanni non inizia raccontando un episodio, ma componendo un poema, un volo d'aquila che proietta Gesù di Nazaret verso i confini del cosmo e del tempo. In principio era il Verbo... e il Verbo era Dio.

In principio: prima parola della Bibbia. Non solo un lontano cominciamento temporale, ma architettura profonda delle cose, forma e senso delle creature: «Nel principio e nel profondo, nel tempo e fuori del tempo, tu, o Verbo di Dio, sei e sarai anima e vita di ciò che esiste» (G. Vannucci). Un avvio di Vangelo grandioso che poi plana fra le tende dello sterminato accampamento umano: e venne ad abitare in mezzo a noi. Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l'origine delle cose che sono: tutto è stato fatto per mezzo di Lui. Nulla di nulla, senza di lui. «In principio», «tutto», «nulla», «Dio», parole assolute, che ci mettono in rapporto con la totalità e con l'eternità, con Dio e con tutte le creature del cosmo, tutti connessi insieme, nell'unico meraviglioso arazzo dell'essere.

Senza di lui, nulla di nulla. Non solo gli esseri umani, ma il filo d'erba e la pietra e il passero intirizzito sul ramo, tutto riceve senso ed è plasmato da lui, suo messaggio e sua carezza, sua lettera d'amore. In lui era la vita. Cristo non è venuto a portarci un sistema di pensiero o una nuova teoria religiosa, ci ha comunicato vita, e ha acceso in noi il desiderio di ulteriore più grande vita: «Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). E la vita era la luce degli uomini. Cerchi luce? Contempla la vita: è una grande parabola intrisa d'ombra e di luce, imbevuta di Dio. Il Vangelo ci insegna a sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo, a intuire gli ultimi tempi già in un piccolo germoglio di fico a primavera. Cerchi luce? Ama la vita, amala come l'ama Dio, con i suoi turbini e le sue tempeste, ma anche con il suo sole e le sue primule appena nate. Sii amico e abbine cura, perché è la tenda immensa del Verbo, le vene per le quali scorre nel mondo.

A quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio. L'abbiamo sentito dire così tante volte, che non ci pensiamo più. Ma cosa significhi l'ha spiegato benissimo papa Francesco nell'omelia di Natale: «Dio viene nel mondo come figlio per renderci figli. Oggi Dio ci meraviglia. Dice a ciascuno di noi: tu sei una meraviglia». Non sei inadeguato, non sei sbagliato; no, sei figlio di Dio. Sentirsi figlio vuol dire sentire la sua voce che ti sussurra nel cuore: “tu sei una meraviglia”! Figlio diventi quando spingi gli altri alla vita, come fa Dio.

E la domanda ultima sarà: dopo di te, dove sei passato, è rimasta più vita o meno vita?

(Letture: Siracide 24,1-4.12-16; Salmo 147; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18)

Cercoiltuovolto

LA PACE E' UNA VITA RICCA DI SENSO

 
- Papa Francesco: 


"Iniziamo il nuovo anno ponendoci sotto lo sguardo materno e amorevole di Maria Santissima, che la liturgia oggi celebra come Madre di Dio. Riprendiamo così il cammino lungo i sentieri del tempo, affidando le nostre angosce e i nostri tormenti a Colei che tutto può. Maria ci guarda con tenerezza materna così come guardava il suo Figlio Gesù. E se noi guardiamo il presepe [si volta verso il presepe allestito nella sala], vediamo che Gesù non è nella culla, e mi dicono che la Madonna ha detto: “Me lo fate tenere un po’ in braccio questo figlio mio?”. E così fa la Madonna con noi: vuole tenerci tra le braccia, per custodirci come ha custodito e amato il suo Figlio. Lo sguardo rassicurante e consolante della Vergine Santa è un incoraggiamento a far sì che questo tempo, donatoci dal Signore, sia speso per la nostra crescita umana e spirituale, sia tempo per appianare gli odi e le divisioni – ce ne sono tante – sia tempo per sentirci tutti più fratelli, sia tempo di costruire e non di distruggere, prendendoci cura gli uni degli altri e del creato. Un tempo per far crescere, un tempo di pace.

È proprio alla cura del prossimo e del creato che è dedicato il tema della 

Giornata Mondiale della Pace, 

che oggi celebriamo: La cultura della cura come percorso di pace. 

I dolorosi eventi che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, specialmente la pandemia, ci insegnano quanto sia necessario interessarsi dei problemi degli altri e condividere le loro preoccupazioni. Questo atteggiamento rappresenta la strada che conduce alla pace, perché favorisce la costruzione di una società fondata su rapporti di fratellanza. Ciascuno di noi, uomini e donne di questo tempo, è chiamato a realizzare la pace: ognuno di noi, non siamo indifferenti a questo. Noi siamo tutti chiamati a realizzare la pace e a realizzarla ogni giorno e in ogni ambiente di vita, tendendo la mano al fratello che ha bisogno di una parola di conforto, di un gesto di tenerezza, di un aiuto solidale. E questo per noi è un compito dato da Dio. Il Signore ci dà il compito di essere operatori di pace.

E la pace si può costruire se cominceremo ad essere in pace con noi stessi – in pace dentro, nel cuore – e con chi ci sta vicino, togliendo gli ostacoli che impediscono di prenderci cura di quanti si trovano nel bisogno e nell’indigenza. Si tratta di sviluppare una mentalità e una cultura del “prendersi cura”, al fine di sconfiggere l’indifferenza, di sconfiggere lo scarto e la rivalità – indifferenza, scarto, rivalità –, che purtroppo prevalgono. Togliere questi atteggiamenti. E così la pace non è solo assenza di guerra. La pace mai è asettica, no, non esiste la pace del quirofano [spagnolo: “sala operatoria”]. La pace è nella vita: non è solo assenza di guerra, ma è vita ricca di senso, impostata e vissuta nella realizzazione personale e nella condivisione fraterna con gli altri. Allora quella pace tanto sospirata e sempre messa in pericolo dalla violenza, dall’egoismo e dalla malvagità, quella pace messa in pericolo diventa possibile e realizzabile se io la prendo come compito datomi da Dio.

La Vergine Maria, che ha dato alla luce il «Principe della pace» (Is 9,6) e che lo coccola così, con tanta tenerezza, tra le sue braccia, ci ottenga dal Cielo il bene prezioso della pace, che con le sole forze umane non si riesce a perseguire in pienezza. Le sole forze umane non bastano, perché la pace è anzitutto dono, un dono di Dio; va implorata con incessante preghiera, sostenuta con un dialogo paziente e rispettoso, costruita con una collaborazione aperta alla verità e alla giustizia e sempre attenta alle legittime aspirazioni delle persone e dei popoli. Il mio auspicio è che regni la pace nel cuore degli uomini e nelle famiglie; nei luoghi di lavoro e di svago; nelle comunità e nelle nazioni. Nelle famiglie, nel lavoro, nelle nazioni: pace, pace. È ora che pensiamo che la vita oggi è sistemata dalle guerre, dalle inimicizie, da tante cose che distruggono… Vogliamo pace. E questa è un dono.

Sulla soglia di questo inizio, a tutti rivolgo il mio cordiale augurio di un felice e sereno 2021. Ognuno di noi cerchi di far sì che sia un anno di fraterna solidarietà e di pace per tutti; un anno carico di fiduciosa attesa e di speranze, che affidiamo alla protezione di Maria, madre di Dio e madre nostra.

 

PAPA FRANCESCO - ANGELUS