venerdì 9 agosto 2019

SERVE IL DIALOGO TRA I POPOLI. IL SOVRANISMO E LA CHIUSURA PORTANO ALLE GUERRE


Intervista di Papa Francesco
a La Stampa–Vatican Insider:
L’Europa non deve sciogliersi, vanno rispettate le identità dei popoli ma senza chiusure. Alla politica servono creatività e prudenza nell’accogliere i migranti.
Il Sinodo sull’Amazzonia sarà una risposta all’emergenza ambientale planetaria, ma nasce dalla Chiesa e avrà una dimensione evangelizzatrice

di Michele Raviart – Città del Vaticano

L’Europa va salvata perché è un patrimonio che “non può e non deve sciogliersi”. Dialogo e ascolto “a partire dalla propria identità” e dai valori umani e cristiani sono l’antidoto contro sovranismi e populismi e il motore per “un processo di rilancio”, “che vada avanti senza interruzioni”. Parte dalla situazione attuale dell’Unione Europea l’intervista rilasciata da Papa Francesco a Domenico Agasso, vaticanista del quotidiano “La Stampa” e coordinatore di “Vatican Insider”, e affronta temi come l’immigrazione, il cambiamento climatico e il prossimo Sinodo sull’Amazzonia.
Il sogno dei padri fondatori europei
L’auspicio è che l’Europa torni a essere quella del “sogno dei padri fondatori”. Una visione concretizzata dall’attuazione di quell’unità storica e culturale, oltre che geografica, che caratterizza il Vecchio Continente. Sebbene ci siano stati “problemi di amministrazioni e dissidi interni”, spiega Papa Francesco, la designazione di una donna, Ursula von der Leyen, a capo della Commissione Europea, “può essere adatta a ravvivare la forza dei padri fondatori”, perché “le donne hanno la capacità di accomunare e di unire”.
L’Europa riparta dai suoi valori umani e cristiani
La sfida principale per far ripartire l’Europa nasce dal dialogo. “Nell’Unione Europea ci si deve parlare, confrontare, conoscere”, afferma il Papa, spiegando come il “meccanismo mentale” dietro ogni ragionamento debba essere “prima l’Europa, poi ciascuno di noi”. Per fare questo, ribadisce, “occorre anche l’ascolto”, mentre molto spesso si vedono solo “monologhi di compromesso”.  “Il punto di partenza e di ripartenza sono i valori umani, della persona umana. Insieme ai valori cristiani: l’Europa ha radici umane e cristiane, è la storia che lo racconta. E quando dico questo, non separo cattolici, ortodossi, e protestanti. Gli ortodossi hanno un ruolo preziosissimo per l’Europa. Abbiamo tutti gli stessi valori fondanti”.
L’identità non si negozia, ma deve aprirsi al dialogo
Il Papa spiega: “Ciascuno di noi” è ovviamente importante, non è secondario, Infatti ogni dialogo deve “partire dalla propria identità”. Fa un esempio: ”Io non posso fare ecumenismo se non partendo dal mio essere cattolico, e l’altro che fa ecumenismo con me deve farlo da protestante, ortodosso … La propria identità non si negozia, si integra. Il problema delle esagerazioni è che si chiude la propria identità, non ci si apre. L’identità è una ricchezza - culturale, nazionale, storica, artistica - e ogni paese ha la propria, ma va integrata col dialogo. Questo è decisivo: dalla propria identità aprirsi al dialogo per ricevere dalle identità degli altri qualcosa di più grande”.
Preoccupato da sovranismo e populismo
In questo senso, il Papa si dice preoccupato del sovranismo: “È un atteggiamento di isolamento. Sono preoccupato perché si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934. ‘Prima noi. Noi… noi…’: sono pensieri che fanno paura. Il sovranismo è chiusura. Un paese deve essere sovrano, ma non chiuso. La sovranità va difesa, ma vanno protetti e promossi anche i rapporti con gli altri paesi, con la Comunità europea. Il sovranismo è un’esagerazione che finisce male sempre: porta alle guerre”. Il populismo, poi, è un modo di imporre un atteggiamento che conduce ai sovranismi e non va invece confuso con il “popolarismo” che è cultura del popolo e la possibilità che questo si esprima.
Migranti: prima di tutto il diritto alla vita
Ricevere, accompagnare, promuovere e integrare sono invece i criteri da seguire quando si parla di immigrazione e di accoglienza. Prima di tutto, ribadisce il Papa, c’è il diritto alla vita, “il più importante di tutti”. Bisogna poi sempre ricordare le condizioni di guerra e di fame da cui provengono le persone che fuggono. Allo stesso modo “i governi devono pensare e agire con prudenza”, perché “chi amministra è chiamato a ragionare su quanti migranti si possono accogliere”. Ci possono essere anche soluzioni creative, pensando, per esempio, a quanti Stati hanno carenze di manodopera nel settore agricolo: “Mi hanno raccontato che in un Paese europeo ci sono cittadine semivuote a causa del calo demografico: si potrebbero trasferire lì alcune comunità di migranti, che tra l’altro sarebbero in grado di ravvivare l’economia della zona”.
Aiutare i paesi poveri per fermare i flussi migratori
Francesco aggiunge un’altra riflessione: “Sulla guerra, dobbiamo impegnarci e lottare per la pace. La fame riguarda principalmente l’Africa. Il continente africano è vittima di una maledizione crudele: nell’immaginario collettivo sembra che vada sfruttato. Invece una parte della soluzione è investire lì per aiutare a risolvere i loro problemi e fermare così i flussi migratori”.  
Amazzonia, un “Sinodo di urgenza”
Il prossimo ottobre in Vaticano si svolgerà il Sinodo sull’Amazzonia, figlio della Laudato Si’, sottolinea il Papa, che ribadisce: non è un’enciclica verde ma un’enciclica sociale basata sulla custodia del Creato. Nello stesso tempo è un “Sinodo di urgenza”. Francesco, infatti, si dice sconvolto dal fatto che il 29 luglio l’uomo ha già consumato tutte le risorse rigenerabili per l’anno in corso. Questo, insieme allo scioglimento dei ghiacciai, al rischio di innalzamento del livello degli oceani, all’aumento dei rifiuti di plastica in mare, la deforestazione e altre situazioni critiche, fa sì che il pianeta viva in “una situazione di emergenza mondiale”.
Un lavoro di comunione guidato dallo Spirito Santo
Il Sinodo, tuttavia, avverte il Papa, “non è una riunione di scienziati o di politici. Non è un parlamento: è un’altra cosa. Nasce dalla Chiesa e avrà missione e dimensione evangelizzatrici. Sarà un lavoro di comunione guidato dallo Spirito Santo”. I temi importanti sono quelli che riguardano “i ministeri dell’evangelizzazione e i diversi modi di evangelizzare”, spiega Francesco, mentre la questione dei “viri probati”, la possibilità di ordinare uomini anziani e sposati là dove mancano sacerdoti, non sarà uno dei temi principali del Sinodo, ma è “semplicemente un numero dell’Instrumentum Laboris”.
L’Amazzonia è decisiva per il futuro del pianeta
Il Papa spiega la scelta di fare un Sinodo per l’Amazzonia, una regione che coinvolge ben nove Stati: è “un luogo rappresentativo e decisivo … contribuisce in maniera determinante alla sopravvivenza del pianeta. Gran parte dell’ossigeno che respiriamo arriva da lì. Ecco perché la deforestazione significa uccidere l’umanità”.
La politica elimini connivenze e corruzioni
“La minaccia della vita delle popolazioni e del territorio - sottolinea ancora - deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società”. Così la politica deve “eliminare le proprie connivenze e corruzioni. Deve assumersi responsabilità concrete, per esempio sul tema delle miniere a cielo aperto, che avvelenano l’acqua provocando tante malattie”. 
Fiducia nei giovani
La fiducia per un nuovo atteggiamento verso la cura del Creato viene dai movimenti giovanili - afferma infine il Papa - come quello creato da Greta Thunberg: “Ho visto un loro cartello che mi ha colpito: ‘Il futuro siamo noi!’”. Significa promuovere un’attenzione alle piccole cose quotidiane che “incide” nella cultura “perché si tratta di azioni concrete”.

da Vatican News




lunedì 5 agosto 2019

SANTA SEDE - INCONTRO SUL TEMA DEGLI ABUSI

Dal Golgota 
alla profezia

Dedicato al tema degli abusi sessuali l’incontro annuale del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita con associazioni e movimenti ecclesiali


 Eleonora, Susan, Renate. Dietro questi tre nomi fittizi si nascondono — forse sarebbe meglio dire: si rivelano — tre persone concrete, tre storie tremendamente vere, tre dolori profondi che, grazie alla forza delle vittime, dopo anni di sofferenza sono emersi squarciando il velo del silenzio. Tre donne che, appartenenti a diverse associazioni cattoliche di fedeli, proprio lì dove credevano di trovare e vivere la salvezza, sono state vittime di abusi di potere, di coscienza, sessuali. «In queste esperienze di abuso — spiega una di loro — posso dire che è stato seminato nella mia anima e nella mia persona intera qualcosa che è dell’ordine della morte».
Il confronto con questa tragica realtà ha segnato con la sua dura e cruda concretezza l’incontro annuale del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita con le associazioni e i movimenti ecclesiali, che si è svolto lo scorso 13 giugno presso la Curia generalizia dei gesuiti. Il Dicastero infatti, ha detto il cardinale prefetto Kevin Farrell, ottemperando al proprio ruolo di vigilanza e accompagnamento, si è fatto «interprete della premura e urgenza secondo cui il Santo Padre, Papa Francesco, ci chiede di agire, in tutti i contesti sociali, ecclesiali, uscendo allo scoperto, guardando in faccia la realtà in modo onesto, chiamandola per nome con parresia, procedendo alla necessaria purificazione e predisponendo un’adeguata prevenzione». E per questo  ha convocato oltre un centinaio tra moderatori, responsabili e delegati dei movimenti ecclesiali e delle associazioni internazionali riconosciute dalla Santa Sede per riflettere sul tema:  «Prevenzione degli abusi sessuali: l’impegno delle associazioni e dei movimenti ecclesiali». Il tema, ha sottolineato il porporato all'inizio dei lavori, «raccoglie una sfida che la Chiesa e la società civile, dovunque nel mondo, si trovano a dover fronteggiare».
Fondamentali anzitutto, ha spiegato il cardinale Farrell, sono  l’esercizio della verità, la conoscenza e la consapevolezza di «un crimine storicamente diffuso in maniera trasversale in tutte le culture e società», e la volontà di superare la pericolosa tentazione della sottovalutazione. «Solo affrontando questo fenomeno, studiandolo, si sta operando un cambiamento della mentalità e della sensibilità nell’opinione pubblica»: infatti «fino a poco tempo fa esso era considerato un tabù e ancora oggi lo è per molte persone, per molti cattolici, uomini e donne di Chiesa». Un tabù che, nella Chiesa, «ha fatto sì che molti sapessero» ma «nessuno parlasse». E così, ha spiegato il prefetto, si è aggiunto dolore a dolore, ingiustizia a ingiustizia: «Si è operato un duplice abuso: agli abusi perpetrati si aggiungeva infatti un silenzio che, inevitabilmente, si è fatto complice dei crimini e ha consentito che essi si moltiplicassero indisturbati». Tanto che gli stessi dati statistici non riescono a restituire la reale entità del fenomeno, ma sono solo «la punta di un iceberg».
Soprattutto va sempre ricordato, ha aggiunto il porporato, che dietro i numeri e le tabelle che descrivono il fenomeno ci sono le persone: «le persone coinvolte, le vittime e i loro abusatori, hanno un nome e un cognome, un volto, una storia personale e familiare, sociale ed ecclesiale, hanno ferite impresse nella mente, nel cuore, nella carne».
In occasione di questo incontro annuale, il cardinale ha voluto coinvolgere direttamente le realtà convocate, ricordando loro come  la piaga degli abusi sessuali non risparmi le associazioni di fedeli e i movimenti ecclesiali e invitandoli a farsi carico della corresponsabilità ecclesiale che è loro propria e che li invia a essere protagonisti e testimoni di «quella necessaria conversione, che non distoglie lo sguardo, ma affronta e previene questi gravi crimini che sono gli abusi sessuali». E ha dato delle indicazioni precise: «anzitutto occorre che purifichiate le relazioni che vivete tra voi, come anche con i destinatari del vostro impegno evangelizzatore». È poi necessario stabilire «relazioni sane in ambienti sani, in cui sarà difficile che si insinuino dominio, asservimento, dipendenza, violazione della libertà, violazione della coscienza, abuso di potere, abuso sessuale». Occorre, infine, «coltivare la necessaria formazione umana, morale, intellettuale e spirituale».
Il prefetto facendo riferimento alla lettera inviata dal Dicastero nel maggio 2018 alle associazioni e ai movimenti in cui si chiedeva di redigere regole e procedure volte alla protezione dei minori e delle persone vulnerabili, ha spronato i presenti: «Occorre che vi attrezziate adeguatamente e, senza perdere tempo, assumiate le responsabilità che vi competono, rendendo conto di quanto vi è affidato, senza distogliere lo sguardo dalle piaghe inferte al Corpo di Cristo che è la Chiesa nei nostri fratelli, prendendovi cura delle persone ferite e operando affinché gli abusi non abbiano più a verificarsi».
La consapevolezza della responsabilità condivisa, come membra del corpo della Chiesa, in forza del battesimo e dell’impegno proprio dei movimenti ecclesiali, ha caratterizzato l’intervento di Linda Ghisoni, sotto-segretario del Dicastero. È nelle sue parole che hanno trovato spazio le testimonianze di Eleonora, Susan e Renate, dalle quali è emersa con evidenza la stretta interconnessione esistente tra abusi di potere, di coscienza e sessuali.
Ghisoni ha innanzitutto richiamato l’incontro svoltosi lo scorso febbraio  in Vaticano  e dedicato alla protezione dei minori nella Chiesa: occasione importante per alimentare una consapevolezza che è purtroppo ancora insufficiente e che fa riflettere. «Con quale coraggio — ha detto — una vittima, che si fa mille remore prima di parlare, si rivolgerà a uomini di Chiesa che negano a priori?».
Il metodo per affrontare il problema è quello indicato in quell’occasione e parte necessariamente da un atteggiamento di ascolto  delle vittime. Ascoltare le vittime permette di superare l’approccio “perbenista” che tende solo a considerare il “fenomeno”  e dimentica la vita concreta delle persone.
E come è accaduto nell’incontro di febbraio, il confronto diretto con le parole delle vittime ha scosso le coscienze. Il sottosegretario ha condiviso con i presenti le confidenze delle vittime, le «manipolazioni psicologico-spirituali» alle quali sono state sottoposte da alcuni sacerdoti  con il fine di imporre loro la violenza. Agghiacciante il passaggio in cui Eleonora spiega: «Mi ripeteva che faceva questo solo per il mio bene...».
Ghisoni ha quindi invocato la necessaria distinzione tra ambito della coscienza e ambito di governo nelle aggregazioni ecclesiali, illustrando i rischi che si annidano in relazioni non libere a causa di contesti sovrastrutturati o sottostrutturati. Riferendosi alle vittime citate, ha concluso: «Eleonora, Susan, Renate: sono donne di tre diverse associazioni di fedeli. Donne che, come tutte le vittime di abuso di potere, di coscienza, sessuale, hanno vissuto il Golgota, protratto talora per anni, un Golgota non a cielo aperto, ma rinserrato in quattro mura, spesso a luce fioca, consumato nei ricatti, per comprare quel loro silenzio che le ha pervase di sensi di colpa. Gli abusi le hanno inchiodate a una croce che nessuno poteva vedere, proprio perché innalzata in un Golgota segreto. E talvolta anche i terzi che sapevano o immaginavano erano a loro volta vittime o complici, elevando in tal modo a sistema gli abusi fisici, morali, psicologici, spirituali. Scoperchiamo questi Golgota bui. Il Dicastero è al vostro fianco nel consigliarvi e sostenervi in questa responsabilità ecclesiale condivisa». E ha proseguito: «Questa è la profezia che, in virtù del battesimo e del nostro essere membra vive della Chiesa, ci è consegnata. Agiamo come Chiesa, come madre, che non prostituisce i propri figli, non allestisce nuovi Golgota, ma previene, con consapevolezza, con prudenza, investendo in una adeguata formazione. Ce lo chiedono donne come Susan, che ha nel frattempo intrapreso un lungo percorso di guarigione, come esprime in una recente lettera: “Se è vero che le ferite non vanno in prescrizione, è anche vero che credo, per fede, che Gesù Risorto è capace di trasfigurarle e di renderle gloriose come le sue. Più che ‘vittima’ ora mi sento una ‘sopravvissuta’ al potere della morte, perché nel mio orizzonte c’è una pietra rotolata e una tomba vuota. In quel giardino incontro Gesù Risorto, il mio Maestro e Signore, che ogni giorno mi chiama teneramente per nome”».
Non è mancata, nella mattinata, una dettagliata illustrazione degli strumenti giuridici di cui la Chiesa dispone per far fronte ai casi di abuso sessuale sui minori e sulle persone vulnerabili, curata da Philip Milligan, responsabile dell’Ufficio giuridico del Dicastero, che si è soffermato in particolare sul recente motu proprio Vos estis lux mundi  spiegandone la definizione di “persona vulnerabile”, nella quale è ricompresa ogni persona che, anche occasionalmente, è privata di fatto della libertà personale ed è limitata nella propria capacità di resistere all’offesa.   Le numerose domande poste dai presenti ai relatori hanno rivelato l’interesse, la partecipazione e l’urgenza della tematica affrontata.
Nel pomeriggio è stato il gesuita Hans Zollner, presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università Gregoriana, a esortare i presenti a raccogliere la sfida educativa per una prevenzione adeguata, che consenta di proteggere i più piccoli e vulnerabili evitando i crimini degli abusi sessuali. Parlando della «condizione sistemica» che attanaglia le nostre società, una condizione che non si può sottacere e che pone sotto scrutinio la Chiesa, Zollner ha altresì insistito nel non ripetere errori già commessi da altri, come a volte accade: ha esortato, pertanto, a imparare gli uni dagli altri, facendo tesoro dei percorsi altrui, sia quanto alla prevenzione degli abusi di ogni genere, sia per affrontare adeguatamente quelli già commessi.
Non sono mancate le coraggiose e molto apprezzate testimonianze di due responsabili di altrettante associazioni di fedeli che si sono trovate a dover affrontare casi di abuso sessuale al loro interno.
La giornata è stata moderata da don Giovanni Buontempo, responsabile del Dicastero per i rapporti con i movimenti e le associazioni, che ha esortato i presenti a sentirsi parte attiva nel processo di consapevolezza che deve coinvolgere tutto il popolo dei fedeli, approfittando soprattutto della rete di relazioni tra gruppi e famiglie che si instaura all’interno dei movimenti, al fine di informare, formare e prevenire.
Nella sessione conclusiva il cardinale Farrell ha rivolto ai presenti un accorato appello ad agire con responsabilità, dotandosi di ogni mezzo, così come richiesto e indicato dal Dicastero mediante l’apposita lettera circolare del maggio 2018, per riconoscere gli abusi, contrastarli e prevenirli, facendo leva sul potenziale formativo che è un compito proprio delle associazioni e dei movimenti ecclesiali. Il prefetto ha assicurato ai presenti: «La Santa Sede vi accompagna, è al vostro fianco in questa rinnovata chiamata a essere profetici, affinché nelle famiglie, nella società, nei luoghi ricreativi, nei contesti ecclesiali non abbiano più a insinuarsi e tantomeno a coprirsi comportamenti abusivi di alcun genere e si stabiliscano relazioni autenticamente evangeliche. Per adempiere a questa sfida educativa, non possiamo accontentarci di buone intenzioni. Occorre che ciascuna delle vostre associazioni riconosciute dalla Santa Sede predisponga gli strumenti necessari, formi persone idonee, competenti, costituisca un ufficio apposito, che sia reso noto a tutti, e di cui sia informato il Dicastero, affinché vi sia chi è in grado di ricevere le eventuali segnalazioni di abuso, di ascoltare le vittime, di indirizzare opportunamente ogni domanda, con la dovuta riservatezza, libertà e competenza».






domenica 4 agosto 2019

UNA MATERIA CHIAMATA EDUCAZIONE


CHE SIA CIVICA PER DAVVERO

di DANILO PAOLINI

In programma ci sono lo studio della Costituzione, delle istituzioni nazionali e dell’Unione Europea, la storia del Tricolore e del Canto degli Italiani, o Inno di Mameli. Ma anche l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, di cui finora, oltre ai lettori di Avvenire, in pochi purtroppo avranno sentito parlare con qualche continuità e profondità. E ancora tante altre tematiche fondamentali: da come diventare 'cittadini digitali' fino al rispetto dell’ambiente e all'educazione alla legalità.
Suona come un autentico 'libro dei sogni', la legge sulla reintroduzione dell’Educazione civica nelle scuole, approvata ieri in via definitiva dal Senato. 
E lasciamo stare il fatto che, secondo i critici, non lo sia affatto, visto che «mancano i fondi» (chi l’avrebbe mai detto) e che non ci sarà un insegnante dedicato, quindi la trasversalità rischia di disperdere e polverizzare i contenuti. Accantoniamo per un po’ queste osservazioni, che pure appaiono in tutto o in parte fondate, limitandoci all'auspicio che quel che c’è da migliorare venga migliorato. L’approvazione della legge resta infatti una buona notizia in sé. Non soltanto perché questo giornale sostiene da anni, accompagnando la battaglia disarmata di quel gran pedagogista che si chiama Luciano Corradini, la necessità di prevedere una seria Educazione civica nei programmi scolastici. Ma, in primo luogo, perché l’educazione civica, intesa come esercizio quotidiano, è una delle virtù di cui l’Italia ha bisogno e che tanti italiani sembrano aver perso per la strada in questi anni difficili. L’allarme rosso emerso dagli ultimi test Invalsi sul dilagare dell’analfabetismo funzionale tra i nostri studenti medi (non parliamo degli adulti, non per mancanza di dati statistici, ma per carità di Patria) va a braccetto con un analfabetismo civico, un deficit di cittadinanza, che è sotto gli occhi di tutti. E il disprezzo delle regole e delle norme, il bullismo (cyber e no), il sessismo, le discriminazioni di ogni genere, l’odio distillato goccia a goccia e assimilato quotidianamente, le fake news, sono figli dell’analfabetismo civico assai più che della non padronanza della nostra lingua.
Lo scopo dell’Educazione civica, come di altre discipline fondamentali (pensiamo alla Storia, alla Geografia) che in alcune scuole superiori vengono ormai incredibilmente trattate da materie 'minori', non è quello di sfornare adoratori acritici dello Stato, ma di formare – e Aldo Moro questo aveva in mente quando l’inventò nel 1958 – cittadini liberi, consapevoli dei propri diritti e doveri, rispettosi dei diritti degli altri e delle leggi. In grado, perciò, anche di contestarle o di cercare di cambiarle in maniera civile e democratica, le leggi, qualora non le ritengano giuste. «Conoscere per deliberare», è una celebre frase del presidente Luigi Einaudi che andrebbe recuperata e valorizzata, in un tempo in cui spesso delibera chi meno conosce.
Ma il voto di ieri al Senato è una buona notizia anche per come è arrivato: 193 voti favorevoli, 38 astenuti, nessuno contrario.
Alla Camera, in maggio, furono 451 i 'sì', 3 gli astenuti e zero i 'no'. Questo a dimostrazione che la politica può anche non essere il 'derby' permanente al quale ci hanno abituato la cosiddetta Seconda Repubblica e questa, sedicente, Terza. A dimostrazione, soprattutto, che il Parlamento conserva la sua centralità in quella che, fino a prova contraria, rimane appunto una Repubblica parlamentare.
Una bella lezione di Educazione civica, si direbbe, per i tanti (di ogni fazione) che da anni provano a smontare, neutralizzare o svilire tale istituzione, le sue funzioni, la rappresentanza del voto di tutti i cittadini (anche di quelli, per dirla con un gergo in voga, che hanno 'perso' le elezioni), l’autonomia dei singoli parlamentari «senza vincolo di mandato», come recita la Costituzione. Anche questo, speriamo, studieranno i nostri ragazzi. Il resto è una sfida che spetta alla scuola italiana. Una sfida decisiva, che non ci si può permettere di perdere: troppa è la strada da recuperare, troppi i cattivi esempi, troppi i pezzi da rimettere insieme.

da AVVENIRE

EDUCAZIONE CIVICA A SCUOLA - Approvata la Legge

Bentornata a scuola!

Ritorna l'educazione civica come materia obbligatoria, con tanto di voto in pagella e valutazione finale, nella scuola primaria e secondaria.

Il Senato della Repubblica, il 1° agosto 2019, ha approvato il seguente disegno di legge, già approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall’unificazione dei disegni di legge d’iniziativa di vari deputati appartenenti a diversi schieramenti politici.
Si attende la promulgazione della Legge.
Si prevedono delle iniziative di formazione per gli insegnanti "referenti".
In realtà, l'educazione alla "convivenza democratica", alla cittadinanza  e alla legalità è stata presente , in vario modo, nei programmi e nelle indicazioni nazionali, nei curricoli delle scuole e adeguatamente curata dagli insegnanti, sin dalla scuola dell'infanzia. Numerosi sono stati i progetti realizzati e le iniziative di formazione a riguardo. 
Comunque è necessario che tutta la comunità scolastica se ne faccia pieno e responsabile carico, sappia promuovere, oltre agli specifici apprendimenti, un clima che favorisca la maturazione di buoni e operosi cittadini e  l'esercizio quotidiano delle virtù civiche che orientano e sostengono il cammino di ogni persona e garantiscono la sua formazione integrale e, in tal modo, divengano patrimonio di ogni famiglia e dell'intera comunità cittadina.
Occorre, infatti,  evitare che l'educazione civica sia strumentalizzata o ridotta a un mero insegnamento di norme e ad una semplice valutazione di una generica "buona condotta", tanto per avere  la ... coscienza a posto.

Art. 1. (Princìpi)
 1. L’educazione civica contribuisce a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri.
 2. L’educazione civica sviluppa nelle isti­tuzioni scolastiche la conoscenza della Co­stituzione italiana e delle istituzioni dell’Unione europea per sostanziare, in particolare, la condivisione e la promozione dei princìpi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale e diritto alla salute e al benessere della persona. 

Art. 2. (Istituzione dell’insegnamento dell’educazione civica) 
1. Ai fini di cui all’articolo 1, a decorrere dal 1° settembre del primo anno scolastico successivo all’entrata in vigore della pre­sente legge, nel primo e nel secondo ciclo di istruzione è istituito l’insegnamento trasversale dell’educazione civica, che sviluppa la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società. Iniziative di sensibilizzazione alla cittadinanza responsabile sono avviate dalla scuola dell’infanzia. 
2. Le istituzioni del sistema educativo di istruzione e formazione promuovono l’inse­gnamento di cui al comma 1. A tal fine, al l’articolo 18, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226, le parole: « di competenze linguistiche » sono sostituite dalle seguenti: « di competenze ci­viche, linguistiche ». 
3. Le istituzioni scolastiche prevedono nel curricolo di istituto l’insegnamento trasversale dell’educazione civica, specificandone anche, per ciascun anno di corso, l’orario, che non può essere inferiore a 33 ore annue, da svolgersi nell’ambito del monte orario obbligatorio previsto dagli ordinamenti vigenti. Per raggiungere il predetto orario gli istituti scolastici possono avvalersi della quota di autonomia utile per modificare il curricolo.
 4. Nelle scuole del primo ciclo, l’insegna mento trasversale dell’educazione civica è affidato, in contitolarità, a docenti sulla base del curricolo di cui al comma 3. Le istituzioni scolastiche utilizzano le risorse dell’or­ganico dell’autonomia. Nelle scuole del secondo ciclo, l’insegnamento è affidato ai docenti abilitati all’insegnamento delle disci­pline giuridiche ed economiche, ove dispo­nibili nell’ambito dell’organico dell’autonomia.
 5. Per ciascuna classe è individuato, tra i docenti a cui è affidato l’insegnamento del­l’educazione civica, un docente con compiti di coordinamento.
 6. L’insegnamento trasversale dell’educa­zione civica è oggetto delle valutazioni pe­riodiche e finali previste dal decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62, e dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 giugno 2009, n. 122. Il docente coordinatore di cui al comma 5 formula la proposta di voto espresso in decimi, acquisendo elementi conoscitivi dai docenti a cui è affidato l’insegnamento dell’educazione civica. 
7. Il dirigente scolastico verifica la piena attuazione e la coerenza con il Piano triennale dell’offerta formativa.


sabato 3 agosto 2019

LA VITA NON DIPENDE DA CIO' CHE POSSIEDI

Pensate alle cose di lassù 

e non a quelle della terra!

 (Anno C) (04/08/2019)
Vangelo: Lc 12,13-21 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )
 
Visualizza Lc 12,13-21
L'evangelista Luca scrive che dalla folla che attornia Gesù si leva una richiesta: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità»; egli però risponde: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?» e continua dicendo: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Questa affermazione del Signore, nella sua disarmante semplicità e verità, ci mette tutti in questione poiché ci fa riflettere sul rapporto che abbiamo con i beni terreni.
Sorgono spontanee delle domande: in che cosa facciamo consistere la nostra vita? Su cosa la fondiamo? Spesso siamo tentati di farla dipendere dall'accumulo di ricchezze, come se queste potessero colmare la nostra sete di senso e di amore. E così accumuliamo beni per noi, senza tenere conto degli altri; anzi, finiamo per privarli di ciò che spetterebbe loro per avere di che vivere, come fa il ricco della parabola verso il povero Lazzaro (cf Lc 16, 19-31). Oggi, purtroppo, secondo statistica, muoiono ogni minuto trenta bambini per denutrizione, mentre ogni minuto si spendono milioni di euro per gli armamenti. Pensiamo anche a quante persone ricche, egoiste e avare spendono una enorme quantità di soldi per spese insignificanti! Tutto ciò avviene nella totale indifferenza della società. Anzi, più si accumula e più si è lodati dalla società perché tale comportamento viene considerato non un vizio bensì una pubblica virtù.
Gesù conosceva bene il cuore umano, luogo in cui nasce questa brama insaziabile di accumulare ricchezze (cf Mc 7, 22) e soprattutto sapeva che «l'avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (cf 1Tm 6, 10), che «è idolatria» (cf Col 3, 5), poiché implica un'adesione fiduciosa ai beni piuttosto che a Dio; in altre parole, questa smania di possesso ci allontana dal regno di Dio, impedisce a Dio di regnare sulle nostre vite. Ecco perché Gesù ha detto: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (cf Lc 6, 13); e di fronte al rifiuto della sua chiamata da parte di un uomo che possedeva molti beni, ha commentato: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!» (cf Lc 18, 24-25).
Nel salmo 49 si legge: «Non temere se un uomo arricchisce, se aumenta la gloria della sua casa. Quando muore, infatti, con sé non porta nulla né scende con lui la sua gloria» (cf Sal 49, 17-18). Nel narrare la parabola dell'uomo ricco che non sapeva dove mettere i propri raccolti, Gesù sembra riecheggiare queste parole. All'insensato che «nella prosperità non comprende» (cf Sal 49, 21) e vorrebbe addirittura disporre del futuro - «demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti!» - Gesù contrappone la voce di Dio che gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Ovvero: spesso accumuliamo ricchezze per difenderci dalla paura della morte, come se avere molti beni potesse impedire quell'evento che ci attende tutti al termine della nostra esistenza. E così rimuoviamo il confronto con la nostra morte; meditando con intelligenza su di essa potremmo invece riconoscere ciò che nella vita è veramente essenziale.
Domenica prossima ascolteremo che Gesù dice: «Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (cf Lc 12, 34). Il nostro cuore è rivolto alle cose di lassù o a quelle della terra?
Cerchiamo di fondare la nostra vita su Gesù Cristo, che è la nostra vera ricchezza. Impegniamoci ad essere aperti ai bisogni del prossimo. Non lasciamoci dominare dalla cupidigia e dall'egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a Dio, principio e fine di tutte le cose.


mercoledì 31 luglio 2019

CHIESA IN AMAZZONIA E SVILUPPO INTEGRALE UMANO: IMPEGNO PER LA DIGNITÀ' UMANA

Pubblichiamo l’articolo di padre Michael Czerny, sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e Segretario speciale del Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica, dal titolo "La Chiesa in Amazzonia e lo sviluppo umano integrale. Impegno profetico per la dignità di tutti gli esseri umani"

di Michael Czerny s.j.

Come il Buon samaritano, la Chiesa vuole mettere in atto il proprio impegno per la compassione e per la giustizia del Vangelo in Amazzonia. Essa è chiamata a osservare e comprendere, per poi aprirsi al dialogo e agire. Ecco la ragione per cui Papa Francesco ha convocato un Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica. Con l’aiuto del Sinodo, sarà possibile avviare delle azioni pastorali e ambientali in Amazzonia e riaffermare le modalità “dell’essere Chiesa” comportate da tali azioni.
Instrumentum laboris
Questa sollecitudine nell’impegnarsi viene assunta esplicitamente nell’ultimo capitolo dell’Instrumentum laboris (IL), che sintetizza le sfide e le speranze di una Chiesa profetica nella regione amazzonica. L’orizzonte in cui ci si muove, senza il quale non possono esistere vita e giustizia, è il fatto che «tutto è connesso», come Papa Francesco ha spiegato nell’enciclica Laudato si’ (138). Il sociale e il naturale, l’ambientale e il pastorale non possono e non devono essere separati. Compartimentalizzazioni riduttive - intellettuali e spirituali, imprenditoriali e politiche - hanno messo in pericolo la vita umana sulla Terra, casa comune dell’umanità.
Il Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica
Il prossimo Sinodo si impegna ad aiutare a risanare le violazioni in una parte del mondo dove le conseguenze delle idee errate e delle pratiche dannose hanno esiti particolarmente seri. È arrivato il momento in cui la Chiesa si confronti con questa problematica. Per questo, nel tema del Sinodo, troviamo le parole «Nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale», e il titolo dell’ultimo capitolo dell’IL è «Il ruolo profetico della Chiesa e la promozione umana integrale». Entrambi parlano di dimensioni o dinamiche che devono andare insieme nella missione della Chiesa: il suo ministero pastorale non va staccato dalla promozione umana e dall’ecologia integrale.
Terra disputata su più fronti
Come l’enciclica Laudato si’, con la sua esaustiva esposizione storica, scientifica, economica e pastorale, anche l’il offre una lunga analisi delle condizioni dell’Amazzonia. Nelle parole di Papa Francesco: «L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: il neo-estrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali» (Papa Francesco, Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù, 19 gennaio 2018). Aggiunge l’IL: «La molteplice distruzione della vita umana e ambientale, le malattie e l’inquinamento di fiumi e terre, l’abbattimento e l’incendio di alberi, la massiccia perdita della biodiversità, la scomparsa delle specie (più di un milione degli otto milioni di animali e piante a rischio), costituiscono una cruda realtà che chiama in causa tutti. La violenza, il caos e la corruzione dilagano. Il territorio è diventato uno spazio di scontri e di sterminio di popoli, culture e generazioni» (n. 23).
Minacce a popolazioni indigene
La situazione dell’Amazzonia ha diverse cause. Ci sono delle responsabilità locali e multinazionali che sostengono e incoraggiano investimenti, pubblici o privati, che hanno impatti devastanti sull'ambiente amazzonico e sui suoi abitanti. Tuttavia, un punto di partenza fondamentale è il fatto che le popolazioni indigene vedono minacciati i loro territori delimitati da interessi che li sfruttano, e spesso viene loro negato il diritto alla propria terra.
Violazioni al diritto internazionale
Questo costituisce una violazione del diritto e delle convenzioni internazionali. «La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (approvata il 13 settembre 2007), a cui il Papa ha fatto riferimento in diverse occasioni, contiene diritti importanti come quello all’autodeterminazione, in virtù del quale quei popoli decidono liberamente il proprio statuto politico e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale (art. 3). Nell’esercizio del loro diritto all’autodeterminazione, i popoli indigeni possono rivendicare l’autonomia nelle questioni riguardanti i loro affari interni e locali (art. 4). E dall’art. 6 della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sui popoli indigeni e tribali, del 1989, si ricava il loro diritto a non subire misure legislative o amministrative che li possano riguardare direttamente senza essere stati prima consultati “in buona fede e in forma appropriata alle circostanze”, affinché diano il proprio consenso previo, libero e informato» (Pedro Barreto s.j., Sinodo per l’Amazzonia e diritti umani: Popoli, comunità e Stati in dialogo, «La Civiltà Cattolica», 20 luglio 2019).
Un cammino di croce
In realtà, è proprio la disuguaglianza delle forze e, in molti casi, la flagrante mancanza di rispetto dei diritti costituzionali, oltre all’imposizione di un cosiddetto modello di sviluppo, che continuano a causare grande disarticolazione sociale, vulnerabilità, degradazione delle relazioni, migrazione, disoccupazione, violenza e fame in molte comunità indigene. La mancanza di riconoscimento, demarcazione e titolarità dei territori (una condizione sine qua non per la sicurezza, la stabilità della comunità e la sopravvivenza culturale) ha portato a un numero allarmante di morti a cause delle nuove malattie o di natura violenta. «Mettere in discussione il potere nella difesa del territorio e dei diritti umani è mettere a rischio la propria vita, aprendo un cammino di croce e martirio» (IL 145).
La difesa dei territori
L’IL pone l’esempio delle 1119 persone indigene che sono state uccise tra il 2003 e il 2017 solo in Brasile «per aver difeso i loro territori» (Cfr. Consiglio Indigenista Missionario, cnbb, Brasile, Relatório de violência contra os Povos Indígenas no Brasil – Dados de 2017, pp. 84ss, cfr. anche la presentazione di dom Roque Paloschi: «Na ausência da Justiça, a violência cotidiana devasta as vidas dentro e fora das terras indígenas», p. 9, Brasília 2018. ). In verità, in molteplici casi queste uccisioni sono da attribuirsi a ubriachezza, violenza domestica o liti tra persone. In generale, comunque, sono da considerarsi come conseguenze di cause tanto ambientali come sociali e strutturali, di problemi derivanti dalla mancanza di demarcazione dei territori e di invasione degli stessi da parte di potenti interessi esterni.
L’impegno della Chiesa
La Chiesa nel suo ruolo pastorale lavora in favore delle vittime e, nel suo ruolo profetico, si oppone agli abusi. È chiamata a essere «sostenitrice della giustizia e difensore dei poveri». Papa Benedetto XVI lo ha ricordato alla Conferenza di Aparecida nel suo discorso inaugurale (n. 395). La sua presenza è, in realtà, «un prisma che permette di identificare i punti fragili della risposta degli Stati, e delle società in quanto tali, davanti a situazioni urgenti, riguardo alle quali, indipendentemente dalla Chiesa, ci sono debiti concreti e storici che non si possono eludere» (Pedro Barreto S.J., art. cit.). Allo stesso tempo la Chiesa vede «con coscienza critica», come fa con ogni popolo tra i quali evangelizza, «una serie di comportamenti e realtà dei popoli indigeni che vanno contro il Vangelo» (il 144).
Un impegno profetico
I Pontefici, partendo da Papa Leone XIII alla fine del diciannovesimo secolo, il concilio Vaticano ii e la Dottrina sociale della Chiesa offrono chiare linee guida. In risposta a un modello dominante di società che produce esclusione e disuguaglianza, e un modello economico che uccide gli uomini e le donne più vulnerabili e distrugge la casa comune, la missione della Chiesa include infatti un impegno profetico per la dignità di tutti gli esseri umani senza distinzione, la giustizia, la pace e l’integrità del creato.
Rispetto, riconoscimento e dialogo
Come ha detto chiaramente Papa Francesco: «Credo che il problema essenziale sia come conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori. […] In questo senso dovrebbe sempre prevalere il diritto al consenso previo e informato» (Discorso ai rappresentanti di popoli indigeni, in occasione della 40° sessione del Consiglio dei governatori del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, Ifad, 15 febbraio 2017.) Anche a Puerto Maldonado, il Papa affermò: «considero imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri» (Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù, 19 gennaio 2018).
Ordine sociale
In Amazzonia, il “buon vivere” dei popoli indigeni dipende principalmente dalla demarcazione dei loro territori e dal suo scrupoloso rispetto. «La politica — ha detto san Giovanni Paolo II — è l’uso del potere legittimo per il raggiungimento del bene comune della società» (Discorso nel “Giubileo dei governanti e dei parlamentari”, 4 novembre 2000). Il compito fondamentale della politica è quello di assicurare un giusto ordine sociale, e la Chiesa «non può [e non] deve rimanere ai margini nella lotta per la giustizia» (EG 183, citando DCE 28). Così, la Chiesa è a fianco delle popolazioni indigene nella cura del loro territorio.
Evangelizzazione e promozione umana
Con tutte queste grandi dinamiche e sfide, minacce e promesse che sono presenti nella nostra mente e anche nella nostra preghiera, ricordiamo le parole di Papa Francesco che aprono l’ultimo capitolo dell’IL: «Dal cuore del Vangelo riconosciamo l'intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l'azione evangelizzatrice» (EG, 178).


Da   "L'Osservatore Romano" 


martedì 30 luglio 2019

AVER FIDUCIA PER CRESCERE E FARE CRESCERE


Il talento emerge se siamo circondati da persone che credono in noi


Accanto ai nostri talenti, anche l’atteggiamento (o abito mentale) che mettiamo in atto nei loro confronti è molto importante: se crediamo in noi stessi e nelle nostre capacità, avremo un’alta probabilità di riuscire a superare gli ostacoli. In questo processo costruttivo e positivo, le persone con cui ci relazioniamo giocano un ruolo molto importante: se gli altri credono in noi, sarà più facile far emergere i nostri punti di forza.
Di seguito, vogliamo riportarti un esempio, tratto dal protocollo introdotto dalla Geelong Grammar School (un prestigioso istituto superiore australiano) per insegnare il benessere ai propri studenti.
Durante la prima lezione del programma, agli studenti si chiede di scrivere una storia raccontando un momento in cui si sono sentiti al massimo delle proprie capacità. Successivamente, agli studenti viene sottoposto il VIA Signature Strenghts test, un test che permette di individuare i propri punti di forza personali (il test è gratuito ed è disponibile online). La maggior parte degli studenti scopre che nella storia che aveva scritto quei punti di forza erano protagonisti e questo permette loro di lavorare sui propri punti di forza, con la convinzione che questo lavoro li spingerà al massimo del proprio potenziale.
Prendere coscienza dei punti di forza (tutti noi ne abbiamo) è fondamentale, ma anche l’ambiente riveste un ruolo importante. Circondarsi di persone che conoscono i nostri punti di forza e che credono in noi e nei nostri talenti è il modo migliore per sviluppare un abito mentale forte. Non a caso, dopo aver fatto conoscere agli studenti della Geelong Grammar School i propri punti di forza, la lezione successiva è incentrata sulla costruzione di un “albero genealogico dei punti di forza“: gli studenti vengono invitati ad intervistare i propri familiari alla ricerca dei loro punti di forza, in modo tale da mappare i talenti della propria famiglia.
Prova a rispondere a queste domande:
  • Se dovessi descrivere i tuoi punti di forza, quali sarebbero?
  • E i punti di forza dei tuoi bambini?
  • Riesci a valorizzare questi punti di forza nella vita quotidiana?
  • Le persone che ti circondano conoscono i tuoi punti di forza? Li valorizzano?
Per ciascun punto di forza esistono delle attività che permettono di potenziarlo, allenando i nostri talenti e incrementando la nostra motivazione.
Stiamo lavorando per tradurre e adattare alcuni esercizi validati scientificamente per lavorare sui punti di forza.
A titolo di esempio ti suggeriamo di leggere le linee guida operative che abbiamo proposto per lavorare su uno dei 24 punti di forza esistenti (secondo la classificazione VIA): la perseveranza.