mercoledì 9 gennaio 2019

STARE ALL'APERTO A CASA E A SCUOLA: MIGLIORA LA SALUTE E L'APPRENDIMENTO. EDUCHIAMO POLLI IN GABBIA o AQUILE CHE VOLANO IN ALTO?

  1. Il tempo trascorso fuori migliora il sistema immunitario dei bambini
    L’aria fresca e l’esercizio che i bambini sperimentano durante il gioco all’aperto aiutano a rafforzare il loro sistema immunitario; bambini sani saranno studenti più forti. E quindi meno giorni di malattia porteranno come conseguenza più tempo per l’esplorazione e l’apprendimento.
  2. L’attività fisica svolta in natura, ha vantaggi rispetto all’esercizio compiuto al chiuso perché migliora il benessere mentale, riduce l’ansia, allevia lo stress e porta ad una maggiore salute generale, sia mentale che fisica. Questo può portare ad un approccio più rilassato alla formazione tradizionale.
  3. La possibilità di vedere, ma soprattutto di avere a disposizione elementi naturali, è direttamente collegata con il riposo dalla fatica mentale: le “Dosi di natura” infatti migliorano la concentrazione, portando ad un sostanziale aumento dell’attenzione.
  4. I giochi all’aperto stimolano la creatività. Giocare fuori porta a tutti i tipi di gioco creativo per i bambini. Usano la loro immaginazione e inventiva per creare giochi o scenari esterni con materiali naturali – bastoni, pietre, fango, foglie, ecc – e questo permette loro di esprimersi in un modo che non può essere replicato quando sono in casa.
  5. Il gioco all’aperto è un gioco non strutturato dove non ci sono regole, dove non c’è giusto o sbagliato. Quando si gioca fuori, i bambini possono solo scoprire, esplorare e conoscere il mondo a modo loro e alle loro condizioni. E apprendono a interagire con gli altri, valorizzando pienamente le proprie risorse, conquistando il senso del limite, maturamdo spirito di squadra e competenza organizzativa.
  6. I giochi all’aperto forniscono un’esperienza multisensoriale. Quando i bambini sono all’aperto, vedono, sentono, odorano e toccano le cose in un modo che non è possibile in casa. Usano il loro cervello in un modo unico, così come in un modo unico imparano a comprendere queste esperienze.
  7. Le attività all’aria aperta possono rafforzare l’apprendimento in classe. Uscire nel “mondo reale” per sperimentare nel concreto le lezioni apprese in classe permette ai bambini di fare collegamenti più significativi rafforzando nuovi concetti e idee. Si vogliono conoscere alberi o diversi tipi di nuvole? Andate fuori e esplorateli direttamente. I bambini saranno maggiormente in grado di capire e ricordare queste lezioni quando esse sono legate a esperienze di vita reale.
  8. Esplorare il mondo naturale introduce i bambini in tutti quei tipi di situazioni in cui essi hanno bisogno di usare le loro capacità di problem solving. Imparano cosa funziona e cosa non funziona, quando continuare a provare e quando fermarsi, e come fare scelte sicure: queste sono tutte importanti competenze di vita che si presentano quando si gioca all’aperto.
  9. Giocare all’aria aperta aiuta i bambini a sviluppare il rispetto per gli altri esseri viventi. Osservare piccoli animali correre nell’erba e sugli alberi, osservare gli uccelli alla ricerca di vermi in un campo, o esaminare come un bruco cammina su un marciapiede, sono tutte esperienze che insegnano ai bambini l’empatia e il rispetto per gli altri esseri.
  10. Se i bambini crescono interagendo con la natura, ci sono molte più probabilità che sviluppino in futuro un’etica di cura verso l’ambiente. L’esposizione fin dall’infanzia agli ambienti naturali è associata con un più grande interesse in una gestione ambientale responsabile ed ultimamente anche nell’intraprendere in futuro carriere professionali e hobby adulti connessi alla natura e all’ambiente.
  11. Giocare all’aperto è divertente!
    Arrampicarsi, saltare e correre fuori rende felici i bambini. Le attività all'aperto sviluppano autonomia, coraggio, acume, capacità di affrontare e gestire il rischio, competenza relazionale, agilità fisica e intellettuale ... E bambini felici sono studenti di successo. La gioia che comportano per i bambini le esplorazioni all’aperto si trasferisce anche ad altri aspetti della loro vita, sia in classe che a casa.
NON ABBIATE PAURA DI FAR VIVERE ATTIVITA' ALL'APERTO AI RAGAZZI, SIN DALLA PRIMA INFANZIA.
SE NON LO FATE PROVOCATE DANNO AGLI ALUNNI E .... A VOI STESSI!
I polli stanno in gabbia, come tanti alunni  che vivono sempre rinchiusi in aula o figli costretti a stare "sicuri"(?) tutto il giorno in casa.
 Le aquile volano in alto e hanno ampi orizzonti!
Non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento.

da: Saggezza - da PensieriParole.it

CORAGGIO E INTRAPRENDENZA PER CRESCERE E FAR CRESCERE BENE!









lunedì 7 gennaio 2019

LE SETTE PAROLE DEL 2019 - Ritornare ad essere popolari. Un invito per tutti

Il direttore della 'Civiltà Cattolica' legge i tempi di cambiamento e conflitto indicando come si può reagire. Ritornare a essere popolari: ecco le sette parole del 2019
La rivista dei gesuiti invita prima di tutto a riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire cioè la relazione naturale con il popolo
In questo tempo di cambiamenti e conflitti che ci sfidano, non possiamo correre il rischio di seguire ciò che leggiamo nel 'Gattopardo': «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Bisogna reagire. Una reazione alla quale possiamo dar forma considerando sette parole.
PAURA. Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti. Questa retorica evoca forze potenti, ma forse non ancora emerse dal profondo della società e dell’opinione pubblica. La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista. Ai leader religiosi coreani Francesco ha chiesto di usare «parole che si differenziano dalla narrativa della paura» e compiere «gesti che si oppongono alla retorica dell’odio ». E di recente ha pure affermato: «Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».
ORDINE. I rapporti tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina sono in ebollizione… alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che attualmente pare solo un gran disordine. Più che mai il disordine reclama anche una solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un «nuovo ordine mediterraneo».
MIGRAZIONI. I flussi migratori siano una delle priorità dell’Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l’Europa. Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.
POPOLO. Per i populismi che sperimentiamo oggi, la forza di una democrazia dipende dall’esistenza di un popolo relativamente omogeneo con un’identità precisa e riconoscibile fondata sulla coesione etnica. Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali co- stituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede. Ma non possiamo ridurre la questione del popolo a «populismo». La questione del popolo è una cosa molto seria. Scriveva il cardinale Bergoglio nell’anno 2010: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata o di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. È la volontà espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo ». Queste parole scritte dall’allora primate d’Argentina dopo le elezioni del 4 marzo 2010 suonano come l’ammonimento più urgente anche per l’oggi. Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei «caminetti» degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle... Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il 'popolo' in forma di «massa anonima». La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.
DEMOCRAZIA. Emerge anche in Europa l’ossimoro di democrazie che possono morire per mani di leader eletti democraticamente. Sembra ormai insostenibile il divario tra il carattere globale dell’economia, della comunicazione e, ancor più, della finanza e la dimensione solamente locale della democrazia, che rischia di divenire quasi solo una gestione amministrativa. Si è incrinata la fiducia nei sistemi democratico-liberali. Si ha perfino simpatia per una certa improvvisazione democratica che dà almeno il senso di appartenenza. La democrazia rappresentativa parlamentare è destinata dunque a estinguersi? Assolutamente no, ma la domanda di una «democrazia immediata », della quale si immagina che la rete possa essere luogo di azione e strumento, sembra averla messa in difficoltà. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?
PARTECIPAZIONE. Scriveva il Papa, sempre in quel testo del 2010, che occorre «recuperare l’effettività dell’essere cittadini ». Occorre trasformarsi «da abitante a cittadino». Questo è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei. Il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia» è stato uno dei temi forti del discorso di papa Francesco al terzo Incontro mondiale dei movimenti popolari del 2016. Il Papa li definiva «una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica », che non è la forma del «partito politico » e che è capace di esprimere «attaccamento al territorio, alla realtà quotidiana, al quartiere, al locale, all’organizzazione del lavoro comunitario».
Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino.
LAVORO. Pensiamo ai nostri giovani. I neet (not in education, employment or training) sono circa il 20% dei giovani italiani. 2/3 degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento neanche esistono. Oggi siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati. Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale. P er reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari».

*Direttore di 'La Civiltà Cattolica'

fonte: Avvenire





sabato 5 gennaio 2019

ABBIAMO VISTO SPUNTARE LA STELLA

Dal Vangelo secondo Matteo 
 Mt 2, 1-12
 
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: "E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele"».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Commento di don Roberto Rossi
 
E' l'Epifania del Signore. L'Epifania, che significa manifestazione del Signore, ha sempre rivestito un significato grande per i cristiani, perché celebra e realizza l'incontro tra Dio e l'uomo, tra la bontà e l'amore infinito di Dio che si fa conoscere e l'umanità che è sempre alla ricerca della luce e della salvezza, debole ma assetata di verità.
La liturgia presenta tre particolari manifestazioni di Gesù salvatore: la manifestazione ai magi, la manifestazione al battesimo del Giordano, la manifestazione alle nozze di Cana. Oggi celebriamo la prima, le altre nelle prossime domeniche.
Nella manifestazione o epifania ai Magi possiamo sottolineare alcuni elementi importanti.
* Dio ha manifestato tutto il suo amore all'umanità facendosi bambino; possiamo qui richiamare tutto ciò che abbiamo celebrato e meditato nelle feste natalizie. Dio che aveva parlato in molti modi nella storia ora si è fatto uno di noi, Lui è diventato l'Emanuele, il Dio con noi. "E' apparsa e si è manifestata la bontà di Dio, nel suo Figlio fatto uomo per la nostra salvezza". Ha scelto uno stile diverso dalla mentalità mondana: ha scelto la semplicità, la povertà, l'annientamento. I grandi della terra non se ne accorgeranno e per paura di perdere il loro potere umano diventeranno i persecutori, come ad es. Erode.
* Gesù si fa conoscere ai pastori, perché gente semplice; si fa conoscere ai magi, perché sono sapienti, ma umili, sempre alla ricerca della verità e del nuovo che lo Spirito di Dio può portare. Affrontano la fatica della ricerca, seguono i segni di Dio (la stella), ma chiedono aiuto anche a chi li può indirizzare, affrontano il sacrificio e i rischi della persecuzione. Ma Dio li ricompensa e risponde pienamente alle loro attese e si fa conoscere nella sua verità di Figlio di Dio Salvatore. Ed essi "credono" e adorano e tornano alla loro vita con la certezza di Dio nel cuore. Uno scrittore descrive così: "E raggiunto l'irraggiungibile, cantarono: Alleluia!"
* Questa epifania ai magi sottolinea il fatto che Gesù è venuto per tutti, che la sua salvezza è per tutti i popoli, che desidera farsi conoscere da tutti popoli perché tutti possano accoglierlo come il loro salvatore. Non c'è distinzione di razza o lingua... l'amore di Dio è per tutti, la sua salvezza è offerta in abbondanza e il cuore di chiunque cerca sinceramente la verità può conoscere il Signore, credere in Lui e trovare il lui il senso pieno della propria vita.
* Questo ci porta a lodare il Signore per il suo amore universale e ci coinvolge come credenti perché siamo chiamati a collaborare alla missione di Gesù e della Chiesa, per aiutare gli uomini nel cammino della fede, della ricerca, dell'incontro con il Signore. Noi, che abbiamo il dono della fede, non dobbiamo tenerla per noi, ma offrirla agli altri, a più gente possibile, con la preghiera, la testimonianza, l'impegno cristiano, l'aiuto materiale per l'evangelizzazione, perché si realizzi il progetto di Dio: "ti adoreranno Signore tutti i popoli della terra!"
* Per noi una particolare e continuata manifestazione di Gesù si ha nella liturgia. Dice S. Ambrogio: "Tu ti sei mostrato a me o Cristo, faccia a faccia. Io ti ho incontrato nei tuoi sacramenti". Soprattutto l'Eucarestia è l'epifania di Cristo, la suprema epifania. Essa non ci mostra solo il Gesù terreno che videro i magi, uomo tra gli uomini, ma il Gesù, morto e risorto, il Gesù Signore universale e glorioso. Lì è racchiusa la luce e la forza della Chiesa, lì ci è dato il pane del cielo, per la vita del mondo.
* Anche noi, bisognosi di verità e di salvezza perché deboli e peccatori, possiamo accogliere il dono di Dio, la sua manifestazione, la sua presenza che è grazia, forza, potenza di Dio nella vita di ciascuno e del mondo.




NAUFRAGHI

Pablo Picasso - Guernica

venerdì 4 gennaio 2019

INSEGNAMENTO RELIGIONE CATTOLICA - Il messaggio della CEI

Una risposta in ascolto

insegnamento religione cattolica
Rispondere sempre meglio alle aspettative di formazione personale, proposta educativa e approfondimento culturale, sollecitati dalla domanda di ascolto che viene dal mondo giovanile, evidenziata anche nel corso del Sinodo dei Vescovi. 
Proprio per le sue caratteristiche fondanti l’insegnamento della religione cattolica (IRC) intende infatti essere “un’occasione di ascolto delle domande più profonde e autentiche degli alunni, da quelle più ingenuamente radicali dei piccoli a quelle talora più impertinenti degli adolescenti”.
Questo il cuore del Messaggio della Presidenza della CEI all’approssimarsi della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nell’anno scolastico 2019-2020.
“Il Sinodo – spiega il Messaggio – ha anche constatato che, «se per molti giovani Dio, la religione e la Chiesa appaiono parole vuote, essi sono sensibili alla figura di Gesù, quando viene presentata in modo attraente ed efficace. 
In tanti modi anche i giovani di oggi ci dicono: “Vogliamo vedere Gesù”»”. E l’IRC “nel rigoroso rispetto delle finalità della scuola” e “senza fare proselitismo”, può “affrontare il discorso su Gesù” e “offrire un’occasione di confronto” lasciando che poi ciascuno “nell’intimo della propria coscienza”, possa “trovare risposte convincenti”.

In allegato il testo integrale del Messaggio:

LE SETTE PAROLE DEL 2019

 Ritornare a essere popolari:

 ecco le sette parole del 2019

Il direttore della 'Civiltà Cattolica' legge i tempi di cambiamento e conflitto indicando come si può reagire. La rivista dei gesuiti invita prima di tutto a riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire cioè la relazione naturale con il popolo
In questo tempo di cambiamenti e conflitti che ci sfidano, non possiamo correre il rischio di seguire ciò che leggiamo nel 'Gattopardo': «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Bisogna reagire. Una reazione alla quale possiamo dar forma considerando sette parole.
Paura. Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti. Questa retorica evoca forze potenti, ma forse non ancora emerse dal profondo della società e dell’opinione pubblica. La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista. Ai leader religiosi coreani Francesco ha chiesto di usare «parole che si differenziano dalla narrativa della paura» e compiere «gesti che si oppongono alla retorica dell’odio ». E di recente ha pure affermato: «Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».
Ordine. I rapporti tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina sono in ebollizione… alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che attualmente pare solo un gran disordine. Più che mai il disordine reclama anche una solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un «nuovo ordine mediterraneo».
Migrazioni. I flussi migratori siano una delle priorità dell’Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l’Europa. Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.
Popolo. Per i populismi che sperimentiamo oggi, la forza di una democrazia dipende dall’esistenza di un popolo relativamente omogeneo con un’identità precisa e riconoscibile fondata sulla coesione etnica. Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali co- stituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede. Ma non possiamo ridurre la questione del popolo a «populismo». La questione del popolo è una cosa molto seria. Scriveva il cardinale Bergoglio nell’anno 2010: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata o di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. È la volontà espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo ». Queste parole scritte dall’allora primate d’Argentina dopo le elezioni del 4 marzo 2010 suonano come l’ammonimento più urgente anche per l’oggi. Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei «caminetti» degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle... Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il 'popolo' in forma di «massa anonima». La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.
Democrazia. Emerge anche in Europa l’ossimoro di democrazie che possono morire per mani di leader eletti democraticamente. Sembra ormai insostenibile il divario tra il carattere globale dell’economia, della comunicazione e, ancor più, della finanza e la dimensione solamente locale della democrazia, che rischia di divenire quasi solo una gestione amministrativa. Si è incrinata la fiducia nei sistemi democratico-liberali. Si ha perfino simpatia per una certa improvvisazione democratica che dà almeno il senso di appartenenza. La democrazia rappresentativa parlamentare è destinata dunque a estinguersi? Assolutamente no, ma la domanda di una «democrazia immediata », della quale si immagina che la rete possa essere luogo di azione e strumento, sembra averla messa in difficoltà. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?
Partecipazione. Scriveva il Papa, sempre in quel testo del 2010, che occorre «recuperare l’effettività dell’essere cittadini ». Occorre trasformarsi «da abitante a cittadino». Questo è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei. Il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia» è stato uno dei temi forti del discorso di papa Francesco al terzo Incontro mondiale dei movimenti popolari del 2016. Il Papa li definiva «una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica », che non è la forma del «partito politico » e che è capace di esprimere «attaccamento al territorio, alla realtà quotidiana, al quartiere, al locale, all’organizzazione del lavoro comunitario».
Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino.
Lavoro. Pensiamo ai nostri giovani. I neet (not in education, employment or training) sono circa il 20% dei giovani italiani. 2/3 degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento neanche esistono. Oggi siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati. 
Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale. Per reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari».

*Direttore di 'La Civiltà Cattolica'
Fonte: Avvenire 




ANNO NUOVO. TANTE SPERANZE, TANTE ASPETTATIVE

Le troppe aspettative generano malumore 
di Mariolina Cerotti Migliarese 
 
L’ultimo rapporto del Censis ci parla di un Paese sfiduciato, incattivito, egoista; potremmo dire che emerge il quadro di un Paese in cui si respira aria di malumore.
Sul piano psicologico, l’umore è la colorazione di fondo che accompagna le nostre giornate e ci rende più o meno piacevole affrontarle. Quando prevale l’umore cattivo (il malumore), esso si frappone come un velo sgradevole tra noi e la nostra esperienza; è come un fastidioso rumore di fondo che altera la percezione e ci rende irritabili, scostanti e pronti al conflitto. La parola 'umore' ha trovato la sua prima applicazione nella medicina ippocratica, secondo la quale la salute del corpo dipende dall’equilibrio tra i diversi liquidi che lo governano: nel linguaggio, dunque, si rivela una continuità di significato tra l’esperienza del corpo e quella della psiche, che ci guida a leggere il mal-umore come una situazione di disequilibrio.
Un malumore così diffuso e cronico come quello che oggi respiriamo ci interroga dunque su quale sia il disequilibrio cronico che ci troviamo a vivere. La risposta non è univoca, e diverse credo siano le radici di questo disequilibrio; ma qui voglio metterne in evidenza una in particolare: la continua discrepanza tra ciò che ci viene promesso e ciò che riusciamo nella realtà ad ottenere. Ci troviamo in un mondo che ci promette fin da bambini iperboliche soddisfazioni: soddisfazioni incredibili dei sensi (con esperienze di piacere insospettate e travolgenti), soddisfazioni incredibili nella vita sentimentale (che ci farà conoscere un amore capace di saturare ogni desiderio), soddisfazioni nella vita sociale (con una visibilità altamente gratificante e alla portata di ciascuno). E ci viene detto, fin da bambini, che siamo speciali: dunque, ci meritiamo la fortuna che ci è promessa.
Tutto induce in noi un atteggiamento di credito. Siamo in credito perenne verso la vita: chi è nato in ambiente fortunato pretende la giusta risposta al suo essere 'speciale'; chi in ambiente sfortunato pretende un risarcimento che lo faccia partecipare al grande banchetto promesso. Con queste premesse, la vita non può che risultare deludente: la vita con le sue fatiche, le sue ombre, il suo bisogno di pazienza e attesa ci risulta del tutto insoddisfacente e non siamo in grado di apprezzare le gioie reali che ci regala continuamente. Siamo in perenne attesa della cosa 'speciale', stra-ordinaria, super-eccitante, super-soddisfacente. Siamo in attesa di una auto-realizzazione che non sappiamo bene cosa sia.
Ecco allora il malumore che consegue a tutte le piccole e grandi contrarietà che ogni giornata ci presenta: il traffico, il vicino scostante, la moglie (il marito) che invecchia, la salute che vacilla, le mille incombenze noiose della quotidianità.
Dov’è, per noi (per me, per te) quell’amore speciale e travolgente, dov’è quella sensazione 'che non hai mai provato prima', quel successo che ti cambierà la vita e che sembra debba trovarsi a portata di mano? Perché tutto questo sembra così vicino, ma riguarda sempre qualcun altro?
È come se venissimo continuamente preparati per qualcosa che non accade mai: caricati di aspettative su noi stessi e sul mondo, ma inutilmente. La vita trascorre come una promessa che non si realizza, lasciandoci perennemente insoddisfatti perché lontani dalla nostra vera natura: dai nostri sensi, non più capaci di vibrare in ogni esperienza; dall’oggi, perché aspettiamo sempre un ipotetico domani; dalla capacità concreta di generare vita e progetti, perché non siamo certi che saranno speciali come li vorremmo.
A queste condizioni la vita implode provocando stagnazione, e con essa una cronica sensazione di mal-umore: la vita che ristagna provoca infatti un malessere che è insieme della mente e del corpo, che sono così inscindibilmente connessi nella natura dell’uomo.