Il metodo oltranzista
della riconciliazione
comincia con la correzione
e culmina nella preghiera
Riflessione di don Massimo
Naro sulla liturgia della Parola nella XXIII domenica del tempo
ordinario (anno A)
EZ 33,1.7-9; Sal 94/95; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20
Nell’odierna pagina evangelica è illustrata una vera e
propria pedagogia della correzione, che via via si dimostra anche un metodo di
riconciliazione fraterna. La prima – la correzione – è finalizzata alla seconda
– alla riconciliazione – e, anzi, ne costituisce la premessa. A sua volta, la
riconciliazione esprime appieno la finalità autentica della correzione. La
quale, se rimane fine a se stessa, irreggimentata dentro il rigido schematismo
delle “regole”, rimane un inconcludente e – anzi – controproducente esercizio
di autorità.
Gesù, dunque, addita ai discepoli la “via da
percorrere” – questo significa, secondo il suo etimo greco, la parola “metodo”
– per mettere la vita della comunità al riparo da ciò che la può svilire e
mortificare dal suo di dentro: le reciproche incomprensioni, le liti intestine,
la prevaricazione degli uni sugli altri, lo scisma doloroso e la disgregazione
finale.
Per evitare tutto ciò, il Maestro di Nazareth insegna
un metodo “a oltranza”: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te
(ossia: se sbaglierà nei tuoi confronti, dato che qui la voce verbale greca
è hamartánein, sbagliare appunto, lasciarsi allucinare, prendere un
abbaglio), va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà (qui la voce
verbale greca è akoúein), avrai guadagnato il tuo fratello; se
non ascolterà (di nuovo akoúein), prendi ancora con te una o due
persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre
testimoni. Se poi non ascolterà (stavolta la voce verbale è parakoúein,
che significa fraintendere: se poi fraintenderà) costoro, dillo alla comunità;
e se non ascolterà (di nuovo parakoúein) neanche la comunità, sia
per te come il pagano e il pubblicano».
La correzione non è una manovra facile. A ostacolarne
il buon esito è il rischio del fraintendimento. Chi compie una “colpa” contro
il fratello, in realtà ne sta fraintendendo le azioni e le intenzioni: sta
prendendo un abbaglio, non per cattiveria, ma per un deficit di chiarezza, nel
suo modo di vedere le cose, ma probabilmente anche nelle cose stesse, per come
sono poste in essere attorno a lui. Pertanto, nell’ammonire chi sbaglia,
occorre estrema chiarezza. Innanzitutto, la chiarezza delle intenzioni, del
perché si rivolge a qualcuno un ammonimento. Quindi, anche la chiarezza delle
espressioni, dei modi, delle parole con cui si formula l’ammonimento. Se non si
pone attenzione a tutto questo, la correzione non ha successo, non raggiunge il
suo scopo, giacché tale scopo – cioè la riconciliazione – resta incomprensibile
a chi viene ammonito e – più a monte – incompreso da chi ammonisce. La postura
della correzione dev’essere la più dialogica possibile. Essa non deve imporsi,
ma proporsi. Non è il fine, ma uno strumento. Non è un’ingiunzione, bensì un
chiarimento. Per riuscire efficace, dev’essere motivata in nuce,
intrinsecamente, dalla speranza della riconciliazione.
Con lucido realismo Gesù mette in conto queste
difficoltà e le segnala ai suoi amici. Il metodo può incepparsi a ogni piè
sospinto. Il Maestro, tuttavia, incoraggia i discepoli a non demordere dal loro
impegno di costruire la riconciliazione. La quale si prospetta come la pace da
conquistare sconfiggendo la guerra e il corredo di errori che l’hanno causata:
le presupposizioni, le presunzioni, i pretesti, i risentimenti. Non bisogna
arrendersi mai, suggerisce Gesù a Pietro e agli altri suoi compagni. Nemmeno
allorché la persona che ha sbagliato (che ha preso l’abbaglio), imperterrita,
rifiuta ogni chiarimento e ogni tentativo di dialogo, sottraendosi al confronto
personale e alla verifica comunitaria, così isolandosi prima ancora di essere
isolato. Persino in questa estrema eventualità non ci si deve rassegnare al
fallimento. La via della riconciliazione non deve rimanere sbarrata. Perché non
è detto che chi resta isolato (scomunicato) abbia torto, o tutto il torto. Tra
le righe del brano matteano si può ravvisare, difatti, non solo la possibilità
di non riuscire – da parte dell’uno – a recepire nessun chiarimento, ma pure il
pericolo di non riuscire – da parte degli altri – a offrire alcun effettivo
chiarimento.
L’oltranzismo di Gesù non è dovuto a una marcata
attitudine diplomatica. Egli non è un negoziatore. Quando qualcuno gli chiede
di dirimere una questione d’eredità tra due fratelli, risponde che non spetta a
lui fare da giudice o da arbitro in mezzo agli uomini (cf. Lc 12,14). Egli,
piuttosto, viene per obbedire alla volontà di Dio Padre suo e per annunciare
tale volontà: «Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche
uno di questi piccoli si perda» (Mt 18,14). Questo versetto è immediatamente
precedente ai versetti riportati nella pagina evangelica che oggi ascoltiamo
nella liturgia della Parola. Esso dichiara il vero motivo per cui nella
comunità ecclesiale ci si deve impegnare a oltranza per chiarire come stanno le
cose e per realizzare la riconciliazione: non è semplicemente per vivere in
serenità tutti assieme – volemose bene, si direbbe in romanesco –,
ma per fare la paterna volontà di Dio, che consiste nel riscattare dall’errore
tutti, ma proprio tutti, senza lasciare nello smarrimento nessuno. Non a caso,
nei versetti ancora precedenti, l’evangelista riferisce brevemente la parabola
della pecorella smarrita da recuperare a ogni costo: «Che cosa vi pare? Se un
uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui
monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se
riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non
si erano smarrite» (Mt 18,12-13).
È, nondimeno, il motivo per cui riecheggia in questa
pagina la consegna fatta da Gesù a Pietro nei pressi di Cesarea di Filippo: «In
verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo,
e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo». Il contesto
pedagogico, in cui questo avvertimento viene ripreso, ne chiarisce il senso più
profondo ed esigente: il ruolo degli apostoli non ha un’indole poliziesca, il
loro compito non è di fare i gendarmi nella comunità credente, essi non devono
presiedere un supremo tribunale, ma escogitare – con inesauribile creatività
pastorale – ogni possibile accorgimento per favorire la comunione e per rompere
le catene che ci impediscono di correre gli uni incontro agli altri. Infatti, se
è pur vero che a perdersi è la persona che sbaglia, è altrettanto vero che
l’intera comunità, e ognuno in essa, ha la responsabilità ineludibile di far di
tutto per ritrovare chi s’è smarrito.
C’è qui l’eco di ciò che il Signore ordina a Ezechiele
nella prima lettura di questa domenica. Il profeta ha l’obbligo di avvertire
gli altri del pericolo mortale che corrono se non vivono secondo la volontà di
Dio: ne va della loro redenzione, che è la missione impegnandosi per la quale
anche il profeta sperimenta la sua personale salvezza. E c’è il riverbero della
seconda lettura, lì dove Paolo – scrivendo ai Romani – spiega che la legge di
Dio (la sua santa volontà, potremmo in questo caso intendere) si compie davvero
nell’amore vicendevole (agápē si legge nel testo greco). Perché la
carità rende capaci di interpretare correttamente le regole e le norme, di
rintracciare in esse il loro senso salvifico, dentro e – se necessario –
finanche oltre la loro lettera. Paolo, giustamente, annota a tal proposito:
«Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non
desidererai [la moglie o le cose altrui], e qualsiasi altro comandamento,
si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso».
I comandamenti che vietano ogni frattura della coesione comunitaria si
traducono, in positivo, nella spinta ad amare il prossimo come sé stessi. Come
a dire che la riconciliazione serve a tutti: a chi sbaglia, per non restare
isolato, e a chi è colpito dal suo errore, per non rimanerne incurabilmente
ferito.
Dio solo sa quanto difficile sia per noi riuscire ad
applicare questo metodo. Affidato ai nostri sforzi, esso potrà mille volte
risultare inefficace. Ma il percorso additato dal Maestro ai suoi discepoli
culmina in un approdo infallibile, che è l’appoggio di Dio Padre: «In verità io
vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere
qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove
sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». L’oltranzismo
di Gesù, a questo punto, si rivela con evidenza tutt’altro che meramente
diplomatico: è, semmai, orante. La preghiera interviene come punta di diamante
del metodo della riconciliazione: se la correzione è la prima – pur sempre
incerta – mossa da fare, l’invocazione dell’aiuto del Signore è certamente la
mossa vincente. Per questo la pace è, in definitiva, dono di Dio.


