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domenica 31 maggio 2026

UNO E TRINO

 


Il mistero 

del Dio cristiano: 

un solo Dio in tre Persone



Vangelo: Gv 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: 16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

Commento di Renato De Zan

1. Il testo di Gv 3,16-18 è un breve frammento del dialogo tra Nicodemo e Gesù (Gv 3,1-21). La Liturgia lo ha arricchito con l’aggiunta liturgica “In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo”. A una lettura attenta emergono con chiarezza tre “perché” (Gv 3,16c.17c.18e). La struttura narrativa, dunque, si snoda secondo una logica chiarissima: prima c’è la proposta di una verità operativa (Gv 3,16ab.17ab.18abcd) immediatamente seguita da una motivazione che spiega l’obiettivo della verità operativa. Il formulario evangelico proclamato nell’odierna liturgia è implicitamente trinitario: il Padre manda il Figlio per salvare il mondo attraverso la fede nel Figlio che è possibile solo con l’opera dello Spirito nell’uomo.

2. Sotto il profilo letterario la struttura del brano è concentrica. Il primo segmento (/a/) comprende quattro elementi: Dio + Figlio unigenito + perché + il verbo credere (“chiunque crede”). Il segmento centrale (/b/) è costituito da cinque elementi: Dio + Figlio + perché + due verbi in parallelismo sinonimico (non condannare // salvare). Il terzo segmento (/a’/), infine, comprende come il primo, quattro elementi: Figlio unigenito + Dio + il verbo credere ripetuto (“chi crede” / “chi non crede”) + perché. I due verbi “credere” sono accompagnati da una sentenza. Il primo (“chi crede”) è associato alla sentenza positiva: “Non è stato condannato”. Il secondo verbo (“chi non crede”) è associato alla sentenza negativa: “è già stato condannato”.

L’Esegesi

1. La formula evangelica è composto da tre frasi, in cui il Figlio è al centro dell’attenzione. Egli è donato/inviato da Dio per la salvezza e non per il giudizio. Gesù, infatti, disse: “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno” (Gv 12,47-48). Il Figlio è creduto dagli uomini e in questa fede c’è la salvezza. Nessuno, ovviamente, può credere senza l’azione dello Spirito: “Io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire «Gesù è anàtema», così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3).

2. Sfogliando le pagine della Bibbia non troveremo mai una definizione di Dio come si trova nel catechismo di Pio X (“Chi è Dio? Dio è l’essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”), fatto salvo una definizione indefinita: “Dio è amore” (1Gv 4,8.16). Secondo la sensibilità biblica il mistero di Dio si può avvicinare prestando attenzione a ciò che Dio compie nella storia. Il Padre e il Figlio e lo Spirito sono quel Dio che Mosé ha conosciuto come “il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà” (1a lettura: Es 34,4-6.8-9). Paolo, invece, lo conosce in modo molto preciso e con un tratto di gentilezza lo rende attore principale del suo saluto ai cristiani di Corinto: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2a lettura: 2 Cor 13,11-13).

3. In un opuscoletto qualcuno che pretende di essere testimone di Dio ha scritto che la dottrina della Trinità “deve risalire a circa 350 anni dopo la morte di Gesù Cristo. I primi cristiani, che furono ammaestrati da Gesù Cristo, non credettero dunque che Dio sia una Trinità”. A parte l’italiano zoppicante, l’affermazione è assolutamente falsa. Se è vero che nel testo biblico non esiste la parola “Trinità”, è però assolutamente vero che il testo biblico ne parla ampiamente in modo diffuso del Figlio, del Padre che lo ha mandato, e dello Spirito. Gesù ne ha parlato in modo diffuso ai suoi discepoli: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità”( Gv 14,16). Prima di salire al cielo in modo specifico ha affermato: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo…”. È, dunque, falso che Gesù non ne abbia parlato del mistero del Padre e del Figlio e dello Spirito.

4. La prima generazione cristiana conosceva molto bene il mistero. Paolo, infatti, saluta i cristiani di Corinto con queste parole: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13). La parola “Trinità” compare nel sec. II in Teofilo di Antiochia e nel sec. III d. C. in Tertulliano (nel “Adversus Praxean”). La verità della Trinità è stata rivelata da Gesù ai suoi e risale alle origini del cristianesimo.

Il Contesto Celebrativo

1.     La celebrazione liturgica della solennità della Ss. Trinità nasce molto tardi, all’inizio del secondo millennio, in Francia. La testimonianza più antica sembra risalire al monastero di Cluny. Papa Alessandro III (+1181), però, era del parere che già “in ogni domenica, anzi quotidianamente, viene celebrata la memoria (dell’Unità e della Trinità divina)”. La devozione popolare, invece, fu di avviso diverso. L’accolse, infatti, con devozione e la mantenne viva fino a quando il magistero non l’approvò e la estese a tutta la Chiesa (papa Giovanni XXII nel 1334).

2.      La Liturgia non svela la Trinità, ma la propone perché il credente contempli e adori. Quando il credente si pone di fronte a Dio in modo sincero, impara ad avere il senso del mistero e l’umiltà. L’uomo accoglie il mistero di Dio, senza la pretesa di analizzarlo come fosse un atomo della materia.

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martedì 23 dicembre 2025

GESU', CONSUSTANZIALE AL PADRE


 "Gesù Cristo 

Figlio di Dio.


 L'attualità

 del Concilio di Nicea"


 - di  IRENE CANE  

La fraternità della Madia ha accolto molte persone venute ad ascoltare Massimo Cacciari. Fr. Enzo Bianchi ha presentato Cacciari, non solo come filosofo, ma soprattutto come voce morale capace di interpretare in profondità il tempo presente. “Il suo intervento – ha ricordato Bianchi – si colloca nel cammino spirituale che ci conduce al Natale, ma affronta un tema che riguarda tutti, credenti e non, poiché tocca le radici stesse della cultura europea e della sua idea di umanità”. 

 Massimo Cacciari ha invitato a riflettere sul significato del Concilio di Nicea, considerandolo un evento decisivo non solo per la teologia cristiana ma per l’intera civiltà europea. A Nicea, infatti, sono state definite le sorti dell’essenza del cristianesimo, con la domanda fondamentale rivolta da Gesù ai suoi discepoli: «Chi credete che io sia?». Ed è proprio dal tentativo di rispondere a questa domanda, che si è aperta una frattura decisiva. 

 La controversia che condusse al Concilio nacque dal tentativo di definire il rapporto tra il Figlio e il Padre e trovò la sua espressione più radicale nella posizione di Ario, presbitero alessandrino, secondo il quale Gesù, pur essendo divino, non sarebbe Dio in senso pieno, ma una creatura generata dal Padre, a sua immagine e somiglianza, senza essere consustanziale a lui. 

Secondo Cacciari, questa impostazione difende l’unità assoluta di Dio, ma indebolisce il cuore dell’annuncio cristiano. Se il Figlio non è pienamente Dio, il cristianesimo perde la sua specificità: non avrebbe più senso chiamarsi “cristiani”, poiché la figura di Cristo si ridurrebbe ad un semplice strumento o intermediario del Padre. 

La decisione di Nicea, sostenuta in particolare da Atanasio il Grande, affermava invece l’omousia: Padre e Figlio sono della stessa sostanza, pur restando distinti come persone. Questa affermazione introdusse una concezione radicalmente nuova dell’unità. Non si tratta di un’unità astratta o monarchica, ma di un’unità che è relazione: Dio non è solitudine, ma comunione. Proprio questa impostazione rende necessaria la riflessione sullo Spirito, inteso come espressione della relazione viva tra Padre e Figlio. 

Secondo Cacciari, solo se il Figlio è pienamente Dio si può parlare di una salvezza autentica e di una reale divinizzazione dell’umano. 

Al tempo stesso, egli richiama un altro elemento essenziale del dogma: l’unità di Dio non è mai completamente dicibile, ma resta sempre oltre ciò che il linguaggio umano può esprimere. Dimenticare questo limite significherebbe ridurre la teologia ad un esercizio puramente razionale e smarrire il mistero che attraversa l’annuncio cristiano. 

 La soluzione di Nicea, conclude Massimo Cacciari, non offre una risposta semplice né rassicurante, perché afferma un paradosso che impedisce di ridurre Dio a uno schema logico chiuso. Dio è una relazione viva e, per questo, egli non si impone come potere assoluto: lascia spazio alla libertà, e quindi anche alla possibilità del rifiuto. 

In tal senso, Nicea ha inaugurato un’epoca in cui l’essere umano è chiamato a una relazione libera con Dio. Questa libertà può spingersi fino all’allontanamento e al tradimento, come nella parabola del figlio prodigo, ma non elimina mai la possibilità di un ritorno. L’attualità del Concilio di Nicea risiede proprio in questa visione della fede, come relazione libera e responsabile, che interpella l’umano di fronte al mistero di Dio senza costringerlo. Attendere il Signore nel nostro tempo. 

  Fonte: IL TORINESE 

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sabato 14 giugno 2025

UNO e TRINO

 


*Domenica 15 giugno*


Solennità 

della SS Trinità


Gv 16,12-15

 

Meditazione Di S.B. Card. Pizzaballa

 Nel brano di Vangelo di oggi (Gv 16,12-15) ascoltiamo che Gesù, parlando dello Spirito Santo, ripete per due volte un’espressione un po’ particolare. Dice infatti che lo Spirito “prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (Gv 16,14.15).

Per provare a comprendere ciò che Gesù vuole dirci con quest’espressione, facciamo un passo indietro e arriviamo ad un brano dell’Antico Testamento in cui vediamo una situazione opposta rispetto a ciò di cui Gesù sta parlando.

Il brano in questione è Genesi 3,1-12. Dio aveva appena creato l’uomo ed era entrato in dialogo con lui. Il brano è noto: Dio consegna all’uomo tutta la creazione bella che era appena uscita dalle sue mani e, attraverso il comando riguardo all’albero della conoscenza del bene e del male, gli chiede però di rimanere in un atteggiamento mite, l’atteggiamento di chi non possiede nulla, ma tutto accoglie come dono. L’atteggiamento filiale di chi sa di non essere il padrone di tutto.

Ad un cero punto, però, compare il serpente e anch’esso entra in dialogo con la donna. Riprende le parole di Dio, ma non lo fa rispettando il pensiero di Dio. Ci aggiunge parole sue: piccole parole, insidiose, che bastano a generare nella donna il sospetto che Dio sia diverso da come si era manifestato nel giardino.

Dio aveva detto che l’uomo poteva mangiare di tutti gli alberi del giardino, tranne uno (“Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino” - Gn 2,16-17); il serpente chiede se è vero che non devono mangiare di nessun albero del giardino (“È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?” - Gn 3,1). Le parole cambiano di poco, ma il senso cambia completamente.

Il serpente vuole separare l’umanità dal suo creatore, e lo fa dicendo parole che generano nel cuore dell’uomo una menzogna, un’immagine distorta di Dio. Ma non si tratta solo di un’immagine distorta di Dio. Ad essa, infatti, corrisponde un’immagine distorta dell’uomo, che cessa di essere una creatura amata, e vive nel senso di colpa, nell’inganno di chi deve riconquistare la benevolenza di Dio.

Quest’immagine rimane impressa nel profondo della memoria umana, e dilaga velocemente, come solo la menzogna sa fare. Per cui l’uomo diventa incapace di portare il peso della verità (“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” - Gv 16,12) e diventa schiavo di una menzogna, dalla quale da solo non riesce a liberarsi.

Cosa può portare di nuovo l’uomo alla verità di sé, alla verità di Dio? È ciò che Gesù descrive nel Vangelo di oggi.

Lo Spirito non fa come il serpente: non aggiunge nulla alle parole di Gesù e non toglie nulla. Non ci mette del suo, perché vive nella stessa realtà di Gesù, perché sa che sono parole vere, che bastano alla salvezza dell’uomo. Quelle parole sono anche sue.

Allora può prenderle, perché nella Trinità tutto è in comune, e ci si dona reciprocamente gloria prendendo l’uno dall’altro, senza timore. Se tutto è in comune, posso prendere ciò che è dell’altro e non gli tolgo nulla, anzi: così facendo, confermo la verità della comunione che ci unisce.

Per l’uomo questo modo di vivere è un peso, una fatica: se qualcuno ci toglie qualcosa ci sentiamo mancanti, defraudati.

Nella Trinità è il contrario. Allora l’opera di Dio è portarci pian piano dentro questo nuovo modo di vivere e di pensare, quello della comunione.

L’umanità che ascolta le parole menzognere del serpente si trova alla fine isolata, povera e dispersa.

L’umanità che accoglie le parole di Gesù, quelle che lo Spirito prende e fa vivere in noi, ritrova la verità di sé e la verità di Dio. La verità della comunione e dell’amore reciproco, che rende l’umanità ricca di bene, di relazioni, di vita.

Questa è la “cosa futura” di cui parla Gesù (“lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” - Gv 16,13): ci è data, ma va accolta ogni giorno, sta davanti a noi come l’unica cosa che non passa, che rimane anche quando tutto il resto viene meno.

 

+ Pierbattista

Patriarcato Latino di Gerusalemme

 

 

 

sabato 25 maggio 2024

UNO E TRINO


- Domenica 26 maggio 2024

 Solennità della SS Trinità

 

Vangelo: Mt 28, 16-20

Commento del Patriarca di Gerusalemme, Card. Pierbattista Pizzaballa

 

In questa festa della SS. Trinità ascoltiamo gli ultimi versetti del Vangelo di Matteo (Mt 28,16-20): è l’incontro del Risorto con i suoi discepoli, l’unico incontro raccontato dall’evangelista. Un incontro che coincide con un invio in missione, il mandato con cui Gesù invia i suoi discepoli a portare ovunque l’annuncio del Regno.

 Essendo un brano conclusivo, è anche un brano che fa da sintesi a tanti elementi centrali di questo Vangelo, e noi oggi ci soffermiamo su alcuni di essi.

 Il primo elemento lo deduciamo da un verbo importante, che in Matteo ritorna ben 57 volte, ovvero il verbo avvicinarsi (Mt 28,18): i discepoli raggiungono la Galilea, dove Gesù ha dato loro appuntamento tramite le parole delle donne (Mt 28, 10), ma è Gesù che si avvicina a loro, non viceversa.

 In effetti, la Galilea è il luogo dove Gesù si era già una volta, per primo, si era avvicinato alla loro vita, dove li aveva visti e li aveva chiamati. E, dopo la sua risurrezione, Gesù continua a fare sostanzialmente questo, a farsi vicino, ad incontrare, a cercare di instaurare una relazione.

 Con la sua vita e con la sua morte Gesù ha rivelato questo, ha rivelato il Volto di un Dio che si fa vicino. Un Dio che non rimane lontano dalla nostra vita, impassibile, ma si è messo in gioco, si è avvicinato.

 La Pasqua non ha interrotto questo cammino di avvicinamento, anzi, al contrario, l’ha reso possibile per sempre e per tutti, al punto che il nome stesso di Dio parla di questa vicinanza: nel Libro dell’Esodo, infatti, Dio si era rivelato a Mosè con il nome di “Io sono” (Es 3,14). Ma qui, alla fine del Vangelo di Matteo, Gesù completa questo Nome, lo rivela in modo definitivo, e dice che questo Nome è “Io sono con voi” (Mt 28,20). Noi siamo entrati nel nome stesso di Dio, facciamo parte di Lui, come se Lui non potesse più esistere senza di noi.

 E questo non per qualche giorno, non per un periodo, ma per sempre, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Per dire che non c’è un momento della storia, fosse il più buio e il più terribile, in cui Lui non è con noi, non si fa vicino, per portare insieme a noi il peso della vita, per aprire un cammino di speranza.

 Questo brano conclusivo, dunque, dice qualcosa di molto importante su chi è Dio, e su come questo Dio si è rivelato nella persona del Signore Gesù.

 Ma non solo. Dice anche qualcosa della comunità dei discepoli, e qualcos’altro ancora sull’umanità intera.

 La comunità dei discepoli che raggiungono la Galilea, a cui Gesù si avvicina, è una comunità molto particolare, perché è una comunità mancante e ferita.

 I discepoli non sono più dodici, ma sono undici (Mt 28,16), non solo perché uno è colui che ha tradito e si è allontanato, ma anche perché la sua assenza ricorda a tutti che tutti in qualche modo hanno tradito, hanno lasciato solo il loro Maestro nel momento della prova.

 In più, Matteo precisa che questa comunità è piena di dubbi (Mt 28,17), e fatica a riconoscere il suo Signore.  La comunità dei discepoli è una comunità imperfetta, e tale sempre rimarrà.

 Ma questo non impedisce al Signore di inviarla a tutti gli uomini, perché non dovrà annunciare se stessa, le proprie perfezioni e le proprie imperfezioni, ma solamente ciò che Gesù stesso ha fatto, ovvero avvicinarsi: Gesù li manda perché vadano tra la gente (Mt 28,19). Non devono aspettare che la gente vada da loro, ma dovranno esser loro a fare il primo passo, proprio come il Signore aveva fatto con loro.

 Tutti i popoli (Mt 28,19) sono destinatari di questo annuncio, perché tutti i popoli sono in attesa dell’incontro con il Signore. Un incontro che nessuno può darsi da solo, così come l’amore nessuno può darselo da solo, ma può solo esserci donato.

 L’incontro tra persone, il farsi vicini gli uni agli altri, questo sarà il luogo attraverso cui saremo immersi nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo e attraverso cui diventeremo discepoli del Signore Risorto, ovvero persone che imparano pian piano, giorno dopo giorno, a gustare il suo amore e a vivere in esso.

 + Pierbattista

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domenica 4 giugno 2023

LA TRINITA', SPECCHIO DELL'UNIVERSO



 

- di ERMES RONCHI

 

 "In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio»

Per dire la Trinità, Gesù usa nomi di famiglia, di casa, nomi che abbracciano e stringono legami: Padre, Figlio, Spirito buono, alito che fa respirare la vita. La festa della Trinità è l’annuncio che Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione, legame, abbraccio. Che ci raggiunge e ci dà il suo cuore plurale.

Allora capisco perché la solitudine mi pesa così tanto e mi fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con chi mi ama, sto così bene: perché realizzo la mia vocazione.

La Trinità è lo specchio del mio senso ultimo, e del senso dell'universo: tutto incamminato verso un Padre fonte di libere vite, verso un Figlio che mi innamora, verso uno Spirito che accende di comunione le nostre solitudini.

Anche l’autopresentazione di Dio sul monte Sinai, davanti al suo grande amico Mosè, ha nomi caldi: misericordioso, pietoso, lento all’ira, ricco di grazia e di fedeltà (Es 34,6).

Mosè è salito con fatica, due tavole di pietra in mano, e Dio sconcerta lui e tutti i moralisti, scrivendo su quella rigida pietra parole di tenerezza. E Mosè capisce e prega: “Che il Signore cammini in mezzo a noi, venga in mezzo alla sua gente. Non resti sul monte, guida alta e lontana, ma scenda e si perda in mezzo al calpestio del popolo”.

Tutta la Scrittura ci assicura che nel calpestio del popolo, nella polvere dei nostri sentieri, lo Spirito accende i suoi roveti e i suoi profeti; il Padre rallenta il passo sul ritmo del nostro; il Figlio è salvezza che ci cammina a fianco: «venuto non per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato» (Gv 3,17). Lui non condanna e neppure giudica: « Io non giudico! » (Gv 8.15). Parola dirompente, da ripetere alla nostra fede paurosa settanta volte sette! Io non giudico, né per sentenze di condanna, né per verdetti di assoluzione.

Posso pesare i monti con la stadera e il mare con il cavo della mano (Is 40,12), ma l’uomo non lo peso e non lo misuro: lo amo; non preparo né bilance, né tribunali, perché non giudico, io salvo.

“Dì loro ciò che il vento dice alle rocce, / ciò che il mare dice alle montagne. / Dì loro che una bontà immensa penetra l’universo, / dì loro che Dio non è quello che credono, /che è un vino di festa, un banchetto di condivisione / in cui ciascuno dà e riceve. / Dì loro che Dio è Colui che suona il flauto /nella luce piena del giorno, / si avvicina e scompare, e ci chiama alle sorgenti./ Dì loro l’innocenza del suo volto, /i suoi lineamenti, il suo sorriso. /Dì loro che Egli è il tuo spazio e la tua notte, / la tua ferita e la tua gioia. /Ma dì loro, anche, che Egli non è ciò che tu dici di Lui, che la sua tenda è sempre oltre...

 (Comm. Franc. Cistercense).

 ( Letture: Esodo 34,4-6.8-9; Daniele 3, 52-56; 2 Corinzi 13, 11-13; Giovanni 3, 16-18).

www.avvenire.it 

sabato 11 giugno 2022

PERICORESI. LA DANZA DI DIO


+ Dal Vangelo secondo Giovanni - 
Gv 16,12-15

- In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:

«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.

Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà». - 

 Commento di p. Paolo Curtaz

L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori attraverso lo Spirito che abbiamo ricevuto, scrive san Paolo. È grazie allo Spirito se ci siamo scoperti (ci stiamo scoprendo) agapetoi, amati dal Signore. E quando ci si scopre amati cresce la speranza, che è fiducia nel futuro, che è chiave di lettura e di svolta del presente. Siamo qui, tenaci discepoli dell’impossibile, stupiti testimoni dello stupore. Custodi del mistero nascosto nei secoli, chiamati a raccontarlo, a dirlo.

Noi sappiamo che Dio c’è, ed è bellissimo.

Non lo sappiamo perché siamo dei geni (figurarsi) ma perché lui, il Signore, si è raccontato. Come accade in una caccia al tesoro, di indizio in indizio, spinti dalla gioia. Perché il cristianesimo ha a che fare con Dio. E con la gioia.

E anche noi, come gli apostoli storditi dalle tante emozioni, masticati e fioriti, sappiamo che lo Spirito ci accompagna alla verità tutta intera. Perché non riusciamo a portare il peso di tutta la bellezza, di tutto l’amore che Dio vuole riversare su di noi. Lo facciamo a puntate, a pezzi, passo passo. Ed è grazie allo Spirito, dono del risorto, che i discepoli del Signore hanno scoperto una verità che ci lascia allibiti. Dio c’è, ed è una relazione d’amore.

Quale Dio

Ed è simpatico che questa banda di simpatici topoloni che è la Chiesa, non quella gossipara dei media e nemmeno quella descritta allo sbando e morente che si legge sui siti dei cattolici puri e duri, ma quel popolo di Dio santo e in conversione cui il risorto affida la costruzione del Regno (tenero), grazie allo Spirito Santo, si chieda ogni in quale Dio stiamo credendo. 

E anche se stiamo lentamente lasciando che la logica del mondo ci contagi (quanto mi irrita questa cosa!), che la politica (quella brutta, sinceramente) tratti la fede come oggetto contundente, che paranoie, fobie, approssimazioni si sostituiscano alla vita spirituale, il messaggio che ci viene consegnato rimane.

Noi non crediamo in Dio. Crediamo nel Dio di Gesù Cristo. È proprio un’altra questione, sinceramente. Un altro approccio. Io non ci sarei mai arrivato a Dio, se non mi fosse venuto incontro lui.

Il Dio mostruoso

Lo scrivo e lo dico spesso: mi sono convinto che tutti portiamo nel cuore un’immagine di Dio, anche chi crede di non credere. Non sempre bella, sinceramente: un’idea spontanea, inconscia, culturale, legata alla nostra educazione e nutrita da qualche distratto ascolto di predica o di catechismo. Dio c’è, certo, ma è incomprensibile, lunatico, inaccessibile.

Ti ama, si dice, ma poi se non lo ami, lui che ti vuole tanto bene, ti manda una bella disgrazia. È onnipotente, ma non difende il bambino venduto per prostituirsi. Né schianta il prete pedofilo che ne abusa. C’è, opera, ovvio. Ma non fa quasi mai il mio bene.  Meglio blandirlo Dio, non si sa mai. Meglio trattarlo bene, sperando che non ti capiti una disgrazia. E, a dirla tutta, forse io sarei capace di operare meglio di lui e di risolvere qualche bel problemino mondiale. Che so, infartando i dittatori ad esempio.

L’idea di Dio che portiamo nel cuore, siamo onesti, è mediamente orribile.     Finché è arrivato Gesù e ha sconvolto le nostre piccole idee di Dio. E ne ha parlato come nessuno ne aveva parlato e ha inviato lo Spirito perché, infine, capissimo.

Il Dio di Gesù

Gesù ci svela che Dio è Trinità, cioè comunione. Ci dice che se noi vediamo “da fuori” che Dio è unico, in realtà questa unità è frutto della comunione di un Padre/Madre che ama un Figlio e questo amore è talmente intenso da diventare una persona: lo Spirito Santo. Talmente uniti da essere uno, talmente orientati l’uno verso l’altro da essere totalmente uniti. Dio non è solitudine, immutabile e asettica perfezione, sommo egoista bastante a se stesso, ma è comunione, festa, famiglia, amore, tensione dell’uno verso l’altro.

Solo Gesù poteva farci accedere alla stanza interiore di Dio, solo Gesù poteva svelarci l’intima gioia, l’intimo tormento di Dio: la comunione, la sponsalità. Una comunione piena, un dialogo talmente armonico, un dono di sé talmente realizzato, che noi, da fuori, vediamo un Dio unico.

Dio è Trinità, relazione, danza, festa, armonia, passione, dono, cuore.

Allora finalmente capisco l’inutile lezione di catechismo di quando, bambino, vedevo il parroco tracciare sulla lavagna l’addizione: 1+1+1=1 e disegnava un triangolo equilatero. Tenero. Con l’amore medio che un bambino ha per la geometria si era infilato in un bel pasticcio! Oggi ho capito. Sbagliava operazione. In Dio 1x1x1=1.

Proprio perché il Padre ama il Figlio che ama il Padre e questo amore è lo Spirito Santo, che noi, da fuori, vediamo un’unità assoluta.

E a me?

Se Dio è comunione, in lui siamo battezzati e a sua immagine siamo stati creati; questa comunione ci abita e a immagine di questa immagine siamo stati creati. La bella parabola della Genesi ci ricorda di come Dio si sia guardato allo specchio, sorridendo, per progettare l’uomo. Ma, se questo è vero, le conseguenze sono enormi.

La solitudine ci è insopportabile perché inconcepibile in una logica di comunione, perché siamo creati a immagine della danza. Se giochiamo la nostra vita da solitari egoisti non riusciremo mai a trovare la luce interiore perché ci allontaniamo dal progetto.

Sartre diceva: “L’enfer c’est les autres”, Gesù ci ribadisce: “Siate perfetti nell’unità”. E se anche fare comunione è difficile, ci è indispensabile, vitale, e più puntiamo alla comunione e più realizziamo la nostra storia, più ci mettiamo alla scuola di comunione di Dio, più ci realizzeremo.

La Chiesa, va costruita a immagine della Trinità. La nostra comunità prende ispirazione da Dio-Trinità, guardiamo a lui per intessere rapporti, per rispettare le diversità, per superare le difficoltà. Guardando al nostro modo di essere, di relazionarci, di rispettarci, di essere autentici, chi ci sta intorno capirà chi è Dio e per noi l’idea di un Dio che è Trinità diventerà luce. Questo è il Dio che Gesù è venuto a raccontare. Quello di cui scommetto l’esistenza.

Quello che lo Spirito ci permette di conoscere e sperimentare, scoprendoci amati, entrando nella danza.

 Paolo Curtaz



 

LA TRINITA' : RELAZIONE INFINITA

IN DIO 

OGNI PERSONA VIVE 

L'UNA PER L'ALTRA

- Ven. Tonino Bello 

Carissimi fratelli,

l’espressione me l’ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt’altro che banale.

Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare del mistero della Santissima Trinità: e cioè che le tre Persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre relazioni sussistenti.

Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e comunque, per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici. Io, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto.

E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile…

Colsi l’occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra.

E sai come concludo? Dicendo che questo è una specie di marchio di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in ‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.

Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti.

Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per esempio: che l’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e che pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito.

Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle.

Ma forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente.

 Cari fratelli, lo so che la Trinità è molto più che una formula esemplare per noi, e che non è lecito comprimerne la ricchezza alla semplice funzione di analogia. Ma se oggi c’è un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero, è proprio quello della revisione dei nostri rapporti interpersonali.

Altro che “relazioni”. L’acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d’incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio. L’isola sperduta, più dell’arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più della esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l’altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente.

Coraggio.

sabato 15 gennaio 2022

IO, TU, L'ALTRO


- LA SFIDA DELLA FEDE 

E' DIVENTARE 

IL TU DELL'ALTRO -

- di Johnny Dotti

- Darsi il tu è impegnativo, noi facciamo come gli americani ma sbagliamo.

Il tu è una cosa seria.

La tradizione non era stupida nell’arrivare gradualmente al tu. La riduzione che c’è stata a causa dell’individualismo negli ultimi 80 anni è proprio una riduzione della ricchezza dei pronomi personali. Ogni persona è sei pronomi, ciascuno di noi è sei pronomi. Invece noi finiamo per giocare tutto tra l’io e il tu, peraltro immaginando che il tu è sempre l’altro. 

Mentre la sfida della fede è diventare il tu dell’altro.  Per me il Vangelo è tutto qui, in questa scommessa.

E va notato un altro elemento. Immaginiamo che la parte plurale – il noi, il voi, il loro – siano ‘persone’ e invece no: sono ‘persona’.  In lingua italiana, ma anche in quella tedesca, quella francese, inglese, cinese, eccetera, i pronomi personali sono ‘persona’.

Persona

La nostra persona è declinata in sei pronomi e questo, a ben vedere, è già scritto anche nella nostra biografia: abbiamo un nome e un cognome, il cognome è un ‘noi’, è un plurale.

Più vado avanti con gli anni più ho dei dubbi sull’io, perché l’esperienza concreta che facciamo nella vita è quella di essere il tu di qualcuno, o il ‘lei’ di qualcuno, o il ‘noi’ di qualcuno. L’individualismo ha ribaltato tutto e l’identificazione dell’uomo e della donna con l’individuo è una ferita mortale per l’umanità.

Noi abbiamo un’individualità, non siamo individui. E per questo la parola che io dono come gemma è tre. Tre è la struttura fondamentale della realtà.  Non è né uno né due, la realtà è uno e tre. La realtà della persona, la realtà della natura, la realtà di Dio è tre, cioè relazione radicale. Un papà e una mamma si danno già per un figlio, che ci sia o non ci sia biologicamente.

L’immaginario di un uomo e di una donna è quello di un figlio.  L’uomo senza il cosmo e senza Dio non esiste.  Oppure, antropologicamente, noi siamo intelletto, sentimento e spirito.

Torna il tre.

Questa è la tradizione cristiana e noi la stiamo completamente dimenticando. Viviamo in un tempo gnostico-manicheo, un tempo binario. Gli algoritmi, che hanno questa straordinaria potenza, sono binari. Sono 0 e 1.

La grande sfida per il cristiano è stare dentro questo mondo gnostico-manicheo, che è binario, che è bene e male, che è buono e cattivo, che è bianco e nero. E la nostra scelta deve sempre essere «o … o…». Scommettere sul tre è l’opposto, vuol dire «e… e…».

La Trinità è un «e…e…», la tensione tra il Padre e il Figlio genera lo Spirito.  È ciò che poi chiamiamo amore. La tensione tra un uomo e una donna genera un figlio.

Nella Genesi la tensione tra Dio e il cosmo genera l’uomo: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente».

Questa grandissima tradizione cristiana oggi è muta e oggi siamo finiti a immaginare che noi siamo il nostro io.  No! Un uomo non è il suo io.

Se fosse così non starebbe in piedi la Resurrezione, ad esempio. Chiediamocelo: ma noi forse resusciteremo con il corpo di quando avevamo 2 anni o 16 o 40? Quello che resuscita è il mistero di te.

Ciascuno è un mistero relazionale.

Infatti nel Vangelo nessuno riconosce Gesù ‘fisicamente’ dopo la Resurrezione.

I quadri del Rinascimento ci hanno ingannato rappresentando il Gesù Risorto simile al Gesù Crocifisso, questo ha cambiato il nostro immaginario. Nel Vangelo non accade così: la Maddalena non lo riconosce, Pietro non lo riconosce e neanche Giovanni.

Gesù Risorto viene riconosciuto solo nel momento relazionale, quando parla.

Non lo riconoscono in quanto individuo, ma in quanto persona. Gesù era radicalmente il tu dell’altro, e questa esperienza la si fa attraverso la parola, cioè attraverso l’amore.

Quando Gesù si manifesta come tu, lo riconoscono. Non sto parlando in astratto, questo discorso è «concreto», parola che è l’analogia di cattolico. In senso etimologico «concreto» è cum-crescere, far crescere insieme le cose.

Le dimensioni della realtà crescono insieme, in relazione.

La preghiera e il discernimento sono ciò che ci aiuta a sfuggire alla trappola della logica binaria. Possiamo anche definirla “esperienza radicale della propria fragilità”, questo è il discernimento quotidiano ed è ciò che fa dire a San Paolo: Quando sono debole è allora che sono forte. (2 Cor, 12,10). Fuori da una dinamica relazionale queste parole non hanno senso. Sono da matti, come anche felix culpa.

Cosa significano allora?  San Paolo dice che è esattamente il limite dell’io (debole) che dà la possibilità di accedere alla libertà del tu (forte).

Noi siamo il tu di Dio, questo è il punto di forza.

Anche Dante è uno che ha fatto questa esperienza spirituale e poi gli ha dato una forma incastonata nel tre: ha scritto tre cantiche, ciascuna composta di canti in terzine.

La tensione amorosa con Beatrice non era binaria, era un «e…e..». È l’essere capaci di stare dentro una relazione senza consumarla. Dovremmo impararlo anche nel matrimonio, a non ridurre tutto a un «o…o…».  C’è l’idea che il matrimonio sia l’incontro di due io, ma è una svista clamorosa perché due io si uccidono a vicenda.

Le tre tentazioni che Gesù vive nel deserto mettono alla prova proprio questo aspetto radicale. Sono le tentazioni fondamentali del figlio.

Il male non è da superare come prova di resistenza o di forza, ma proprio come tentazione che cerca di riportarti solo e soltanto al tuo io.  Lo scopo del male è mettere in discussione la figliolanza con Dio, che è relazione. Il male tenta di riportati solo e soltanto al tuo io.

Noi siamo un tu e siamo la libertà di essere il tu di Dio, il tu dei nostri fratelli, il tu di tua moglie, il tu dei tuoi figli, il tu degli amici e anche il tu del nemico.

Gesù è stato anche il tu del nemico. Vivere così è un pellegrinaggio spirituale bellissimo. Nel mondo binario, gnostico e manicheo, questo non è previsto. 

Anche rispetto a questo, insisto sul fatto che questa scommessa non è astratta, ma esperienziale.

Io vivo in una piccola comunità di famiglie da 35 anni e non abbiamo chiavi in casa.

Non è una scelta ideologica e neppure para-religiosa.  L’idea è che l’altro ti possa raggiungere in qualsiasi momento, perché l’altro ti salva.  È l’ospitalità.

L’ospite

Pensiamo a quello che accade nella Bibbia, Sara resta incinta quando Abramo ospita.  Quando usciamo da noi stessi, ci salviamo.  E non è un atto moralistico, è un atto di vita.

Se non ti apri all’altro, diventi rigido e immagini di essere l’artefice di te stesso.

L’ospite è il portatore dell’invisibile. Per il cristiano l’invisibile è addirittura più reale del visibile. Oggi nessuno ci crede più, perché ci limitiamo ad assorbire lo sguardo scientifico che osserva solo il visibile e ne dà informazioni basate su quantità e proporzioni. L’ospite invece porta l’imprevisto, l’impossibile, il non controllabile, la novità.

Siamo in relazione con questo mistero al punto che nella lingua italiana “ospite” si riferisce sia a chi ospita sia a chi è ospitato.  E qui ritorno alla persona che non è solo io-tu-egli, la nostra persona è anche noi-voi-essi.

Noi siamo una relazione radicale di pronomi, cioè di qualcosa che costituisce il nostro nome. La nostra libertà non è la libertà di scegliere, questo è un altro imbroglio del periodo post cartesiano. La libertà è essere ciò che si è chiamati a essere, è vocazione, è sentire che stai aiutando a venire al mondo il mistero di te. Libertà è mettersi nella condizione affinché Dio possa metterti al mondo.

È bellissimo!

Vivere, quindi, è nascere continuamente e quindi anche morire continuamente, cioè lasciar andare. Nella nostra tradizione il percorso esistenziale di tutte le preghiere è quella del pellegrinaggio.

Attorno abbiamo un sistema di pensiero che ci spinge alla consistenza, mentre invece la vita è esistenza, è un pellegrinaggio. C’illudiamo di consistere, e abbiamo rimosso il pensiero della morte. In questo senso la pandemia è un’apocalisse, cioè può essere una rivelazione. Dalle mie parti a Bergamo abbiamo visto migliaia di morti, non abbiamo potuto eludere l’incontro con sorella morte.  Noi crediamo che la morte vada combattuta, non è vero. Va combattuta la sofferenza, la miseria. Ma la morte è una compagnia, perché non c’è altra via per resuscitare.

Noi siamo vita, morte, resurrezione, eccoci di nuovo alla sfida cristiana del tre.