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sabato 18 aprile 2026

I PAPI E L'ATOMICA


 Le parole

 dei Successori 

di Pietro

 contro 

le armi nucleari


È dai tempi della tragedia provocata con i bombardamenti atomici sul Giappone dell’agosto 1945 che la Chiesa riflette sul rischio che l’umanità si autodistrugga.


-di Andrea Tornielli


Pio XII nel Radiomessaggio per il Natale 1955 parlò della minaccia nucleare spiegando che “non vi sarà alcun grido di vittoria, ma soltanto l’inconsolabile pianto della umanità, che desolatamente contemplerà la catastrofe dovuta alla sua stessa follia”. Nell’enciclica “Pacem in terris”, pubblicata subito dopo la crisi dei missili di Cuba, Giovanni XXIII, affermava a proposito dell’arma atomica: “Gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico”.

Nel giugno 1968 Paolo VI auspicava e invocava, “a nome dell’umanità intera”, il “bando totale delle armi nucleari” e il “disarmo generale e completo”. Mentre Giovanni Paolo II, nel febbraio 1981 da Hiroshima, gridava: “Il nostro futuro su questo pianeta, esposto com’è al rischio dell’annientamento nucleare, dipende da un solo fattore: l’umanità deve attuare un rivolgimento morale. Nell’attuale momento storico ci deve essere una mobilitazione generale di tutti gli uomini e donne di buona volontà. L’umanità è chiamata a fare un ulteriore passo in avanti, un passo verso la civiltà e la saggezza”. Nel maggio 2010 Benedetto XVI affermava: “Incoraggio le iniziative che perseguono un progressivo disarmo e la creazione di zone libere dalle armi nucleari, nella prospettiva della loro completa eliminazione dal pianeta”.

Papa Francesco, da Hiroshima, nel novembre 2019, ha ricordato che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune”. E ha aggiunto: “L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni tra i popoli della terra. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?”.

Papa Leone ha continuato sulla linea tracciata dal magistero di chi lo ha preceduto. Il 14 giugno 2025 al termine dell'udienza giubilare ha detto: “Si è gravemente deteriorata la situazione in Iran e Israele, e in un momento così delicato desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero, per edificare una pace duratura, fondata sulla giustizia, sulla fraternità e sul bene comune. Nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro”.

Poco più di un mese dopo, in un messaggio per l’80° anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ha scritto: “La vera pace esige che con coraggio si depongano le armi, specialmente quelle che hanno il potere di causare una catastrofe indescrivibile. Le armi nucleari offendono la nostra comune umanità e inoltre tradiscono la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”. Il 6 agosto, all’udienza generale, ricordando l’ecatombe provocata in Giappone dagli ordigni nucleari, ha lanciato questo appello: “Nonostante il passare degli anni, quei tragici avvenimenti costituiscono un monito universale contro la devastazione causata dalle guerre e, in particolare, dalle armi nucleari. Auspico che nel mondo contemporaneo, segnato da forti tensioni e sanguinosi conflitti, l’illusoria sicurezza basata sulla minaccia della reciproca distruzione ceda il passo agli strumenti della giustizia, alla pratica del dialogo, alla fiducia nella fraternità”.

L’attuale Successore di Pietro è tornato sul tema nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2026, affermando: “Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”.

Al termine dell’udienza del 4 febbraio 2026, Leone XIV ha dichiarato: “Domani giunge a scadenza il Trattato New START sottoscritto nel 2010 dai presidenti degli Stati Uniti e della Federazione Russa, che ha rappresentato un passo significativo nel contenere la proliferazione delle armi nucleari. Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace. La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”.

Infine, in un post dall’account ufficiale di Pontifex, il 5 marzo 2026, Papa Leone ha scritto: “Preghiamo insieme perché le Nazioni procedano a un effettivo disarmo, in particolare al disarmo nucleare, e perché i leader mondiali scelgano la via del dialogo e della diplomazia anziché la violenza”.

Queste sono le dichiarazioni del Pontefice, che continua a chiedere di smantellare tutti gli armamenti atomici esistenti in grado di distruggere l’intera umanità.

Vatican News

 

 

mercoledì 9 agosto 2023

SCUOLA, IN CAMMINO O ASFITTICA

SCUOLA/ Scelga se continuare a morire o seguire Leopardi e il Papa

-         di Corrado Bagnoli

-          

Alla Gmg che si è appena conclusa a Lisbona, il Papa ha citato il poeta portoghese Pessoa secondo cui “essere insoddisfatti è essere uomini”. Ai giovani che lo stavano a sentire ha poi detto “non dobbiamo aver paura di sentirci inquieti, di pensare che quanto facciamo non basti. L’incompletezza caratterizza la nostra condizione di cercatori e di pellegrini. Siamo in cammino. Non siamo malati, siamo vivi! Preoccupiamoci quando, al posto delle domande che lacerano, preferiamo le risposte facili che anestetizzano”.

 Forse aveva in mente anche un altro poeta, quel Leopardi che certamente potrebbe rispondere in pieno all’identikit del giovane contemporaneo fatto dal Papa. Viaggiatori, pellegrini, cercatori. E per questo costruttori del presente e del futuro.

 E gioiosamente pensando ad alcuni dei suoi ex alunni che stanchi e trasfigurati sarebbero scesi dal pullman che li riportava a casa dal Portogallo, il mio amico Giuseppe – che ormai sta in ferie sempre e non ha bisogno dell’estate per staccare dalla scuola – seduto al tavolo di uno dei pochi bar rimasti aperti in questo agosto cattivo, focoso, ventoso e piovoso, insieme a me e ad Alice – che le ferie invece le vede già finire e pensa al collegio del primo settembre – ha quasi cinicamente commentato: “Certo. Scuola permettendo”.

 Non stacca mai, neanche adesso che è in pensione. Non demorde e continua ad avere qualche perplessità. Con Alice che gli dà corda, anche se adesso la scuola è lei.

 Sì, risponde alla mia obiezione, sono io se mi lasciano essere la scuola. Ma non è mai così, è sempre meno così. A me viene in mente ancora Leopardi: non che si possa parlare di una sua teoria organica sulla scuola e sull’educazione – del resto non lo si potrebbe dire di niente che riguardi Leopardi – ma nello Zibaldone attacca una serie di riflessioni che sembrano calzare a pennello per l’occasione. Nei pensieri 264 e 266 dell’ottobre del 1820, il giovane inquieto e insoddisfatto Leopardi bolla la scuola dell’età classica come quella dell’indottrinamento: i maestri insegnavano le loro ricette e i discepoli le riproponevano tali e quali. Quelli più intelligenti andavano di maestro in maestro e poi si tenevano un po’ di posto per una loro invenzione, creando una scuola nuova, una cucina diversa. Nel suo tempo invece tutte le “scuole seguono gli stessi principii e non si diversificano, se non per la diversa disciplina che professano” : Leopardi, sempre acuto e profetico, osserva che essa è ormai giunta a una sorta di omologazione, a metodi didattici uniformati e addirittura a una formazione standardizzata per i nuovi maestri.

 Non sono forse le stesse cose che dice Alice della scuola di adesso? Preoccupata ancora di vedere un’estate in cui ministri e presidi si preoccupano di indicare linee programmatiche, giri di vite su condotta e comportamento, concorsi e chiacchiere su come riempire le cattedre e sistemare le cose. Ma le cose della scuola, dice Alice, non sono quelle di un’azienda, di un processo di produzione, in cui si possono immaginare formule per sistemare le cose. È agosto e siamo al bar e sappiamo bene che nessuno può dare risposte, ma magari si potrebbe cominciare a pensare in un modo diverso, tanto per capire da dove cominciare.

 Giuseppe allora mi chiede che cosa direbbe il giovane Leopardi – fa così perché un po’ lo ha infastidito il rumore intorno alla Gmg e ai giovani di cui mai a nessuno frega qualcosa fino al prossimo evento o al prossimo disastro – immaginando che se ne stia lì intorno al tavolo con noi, che cosa suggerirebbe?

 Ma lo sa bene anche lui che il poeta è pieno di contraddizioni, domande e inquietudini. E ha pochi consigli da dare. Comunque Leopardi riconosce in altri passaggi l’importanza di un esercizio frequente, della ripetizione, del persistente contatto con i testi che contribuiscono a creare il talento. Sembra che questo coincida con la didattica tout court: “L’insegnare non è quasi altro che assuefare” e “L’imparare non è altro che assuefarsi”. Leopardi sembrerebbe avere piena fiducia in una metodologia capace di plasmare la persona: l’assuefarsi ad assuefarsi leopardiano assomiglia un po’ a quell’imparare a imparare che viene raccomandato dai pedagogisti di oggi?

 Senonché, comunque, il suo giudizio generale sull’educazione è negativo, perché essa è basata su divieti e imposizioni, ed è addirittura contraria a quanto chiede la natura: il percorso educativo – e naturalmente parla del suo, della sua esperienza e per fortuna non è quella di tutti oggi alla scuola – è una specie di supplizio volto a negare le istanze belle e il desiderio di felicità che albergano nei giovani. Se da un lato il poeta sembra proclamare la necessità della scuola intesa come esercizio e ripetizione, dall’altro lato rivendica un’educazione come esperienza viva e libera che nessuna scuola sembra in grado di garantire.

 Attuale, profetico e problematico come sempre: ancora oggi, soprattutto oggi, la scuola deve scegliere se essere un percorso educativo improntato alla libertà o configurarsi come un semplice processo formativo il cui esito pare già scritto, quando va bene. La scuola deve decidere se è Alice e i suoi alunni, protagonisti come li vuole il Papa. O continuare a morire pensandosi altro.

 Il Sussidiario

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sabato 30 luglio 2022

UN GESTO, UN MESSAGGIO

IL PAPA IN CANADA'

La prossimità del Papa, specie negli incontri con le popolazioni indigene, è stato il segno distintivo del viaggio apostolico in Canada. Tanti i gesti che hanno sottolineato la dimensione penitenziale e di riconciliazione che Francesco ha voluto dare alla visita in terra canadese.

 

- di Alessandro Gisotti

 

“Un efficace processo di risanamento richiede azioni concrete”. Francesco lo aveva sottolineato concludendo il discorso alle delegazioni dei popoli indigeni del Canada, ricevute in Vaticano, la scorsa primavera. Il viaggio in terra canadese, affrontato con gioia dal Papa nonostante le difficoltà di deambulazione, si è contraddistinto proprio per quelle “azioni concrete” che sono i gesti. Atti che hanno preceduto o accompagnato le parole pronunciate dal Pontefice nel grande Stato nord-americano e, in particolare, i suoi richiami alla giustizia e al perdono come premessa di un autentico cammino di riconciliazione. In un qualche modo, si può affermare che il viaggio stesso sia stato un’azione concreta “dall’impatto enorme”, per riprendere l’affermazione del premier Justin Trudeau. Anche i giornali canadesi hanno pubblicato in questi giorni sulle loro prime pagine grandi foto che immortalavano tali gesti così significativi. Del resto, passati solo pochi minuti dall’arrivo a Edmonton, prima tappa della visita, il Papa aveva già compiuto un gesto tanto semplice quanto efficace per dare sostanza alla definizione “pellegrinaggio penitenziale” da lui indicata per questo viaggio apostolico: baciare la mano di un’anziana signora indigena, durante la cerimonia di accoglienza in aeroporto.

Ogni viaggio papale si può (anche) raccontare per immagini. Ciò vale forse ancora di più questa volta, tanto è stato forte il valore simbolico degli eventi e degli incontri a partire da quello di lunedì scorso a Maskwacis, che ha avuto un suo ideale raccordo con quello conclusivo a Iqaluit, con i giovani e gli anziani del popolo Inuit. Il Papa che, sulla carrozzina, prega silenziosamente nel cimitero della comunità di Ermineskin. Il Papa che bacia lo striscione rosso con impressi i nomi dei bambini morti nelle scuole residenziali e poi in piedi, senza l’ausilio del bastone, sta davanti al capo indigeno “Aquila dorata” che gli pone sulla testa un copricapo segno di rispetto e riconoscimento di autorevolezza. Ancora, quel gesto di riconsegna dei mocassini rossi, simbolo del dolore di tanti ragazzi indigeni, che gli erano stati donati in Vaticano quattro mesi fa. Particolarmente evocativa l’immagine di Francesco assorto in meditazione sulle rive del Lac Ste. Anne, un luogo che unisce nella devozione popoli indigeni e fedeli cattolici. Un’istantanea dal sapore evangelico che ci riporta alle sorgenti della fede e che, come ha poi sottolineato nell’omelia, ci fa immaginare un altro lago, a migliaia di chilometri di distanza, quello di Galilea inscindibilmente legato alla vita e alla predicazione di Gesù.

 Anche un gesto “ordinario” come la benedizione di un’immagine sacra qui assume un valore “straordinario”. Quando il Papa, nella chiesa del Sacro Cuore dei Primi Popoli, benedice la statua di Kateri Tekakwitha, la prima indigena nord-americana ad essere proclamata Santa, ci sta infatti dicendo che il lievito del Vangelo può, anzi deve, crescere e fecondare i popoli che incontra senza annullarne l’identità e il patrimonio culturale e spirituale, perché la fede si annuncia non si impone. C’è poi un gesto che non ha fatto i titoli dei giornali ma che dà testimonianza non solo del senso profondo di questo viaggio, ma di una delle direttrici portanti del ministero petrino: “la rivoluzione della tenerezza”. Giovedì, al termine della Messa nel Santuario di Sant’Anna di Beaupré, una mamma ha portato al Papa per farlo benedire il suo bambino, affetto da una grave malformazione. Un momento di grande dolcezza con il Papa che, non solo ha benedetto il bimbo, ma lo ha pure tenuto in braccio accanto alla madre. Anche in questa circostanza, come in tante altre durante il viaggio, la sedia a rotelle non ha ostacolato la prossimità alla gente. Anzi, questa condizione di fragilità ha reso - se possibile - ancora più vicino il Papa a quanti soffrono.

Francesco non è mai rimasto distante dal dolore delle persone che ha incontrato. Per ascoltare, ascoltare con il cuore - ci ha testimoniato tante volte - bisogna stare vicino al prossimo. Un atteggiamento che si è visto molto bene nell’incontro di ieri con gli ex alunni della scuola residenziale di Iqaluit, “ai confini del mondo”. Francesco si è seduto in mezzo a loro in una fila di sedie a forma di cerchio, ponendosi dunque “alla pari”. Arrivato fino a soli trecento chilometri dal Circolo Polare Artico, ha così ribadito concretamente con questo gesto che il pastore deve avere l’odore delle pecore, soprattutto di quelle più lontane e ferite.

Un viaggio quindi che ha visto intrecciarsi armonicamente - come i fili delle fasce colorate delle vesti degli indigeni - gesti e parole, discorsi e azioni concrete. Il gesto, parafrasando il noto mass-mediologo Marshall McLuhan (canadese e cattolico), si è così fatto messaggio. Un messaggio di amore e di riconciliazione.

 

Vatican News

 

 

 

venerdì 12 gennaio 2018

COMMISSIONE EUROPEA, IN PREPARAZIONE NUOVE NORME CONTRO IL BULLISMO

            

La Commissione europea sta progettando norme per contrastare siti web e messaggi social che diffondono contenuti illegali e incitano all’odio. Propaganda terroristica e messaggi razzisti, xenofobi e discriminatori sono all’attenzione della Commissione. Secondo quanto riferito dall’Osservatore Romano, per diminuire il fenomeno del c.d. “hate speech” è necessaria una più stretta cooperazione tra le autorità di controllo e gli amministratori dei social network.
In varie occasioni, Papa Francesco ha preso una decisa posizione contro bullismo e avversione al prossimo. Solo pochi giorni fa, il Pontefice ha incentrato la sua meditazione della Messa a Casa Santa Marta sul fenomeno del bullying rimarcando come intolleranza e prevaricazione si manifestino, purtroppo, anche nei bambini.
Il Santo Padre ha definito gli atteggiamenti ostili e prepotenti “una delle tracce del peccato originale, perché questo — aggredire il debole — è stato l’ufficio di Satana dall’inizio” sottolineando che in Satana non c’è compassione.

Anche nell’incontro con i ragazzi cresimati e cresimandi allo stadio Meazza-San Siro il 25 marzo 2017 Papa Francesco ha usato parole forti per spiegare ai ragazzi il danno e i traumi causati dal bullismo o dalle loro prepotenze: “Nella vostra scuola, nel vostro quartiere, c’è qualcuno o qualcuna al quale o alla quale voi fate beffa, voi prendete in giro perché ha quel difetto, perché è grosso, perché è magro, per questo, per l’altro? Pensate. E a voi piace fargli passare vergogna e anche picchiarli per questo? Pensate. Questo si chiama bullying. Per favore, per il sacramento della Santa Cresima, fate la promessa al Signore di mai fare questo e mai permettere che si faccia nel vostro collegio, nella vostra scuola, nel vostro quartiere. Capito?”.

www.zenit.org

giovedì 12 febbraio 2015

PAPA BERGOGLIO E DON MILANI

Uniti dall’anticonformismo

 di LORENZO FAZZINI

Solo convergenze parallele o addirittura affinità elettive? Tra queste Scilla e Cariddi potremmo porre il rapporto tra due celebri uomini di Chiesa di ieri e di oggi: Lorenzo Milani e Jorge Mario Bergoglio. Giuseppe Brienza, giornalista e saggista, si addentra in tale percorso nell’agile libretto “ Don Milani e Papa Francesco. L’attrazione della testimonianza (Cantagalli, pp. 152, euro 10).

Il punto di partenza è stata la sorprendente citazione che papa Francesco fece del priore di Barbiana durante l’incontro con il mondo della scuola in piazza San Pietro, il 10 maggio dello scorso anno: «Se uno ha imparato ad imparare – e questo è il segreto, imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! 
Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete: don Lorenzo Milani ». Sarebbe stato interessante scoprire da dove Bergoglio ha desunto la conoscenza dell’autore di Esperienze pastorali. Non ci è dato (ancora) sapere.

 È vero che, anche grazie al padre scolopio spagnolo José Luis Corzo (autore di Lorenzo Milani. Analisi spirituale e interpretazione pedagogica, Servitium), Milani è stato tradotto in lingua ispanica. Ma non si sa se sia stato per suo tramite, o per quale altra via, che Francesco ha conosciuto il Priore (avviso ai milaniani: da dove viene questa conoscenza?).

Sta di fatto che l’analisi di Brienza, conoscitore di Milani .........

Leggi: PAPA BERGOGLIO e DON MILANI

sabato 21 settembre 2013

IL VERO POTERE DELLA DONNA

IL VERO POTERE DELLA DONNA
Commento all'intervista del Papa
Un passo avanti. Nella continuità con i Papi che hanno preceduto Francesco, certo. Ma con elementi di novità che non possono essere sottovalutati. Così la filosofa Paola Ricci Sindoni invita a rileggere i passaggi dell’intervista apparsa su «Civiltà Cattolica» in cui papa Bergoglio esalta l’importanza del genio femminile. «Mi ha colpito – dice – l’insistenza sulla necessità di elaborare una specifica teologia della donna. È un tema già presente nel Magistero, ma mai dichiarato in modo tanto esplicito da un Papa».
 Quale prospettiva si apre a questo punto?
«Di metodo, anzitutto. Una teologia della donna non può essere pensata in maniera astratta dagli uomini, né tanto meno rielaborata in termini di mera rivendicazione femminista. Da un lato c’è il rischio di un linguaggio che, nella sua genericità, non contiene la ricchezza della differenza perché, in sostanza, non ne tiene affatto conto. Sull’altro versante, c’è la deriva di quello che il Papa definisce “machismo in gonnella”».
 Vale a dire?
«È la trasposizione meccanica delle forme di potere maschile in ambito femminile. O, se si preferisce, la confusione tra la funzione svolta e la dignità delle differenza. A farne le spese è sempre la specificità dell’essere umano nella sua natura duale di maschile e femminile. L’orizzonte al quale il Papa fa riferimento è questo».
 Con quali conseguenze pratiche?
«Immagino una maggior collaborazione fra l’elemento petrino, maschile, della Chiesa, e quello mariano, prettamente femminile. Quando Francesco afferma che le donne devono essere chiamate a partecipare alle decisioni, quella che si delinea è un’integrazione fra struttura e profezia, fra organizzazione e missione. Il pensiero della differenza, se autentico, genera distinzione, ma non separazione. E tanto meno opposizione».
 Una Chiesa più sinodale in quanto più femminile?
«Senza dubbio meno gerarchica e meno interessata alla logica del potere declinato in senso maschile. Qui l’apporto del genio femminile è davvero determinante: per la donna il potere è il possum, l’apertura alla possibilità. Il limite di molta teologia femminista sta nel non accettare questa peculiarità, interpretando come limite quello che è, al contrario, un valore irrinunciabile. Proprio perché non partecipa del “potere” comunemente inteso, la donna ha il “potere” di testimoniare un nuovo modello ecclesiale, che in questo momento ci si presenta come uno dei frutti maturi del Concilio».
 Nell'intervista  papa Francesco parla molto anche del ruolo delle donne nella sua famiglia.
«Sì, è un tocco di concretezza, che lascia intendere come la famiglia possa essere il primo luogo in cui la differenza fra maschile e femminile viene vissuta in tutta la sua bellezza, in tutta la sua forza profetica e comunitaria».
 Alessandro Zaccuri
 www.avvenire.it


giovedì 14 marzo 2013

PAPA FRANCESCO, UN GRANDE CARISMA



Papa Francesco, un grande carisma
 


L’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) rivolge un caloroso saluto a sua Santità che, sin dalle prime parole, ha esercitato il suo carisma pastorale, riorientandoci al valore della preghiera, dell’umiltà, della fratellanza e comunione nella carità.
Ci uniamo a tutta la Chiesa nel dare il benvenuto a Papa Francesco che, con semplicità, ha invitato l’intera piazza S. Pietro a pregare per lui, emozionando i fedeli quando, durante un silenzio orante, si è inchinato per ricevere in dono la vicinanza spirituale dei credenti nella Sua missione petrina.

Papa Francesco, Vescovo della Chiesa di Roma, da oggi sarà guida e riferimento per la nostra azione associativa che come carisma particolare si dedica alla formazione dei docenti e dirigenti di scuola, attingendo pensiero e forza dal Vangelo e dal Magistero.

L’AIMC si unisce alle parole già espresse dal Pontefice Emerito Benedetto XVI, rivolgendo al nuovo pontefice “incondizionata reverenza e obbedienza”.

A Lui la nostra preghiera e la nostra vicinanza.

La presidenza nazionale AIMC
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Il papa desiderato
                                                                                                                   di Ambrogio Ietto
Il papa che desideravamo un po’ tutti è arrivato. Viene da Buenos Aires, la capitale argentina con quasi tre milioni di abitanti, in un’area di circa 13 milioni di residenti. Si chiama Jorge Mario Bergoglio. Non era dato tra i possibili successori del grande, umile, coraggioso Benedetto XVI ma proprio il neo pontefice era stato considerato uno dei candidati più in vista per l’elezione a successore di Pietro nel conclave del 2005 che, invece, scelse Joseph Ratzinger. Indiscrezioni partecipate da ambienti curiali indicarono Bergoglio come il secondo votato in quell’occasione.
Da questa sera egli è il nuovo vescovo di Roma e, soprattutto, si colloca nella storia come il 266° papa della Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Discendente da famiglia piemontese, originaria di Portacomaro Stazione, una delle numerose frazioni di Asti, distante circa 7 chilometri dal comune capoluogo.
Si sa che sono circa tre milioni i piemontesi emigrati in Argentina, residenti, in particolare, nelle province di Cordoba, Santa Fè, Mendoza e Buoenos Aires dove il neopontefice nacque il 17 dicembre 1936.........









venerdì 1 marzo 2013

LA PEDAGOGIA DELL'UMILTA'




La pedagogia dell’umiltà
                                            
 Ambrogio Ietto

28 febbraio 2013, ore 20: Benedetto XVI è entrato nella storia della Chiesa e dell’umanità come pontefice dimissionario. I nostri nipoti, ora non pienamente consapevoli di questo straordinario atto compiuto dal 265° successore di Pietro, avranno modo di analizzare questa decisione alla luce degli eventi che si succederanno per caratterizzare, speriamo in meglio, questo primo secolo del terzo millennio.
Non ci sarà un secondo Dante Alighieri disponibile a collocare nell’Antinferno Joseph Aloisius Ratzinger e a dedicargli quel ‘ colui che fece per viltade il gran rifiuto ‘,  concesso, così si ipotizza, al suo predecessore Celestino V, elevato poi a santo da papa Clemente V. Sono trascorsi oltre sette secoli dalla rinuncia al papato da parte di Pietro da Morrone che si imbatté in difficoltà proprie di quel periodo storico.
Il papa emerito Ratzinger  ha dato l’annuncio della straordinaria e sofferta decisione al Concistoro  convocato per canonizzare gli ottocento abitanti di Otranto uccisi il 14 agosto 1480 dai turchi per essersi rifiutati di convertirsi all’Islam. In quello stesso giorno la Chiesa Cattolica celebra Nostra Signora di Lourdes ma anche la ricorrenza dei Patti Lateranensi, gli accordi che sancirono l’avvenuta conciliazione delle relazioni tra Santa Sede e Stato italiano, ponendo così fine alla cosiddetta questione romana.
Tra l’11  febbraio scorso ad oggi centinaia sono stati i contributi redatti da vaticanisti, storici, filosofi, giornalisti, politici che hanno cercato, alla luce di eventi anche straordinariamente gravi per la stessa Chiesa, di trovare più fondate motivazioni giustificative dell’eccezionalità dell’atto compiuto.
Molto umilmente, senza essere tentato dal collocarmi nelle categorie richiamate, ritengo che a fondamento della decisione ci sia stata la serena consapevolezza, che scaturisce soltanto dalla sorgente fresca e generosa della Fede, della sproporzione oggettivamente verificata tra la complessità dei problemi che investono l’umanità planetaria del nostro tempo e della stessa comunità ecclesiale e la sofferta constatazione della fragilità del proprio corpo.
La verifica è avvenuta nel corso di un lungo, travagliato dialogo tra l’uomo Ratzinger e l’entità soprannaturale del divino, reso sicuramente forte e partecipato grazie al collante unico della Fede. La scelta compiuta, di certo coraggiosa e sofferta, supera decisamente  il migliore  trattato possibile di pedagogia dell’umiltà.
Ha segnato le nostre coscienze più dell’ipotetica  dipartita fisica del pontefice tedesco e, ne sono certo, ha fatto un  gran bene alla Chiesa, ai credenti e, soprattutto, ai non credenti.
Da qualche giorno leggiamo ed ascoltiamo le espressioni amare dei tanti politici non riconfermati nel mandato parlamentare ricoperto in precedenza. 
Traspaiono accuse, delusioni, risentimenti. Nessuna dichiarazione che lasci percepire serena accettazione del responso delle urne e disponibilità a comprendere che ‘sic transit gloria mundi’.
Papa Ratzinger, invece, potenzierà la sua Fede con la preghiera che costituisce la più alta espressione dell’umiltà e della fragilità umana.