venerdì 1 marzo 2013

LA PEDAGOGIA DELL'UMILTA'




La pedagogia dell’umiltà
                                            
 Ambrogio Ietto

28 febbraio 2013, ore 20: Benedetto XVI è entrato nella storia della Chiesa e dell’umanità come pontefice dimissionario. I nostri nipoti, ora non pienamente consapevoli di questo straordinario atto compiuto dal 265° successore di Pietro, avranno modo di analizzare questa decisione alla luce degli eventi che si succederanno per caratterizzare, speriamo in meglio, questo primo secolo del terzo millennio.
Non ci sarà un secondo Dante Alighieri disponibile a collocare nell’Antinferno Joseph Aloisius Ratzinger e a dedicargli quel ‘ colui che fece per viltade il gran rifiuto ‘,  concesso, così si ipotizza, al suo predecessore Celestino V, elevato poi a santo da papa Clemente V. Sono trascorsi oltre sette secoli dalla rinuncia al papato da parte di Pietro da Morrone che si imbatté in difficoltà proprie di quel periodo storico.
Il papa emerito Ratzinger  ha dato l’annuncio della straordinaria e sofferta decisione al Concistoro  convocato per canonizzare gli ottocento abitanti di Otranto uccisi il 14 agosto 1480 dai turchi per essersi rifiutati di convertirsi all’Islam. In quello stesso giorno la Chiesa Cattolica celebra Nostra Signora di Lourdes ma anche la ricorrenza dei Patti Lateranensi, gli accordi che sancirono l’avvenuta conciliazione delle relazioni tra Santa Sede e Stato italiano, ponendo così fine alla cosiddetta questione romana.
Tra l’11  febbraio scorso ad oggi centinaia sono stati i contributi redatti da vaticanisti, storici, filosofi, giornalisti, politici che hanno cercato, alla luce di eventi anche straordinariamente gravi per la stessa Chiesa, di trovare più fondate motivazioni giustificative dell’eccezionalità dell’atto compiuto.
Molto umilmente, senza essere tentato dal collocarmi nelle categorie richiamate, ritengo che a fondamento della decisione ci sia stata la serena consapevolezza, che scaturisce soltanto dalla sorgente fresca e generosa della Fede, della sproporzione oggettivamente verificata tra la complessità dei problemi che investono l’umanità planetaria del nostro tempo e della stessa comunità ecclesiale e la sofferta constatazione della fragilità del proprio corpo.
La verifica è avvenuta nel corso di un lungo, travagliato dialogo tra l’uomo Ratzinger e l’entità soprannaturale del divino, reso sicuramente forte e partecipato grazie al collante unico della Fede. La scelta compiuta, di certo coraggiosa e sofferta, supera decisamente  il migliore  trattato possibile di pedagogia dell’umiltà.
Ha segnato le nostre coscienze più dell’ipotetica  dipartita fisica del pontefice tedesco e, ne sono certo, ha fatto un  gran bene alla Chiesa, ai credenti e, soprattutto, ai non credenti.
Da qualche giorno leggiamo ed ascoltiamo le espressioni amare dei tanti politici non riconfermati nel mandato parlamentare ricoperto in precedenza. 
Traspaiono accuse, delusioni, risentimenti. Nessuna dichiarazione che lasci percepire serena accettazione del responso delle urne e disponibilità a comprendere che ‘sic transit gloria mundi’.
Papa Ratzinger, invece, potenzierà la sua Fede con la preghiera che costituisce la più alta espressione dell’umiltà e della fragilità umana.

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