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mercoledì 5 agosto 2026

UNA SPERANZA INCREDIBILE

 


Incontro con

 Domenico Battaglia

Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla”. 

Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ultimo cardinale creato da papa Francesco, uomo del dialogo, attento agli scartati della nostra società, agli ultimi. L’abbiamo incontrato. 

Buongiorno vescovo don Mimmo, come sta? Posso chiamarla don Mimmo? 

Certo che può chiamarmi don Mimmo. I titoli lasciano il tempo che trovano e a volte allontanano. Invece la vicinanza umana resta e costruisce amicizia. E io, d’altronde, non mi considero null’altro che questo: un fratello, un prete, un vescovo, un uomo che prova a camminare accanto agli altri. 

Lei è vescovo di una grande città del sud, Napoli, spesso al centro delle cronache per fatti che riguardano la delinquenza minorile, come ci si pone davanti a queste situazioni? 

Guardi, il primo errore è parlare dei ragazzi solo quando sbagliano. Nessun giovane nasce “criminale”. Dietro certe storie ci sono povertà educative, assenze, ferite, solitudini, violenze viste troppo presto. Certo, il male va chiamato per nome, ma senza mai smettere di credere che una persona possa cambiare. Per questo insisto sulla necessità di educare, di prevenire, di recuperare, perché un ragazzo recuperato al bene e un bambino educato con un intento preventivo valgono più di mille discorsi sulla sicurezza. 

Non crede che il Paese non crescerà se non insieme? 

Ne sono profondamente convinto. Nessuno si salva da solo. E questo vale anche per le città e le regioni della nostra Italia. Ce lo insegnano i momenti più duri della nostra storia recente, ma rischiamo continuamente di dimenticarlo. E questo non vale soltanto per le aree geografiche ma anche per il tessuto sociale nel suo insieme. Perché una società cresce quando chi è forte non schiaccia chi è fragile, ma lo accompagna. Quando il successo personale non diventa indifferenza collettiva. Il bene comune infatti non è un’idea astratta: è il volto concreto di chi resta indietro. 

 Ha fondato un centro contro le dipendenze che attanagliano giovani e meno giovani; non crede che oggi ci sia più bisogno di solidarietà, di accoglienza, di vicinanza alle famiglie anche da parte delle istituzioni? Che ci sia bisogno di un patto educativo fra famiglie, volontariato, comunità cristiane, istituzioni affinché nessuno rimanga indietro? 

Sì, oggi più che mai. Le dipendenze non sono soltanto un problema sanitario: spesso sono una domanda disperata d’amore, di senso, di presenza. Che cade nel vuoto quando le famiglie vengono lasciate sole. Per questo continuo a credere nel patto educativo: un’alleanza larga, concreta, umile, dove nessuno pensi di bastare a sé stesso. Quando una comunità diventa frammentata, quando si perde il senso del noi, restano tanti piccoli “io”. Ma i ragazzi e i bambini hanno bisogno non solo di adulti sani ma di persone affidabili che sappiano essere comunità, capaci di creare una rete educativa solida. 

Terza guerra mondiale a pezzi” diceva papa Francesco

Isaia… “Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; essi, con le loro spade, costruiranno vomeri di aratro e, con le loro lance, falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più la guerra.” Utopia o realtà? 

Se smettiamo di credere alla pace, la guerra avrà già vinto. Certo, può sembrare un’utopia, ma il Vangelo è pieno di utopie concrete: amare il nemico, perdonare, condividere il pane. La pace non è ingenuità. È il più difficile dei realismi. Richiede coraggio, giustizia, disarmo del cuore e delle parole. Io credo che ogni gesto di fraternità, anche piccolo, sia già un pezzo di profezia che si compie. Ed è da questi gesti che dobbiamo ripartire. 

Don Lorenzo Milani ripeteva spesso “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Non crede ci sia bisogno di un forte impegno della Chiesa nell’educare alla politica, che è “la più alta forma di carità”? 

Assolutamente sì. Ma attenzione: non parlo di appartenenze partitiche. Parlo dell’educazione al bene comune, alla responsabilità, alla partecipazione. Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla. 

 “Quando do da mangiare a un povero tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista” diceva il grande Vescovo Hélder Câmara… Abbiamo paura di farci chiamare comunisti? 

Io credo che il problema non sia come ci chiamano, ma se restiamo fedeli al Vangelo. Il Vangelo disturba sempre quando prende sul serio i poveri. Perché non si limita all’elemosina: domanda giustizia, dignità, diritti, lavoro, pace. Se stare dalla parte degli ultimi crea imbarazzo a qualcuno, il non stare dalla loro parte sarebbe imbarazzante come credenti se guardiamo i criteri che il Vangelo ci dona. 

Abbiamo una società indifferente al messaggio religioso, il cristianesimo è una bella notizia, ma è irrilevante, come cristiani abbiamo dimenticato la sua forza vitale, la sua dirompente speranza. Cosa dobbiamo fare per ritrovare questa forza? 

Forse dobbiamo smettere di difendere il cristianesimo e ricominciare a viverlo. In questo tempo l’apologia serve poco: oggi più che mai abbiamo bisogno di testimonianza, credibilità, affidabilità. Perché la gente non ha bisogno di cristiani perfetti, ma credibili. Non di parole complicate, ma di vite autentiche e luminose. 

Si è conclusa la terza fase del Sinodo della Chiesa italiana con il documento di sintesi. Che impressione hai avuto di questa assemblea? Non pensi che temi come il diaconato femminile, i “viri probati”… non siano stati affrontati adeguatamente? Riusciremo ad avere comunità con alla guida una donna o un uomo sposato? 

Il Sinodo è stato un passaggio importante perché ha rimesso al centro l’ascolto. E già questo, in una Chiesa spesso abituata a parlare più che ad ascoltare, è molto. Certo, ci sono temi che molti avrebbero voluto vedere affrontati con maggiore decisione. Ma io penso che i processi ecclesiali abbiano bisogno di maturazione, discernimento, pazienza e soprattutto libertà interiore. La domanda vera è un’altra: vogliamo davvero una Chiesa più evangelica, più corresponsabile, più capace di riconoscere i carismi di tutti? Se la risposta sarà sincera, allora molte strade si apriranno. A noi spetta percorrerle senza ferite, senza strappi. 

Grazie di cuore vescovo Mimmo. Prima di salutarci… lei ha paura della morte? 

Più che della morte, ho paura di arrivare a quel momento già morto. Perché il criterio della vita è l’amore e se smettessi di amare, rischierei di essere morto senza saperlo. Ecco, questa è la mia paura: non amare abbastanza. Io spero che alla fine del la vita il Signore non mi chieda quanti risultati ho ottenuto, ma quanto cuore ho messo nel servire gli altri. E spero che la morte, quando arriverà, mi trovi ancora intento e operoso nell’amare. 

Che impressione ha avuto dalla visita di papa Leone? Come ha risposto la Chiesa che è in Napoli a questa visita? 

La città e la Chiesa hanno risposto nel modo in cui rispondono a tutti coloro che nel segno della pace bussano alla loro porta: con gioia e con grande accoglienza! Perchè questa è Napoli, questo è lo spirito della sua gente e oserei dire questo è il Vangelo che la Chiesa di Napoli annuncia. Il Vangelo della pace, della gioia vera, della fraternità che è dono del Cristo Risorto! Ed è stato bello vedere come negli occhi di papa Leone tutto questo si è impresso trasformandosi sorriso. Sono molto grato al papa. Ma so anche che il papa è molto grato a questa città. 

Rocca

Immagine

 


sabato 14 marzo 2026

I MERCANTI DELLA MORTE

 

Lettera ai mercanti 

della morte 

Ai mercanti della morte, a voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo, rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.

 - don Mimmo Card. Battaglia


Vi scrivo da questa terra che trema. Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti, sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.  

Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino. Quel linguaggio antico e terribile che domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?” E invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello.   Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi. Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.

Eppure, proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi. Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio. Che nessun bambino ha il destino della polvere. Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa. Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.  

 Voi fate il contrario del pane. Il pane si spezza per sfamare. Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro. Il pane mette gli uomini a tavola. Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali. Il pane ha il profumo delle mani. Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.   E ditemi: come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta? Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato? Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?  

Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire. Vi parlo da uomo e da pastore. Da credente ferito dalla ferocia dei tempi. Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.  

Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe. Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore. Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore.   E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli. Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati. E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente.   Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto. Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti. E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.  

Il Vangelo

Il Vangelo, invece, non tratta. Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione. Il Vangelo non si abitua ai morti. Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.   Il Vangelo mette un bambino al centro. Sempre. E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano. Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna. Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso.   Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi. Sì, convertirvi. Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria. Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo. Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana. Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia. Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.  

Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero. Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze. Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione. Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti. Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.   Perché non c’è pace senza disarmo del cuore, e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto. La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando il fratello diventa un ostacolo, quando il povero diventa irrilevante, quando la compassione viene giudicata ingenua, quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.   Eppure, io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione. Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada. Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate. Anche per voi c’è una possibilità di riscatto. Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua. Ma dovete scendere. Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.

Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini. Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità. Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione. In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro, in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita, in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere. Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.   E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità. Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi. L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso. L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.   Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero: quanto sangue vi basta? Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?  

Fermatevi. Prima che sia troppo tardi per i popoli. Prima che sia troppo tardi per voi. Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome. Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire: “Beati gli operatori di pace.” Non i calcolatori di guerra. Non i garanti dell’equilibrio armato. Non i venditori di paura. Gli operatori di pace.  

Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino. Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi. Ha bisogno di profeti, non di mercanti.   E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo. Non per ideologia, ma per fedeltà. Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo. Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.  

Il futuro

A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica: restituite il futuro. Restituite il respiro. Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra. Restituitevi alla vostra umanità.  

La pace vi giudicherà. Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.  

Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.

don Mimmo Card. Battaglia Arcivescovo Metropolita di Napoli




sabato 20 settembre 2025

IL SANGUE DEI BIMBI DI GAZA


 Napoli.

 «Israele, ascolta... »


 L'arcivescovo di Napoli parla durante le celebrazioni per il patrono:

 «Cessa di versare sangue palestinese.

 Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua» / il testo integrale

di Rosanna Borzillo

Romanelli, è interrotto da lunghi e ripetuti applausi dei fedeli, riuniti questa mattina nel duomo di Napoli per partecipare alla celebrazione in onore di san Gennaro. La commozione dell’arcivescovo di Napoli, il cardinale Domenico Battaglia è visibile mentre lancia il suo grido di aiuto: «Oggi con pudore e con fuoco dico – prosegue, tra le lacrime dei presenti – è il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all'ampolla del santo perché non esistono “altre” lacrime: tutta la Terra è un unico altare».

QUI IL TESTO INTEGRALE DELL'OMELIA

«Se potessi, accoglierei in un'ampolla il sangue di ogni vittima, bambini, donne, uomini di ogni popolo, e lo esporrei qui, sotto queste volte, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità, perché la preghiera senta il peso di ogni ferita e non scivoli via». Il parroco della Sacra Famiglia di Gaza aveva infatti parlato di una «situazione ancora molto grave in tutta la Striscia di Gaza con bombardamenti continui – aveva spiegato padre Gabriel – e la morte che già si è portata via decine di migliaia di persone. Sono stati uccisi più di 18mila bambini e gli ostaggi ancora non hanno sperimentato il diritto di vivere in libertà; i feriti e gli ammalati non hanno ancora possibilità di cura perché all'ospedale manca tutto. Le armi hanno preso il sopravvento».

In duomo le autorità presenti, tra cui il presidente della regione Vincenzo De Luca, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, applaudono e tra la gente c’è chi grida «pace». Intanto il cardinale di Napoli fa suo l’appello della città e del popolo, dopo aver annunciato l’avvenuta liquefazione, alle 10.08, del sangue del patrono. «La parola sangue ci brucia addosso perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo e che chiede conto a tutti – ha detto l’arcivescovo – il sangue di san Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore. Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato».

Poi si rivolge ad Israele: «Non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Ti chiamo col nome con cui la Scrittura convoca il cuore all’essenziale: Ascolta! Cessa di versare sangue palestinese. Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua; cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie; cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace».

La grandezza di un popolo, dice allora il pastore, sta «in chi arresta la propria forza quando la forza profana la giustizia; di chi riconosce che l’unica vittoria che salva è quella sulla vendetta. Apri i valichi, lascia passare cure e pane, sospendi il fuoco che non distingue e moltiplica gli orfani».

Da Napoli, città di pace, si invocano parole chiare «il male non è un’idea, è una filiera. Ha uffici, contabili, bonus, piani industriali. La guerra non “scoppia”: si produce, si finanzia, si premia. Ogni bilancio militare che si gonfia come una vela è vento cattivo contro la carne dei poveri». Così, per Battaglia, ogni «espansione della spesa per la difesa» che supera scuola e sanità non ci rende sicuri «ci rende più soli e più poveri».

E alla “sua Napoli” definita «altare ferito e luminoso», «dove il sangue lo conosciamo: quello dei giovani perduti, quello delle vittime innocenti, quello invisibile di chi smette di sognare», il cardinale chiede di diventare «un cantiere di pace». Che in sostanza significa che la pace non sia uno slogan, ma una pratica. «Fa’ – ed è questa la preghiera al santo che Napoli riconosce come patrono – che ogni comunità diventi sala d’attesa di resurrezioni: mensa per chi ha fame, porta per chi non ha casa, lingua per chi non sa parlare, compagnia per chi non regge da solo».

Napoli chiede a san Gennaro di «disarmare e di donare un coraggio senza teatro e scelte che non fanno notizia, ma cambiano la vita».

 

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