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sabato 30 ottobre 2021

HOMO RECIPROCANS


 A Napoli proseguono le attività educative delle persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi per un virtuoso allargamento alle altrui esperienze e personalità

- di Laura Colantonio

Il principio di reciprocità, su cui verte questa riflessione, può divenire sempre più il corridoio sociale tra l’io e il noi di ogni comunità.

La “sociabilità del sapere” di cui abbiamo detto nell’ultimo contributo ha infatti un’opportunità importante nella dimensione civica propria del pensiero che abbraccia anche l’economia civile. E il principio di reciprocità è il pilastro dell’economia civile: rispetto a iniziative o percorsi di qualsivoglia natura, affinché ciascun aspetto venga tutelato e valorizzato in ogni  potenziale espressione, le sinergie di impegno tra istituzioni ed enti locali, tra gestioni pubbliche e attività di privati cittadini possono far sì che ciascun soggetto rappresentativo di una parte della società civile si ponga in condizione di ascolto dialogico superando ogni tendenza  all’individualismo e all’ autoreferenzialità e puntando invece a traguardi di benessere per la collettività che si traducono in sostanza in traguardi per ciascuno.

L‘homo reciprocans, che si pone su un piano del tutto diverso rispetto a quello dell’homo oeconomicus, tende ad agire nella consapevolezza che i suoi obiettivi trovino misure di convergenza in quelli di altri soggetti che con i loro interventi vanno a sostenere e a consolidare gli impegni già promossi in determinate direzioni. Concetto strutturato nell’ambito delle contemporanee teorie sull’economia civile e divulgato infatti dal professore Stefano Zamagni, quello dell’homo reciprocans potrebbe essere associato alle determinazioni di due delle modalità di intelligenza individuate dallo studioso Howard Gardner nell’ambito della teoria sulle Intelligenze Multiple, quella intrapersonale e quella interpersonale. Prospettive di approfondimento diverse per un’analisi cognitiva che porta ciascuna persona a incontrare l’altro da sé per ritrovare almeno una parte di quel sé, ossia della propria identità.

L’introspezione, imprescindibile per potersi conoscere e far emergere ogni intrinseco livello di motivazione, consente di passare dalla intelligenza intrapersonale a quella interpersonale anche grazie a canali di percezione e poi di espressione quali il linguaggio, la musica, il teatro la danza o la scrittura creativa o di altro tipo. Quando conosciamo cosa ci motiva o ciò che ci provoca reazioni, quali sono i nostri punti forti e quali sono i nostri limiti, possiamo migliorare le nostre potenzialità relazionali. È in quel momento che abbiamo l’opportunità di creare strategie che ci aiutano a reagire adeguatamente nelle diverse situazioni della vita, sviluppando la fiducia in noi stessi e mettendo a fuoco quel corridoio che da interpersonale può divenire di effettiva relazionalità reciproca e quindi sociale.

E proprio in un sistema di rete nell’ambito di una comunità che decide di mettersi in gioco, la reciprocità si apre in più direzioni, potenziando il livello di inclusione della comunità stessa. E d’altra parte, l’attributo civile di quell’economia che può sempre più compensare il disagio socio-economico e culturale rimanda a quella civitas latina estremamente accogliente ed inclusiva in senso sostanziale: oggi, come nella civiltà latina, riconoscere il valore dell’altro come opportunità di valorizzazione di sé per la crescita della comunità. Riconoscere il valore del legame tra il proprio io e il noi, quel noi che già ci comprende proprio grazie a quella intelligenza interpersonale, nota anche come intelligenza sociale e quindi come capacità di stabilire relazioni con gli altri, permette di promuovere tanti processi di crescita che includano tutti, anche i Neet.

In tale ottica, infatti, obiettivo condiviso di un sistema integrato diviene il sostegno agli adolescenti nella identificazione ed esteriorizzazione dei loro sentimenti come l’aiuto nel trovare risorse per gestire i possibili comportamenti negativi come l’aggressività o l’impulsività. Questo l’intento dei percorsi sociali e formativi che a Napoli, nel cuore pulsante del centro storico rappresentato dalla Onlus Pietrasanta, il gruppo di persone coinvolte nelle Olimpiadi dei Saperi Positivi sta perseguendo grazie alla comunità educante che ha aperto rinnovate opportunità di vivere il noi mettendo all’opera una pluralità di io. Una rete di scuole, l’Ateneo Federico II, Accademie culturali, enti locali insieme alla dimensione forte del Terzo settore della Pietrasanta, retta per il complesso basilicale da monsignor Vincenzo De Gregorio e presieduta per la Onlus da Raffaele Iovine, condividono e animano le idee di chi ha scelto di fare del principio di reciprocità aperto e flessibile una forma di volontariato civile per accogliere tutti gli io che scelgono di mettersi in discussione per un modo diverso di crescere, chiamando in causa anche quelle intelligenze che ci sostengono nell’essere uomini e donne “reciprocanti”.

E grazie ai percorsi di scrittura, alle arti performative quali la musica o il canto lirico o il teatro, sposando temi di prioritario interesse pubblico quali l’acqua come bene comune o la valorizzazione dei beni culturali come volàno per uno sviluppo economico sostenibile e per far crescere il senso d’appartenenza, il fervore dell’attività della Pietrasanta sta proponendo un modello non solo sostenibile, ma anche replicabile proprio perché basato sulla motivazione della reciprocità relazionale e di scopo.

 Il sussidiario

 

venerdì 16 aprile 2021

FORMAZIONE, NON PRESTAZIONE. UNA SFIDA PER LA SCUOLA E L'UNIVERSITA'


Una grande questione 

e un Manifesto 

che mette a nudo il nodo da sciogliere


di EUGENIO MAZZARELLA

Un gruppo di docenti di diverse aree scientifiche dell’Università di Padova, al termine di un percorso di discussione in questi mesi di lockdown, ha pubblicato un Manifesto ('Università del futuro, università libera': https://www.universitadelfuturo. it) che vale davvero la pena leggere e sottoscrivere. Efficace sintesi del disagio intellettuale di molta università e ricerca italiane per un dibattito pubblico spesso viziato che coinvolge il loro lavoro, e soprattutto per le scelte politiche che da anni ne discendono in modo acritico. È un manifesto per un’università che non si rassegni a diventare un hub, cioè una piattaforma che raccoglie e distribuisce pacchetti di conoscenze, strategie di soluzione dei problemi e didattica per competenze. Per un’università che sia un pluriverso di saperi liberamente orientato, che assolva al vero paradigma dell’avanzamento delle conoscenze. Che non si riduce alla loro applicabilità per committenza, ma è sempre stato generato dalla loro 'criticità', che, pur nell’essenziale risposta alla domanda sociale di saperi esperti, è ancor più essenziale salvaguardia della loro capacità di «creare uno scarto temporale rispetto alle urgenze del contingente, in grado di immaginare, pensare, prefigurare, anticipare gli scenari futuri». Per farla semplice, l’università del futuro non può ridursi ad azienda sotto forma di 'agenzia' da cui «acquistare prestazioni e contenuti, regolata e definita dalle esigenze del mercato globale della conoscenza più che da quelle formative, culturali e scientifiche». Di qui la necessità di una sua struttura di finanziamento 'liberale', non immediatamente profittevole, per promuovere la libertà e il pluralismo della ricerca. E l’ancor più necessaria, di questi tempi, consapevolezza che sono le tecnologie a doversi porre a servizio della didattica e non viceversa, perché «l’insegnamento non può e non deve essere mera trasmissione di un sapere riproducibile come un bene di mercato e tracciabile come un prodotto economico 'lungo la filiera della conoscenza', replicabile all’infinito, sempre più standardizzato».

Idee semplici, ma fondamentali, che richiamano la nostra attenzione sulla vera criticità 'ecologica' della ricerca e della trasmissione del sapere oggi: un ambiente sempre più soffocato e intossicato dal principio aziendale della 'prestazione' (limitativo anche per la generatività della stessa impresa sociale dell’homo oeconomicus, come ben sa la migliore economia), a danno del principio di 'formazione' – quella che una volta si sarebbe detta la Bildung.

Che certamente nata come fatto di élite, storicamente, per vari rivoli, ha fecondato e fornito un’ideale anche alla scolarizzazione e alla formazione di massa, come sa chi ha letto almeno il libro 'Cuore' di quel socialista di De Amicis. Un’idea di formazione che è l’anima che non rende esercizio meccanico le pur necessarie competenze da acquisire nei processi di apprendimento.

La dico pianamente: noi dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi, anche ai livelli più avanzati della formazione e della ricerca, certamente 'qualcosa', che sia utile a loro e agli altri, ma dobbiamo insegnar loro ad essere ancor più 'qualcuno', persona non ridotta a quel che sa fare, ma attenta a quel che è e che deve essere. Il sapere - l’aura di sacerdozio con cui nasce - è sempre stato trasmissione, custodia, ampliamento del depositum humanitatis in cui siamo radicati. Togliere al sapere questa funzione, ridurlo a trasmissione di competenze che può svolgere (e già lo fa) una macchina ben impostata, ridurre l’intelligenza alla robotica della prestazione o alle prestazioni della robotica, è un rischio esiziale. Anche di una transizione ecologica che si riduca alla gestione del rischio ambientale del nostro agire. La transizione ecologica di cui abbiamo bisogno è ben più integrale: portare nel futuro il Noi ambientato che siamo. E il nostro ambiente è natura 'e' storia, un chiasmo sempre più a rischio, che tuttavia dobbiamo continuare a saper intrecciare, in quella che preti e filosofi (anziani) provano a pensare da tempo come un’ecologia dello spirito.

Se abbiamo bisogno di questo, abbiamo bisogno di un’università che non sia un’università di prestazione, solo al servizio del presente, tradotto in volgare: al servizio del modello socioeconomico dato, che ha solo bisogno di competenze finalizzate alla sua autoriproduzione. Ma che, come università di formazione, sappia liberamente coltivare, immaginare il futuro, che non è semplicemente un 'brevetto'. Perché senza utopia, senza la capacità di immaginare i luoghi che ancora non ci sono, non sapremo più vedere le distoglie immanenti al presente, che è appunto quello che i gestori del presente non vogliono che si sappia. La metto sul provocatorio: l’università non può avere stakeholders (soggetti direttamente o indirettamente coinvolti in un’attività aziendale). Sarebbe piacevole parlarne in Confindustria. Così magari ci si comincia a capire.

 

www.avvenire.it