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venerdì 14 gennaio 2022

AMAZZONIA. ALLA RICERCA DEL VACCINO


 L’Enea dell’Amazzonia: 

per il vaccino

 porta il padre sulle spalle per 12 ore


- di LUCIA CAPUZZI


Ha caricato il padre disabile, Wahu, sulle spalle. L’ha legato con il suo jamanxim, una portantina di corde intrecciate, e s’è messo in viaggio. Un passo dopo l’altro, ha camminato nella foresta fitta per dodici ore – sei all’andata e altre sei al ritorno –, guadando ruscelli, arrampicandosi su pendii scoscesi, schivando rami-trappola. Ha scavalcato le barriere vegetali e, soprattutto, quelle culturali. Non è stato facile per Tawy, 24 anni, indigeno Zó’é, uscire dalla selva per andare incontro agli «uomini bianchi» con cui da poco tempo la sua etnia era entrata in contatto. Sapeva, però, di non avere altra scelta. Solo loro avevano i vaccini in grado di proteggere il genitore 67enne dal nuovo flagello che minacciava tutti i brasiliani, incluso il suo popolo: il Covid. 

Appena sentito il messaggio alla radio con cui l’équipe medica comunicava la distribuzione delle dosi nel Nord del Pará, s’è messo in marcia. E ce l’ha fatta. Il suo gesto ha commosso Erik Jennings Simões, capo della squadra sanitaria, che ha voluto immortalarlo. Lo scatto è di quasi un anno fa: Tawy e Wahu hanno ricevuto la prima dose il 22 gennaio 2021, quando la campagna vaccinale in Brasile era cominciata da cinque giorni e agli indigeni, particolarmente fragili di fronte al virus, era stata data priorità. Per dodici mesi, il dottore l’ha conservata e solo ora ha voluto diffonderla su Instagram come immagine simbolo del 2021 appena terminato. Per il neurochirurgo 52enne, da vent’anni impegnato nella cura dei popoli della foresta, la foto di questi «Enea e Anchise amazzonici» dà un segnale di speranza nel mezzo della nuova escalation di contagi nel mondo. 

Di fronte al moltiplicarsi di “fake news” e polemiche pretestuose sui vaccini, inoltre, la saggezza intrisa di realismo degli indigeni lancia un potente richiamo alla responsabilità. O meglio alla «cura reciproca», come la chiamano gli Zó’é, un pugno di 325 uomini e donne sparsi in una minuscoli villaggi lungo il confine con il Suriname. Un territorio di difficile accesso. Non per questo, però, immune dal Covid. Lo sanno bene gli Yanomami o gli Araribóia, flagellati dal virus portato dai cercatori d’oro clandestini e dai trafficanti di legname. In base ai dati ufficiali della Segreteria per la salute indigena (Sesai), finora la pandemia ha colpito 57mila nativi brasiliani e ne ha sterminati 853. Una cifra tutt’altro che esigua per tribù costituite spesso da poche decine di persone.

Oltretutto, secondo l’Associazione dei popoli indigeni brasiliani (Apib), i numeri sono molto sottostimati: già a marzo 2021 sarebbero state superate le mille vittime. Gli Zó’é finora sono stati risparmiati. Fin dalle prime campagne informative, organizzate dalle Chiese, dagli attivisti, Ong e dai medici, la piccola etnia ha deciso di autoisolarsi. Si sono divisi in 18 famiglie e ognuna s’è scelta un luogo della foresta distante dalle altre, in modo da evitare i contatti. Gli Zó’é – come la gran parte dei nativi – poi non ha fatto resistenza di fronte alle vaccinazioni, come dimostra il caso di Tawy. Il problema era ed è semmai logistico. Alcuni tratti di selva sono troppo intricati per le équipe incaricate. Quella guidata dal dottor Jennings Simões ha potuto inoltrarsi, ad esempio, solo fino a un certo punto della foresta. Impossibile proseguire oltre in auto o trasportare a piedi l’attrezzatura necessaria. La squadra, dunque, ha costituito la base quanto più vicino possibile ai villaggi. Alcuni operatori, previo tampone e tuta protettiva per non trasformarsi in agenti di contagio, li hanno raggiunti a piedi per comunicare l’avvio della campagna. Quelli più remoti sono stati avvisati dalla radio. E si sono recati senza esitazioni. 

«Gli Zó’é mi chiedono sempre quando tutti i bianchi si vaccineranno per far finire l’emergenza – ha raccontato il medico –. Spero, prima o poi, di poter dare una risposta».


Immagine: Tawy, 24 anni, con il padre 67enne sulle spalle / Istagram/Erik Jennings Simoes


www.avvenire.it


 

 

sabato 15 febbraio 2020

AMAZZONIA. RIGUARDA ANCHE NOI ?


L’Esortazione sull’Amazzonia spiazza gli opposti clericalismi



Tutti aspettavano…
Ancora una volta papa Francesco spiazza tutti e si conferma un pontefice che guarda lontano. Attendevano tutti con febbrile impazienza questa Esortazione apostolica. I “conservatori” con angoscia, per l’incombere di quella che a loro dire sarebbe stata la fine della figura del presbitero, decretata dall’eventuale «abolizione del celibato»; i “progressisti”, con speranza altrettanto febbrile, per la rimozione di quello che a loro avviso costituisce un’assurda eredità del passato e un fattore decisivo della crisi delle vocazioni e degli scandali di pedofilia e di corruzione del clero.
Dell’Amazzonia, diciamolo pure, non interessava niente a nessuno. Meno che meno, di ciò che, attraverso la realtà dell’Amazzonia, tutta la Chiesa deve riscoprire riguardo alla sua identità e al suo ruolo nel mondo contemporaneo.
I sogni del papa
E invece il papa ha parlato, nel suo documento, proprio di questo. Non sono il celibato dei preti o il sacerdozio delle donne il vero problema. La Chiesa non riesce più a parlare alle persone. Non riesce più a rispettare la grande legge dell’incarnazione, che pure dovrebbe costituire il suo DNA: «La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi» (Querida Amazonia, n.6)
Da qui i quattro “sogni” che il papa ha voluto comunicare «al popolo di Dio e a tutti gli uomini di buona volontà», che sono i destinatari del documento.
«Un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi».
«Un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana».
«Un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna».
«Comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici» (n.7).
L’ultima espressione è la chiave di lettura delle altre tre, in cui al posto di «un’Amazzonia» sarebbe possibile leggere «una Chiesa». Ma forse, ancora più ampiamente, «un’ umanità».
Il sogno sociale
Il primo sogno del papa è sociale. In tempi bui, che vedono ovunque trionfare nel mondo lo spietato cinismo dei più forti, la passività e a volte la complicità delle persone “oneste”, la paradossale collaborazione di tante vittime, accecate dalla propaganda, con i loro manipolatori, la voce di Francesco si leva alta e forte per denunziare un neocolonialismo che si fa scudo delle leggi dell’economia per trasformare la globalizzazione in una operazione a vantaggio dei ricchi e a danno dei poveri.
Bergoglio ricorda che «spesso erano i sacerdoti coloro che proteggevano gli indigeni da assalitori e profittatori» e sottolinea che «nel momento presente la Chiesa non può essere meno impegnata, ed è chiamata ad ascoltare le grida dei popoli amazzonici» (nn.18-19).
Il sogno culturale
Il neocolonialismo si manifesta anche come cancellazione delle culture più deboli e riduzione della terra all’unica cultura dei dominatori. «La visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità» (n.33).
Il sogno ecologico.
«La cura delle persone e la cura degli ecosistemi sono inseparabili» (n.42). A una cultura dello sfruttamento illimitato bisogna sostituire quella della contemplazione. «Risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi e che a volte lasciamo si atrofizzi» (56).
Il sogno ecclesiale
E, alla fine – ma in realtà era all’inizio – un sogno ecclesiale. «La Chiesa è chiamata a camminare con i popoli dell’Amazzonia» (n.61), ma l’Amazzonia è la cifra, il simbolo di un dramma planetario. Ciò non svuota minimamente lo spessore dei drammi e delle sofferenze vissute dalle popolazioni di quel territorio, anzi ne valorizza la portata universalmente umana.
La scarsità dei preti in Amazzonia non dipende solo dal celibato
Ma il punto su cui papa Francesco era più atteso era il problema della scarsità dei preti in Amazzonia. Era a questo che si riferiva la richiesta dei padri sinodali di permettere l’ordinazione di uomini sposati. La riposta dell’Esortazione è articolata, ma non per questo meno incisiva.
Innanzi tutto il papa fa presente che la carenza denunziata non riguarda tutto il continente sudamericano, il quale anzi “esporta” presbiteri in gran numero, ma nelle regioni dove regna il benessere e la vita è più facile: «Colpisce il fatto che in alcuni Paesi del bacino amazzonico vi sono più missionari per l’Europa o per gli Stati Uniti che per aiutare i propri Vicariati dell’Amazzonia» (nota 132). Da qui l’invito, rivolto ai vescovi, «a essere più generosi, orientando coloro che mostrano una vocazione missionaria affinché scelgano l’Amazzonia» (n.90).
La comunità, non solo i preti!
In secondo luogo, l’Esortazione osserva che «non si tratta solo di favorire una maggiore presenza di ministri ordinati che possano celebrare l’Eucaristia. Questo sarebbe un obiettivo molto limitato se non cercassimo anche di suscitare una nuova vita nelle comunità» (n.93).
È tutta la comunità cristiana che deve essere in grado di animare la vita della Chiesa. Certo, «c’è necessità di sacerdoti, ma ciò non esclude che ordinariamente i diaconi permanenti – che dovrebbero essere molti di più in Amazzonia –, le religiose e i laici stessi assumano responsabilità importanti per la crescita delle comunità e che maturino nell’esercizio di tali funzioni grazie ad un adeguato accompagnamento» (n.92).
In particolare, c’è urgenza che vi siano «responsabili laici maturi e dotati di autorità» (n.94). Un inveterato clericalismo ci ha abituato a credere che tutti i problemi si risolvano solo con la presenza dei presbiteri. Francesco sa bene che il sacerdote ordinato è indispensabile per alcuni sacramenti, in particolare per l’eucaristia (cfr. nn.87-89). Ma, in un mondo dove le vocazioni sacerdotali sono sempre di meno, chiede ai cristiani – e non solo a quelli dell’Amazzonia! – di entrare in un nuovo ordine di idee, dove i presbiteri hanno delle loro funzioni peculiari, ma all’interno di una più ampia responsabilizzazione di tutta la comunità.
Il problema dell’ordinazione delle donne
Da qui anche la risposta implicita a coloro che da tempo insistono per l’ordinazione delle donne. Bisogna, scrive il papa, «evitare di ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali». In altri termini, a strutture di potere. «Tale riduzionismo ci porterebbe a pensare che si accorderebbe alle donne uno status e una partecipazione maggiore nella Chiesa solo se si desse loro accesso all’Ordine sacro. Ma in realtà questa visione limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne, diminuirebbe il grande valore di quanto esse hanno già dato e sottilmente provocherebbe un impoverimento del loro indispensabile contributo»
È necessario entrare in una prospettiva diversa. «In una Chiesa sinodale le donne, che di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche, dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio (…). Questo fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità, ma senza smettere di farlo con lo stile proprio della loro impronta femminile» (n.103).
Opposti clericalismi
È clericalismo arroccarsi nel falso dogma del celibato ecclesiastico. Ma lo è pure pensare che tutti i problemi della Chiesa si risolvano abolendolo, per aumentare il numero degli eccelsiasici. È clericalismo difendere il tradizionale potere degli uomini dentro la Chiesa e la riduzione delle donne a ruoli subordinati. Ma lo è anche pensare che l’unico modo di riscattare le donne da questa assurda situazione sia di aprire loro le porte della “casta” dominante.
La sconfitta del clericalismo passa, piuttosto, dall’abolizione della logica che ha spesso trasformato dei “servitori” – come lo fu Gesù – in una “casta”. Puntare sull’ordinazione femminile per dare anche a loro potere significa estendere ad un’altra categoria di persone un ruolo viziato proprio dalla mentalità del potere, lasciando “fuori” chi non vi viene assunto.
Non i preti, ma il popolo di Dio
Paragonata agli intrighi e alle sterili polemiche che l’hanno preceduta, l’Esortazione di Francesco sembra parlare un altro linguaggio. Qualcuno già accusa il papa di essersi “tirato indietro”. Qualcun altro si illuderà di averlo condizionato e fermato con le proprie minacce di scisma. Ma forse egli è solo rimasto fedele al Concilio e alla sua profezia di una Chiesa capace di incarnare il vangelo nella storia e che finalmente sia popolo di Dio e non gerarchia ecclesiastica.

*Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.



mercoledì 12 febbraio 2020

QUERIDA AMAZONIA, L'ESORTAZIONE APOSTOLICA

Querida Amazonia, 
l’Esortazione del Papa 
per una Chiesa dal volto amazzonico

Pubblicata l’Esortazione post-sinodale sull’Amazzonia. Il documento traccia nuovi cammini di evangelizzazione e di cura dell’ambiente e dei poveri. Francesco auspica un nuovo slancio missionario e incoraggia il ruolo dei laici nelle comunità ecclesiali

di Alessandro Gisotti

“L’amata Amazzonia si mostra di fronte al mondo con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero”. Inizia così l’Esortazione apostolica post-sinodale, Querida Amazonia. Il Pontefice, nei primi punti, (2-4) spiega “il senso di questa Esortazione” ricca di riferimenti a documenti delle Conferenze episcopali dei Paesi amazzonici ma anche a poesie di autori legati all’Amazzonia. Sottolinea che desidera “esprimere le risonanze” che il Sinodo ha provocato in lui. E precisa che non intende né sostituire né ripetere il Documento finale che invita a leggere “integralmente”, auspicando che tutta la Chiesa si lasci “arricchire e interpellare” da esso e che la Chiesa dell’Amazzonia si impegni “nella sua applicazione”. Francesco condivide i suoi “Sogni per l’Amazzonia” (5-7), la cui sorte deve preoccupare tutti perché questa terra è anche “nostra”. Formula cosi “quattro grandi sogni”: che l’Amazzonia “lotti per i diritti dei più poveri”, “che difenda la ricchezza culturale”, che “custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale”, che infine le comunità cristiane siano “capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia”.
Il sogno sociale: la Chiesa sia al fianco degli oppressi 
Il capitolo primo di Querida Amazonia è incentrato sul “Sogno sociale” (8). Sottolinea che “un vero approccio ecologico” è anche “approccio sociale” e, pur apprezzando il “buon vivere” degli indigeni, mette in guardia dal “conservazionismo” che si preoccupa solo dell’ambiente.Con toni vibranti, parla di “ingiustizia e crimine” (9-14). Rammenta che già Benedetto XVI aveva denunciato “la devastazione ambientale dell’Amazzonia”. I popoli originari, avverte, subiscono un “asservimento” sia da parte dei poteri locali che da quelli esterni. Per il Papa le operazioni economiche che alimentano devastazione, uccisioni, corruzione, meritano il nome di “ingiustizia e crimine”. E con Giovanni Paolo II ribadisce che la globalizzazione non deve diventare un nuovo colonialismo.
I poveri siano ascoltati sul futuro dell’Amazzonia
Di fronte a tanta ingiustizia, il Pontefice chiede di “indignarsi e chiedere perdono”. (15-19) Per Francesco servono “reti di solidarietà e di sviluppo” e chiama all’impegno tutti, compresi i leader politici. Di qui, il Papa si sofferma sul tema del “senso comunitario” (20-22). Rammenta che per i popoli amazzonici le relazioni umane “sono impregnate dalla natura circostante”. Per questo, scrive, vivono come un vero “sradicamento” quando sono “obbligati a emigrare in città”. L’ultima parte del primo capitolo è dedicato alle “Istituzioni degradate” (23-25) e al “Dialogo sociale” (26-27). Il Papa denuncia il male della corruzione che avvelena lo Stato e le sue istituzioni. E si augura che l’Amazzonia diventi “un luogo di dialogo sociale” prima di tutto “con gli ultimi. Quella dei poveri, ammonisce, sia “la voce più potente” sull’Amazzonia.
Il sogno culturale: avere cura del poliedro amazzonico
Il secondo capitolo è dedicato al “sogno culturale”. Francesco mette subito in chiaro che “promuovere l’Amazzonia” non significa “colonizzarla culturalmente” (28). Ricorre così ad una immagine che gli è cara: “il poliedro amazzonico” (29-32). Bisogna combattere la “colonizzazione postmoderna”. Per Francesco è urgente “custodire le radici” (33-35). Citando Laudato si’ Christus vivit, sottolinea che la “visione consumistica dell’essere umano” tende a “rendere omogenee le culture” e questo impatta soprattutto sui giovani. A loro, il Papa chiede di “farsi carico delle radici”, di “recuperare la memoria ferita”.
No a un indigenismo chiuso, serve incontro interculturale
L’Esortazione si sofferma quindi sull’“incontro interculturale” (36-38). Anche le “culture apparentemente più evolute”, osserva, possono apprendere da popoli che hanno “sviluppato un tesoro culturale stando legate alla natura”. La diversità, quindi, non sia “una frontiera” ma “un ponte” e dice no ad “un indigenismo completamente chiuso”. L’ultima parte del II capitolo è dedicata al tema “culture minacciate, popoli a rischio” (39-40). In qualsiasi progetto per l’Amazzonia, è la sua raccomandazione, “è necessario assumere la prospettiva dei diritti dei popoli”. Questi, soggiunge, “difficilmente potranno conservarsi indenni” se l’ambiente, in cui sono nati e si sono sviluppati, “si deteriora”.
Il sogno ecologico: unire cura dell’ambiente e cura delle persone
Il terzo capitolo, “Un sogno ecologico”, è quello più immediatamente collegato alla Enciclica Laudato si’. Nella introduzione (41-42), viene sottolineato che in Amazzonia esiste una relazione stretta dell’essere umano con la natura. Il curarsi dei nostri fratelli come il Signore si cura di noi, ribadisce, “è la prima ecologia di cui abbiamo bisogno”. Cura dell’ambiente e cura dei poveri sono “inseparabili”. Francesco rivolge poi l’attenzione al “sogno fatto di acqua” (43-46). Cita Pablo Neruda e altri poeti locali sulla forza e bellezza del Rio delle Amazzoni. Con le loro poesie, scrive, “ci aiutano a liberarci dal paradigma tecnocratico e consumista che soffoca la natura”.
Ascoltare il grido dell’Amazzonia, lo sviluppo sia sostenibile
Per il Papa, urge ascoltare “il grido dell’Amazzonia” (47-52). Ricorda che l’equilibrio planetario dipende dalla sua salute. Ci sono, scrive, forti interessi non solo locali, ma pure internazionali. La soluzione non è perciò “l’internazionalizzazione” dell’Amazzonia; deve invece crescere “la responsabilità dei governi nazionali”. Lo sviluppo sostenibile, prosegue, richiede che gli abitanti siano sempre informati sui progetti che li riguardano e auspica la creazione di “un sistema normativo” con “limiti inviolabili”. Invita così alla “profezia della contemplazione” (53-57). Ascoltando i popoli originari, sottolinea, possiamo amare l’Amazzonia “e non solo utilizzarla”; possiamo trovare in essa “un luogo teologico, uno spazio dove Dio si manifesta e chiama i suoi figli”. L’ultima parte del III Capitolo è incentrata su “educazione e abitudini ecologiche” (58-60). Il Papa rimarca che l’ecologia non è questione tecnica, ma comprende sempre “un aspetto educativo”.
Il sogno ecclesiale: sviluppare una Chiesa dal volto amazzonico
L’ultimo capitolo, il più corposo, è dedicato “più direttamente” ai pastori e ai fedeli cattolici e si concentra sul “sogno ecclesiale”. Il Papa invita a “sviluppare una Chiesa dal volto amazzonico” attraverso un “grande annuncio missionario” (61), un “annuncio indispensabile in Amazzonia” (62-65). Per il Papa non basta portare un “messaggio sociale”. Questi popoli hanno “diritto all’annuncio del Vangelo”, altrimenti “ogni struttura ecclesiale diventerà” una ONG. Una parte consistente è poi dedicata all’inculturazione. Riprendendo Gaudium et spes, parla di “inculturazione” (66-69) come un processo che porta “a pienezza alla luce del Vangelo” quanto di buono esiste nelle culture amazzoniche.
Una rinnovata inculturazione del Vangelo in Amazzonia
Il Papa volge lo sguardo più in profondità indicando le “vie di inculturazione in Amazzonia”. (70-74). I valori presenti nelle comunità originarie, scrive, vanno tenuti “in conto nell’evangelizzazione”. E nei due paragrafi successivi si sofferma sulla “inculturazione sociale e spirituale” (75-76). Il Papa evidenzia che, vista la condizione di povertà di tanti abitanti dell’Amazzonia, l’inculturazione deve avere “un timbro fortemente sociale”. Al tempo stesso, però, la dimensione sociale va integrata con quella “spirituale”.
I Sacramenti siano accessibili a tutti, specie ai poveri
L’Esortazione indica poi i “punti di partenza per una santità amazzonica” (77-80) che non devono copiare “modelli da altri luoghi”. Sottolinea che “è possibile recepire in qualche modo un simbolo indigeno senza necessariamente qualificarlo come idolatrico”. Si può valorizzare, aggiunge, un mito “carico di senso spirituale” senza necessariamente considerarlo “un errore pagano”. Vale lo stesso per alcune feste religiose che, sebbene richiedano un “processo di purificazione”, “contengono un significato sacro”.
Altro passaggio significativo di Querida Amazonia è sull’inculturazione della liturgia (81-84). Il Pontefice constata che già il Concilio Vaticano II aveva richiesto uno sforzo di “inculturazione della liturgia nei popoli indigeni”. Ricorda inoltre, in una nota al testo, che nel Sinodo “è emersa la proposta di elaborare un rito amazzonico”. I Sacramenti, esorta, “devono essere accessibili, soprattutto ai poveri”. La Chiesa, sottolinea richiamando Amoris laetitia, non può trasformarsi in una “dogana”
Vescovi latinoamericani inviino missionari in Amazzonia
Legato a questo è il tema “l’inculturazione della ministerialità” (85-90) su cui la Chiesa deve dare una risposta “coraggiosa”. Per il Papa va garantita “una maggiore frequenza della celebrazione dell’Eucaristia”. Al riguardo, ribadisce, è importante “determinare ciò che è più specifico del sacerdote”. La risposta, si legge, è nel sacramento dell’Ordine Sacro che abilita solo il sacerdote a presiedere l’Eucaristia. Come dunque “assicurare il ministero sacerdotale” nelle zone remote? Francesco esorta tutti i vescovi, specie latinoamericani, “a essere più generosi”, orientando quanti “mostrano una vocazione missionaria” a scegliere l’Amazzonia e li invita a rivedere la formazione dei presbiteri.
Favorire un protagonismo dei laici nelle comunità
Dopo i Sacramenti, Querida Amazonia si sofferma sulle “comunità piene di vita” (91-98) in cui i laici devono assumere “responsabilità importanti”. Per il Papa, infatti, non si tratta “solo di favorire una maggiore presenza di ministri ordinati”. Un obiettivo “limitato” se non si suscitasse “una nuova vita nella comunità”. Servono, dunque, nuovi “servizi laicali”. Solo attraverso “un incisivo protagonismo dei laici”, ribadisce, la Chiesa potrà rispondere alle “sfide dell’Amazzonia”. Per il Pontefice un posto speciale hanno pure i consacrati, mentre ricorda il ruolo delle comunità di base che hanno difeso i diritti sociali e incoraggia in particolare l’attività della REPAM e dei “gruppi missionari itineranti”.
Nuovi spazi alle donne, ma senza clericalizzazioni
Uno spazio a sé, il Papa lo dedica alla forza e al dono delle donne (99-103). Riconosce che in Amazzonia alcune comunità si sono sostenute solo “grazie alla presenza di donne forti e generose”. Avverte però che non si deve ridurre “la Chiesa a strutture funzionali”. Se fosse così, infatti, si accorderebbe loro un ruolo solo se avessero accesso all’Ordine Sacro. Per il Papa va rifiutata la clericalizzazione delle donne, accogliendo invece il contributo secondo il modo femminile che prolunga “la forza e la tenerezza di Maria”. Incoraggia il sorgere di nuovi servizi femminili, che - con un riconoscimento pubblico dei vescovi - incidano nelle decisioni per le comunità.
Cristiani lottino insieme per difendere i poveri dell’Amazzonia
Per il Papa, bisogna “ampliare orizzonti al di là dei conflitti” (104-105) e lasciarsi sfidare dall’Amazzonia a “superare prospettive limitate” che “rimangono chiuse in aspetti parziali”. Il IV capitolo termina con il tema della “convivenza ecumenica e interreligiosa” (106-110). Il Papa invita i credenti a “trovare spazi per dialogare e agire insieme per il bene comune”. “Come non lottare insieme? – si chiede Francesco – Come non pregare insieme e lavorare fianco a fianco per difendere i poveri dell’Amazzonia”?
Affidiamo l’Amazzonia e i suoi popoli a Maria
Francesco conclude la Querida Amazonia con una preghiera alla Madre dell’Amazzonia (111). “Madre, guarda i poveri dell’Amazzonia – recita un passo della sua orazione – perché la loro casa viene distrutta per interessi meschini (…) tocca la sensibilità dei potenti perché, se anche sentiamo che è già tardi, tu ci chiami a salvare ciò che ancora vive”.

Vatican News


lunedì 28 ottobre 2019

CONCLUSO IL SINODO SULL'AMAZZONIA. INIZIO DI UN NUOVO CAMMINO ALLA LUCE DEL VANGELO

Conversione e missione: così il Vangelo può salvare i popoli e la terra dell’Amazzonia

Il filo rosso che attraversa il documento finale del Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia

 di ANDREA TORNIELLI 

«Abbiamo la nostra visione del cosmo, il nostro modo di guardare il mondo che ci circonda. La natura ci avvicina di più a Dio. Ci avvicina guardare il volto di Dio nella nostra cultura, nel nostro vivere. Noi come indigeni viviamo l’armonia con tutti gli esseri viventi… Non indurite il vostro cuore, dovete addolcire il vostro cuore. Questo è l’invito di Gesù. Ci invita a vivere uniti. Crediamo in un solo Dio. Dobbiamo restare uniti. Questo è quello che noi desideriamo come indigeni. Abbiamo i nostri riti, però questo rito deve incardinarsi nel centro che è Gesù Cristo».
Una delle testimonianze più forti e più vive, tra quelle ascoltate dai partecipanti al Sinodo dei vescovi dell’Amazzonia, l’ha offerta Delio Siticonatzi Camaiteri, membro del popolo Ashaninca. Ancora una volta si è verificato ciò che più volte Papa Francesco ha insegnato con il suo magistero: si esce per annunciare il Vangelo ed essere vicini ai più poveri, agli scartati e agli indifesi non per “portare” qualcosa ma innanzitutto per essere evangelizzati, cioè per incontrare il volto del Dio di Gesù Cristo nei volti di questi nostri fratelli.
Il documento finale del Sinodo, frutto del discernimento comune dei vescovi dell’Amazzonia e di altre parti del mondo radunati dal Successore di Pietro, presenta il filo rosso di una triplice conversione: ecologica, culturale e sinodale. Una triplice conversione per realizzarne una quarta, quella pastorale, al fine di annunciare con rinnovato slancio missionario il Vangelo di Gesù Cristo in queste terre. Infatti, a fondamento di queste quattro conversioni - sottolinea il documento - c’è «l’unica conversione al Vangelo vivente, che è Gesù Cristo».
I drammi che vive quell’immenso e poco popolato territorio, attraversato da fiumi e ricco di biodiversità, definito nel documento “cuore biologico” del pianeta, sono un esempio dei drammi che viviamo in questo tempo. I cambiamenti climatici, la deforestazione, il depredamento rapace delle risorse, l’abbandono in cui vivono i popoli autoctoni, le sfide rappresentate dalla crescita delle periferie delle metropoli, le migrazioni interne ed esterne, le violenze perpetrate sui più deboli. Tutto ciò sfida i cristiani e li richiama alle loro responsabilità.
Dal documento finale emerge chiaramente la necessità di un cambio di passo, che non potrà mai essere frutto di strategie di marketing missionario o soltanto di nuove strutture ecclesiali. C’è bisogno di tornare alla sorgente, a quel “centro” testimoniato con passione da Delio. L’Amazzonia ha bisogno innanzitutto della sovrabbondanza della grazia, di uomini e donne che amano Gesù e lo scoprono nei volti, nei drammi, nelle ferite dei popoli dimenticati e sfruttati.
Tutto ciò che nel testo consegnato dai vescovi al Papa viene suggerito - dalla nascita di reti ecclesiali per le comunità amazzoniche all’istituzione di specifici organismi per radunare i vescovi della regione, dalla proposta di nuovi ministeri laicali per le donne che rappresentano le vere colonne di molte comunità all’invito rivolto alle congregazioni religiose perché mandino missionari in quelle terre, la necessità di inculturare meglio nella liturgia le tradizioni e le lingue dei popoli autoctoni, fino alla proposta di rilanciare il diaconato permanente studiando anche la possibilità di arrivare all’ordinazione sacerdotale di diaconi permanenti sposati - trova un suo contesto e una sua luce in quella conversione che Francesco ha proposto fin dall’inizio del suo pontificato con l’esortazione Evangelii gaudium.
Il Sinodo che si conclude dopo aver ascoltato il grido dei popoli amazzonici non è stato un incontro “politico”: è stato invece un evento ecclesiale, in ascolto dello Spirito Santo, per cercare nuovi cammini di evangelizzazione, nella consapevolezza che tutto è connesso e che per i cristiani l’interesse e la preoccupazione per la salvaguardia dei poveri e degli scartati, per la cura e la difesa del creato che Dio ha affidato alla custodia degli uomini, non è un optional, ma scaturisce dal cuore della nostra fede.
Infine, da questo Sinodo giunge un appello all’unità di tutta la Chiesa, a camminare insieme, guidati dallo Spirito Santo. È l’appello che viene da Delio, dagli indigeni dell’Amazzonia: «Non indurite il vostro cuore … Questo è l’invito di Gesù. Ci invita a vivere uniti … Dobbiamo restare uniti … nel centro che è Gesù Cristo».

Vatican News


giovedì 10 ottobre 2019

AMAZZONIA, CASA COMUNE

IL SINODO PER L’AMAZZONIA

Il Sinodo, attualmente in corso,  intende facilitare il dialogo sulla responsabilità globale per il rispetto della nostra Casa Comune, portando la riflessione al di là dell’ambito della regione amazzonica e al di fuori delle mura ecclesiali.
È una chiamata globale ad ascoltare il grido disperato dei poveri e del nostro Pianeta, ad imparare dalle esperienze di modelli di vita sostenibili per il rispetto della natura, ad assumere un approccio volto all’ecologia integrale ed agire urgentemente a difesa della nostra Casa Comune.
Il Sinodo dell’Amazzonia può operare una profonda trasformazione, ricordandoci che tutto è connesso.
L’Amazzonia oggi come emblema di tutti i territori vulnerabili e delle comunità indigene che li abitano, vittime di violazioni dei più fondamentali diritti umani, e testimoni dello scempio ambientale che vivono nei loro territori per mano delle imprese multinazionali.


venerdì 23 agosto 2019

LA FORESTA AMAZZONICA BRUCIA. PERICOLI PER IL MONDO INTERO


In un comunicato la preoccupazione dei vescovi del Consiglio episcopale latinoamericano, Celam. L’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali brasiliano, responsabile del monitoraggio satellitare delle foreste, riporta che dall’inizio dell’anno sono scoppiati circa 73.000 incendi con un aumento dell’82% rispetto allo scorso anno. Poco più della metà dei roghi avviene in Amazzonia

Adriana Masotti e Roberto Artigiani – Città del Vaticano

La più grande foresta del pianeta, quella della Regione amazzonica, brucia a ritmi preoccupanti e i vescovi dell'America Latina sentono il dovere di alzare la voce per richiamare l'attenzione su questo dramma. “Consapevoli dei terribili incendi che consumano grandi porzioni di flora e fauna, in Alaska, Groenlandia, Siberia, Isole Canarie, e in particolare in Amazzonia, noi vescovi dell'America Latina e dei Caraibi desideriamo esprimere la nostra preoccupazione per la gravità di questa tragedia", si legge in un comunicato a firma della presidenza del Celam, il Consiglio dei vescovi latinoamericani. La speranza dettata dal Sinodo sull'Amazzonia ormai vicino, continuano i presuli, sembra ora offuscata dal dolore per questa tragedia naturale. Esprimono quindi alle popolazioni indigene del territorio amazzonico la loro vicinanza, mentre uniscono la propria voce alla loro per chiedere al mondo solidarietà e pronta attenzione "per fermare questa devastazione”.
La denuncia contenuta nello Strumento di lavoro del Sinodo
Lo Strumento di lavoro del Sinodo sull’Amazzonia, si legge ancora nel comunicato, avverte profeticamente che in questa foresta di vitale importanza per il pianeta, è stata innescata una profonda crisi a causa di un prolungato intervento dell'uomo in cui predominano la 'cultura della scarto' e una mentalità che mette al centro l’attività produttiva. “Esortiamo i governi dei Paesi amazzonici, in particolare del Brasile e della Bolivia, le Nazioni Unite e la comunità internazionale ad agire seriamente per salvare il polmone del mondo”, scrivono i vescovi, ricordando che ciò che succede in Amazzonia ha una portata planetaria. “Se l'Amazzonia soffre – concludono - soffre il mondo”.
Roghi alimentati dal clima politico
I dati sugli incendi forniti dall'Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali brasiliano fotografano una realtà allarmante. Stefano Raimondi dell’ufficio Aree Protette di Legambiente commenta: “La situazione è decisamente peggiorata nel corso dell’ultimo anno. Le fonti che abbiamo riportano un incremento degli incendi in tutto il Brasile di oltre l’83% nella prima parte dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2018. Altre fonti sono anche più allarmistiche, ma sicuramente possiamo dire che a grandi linee gli incendi sono più che raddoppiati. È una situazione preoccupante visto che si tratta di roghi di origine dolosa, alimentati da un clima politico che nega la questione nonostante ci possano essere conseguenze a livello mondiale”.
Una pesante eredità per le prossime generazioni
Riguardo alle conseguenze degli incendi, Raimondi afferma che “da un lato c’è l’effetto immediato dell’emissione nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica che alimenta l’effetto serra; dall’altro c’è il fatto che in prospettiva queste foreste non contribuiranno per decenni all’assorbimento dei gas che concorrono ad alterare il clima. Stiamo perdendo foreste di dimensioni pari a interi Stati europei. Questi enormi danni li pagheranno le prossime generazioni". 
Situazione politica favorevole al disboscamento
Sulla questione dei roghi il presidente del Brasile, Bolsonaro ha chiamato in causa le Ong. Le sue dichiarazioni sono state definite “completamente irresponsabili” dall’Istituto Brasiliano di Protezione Ambientale. Secondo Raimondi “Bolsonaro accusa gli ambientalisti di appiccare gli incendi quando evidentemente la responsabilità è da ricercare altrove" E prosegue: "In Amazzonia i disboscamenti con il fuoco sono sempre avvenuti da parte di allevatori e contadini per ottenere territorio da coltivare o da mettere a disposizione di allevamenti. L’accelerazione degli ultimi mesi si nutre anche dell'attuale clima politico: la scarsa attenzione nei confronti delle tematiche ambientali ha portato molti agricoltori e allevatori, purtroppo anche piccoli, ad accelerare il disboscamento non sapendo quanto durerà questa situazione così favorevole alla sottrazione del territorio amazzonico per scopi meramente produttivi”.

Vatican News

venerdì 9 agosto 2019

SERVE IL DIALOGO TRA I POPOLI. IL SOVRANISMO E LA CHIUSURA PORTANO ALLE GUERRE


Intervista di Papa Francesco
a La Stampa–Vatican Insider:
L’Europa non deve sciogliersi, vanno rispettate le identità dei popoli ma senza chiusure. Alla politica servono creatività e prudenza nell’accogliere i migranti.
Il Sinodo sull’Amazzonia sarà una risposta all’emergenza ambientale planetaria, ma nasce dalla Chiesa e avrà una dimensione evangelizzatrice

di Michele Raviart – Città del Vaticano

L’Europa va salvata perché è un patrimonio che “non può e non deve sciogliersi”. Dialogo e ascolto “a partire dalla propria identità” e dai valori umani e cristiani sono l’antidoto contro sovranismi e populismi e il motore per “un processo di rilancio”, “che vada avanti senza interruzioni”. Parte dalla situazione attuale dell’Unione Europea l’intervista rilasciata da Papa Francesco a Domenico Agasso, vaticanista del quotidiano “La Stampa” e coordinatore di “Vatican Insider”, e affronta temi come l’immigrazione, il cambiamento climatico e il prossimo Sinodo sull’Amazzonia.
Il sogno dei padri fondatori europei
L’auspicio è che l’Europa torni a essere quella del “sogno dei padri fondatori”. Una visione concretizzata dall’attuazione di quell’unità storica e culturale, oltre che geografica, che caratterizza il Vecchio Continente. Sebbene ci siano stati “problemi di amministrazioni e dissidi interni”, spiega Papa Francesco, la designazione di una donna, Ursula von der Leyen, a capo della Commissione Europea, “può essere adatta a ravvivare la forza dei padri fondatori”, perché “le donne hanno la capacità di accomunare e di unire”.
L’Europa riparta dai suoi valori umani e cristiani
La sfida principale per far ripartire l’Europa nasce dal dialogo. “Nell’Unione Europea ci si deve parlare, confrontare, conoscere”, afferma il Papa, spiegando come il “meccanismo mentale” dietro ogni ragionamento debba essere “prima l’Europa, poi ciascuno di noi”. Per fare questo, ribadisce, “occorre anche l’ascolto”, mentre molto spesso si vedono solo “monologhi di compromesso”.  “Il punto di partenza e di ripartenza sono i valori umani, della persona umana. Insieme ai valori cristiani: l’Europa ha radici umane e cristiane, è la storia che lo racconta. E quando dico questo, non separo cattolici, ortodossi, e protestanti. Gli ortodossi hanno un ruolo preziosissimo per l’Europa. Abbiamo tutti gli stessi valori fondanti”.
L’identità non si negozia, ma deve aprirsi al dialogo
Il Papa spiega: “Ciascuno di noi” è ovviamente importante, non è secondario, Infatti ogni dialogo deve “partire dalla propria identità”. Fa un esempio: ”Io non posso fare ecumenismo se non partendo dal mio essere cattolico, e l’altro che fa ecumenismo con me deve farlo da protestante, ortodosso … La propria identità non si negozia, si integra. Il problema delle esagerazioni è che si chiude la propria identità, non ci si apre. L’identità è una ricchezza - culturale, nazionale, storica, artistica - e ogni paese ha la propria, ma va integrata col dialogo. Questo è decisivo: dalla propria identità aprirsi al dialogo per ricevere dalle identità degli altri qualcosa di più grande”.
Preoccupato da sovranismo e populismo
In questo senso, il Papa si dice preoccupato del sovranismo: “È un atteggiamento di isolamento. Sono preoccupato perché si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934. ‘Prima noi. Noi… noi…’: sono pensieri che fanno paura. Il sovranismo è chiusura. Un paese deve essere sovrano, ma non chiuso. La sovranità va difesa, ma vanno protetti e promossi anche i rapporti con gli altri paesi, con la Comunità europea. Il sovranismo è un’esagerazione che finisce male sempre: porta alle guerre”. Il populismo, poi, è un modo di imporre un atteggiamento che conduce ai sovranismi e non va invece confuso con il “popolarismo” che è cultura del popolo e la possibilità che questo si esprima.
Migranti: prima di tutto il diritto alla vita
Ricevere, accompagnare, promuovere e integrare sono invece i criteri da seguire quando si parla di immigrazione e di accoglienza. Prima di tutto, ribadisce il Papa, c’è il diritto alla vita, “il più importante di tutti”. Bisogna poi sempre ricordare le condizioni di guerra e di fame da cui provengono le persone che fuggono. Allo stesso modo “i governi devono pensare e agire con prudenza”, perché “chi amministra è chiamato a ragionare su quanti migranti si possono accogliere”. Ci possono essere anche soluzioni creative, pensando, per esempio, a quanti Stati hanno carenze di manodopera nel settore agricolo: “Mi hanno raccontato che in un Paese europeo ci sono cittadine semivuote a causa del calo demografico: si potrebbero trasferire lì alcune comunità di migranti, che tra l’altro sarebbero in grado di ravvivare l’economia della zona”.
Aiutare i paesi poveri per fermare i flussi migratori
Francesco aggiunge un’altra riflessione: “Sulla guerra, dobbiamo impegnarci e lottare per la pace. La fame riguarda principalmente l’Africa. Il continente africano è vittima di una maledizione crudele: nell’immaginario collettivo sembra che vada sfruttato. Invece una parte della soluzione è investire lì per aiutare a risolvere i loro problemi e fermare così i flussi migratori”.  
Amazzonia, un “Sinodo di urgenza”
Il prossimo ottobre in Vaticano si svolgerà il Sinodo sull’Amazzonia, figlio della Laudato Si’, sottolinea il Papa, che ribadisce: non è un’enciclica verde ma un’enciclica sociale basata sulla custodia del Creato. Nello stesso tempo è un “Sinodo di urgenza”. Francesco, infatti, si dice sconvolto dal fatto che il 29 luglio l’uomo ha già consumato tutte le risorse rigenerabili per l’anno in corso. Questo, insieme allo scioglimento dei ghiacciai, al rischio di innalzamento del livello degli oceani, all’aumento dei rifiuti di plastica in mare, la deforestazione e altre situazioni critiche, fa sì che il pianeta viva in “una situazione di emergenza mondiale”.
Un lavoro di comunione guidato dallo Spirito Santo
Il Sinodo, tuttavia, avverte il Papa, “non è una riunione di scienziati o di politici. Non è un parlamento: è un’altra cosa. Nasce dalla Chiesa e avrà missione e dimensione evangelizzatrici. Sarà un lavoro di comunione guidato dallo Spirito Santo”. I temi importanti sono quelli che riguardano “i ministeri dell’evangelizzazione e i diversi modi di evangelizzare”, spiega Francesco, mentre la questione dei “viri probati”, la possibilità di ordinare uomini anziani e sposati là dove mancano sacerdoti, non sarà uno dei temi principali del Sinodo, ma è “semplicemente un numero dell’Instrumentum Laboris”.
L’Amazzonia è decisiva per il futuro del pianeta
Il Papa spiega la scelta di fare un Sinodo per l’Amazzonia, una regione che coinvolge ben nove Stati: è “un luogo rappresentativo e decisivo … contribuisce in maniera determinante alla sopravvivenza del pianeta. Gran parte dell’ossigeno che respiriamo arriva da lì. Ecco perché la deforestazione significa uccidere l’umanità”.
La politica elimini connivenze e corruzioni
“La minaccia della vita delle popolazioni e del territorio - sottolinea ancora - deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società”. Così la politica deve “eliminare le proprie connivenze e corruzioni. Deve assumersi responsabilità concrete, per esempio sul tema delle miniere a cielo aperto, che avvelenano l’acqua provocando tante malattie”. 
Fiducia nei giovani
La fiducia per un nuovo atteggiamento verso la cura del Creato viene dai movimenti giovanili - afferma infine il Papa - come quello creato da Greta Thunberg: “Ho visto un loro cartello che mi ha colpito: ‘Il futuro siamo noi!’”. Significa promuovere un’attenzione alle piccole cose quotidiane che “incide” nella cultura “perché si tratta di azioni concrete”.

da Vatican News




mercoledì 31 luglio 2019

CHIESA IN AMAZZONIA E SVILUPPO INTEGRALE UMANO: IMPEGNO PER LA DIGNITÀ' UMANA

Pubblichiamo l’articolo di padre Michael Czerny, sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e Segretario speciale del Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica, dal titolo "La Chiesa in Amazzonia e lo sviluppo umano integrale. Impegno profetico per la dignità di tutti gli esseri umani"

di Michael Czerny s.j.

Come il Buon samaritano, la Chiesa vuole mettere in atto il proprio impegno per la compassione e per la giustizia del Vangelo in Amazzonia. Essa è chiamata a osservare e comprendere, per poi aprirsi al dialogo e agire. Ecco la ragione per cui Papa Francesco ha convocato un Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica. Con l’aiuto del Sinodo, sarà possibile avviare delle azioni pastorali e ambientali in Amazzonia e riaffermare le modalità “dell’essere Chiesa” comportate da tali azioni.
Instrumentum laboris
Questa sollecitudine nell’impegnarsi viene assunta esplicitamente nell’ultimo capitolo dell’Instrumentum laboris (IL), che sintetizza le sfide e le speranze di una Chiesa profetica nella regione amazzonica. L’orizzonte in cui ci si muove, senza il quale non possono esistere vita e giustizia, è il fatto che «tutto è connesso», come Papa Francesco ha spiegato nell’enciclica Laudato si’ (138). Il sociale e il naturale, l’ambientale e il pastorale non possono e non devono essere separati. Compartimentalizzazioni riduttive - intellettuali e spirituali, imprenditoriali e politiche - hanno messo in pericolo la vita umana sulla Terra, casa comune dell’umanità.
Il Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica
Il prossimo Sinodo si impegna ad aiutare a risanare le violazioni in una parte del mondo dove le conseguenze delle idee errate e delle pratiche dannose hanno esiti particolarmente seri. È arrivato il momento in cui la Chiesa si confronti con questa problematica. Per questo, nel tema del Sinodo, troviamo le parole «Nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale», e il titolo dell’ultimo capitolo dell’IL è «Il ruolo profetico della Chiesa e la promozione umana integrale». Entrambi parlano di dimensioni o dinamiche che devono andare insieme nella missione della Chiesa: il suo ministero pastorale non va staccato dalla promozione umana e dall’ecologia integrale.
Terra disputata su più fronti
Come l’enciclica Laudato si’, con la sua esaustiva esposizione storica, scientifica, economica e pastorale, anche l’il offre una lunga analisi delle condizioni dell’Amazzonia. Nelle parole di Papa Francesco: «L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: il neo-estrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali» (Papa Francesco, Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù, 19 gennaio 2018). Aggiunge l’IL: «La molteplice distruzione della vita umana e ambientale, le malattie e l’inquinamento di fiumi e terre, l’abbattimento e l’incendio di alberi, la massiccia perdita della biodiversità, la scomparsa delle specie (più di un milione degli otto milioni di animali e piante a rischio), costituiscono una cruda realtà che chiama in causa tutti. La violenza, il caos e la corruzione dilagano. Il territorio è diventato uno spazio di scontri e di sterminio di popoli, culture e generazioni» (n. 23).
Minacce a popolazioni indigene
La situazione dell’Amazzonia ha diverse cause. Ci sono delle responsabilità locali e multinazionali che sostengono e incoraggiano investimenti, pubblici o privati, che hanno impatti devastanti sull'ambiente amazzonico e sui suoi abitanti. Tuttavia, un punto di partenza fondamentale è il fatto che le popolazioni indigene vedono minacciati i loro territori delimitati da interessi che li sfruttano, e spesso viene loro negato il diritto alla propria terra.
Violazioni al diritto internazionale
Questo costituisce una violazione del diritto e delle convenzioni internazionali. «La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (approvata il 13 settembre 2007), a cui il Papa ha fatto riferimento in diverse occasioni, contiene diritti importanti come quello all’autodeterminazione, in virtù del quale quei popoli decidono liberamente il proprio statuto politico e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale (art. 3). Nell’esercizio del loro diritto all’autodeterminazione, i popoli indigeni possono rivendicare l’autonomia nelle questioni riguardanti i loro affari interni e locali (art. 4). E dall’art. 6 della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sui popoli indigeni e tribali, del 1989, si ricava il loro diritto a non subire misure legislative o amministrative che li possano riguardare direttamente senza essere stati prima consultati “in buona fede e in forma appropriata alle circostanze”, affinché diano il proprio consenso previo, libero e informato» (Pedro Barreto s.j., Sinodo per l’Amazzonia e diritti umani: Popoli, comunità e Stati in dialogo, «La Civiltà Cattolica», 20 luglio 2019).
Un cammino di croce
In realtà, è proprio la disuguaglianza delle forze e, in molti casi, la flagrante mancanza di rispetto dei diritti costituzionali, oltre all’imposizione di un cosiddetto modello di sviluppo, che continuano a causare grande disarticolazione sociale, vulnerabilità, degradazione delle relazioni, migrazione, disoccupazione, violenza e fame in molte comunità indigene. La mancanza di riconoscimento, demarcazione e titolarità dei territori (una condizione sine qua non per la sicurezza, la stabilità della comunità e la sopravvivenza culturale) ha portato a un numero allarmante di morti a cause delle nuove malattie o di natura violenta. «Mettere in discussione il potere nella difesa del territorio e dei diritti umani è mettere a rischio la propria vita, aprendo un cammino di croce e martirio» (IL 145).
La difesa dei territori
L’IL pone l’esempio delle 1119 persone indigene che sono state uccise tra il 2003 e il 2017 solo in Brasile «per aver difeso i loro territori» (Cfr. Consiglio Indigenista Missionario, cnbb, Brasile, Relatório de violência contra os Povos Indígenas no Brasil – Dados de 2017, pp. 84ss, cfr. anche la presentazione di dom Roque Paloschi: «Na ausência da Justiça, a violência cotidiana devasta as vidas dentro e fora das terras indígenas», p. 9, Brasília 2018. ). In verità, in molteplici casi queste uccisioni sono da attribuirsi a ubriachezza, violenza domestica o liti tra persone. In generale, comunque, sono da considerarsi come conseguenze di cause tanto ambientali come sociali e strutturali, di problemi derivanti dalla mancanza di demarcazione dei territori e di invasione degli stessi da parte di potenti interessi esterni.
L’impegno della Chiesa
La Chiesa nel suo ruolo pastorale lavora in favore delle vittime e, nel suo ruolo profetico, si oppone agli abusi. È chiamata a essere «sostenitrice della giustizia e difensore dei poveri». Papa Benedetto XVI lo ha ricordato alla Conferenza di Aparecida nel suo discorso inaugurale (n. 395). La sua presenza è, in realtà, «un prisma che permette di identificare i punti fragili della risposta degli Stati, e delle società in quanto tali, davanti a situazioni urgenti, riguardo alle quali, indipendentemente dalla Chiesa, ci sono debiti concreti e storici che non si possono eludere» (Pedro Barreto S.J., art. cit.). Allo stesso tempo la Chiesa vede «con coscienza critica», come fa con ogni popolo tra i quali evangelizza, «una serie di comportamenti e realtà dei popoli indigeni che vanno contro il Vangelo» (il 144).
Un impegno profetico
I Pontefici, partendo da Papa Leone XIII alla fine del diciannovesimo secolo, il concilio Vaticano ii e la Dottrina sociale della Chiesa offrono chiare linee guida. In risposta a un modello dominante di società che produce esclusione e disuguaglianza, e un modello economico che uccide gli uomini e le donne più vulnerabili e distrugge la casa comune, la missione della Chiesa include infatti un impegno profetico per la dignità di tutti gli esseri umani senza distinzione, la giustizia, la pace e l’integrità del creato.
Rispetto, riconoscimento e dialogo
Come ha detto chiaramente Papa Francesco: «Credo che il problema essenziale sia come conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori. […] In questo senso dovrebbe sempre prevalere il diritto al consenso previo e informato» (Discorso ai rappresentanti di popoli indigeni, in occasione della 40° sessione del Consiglio dei governatori del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, Ifad, 15 febbraio 2017.) Anche a Puerto Maldonado, il Papa affermò: «considero imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri» (Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù, 19 gennaio 2018).
Ordine sociale
In Amazzonia, il “buon vivere” dei popoli indigeni dipende principalmente dalla demarcazione dei loro territori e dal suo scrupoloso rispetto. «La politica — ha detto san Giovanni Paolo II — è l’uso del potere legittimo per il raggiungimento del bene comune della società» (Discorso nel “Giubileo dei governanti e dei parlamentari”, 4 novembre 2000). Il compito fondamentale della politica è quello di assicurare un giusto ordine sociale, e la Chiesa «non può [e non] deve rimanere ai margini nella lotta per la giustizia» (EG 183, citando DCE 28). Così, la Chiesa è a fianco delle popolazioni indigene nella cura del loro territorio.
Evangelizzazione e promozione umana
Con tutte queste grandi dinamiche e sfide, minacce e promesse che sono presenti nella nostra mente e anche nella nostra preghiera, ricordiamo le parole di Papa Francesco che aprono l’ultimo capitolo dell’IL: «Dal cuore del Vangelo riconosciamo l'intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l'azione evangelizzatrice» (EG, 178).


Da   "L'Osservatore Romano"