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domenica 18 maggio 2025

IMPARARE AD AMARSI

 

Galimberti: bisogna imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all'altezza

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La Redazione

 Accettarsi per quello che siamo, con le nostre imperfezioni: come abbracciare la propria autenticità può liberarci dalla ricerca della perfezione e condurci alla vera felicità...

Il senso di disagio e di malessere sembra ormai dilagare tra i giovani: quest’ultimi, infatti, percepiscono sempre più un profondo senso di inadeguatezza, un po’ come se non fossero mai all’altezza della situazione e non ci fosse un posto per loro in questo mondo.

A tal fine una giovane ventiduenne, rivolgendosi al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, ha così espresso il suo pensiero:

“Mi trovo a scriverle senza sapere bene da dove cominciare. Ho dentro di me così tanti dubbi e conflitti, aggrovigliati e connessi tra di loro, da non essere in grado di individuarne un inizio né tantomeno una conclusione. Forse le sto scrivendo semplicemente per provare a dipanare questa massa. Quello che posso provare a raccontare è il forte senso di angoscia che frequentemente mi coglie, e che percepisco fisicamente, nel petto, a volte come un peso, altre volte come vuoto. Ho ventidue anni. Non riesco a sentirmi spensierata e in pace con me stessa. In ogni cosa mi trovo divisa tra il reale e l’ideale. Sono in bilico, ma non cado. Anzi, rimango immobile. Avverto allora un profondo disagio, la mancanza di un posto per me in questo grande mondo”, in tal modo la giovane ragazza si rivolge al filosofo in cerca di conforto, rassicurazione, e soprattutto di comprensione ed ascolto.

Allora ci si chiede cosa fare per superare questo disagio, per opporsi, così da ritornare a vivere serenamente, riassaporando la propria libertà senza vincoli o limiti di alcun genere.

“La triste realtà è che sogno quello che mi viene detto di sognare. Mi diverto come mi viene detto di divertirmi.

Sto zitta come mi viene detto di fare. Vorrei essere magra e bella. Vorrei essere sempre al massimo. Vorrei non avere debolezze. Ho idee precise, che non metto in atto. Credo nella lotta, ma non la applico. Credo nella conoscenza ma la tengo per me. Credo nell’amore, ma non amo. Credo nella forza del poter essere se stessi, ma provo vergogna. Rincorro con affanno un senso di appartenenza vero, di cui sento la mancanza, cercando allo stesso tempo di non conformarmi, ma fallendo ogni volta, ricadendo nel desiderio di essere come ‘loro’”, continua in tal senso la ventiduenne.

 Omologati e manipolati

Ecco allora che i giovanissimi si ritrovano ad essere omologati e manipolati, incapaci di mettersi in gioco, sempre in disparte, senza mai far sentire la loro voce, avendo paura di sbagliare, convinti di non poter mai essere felici, di non poter mai cambiare la situazione, vivendo la solitudine di chi chiede troppo a se stesso. Le nuove generazioni, idealizzando troppo se stesse, rischiano di vivere un’eterna insoddisfazione, un po’ come se non fossero mai abbastanza, ricercando una perfezione che non esiste, disconoscendo se stesse e trascurando la loro vera identità.

“Da questa guerra tutta interna a noi stessi che ci divora e non ci fa mai sentire soddisfatti della nostra esistenza si esce rinunciando alla perfezione che ci si è autoimposta e accettando la parte umbratile della nostra personalità, quella di cui non andiamo fieri, quella che vorremmo che nessuno scoprisse, quella che ci fa sentire ‘punti nel vivo’ quando qualcuno ce la svela”, queste le parole pregne di significato di Umberto Galimberti.

Per essere felici …

Per essere felici, dunque, occorre imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all’altezza e che determina spesso un profondo senso di vuoto e di tristezza.

“E se è vero che non noi, ma gli altri costruiscono la nostra identità, esponiamoci al mondo per quello che siamo, lasciandoci modificare da tutti gli incontri, evitando di cercare noi stessi in quella guerra inutile tra l’io e il suo ideale che ci isola dagli altri, e non ci fa approdare se non in quella terra desolata e solitaria dove a farci compagnia è solo la nostra insoddisfazione”, in tal modo termina la sua disamina il filosofo. E allora, che risposta possiamo dare a quella giovane ventiduenne che scrive con il cuore colmo di domande, paure e silenzi?

 L’essere e il dover essere

La risposta a quella giovane ventiduenne, e a tutti i giovani che si sentono "fuori posto", tra l’essere e il dover essere, è che la felicità non risiede nella perfezione ma nell'accettazione di sé, anche nelle proprie fragilità. Galimberti ci invita a rinunciare all'ideale irraggiungibile e ad abbracciare ciò che siamo, con tutte le nostre imperfezioni.

Quella "massa aggrovigliata" di dubbi non è qualcosa da risolvere, ma da comprendere. La spensieratezza che cerca non è l’assenza di peso, ma la leggerezza di chi smette di giudicarsi, di chi smette di inseguire modelli imposti e comincia, pian pian, a costruire un proprio modo di stare al mondo. Forse la vera forza non sta nel silenzio, ma nella voce che, anche tremante, osa dire: “questa sono io, e vado bene così”.

E così la risposta non è un manuale da seguire ma un percorso da intraprendere: fatto di errori, di relazioni vere, di cadute e risalite. 

Pertanto solo accettando di essere imperfetti possiamo finalmente sentirci liberi di esistere, di essere davvero felici.

 ascuolaoggi

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martedì 1 ottobre 2024

ELOGIO DELLA DEBOLEZZA

 


-di ENZO BIANCHI

 

Prima di organizzare dibattiti e confronti su un tema oggi evocato con frequenza come quello della “fragilità”, occorrerebbe fare con intelligenza una distinzione tra fragilità, debolezza, vulnerabilità e imperfezione. Altrimenti si fa confusione e non si accede a una consapevolezza che aiuti il nostro cammino di crescita umana.

 Certamente viviamo in un contesto di relativismo, di oblio delle esigenze morali e di fuga dalla fatica che incoraggia una certa inerzia e che non può non diventare debolezza spirituale. Anche la crescita delle ansie esistenziali e delle paure di fronte alla vita stessa, al futuro, alla morte, al fallimento, hanno alimentato un clima di depressione che porta a rimuovere le virtù da conseguirsi con fatica, mentre incoraggia la fragilità. Vulnerabili siamo tutti noi in quanto esseri umani: ma la fragilità è altra cosa e non va confusa!

Vulnerabilità” significa capacità di essere feriti, apertura ed esposizione all’altro: l’altro che ci sta davanti e ci mostra il volto con le sue ferite e il suo pianto ferisce anche noi, ci fa soffrire e ci porta alla compassione, al “soffrire insieme”. Essere vulnerabili è una grande possibilità di comunione anche perché la vulnerabilità non solo non esclude la fortezza, ma può incitarci all’acquisizione di questa virtù, tanto necessaria per poter aiutare con responsabilità e intelligenza l’altro che soffre.

 La fragilità invece è il male che ci coglie a causa della vita, della malattia, delle vicende del mondo. Dalla fragilità vorremmo “essere liberati” perché è un impedimento alla pienezza della nostra vita.

 Oggi c’è un elogio della fragilità che è insensato. Viene fatto da impotenti e inerti, ma va giudicato con chiarezza come giustificazione di una vita nella quale si rifiuta la fortezza per un equivoco: la fortezza infatti non è violenza, non è un vile prevalere sugli altri, ma è capacità di resistenza, di saldezza, di resilienza, di pazienza, di makrotymía, capacità di continuare a pensare in grande e a vedere in grande.

 Per questo le persone fragili sono riconosciute da chi sa di essere fragile e sono conosciute nel faccia a faccia, guardandosi negli occhi, nel mettere la mano nella mano, nell’abbracciarsi. Abbracciare un corpo deforme o malato, dare la mano a un mendicante, dare un bacio a un povero, accogliere un viandante in casa, è vivere la beatitudine di chi riconosce e discerne l’uomo fragile, dicono i salmi nella Bibbia.

 La debolezza. E infine possiamo dire che la debolezza è una consapevolezza spirituale della nostra situazione: siamo sempre deboli, ma è vero che in certi momenti sprofondiamo in una debolezza che rasenta la morte. Nonostante la lotta contro la tentazione cadiamo nel compiere il male, falliamo nel fare il bene, contraddiciamo l’amore. Gregorio Magno dice che, se non fossimo deboli e soggetti a cadute e a fallimenti nella vita, penseremmo che il bene che facciamo viene da noi e non da Dio. E arriva a dire con molta audacia che i peccati che facciamo, soprattutto quelli impuri, sono un rimedio all’orgoglio. 

Ma è il grande san Bernardo, che dopo una vita in cui comandava al papa e ai re, vive una crisi profonda: esce dal monastero e va a vivere da solo, in una capanna nella foresta. E qui confessa a causa dei suoi peccati il fallimento della sua vita da monaco, il fallimento del cammino verso la santità che si era prefisso. Ne esce come un uomo spogliato e canta: O optanda infirmitas! O beata desiderabile debolezza!

 

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