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mercoledì 1 aprile 2026

ORIENTARSI NEL MONDO

 


Una didattica integrata 
per riaccendere l’entusiasmo


Intervista a Irene Tirloni

Dove insegna e da quanto tempo?

Insegno in una scuola secondaria di primo grado a Flero, un paese in provincia di Brescia. Si trova nell’hinterland, appena fuori dalla città, in un quartiere ancora residenziale anche se al confine con una zona agricola. È parte di un istituto comprensivo articolato in due plessi che ospitano scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. Io insegno da undici anni, da sette a Flero e da cinque come insegnante di ruolo.

Quali materie insegna?

Lettere, ovvero italiano, storia, geografia e l’alternativa alla religione che ormai è diventata a tutti gli effetti una disciplina. Mi sono laureata in Lettere, Filologia moderna, poi, mentre già insegnavo, in Storia dell’arte, seguendo una vecchia passione. Tanto della mia vita e della mia formazione ruota intorno alla creazione del bello. Ho sempre collaborato in parallelo anche con istituzioni museali, soprattutto per l’ideazione di laboratori per le scuole.

Ha visto dei cambiamenti nell’arco della sua carriera? Di che tipo?

Il cambiamento più rilevante è di sicuro quello della rivoluzione tecnologica, che ha avuto un’accelerazione importante. Con il Covid c’è stato un utilizzo anche molto virtuoso della tecnologia e abbiamo cercato in ogni modo di sfruttare le potenzialità della didattica online. Oggi però dobbiamo capire come orientarci in questa realtà dominata dai social. Tutto è cambiato, impattando ovviamente anche contro la scuola. Secondo me, soprattutto in negativo a livello di concentrazione, perché i social ti abituano alla velocità, ma anche al disimpegno. “Scrollare” una pagina online è facile, ma non ti lascia granché, ed è diametralmente opposto al lavoro che facciamo noi, che dobbiamo insegnare processi lenti come la lettura e la scrittura, fatti di “ruminazione”, in cui torni e ritorni sulla pagina. Per i ragazzi oggi abituarsi alla lentezza significa quasi risalire controcorrente: hanno meno pazienza, vivono nell’immediatezza delle immagini di un mondo fatto di spot. Hanno una ridotta capacità di attenzione, quindi come insegnante un po’ devi adeguarti e un po’ cercare di allenarli a un tempo e a un apprendimento diversi, che danno un altro tipo di appagamento. Non è più lettura versus televisione, ma lettura versus “stories” e “reel”. Per un insegnante è un lavoro complesso, però quando ci riesci è una grande soddisfazione, perché vedi in loro qualcosa che si accende.

Con le materie che lei insegna, quali strumenti riesce a dare ai ragazzi per orientarsi nel mondo digitale con più consapevolezza?

Noi facciamo tanta educazione digitale, finalizzata soprattutto all’apprendimento e alla metacognizione, alla riflessione. Usando la lingua assieme ai tablet, promuoviamo una didattica digitale integrata. I ragazzi conoscono bene i videogiochi, però a volte sono molto ingenui nell’utilizzo del web. Per questo, nelle ore di educazione civica, insegniamo la cittadinanza digitale, per esempio come combattere il cyberbullismo. Spieghiamo che la tecnologia va indirizzata, incanalata, padroneggiata. Io dopo il Covid non ho smesso di utilizzare Classroom, una piattaforma di apprendimento online, dove carico i miei materiali per gli alunni. Su Classroom hanno una sorta di bacheca dove ritrovano gli argomenti studiati, materiali integrativi, approfondimenti, mappe digitali per chi ha disturbi dell’apprendimento o bisogni educativi speciali. Questo mi permette anche di sfruttare metodi come la flipped classroom, che inverte il metodo didattico tradizionale: anticipando materiali didattici ai ragazzi è possibile poi costruire una lezione dialogata in classe.

Mi fa paura più di ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo: “che cosa ti piace?” Rispondono: “niente”. Poi scopro che quel niente è stare ore online.

Che tipo di metodi usa?

Numerosi e integrati tra loro. Recentemente ho seguito un corso per diventare facilitatrice in Philosophy for Children, un metodo che si propone di trasformare la classe in comunità di ricerca filosofica. Realizziamo una lezione dialogata a partire da un testo: sono i ragazzi a formulare le domande e poi a condurre una sessione in cui cercano di costruire un dibattimento, non finalizzato a raggiungere una verità, o ad avere ragione, bensì a costruire una conoscenza fine a se stessa. Da queste sessioni a volte emergono riflessioni di una profondità e lucidità di cui loro stessi si stupiscono.

Uso molto lo storytelling per le lezioni di storia e spesso lo integro con l’altra mia passione, che è la didattica outdoor. Anche su questa ho seguito diverse formazioni. Nel giardino della scuola abbiamo allestito due ambienti di apprendimento esterni, con l’obiettivo di costruirne di più, per destrutturare l’aula scolastica. In termini di motivazione all’apprendimento e di attenzione vedo grandi risultati, perché i ragazzi sono molto più coinvolti. Facciamo anche messinscena, ovvero drammatizzazione, che è una tecnica didattica molto efficace per coinvolgere i ragazzi. Oltre a tutto questo, conduco anche la cosiddetta lezione frontale, che non va demonizzata: vuol dire semplicemente che stai veicolando in un certo modo alcune conoscenze ai ragazzi, tutto dipende dal modo in cui lo fai. A volte utilizzo anche metodi online, inclusi i quiz, ma sempre integrando il digitale con la mia umanità.

Secondo lei cosa manca alla formazione che oggi è offerta agli insegnanti?

Le occasioni formative sono molte e variegate e c’è grande attenzione su questo tema. Molta formazione è obbligatoria, per esempio sui temi dell’educazione civica o sull’inclusione. Ho dovuto seguire corsi e seminari per le certificazioni per Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), corsi di Dislessia-Amica e molti altri. Quello che manca è invece la possibilità di sperimentare in serenità le tecniche e metodi didattici che si sono appresi, per motivi organizzativi.

Quali sono questi ostacoli?

Non è facile realizzare al meglio una didattica integrata quando hai classi molto grandi. Una classe di oltre venti alunne e alunni è, nel mondo di oggi, già numerosa: bisognerebbe lavorare di più sulle compresenze, soprattutto se si esce dalla scuola. Mi capita di fare lezione camminando per il paese, però non è facile gestire un gruppo folto, non per problemi disciplinari, ma perché si fa fatica a dedicare a ciascuno l’attenzione che merita. Quello che fa la differenza nell’insegnamento è costruire con gli studenti una relazione autentica, un legame di fiducia e di complicità. Nelle mie classi lavoro molto su questo: abbiamo il nostro micro-linguaggio, i nostri patti, ma diventa difficile quando sono tanti alunni, anche per le molteplici esigenze educative speciali. A me piace pensare che tutti gli alunni hanno bisogni educativi speciali, non soltanto chi presenta difficoltà nell’apprendimento, in quanto esistono molteplici intelligenze, come evidenzia lo psicologo dello sviluppo Howard Gardner. Pertanto ognuno meriterebbe un’attenzione esclusiva.

Quale ritiene l’aspetto più positivo del suo lavoro?

Sono fortunata, lavoro in una scuola che ha ampi spazi all’aperto e strumentazioni all’avanguardia. Questo mi permette di sperimentare nei termini che sognavo. Per me conta il rapporto con  studentesse e studenti, vederli crescere e arricchirsi. Mi fa paura più di ogni cosa la mancanza di entusiasmo. Chiedo: “che cosa ti piace?” Rispondono: “niente”. Poi scopro che quel niente è stare ore online. Senza demonizzare la tecnologia o i social, è chiaro che manca loro qualcosa. Poi però osservo che si riaccendono facendo attività molto semplici e questo mi sprona a costruire insieme a loro un percorso di crescita: dalla prima alla terza li vedo evolvere come persone. È una vera gioia.

Crede che un insegnante possa fare la differenza per i suoi studenti?

Un insegnante può aiutarli a trovare la loro vocazione per il futuro, a orientarsi nel mondo. Noi siamo figure di riferimento nel momento in cui i ragazzi si allontanano dai genitori, perché devono crescere. Non ho fatto l’attrice, il mio sogno adolescenziale, ma affrontare la classe è come salire su un palcoscenico, perché i ragazzi ti osservano, ti studiano e ti premiano quando riconoscono la tua autenticità. Dai miei alunni ricevo lettere, biglietti, talvolta e-mail. Mi ringraziano per aver insegnato loro che non sono i voti che prendono. È un’altra delle mie battaglie: mi piace quando i ragazzi amano l’apprendimento non finalizzato all’ottenimento di un risultato, o al lavoro che si farà nella vita. Ma la cosa più bella che mi hanno detto in una classe è che sono stata per loro “come Virgilio che accompagna Dante”.

BE FOR EDICATION

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venerdì 2 maggio 2025

ELOGIO DELLA LENTEZZA


Rallentare è la chiave

 per una vita piena

 

La Redazione

 In un mondo che corre senza tregua, rallentare può diventare un atto rivoluzionario. Scopri come la lentezza può restituirti tempo, consapevolezza e una nuova qualità della vita...

 In un mondo dove la velocità è sinonimo di successo, in cui ogni momento sembra essere un’opportunità persa se non sfruttato immediatamente, la riflessione sulla lentezza può sembrare anacronistica. Ma in realtà, mai come oggi, ci sarebbe bisogno di un’educazione alla lentezza, alla pausa, al rallentamento intenzionale. Viviamo nella società dell’instant gratification, dove ogni click, ogni notifica, ogni messaggio ci spinge a una risposta rapida e immediata.

 Tuttavia, c'è una potenza nascosta nel dare tempo alle cose, nel fermarsi e nel respirare prima di reagire. La lentezza non è sinonimo di inefficienza o di pigrizia. Anzi, è un atto di profonda consapevolezza. È il riconoscimento che non tutto ha bisogno di una risposta immediata, che non tutte le domande hanno bisogno di una soluzione rapida. Nella nostra quotidianità, siamo così abituati alla frenesia che dimentichiamo quanto può essere prezioso il silenzio, il pensiero riflessivo e l’atto di osservare prima di agire.

Paolo Crepet, sociologo e psichiatra, ha spesso parlato dell’importanza di fermarsi a riflettere e di prendersi il tempo per comprendere ciò che accade dentro di noi. Il suo consiglio che è una massima di vita è: per realizzare se stessi è opportuno perdersi, fare una pausa in più per raggiungere livelli inaspettati. Per andare avanti  a volte è necessario regredire, come fa l’atleta quando si riposa prima di fare un grande salto.  "L'uomo ha bisogno di silenzio, di pausa, per capire cosa sta accadendo dentro di sé". Riflessione che sottolinea quanto sia essenziale, in un mondo iperconnesso e sempre attivo, fare spazio per l'introspezione e per il rallentamento.

La filosofia della lentezza ha trovato una voce importante negli ultimi decenni, specialmente attraverso movimenti come il Slow Food e il Slow Movement, che si oppongono al consumismo sfrenato e alla frenesia della vita moderna. Questi movimenti ci invitano a riprendere il controllo del nostro tempo, a vivere in modo più consapevole, a dedicare tempo a ciò che è davvero importante: le relazioni, la qualità del nostro lavoro, l’attenzione a ciò che ci circonda.

Umberto Galimberti, filosofo e psicologo, ha affermato che "Noi viviamo nella pura accelerazione del tempo, scandita non dai progetti umani, ma dagli sviluppi tecnici che, consumando con crescente rapidità il presente, tolgono anche al futuro il suo significato prospettico, quindi il suo 'senso'." Dal suo pensiero emerge che la velocità è il nemico della profondità, perché ciò che è profondo ha bisogno di tempo per essere compreso e per svilupparsi. Un pensiero che si collega perfettamente all'idea che la crescita personale e professionale non può essere forzata dalla fretta. Ogni passo, anche il più piccolo, merita di essere vissuto pienamente, e ciò non può accadere se corriamo sempre verso il prossimo obiettivo. Imparare a rallentare significa anche riscoprire la bellezza del presente. In un'epoca in cui siamo costantemente proiettati verso il futuro o immersi nel passato, la capacità di essere pienamente presenti nel qui e ora è diventata una risorsa rara. Eppure è proprio in quel momento che si trovano le risposte più profonde.

La riflessione, la calma e la serenità sono gli spazi in cui si sviluppano le idee più creative, quelle che non nascono dalla fretta ma dalla quiete. Inoltre, la lentezza non riguarda solo il nostro rapporto con il tempo, ma anche con le altre persone. La società contemporanea, sempre più individualista, ci ha convinti che per avere successo dobbiamo correre da soli, senza fermarci mai. Ma in realtà, è proprio rallentando e prendendosi il tempo per costruire relazioni autentiche che si arriva alla vera crescita. La pazienza nell’ascolto, la cura nei dettagli e la disponibilità a investire tempo nelle persone sono valori che, sebbene spesso ignorati, sono alla base di qualsiasi vera connessione. Crepet, in un'intervista, ha sottolineato che "l'intelligenza della vita consiste nel sapere quando fermarsi, nel capire che non è tutto urgente."

Questo invito a riflettere prima di agire, a non cedere alla spinta costante verso il fare, è un monito che ci dice che solo rallentando possiamo acquisire la lucidità necessaria per fare scelte veramente significative. Non è facile fermarsi in un mondo che ci spinge a correre. Ma forse il coraggio più grande oggi è proprio quello di scegliere di rallentare, di non cedere alla pressione esterna e di riconoscere che la vita, in tutta la sua bellezza, si trova nei momenti più lenti e riflessivi. Perché, come ci insegna la saggezza di tante tradizioni, "la vita non è una corsa, ma un viaggio da vivere appieno". E solo chi ha il coraggio di fermarsi per ascoltare il proprio cuore può davvero comprendere il valore di ogni passo lungo il cammino.

 SCUOLAOGGI

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sabato 8 febbraio 2025

QUESTO IMMENSO MONDO




 Piccolo trattato sull'immensità del mondo 



di Sylvain Tesson (Autore), Anna Faro (Traduttore)

 

A metà tra diario di viaggio e pamphlet filosofico, il "Piccolo trattato sull’immensità del mondo" raccoglie le impressioni, i pensieri e le avventure di Sylvain Tesson durante le sue molte peregrinazioni.

Tesson è innanzitutto un nomade dei tempi moderni, e i suoi viaggi sono un inno alla libertà: all’avventura nelle steppe asiatiche, in Tibet, nelle foreste di Francia, si arrampica a mani nude sulle grandi cattedrali europee.

Perlopiù cammina o cavalca, bivacca sopra un albero o sotto un ponte, vaga in cerca della meraviglia e della gioia e invita il lettore a fare altrettanto – a scoprire i piaceri del nomadismo e del vagabondaggio.

Il suo "Piccolo trattato" è al contempo un antidoto alla società digitale e un’ode a un’esistenza spesa nella natura, un elogio della lentezza e un diario romantico contro l’ordine costituito.

Amazon

 


lunedì 6 maggio 2019

I BAMBINI HANNO DIRITTO ALLA LENTEZZA


“A scuola a cinque anni. A sei anni corso di musica. A sette quello di tennis. E così via, verso una sfilza di obiettivi e traguardi che segneranno i primi passi della loro carriera. Eppure, a farne le spese è il benessere psicologico, con un numero sempre maggiore di bambini in terapia, o comunque sotto controllo”. (L’Adige )

NON DIMENTICHIAMO CHE IL VERO TRAGUARDO È LA VITA FELICE

Successo, potere, denaro non sono demoni da fuggire a prescindere. Ci sono persone che sono felici dei traguardi che raggiungono in ambito lavorativo, sportivo, politico. Non è un male! Il male è quando la smania di successo mette in ombra il diritto alla felicità.
Il pensiero strategico è sacrosanto! Ma cominciamo ad applicarlo insegnando ai bambini a raggiungere i propri obiettivi, non quelli che il mondo vorrebbe da loro. 
Lasciamo da parte quelle teorie che tentano di inculcare la competizione sfrenata, quegli atteggiamenti che, in modo sottile, fanno passare un messaggio simile.
 La prima vittima è sempre la lentezza. I bambini vivono in un mondo che scorre lento, fatto di giochi, di finzione, di piccoli interessi e passatempi. Ciascuno di questi è fondamentale per il bambino, è un tassello verso la sua crescita armonica...

mercoledì 19 ottobre 2016

NON STRESSATE I BAMBINI!


Risultati immagini per BAMBINI NEL BOSCO

I bambini 
hanno bisogno 
di lentezza e di noia

    Sempre più numerosi i ragazzi e bambini, dalla vita apparentemente normale, che si presentano al Pronto Soccorso con un disagio psichico che nasconde un grande dolore: iperstimolati, addestrati a primeggiare, incapaci di trovare la forza di reagire ad una delusione.
    E’ quanto è emerso nel dialogo ad Educa tra la dottoressa Costanza Giannelli, direttrice dell’Unità ospedaliera di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale S. Chiara di Trento, il maestro Franco Ulcigrai, Cofondatore della scuola Steineriana il Cerchio di Rovereto e Maurizio Camin, direttore della cooperativa sociale L’Ancora.
    “Pigiama party alla scuola materna, tre lingue in prima elementare, corsi di arti circensi, musica, gare di sci, la media del nove. Ai bambini viene chiesto di essere sempre più intelligenti, dotati, abili e capaci. Troppo desiderare, troppo avere, troppo sapere, troppe soglie buie varcate in anticipo, con corpo fragile, senza corazza e senza la spada giusta”.
     E’ questo il pensiero di Costanza Giannelli che disegna i genitori moderni come i responsabili, a volte inconsapevoli, di un grande dolore inflitto nei bambini, perché “è più facile vantarsi della luce dell’intelligenza del proprio figlio piuttosto che della zona d’ombra dove si muove la consapevolezza”.
     E così i bambini si trovano prima o poi ad imbattersi nell’indifferenza, nella delusione e nel fallimento senza strumenti per poterli affrontare. “Umiliati e feriti a morte non riescono a reggere lo sguardo dell’altro, si blindano nel rifugio solitario e meditano la vendetta. E così il web diventa uno specchio senza confini e senza regole, un luogo dove cancellare il disonore e la vergogna, dove si può apparire e scomparire senza regole e responsabilità”.
    Costanza Giannelli si augura che dopo quest’era falsamente buona e illuminata, ne nasca una nuova dove “un bambino molto intelligente abbia la possibilità di trovare maestri speciali che gli insegnino a tornare indietro, gli mostrino il volto del fiore e dell’animale e, finalmente, possa trovare la quiete.”
     Anche Franco Ulgigrai chiede ai genitori di non avere fretta e di ripensare al momento in cui il bambino è pronto per iniziare la scuola primaria. “Spesso già a cinque anni si trova seduto al banco di scuola, senza aver raggiunto la maturità sociale, e privato dell'”anno del re”, quel periodo importante in cui il bambino si sente più grande e può dare il suo contributo ai compagni più piccoli. Iniziare la scuola senza la maturità necessaria, porta facilmente il piccolo a vivere un senso di inadeguatezza”. Ulcigrai riporta, inoltre, l’esperienza positiva dell’asilo nel bosco organizzato in Alto Adige, “dove i bambini devono seguire solo le regole del mondo e della natura senza mete, sul binario della massima tranquillità e serenità”.
     Dello stesso parere il direttore della cooperativa Arianna di Trento, Maurizio Camin, il quale racconta come ogni giorno veda adolescenti non ascoltati, affaticati e ingabbiati all’interno di regole. “Giovani che parcheggiano il corpo a scuola, ma hanno anima e interessi fuori, che fanno fatica a stare al mondo, perché non riescono a pensarsi nel futuro”.
      Francesca Gennai, vicepresidente del consorzio Con.solida, che ha moderato l’incontro, ha provato a trarne le conclusioni “le esperienze che abbiamo ascoltato oggi, ci ricordano che dobbiamo garantire ai bambini il diritto alla lentezza, alla natura, alla selvatichezza, alla ferita, alla noia, al vuoto e soprattutto ad essere ascoltati”.

da ladige.it/popular/lifestyle/2016/04/16/bambini-hanno-diritto-lentezza