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sabato 10 gennaio 2026

DIRITTO vs LIBERTA'?

 

Attacco al Venezuela


Il caso Venezuela ha riempito e continua riempire le pagine dei giornali, letto però in ottiche abbastanza diverse e talora opposte. Poiché ad esserne protagonista è il paese – gli Stati Uniti – che, dalla seconda guerra mondiale in poi, ha costituito, e anche ora continua a costituire, il punto di riferimento delle democrazie occidentali, vale la pena cercare di comprendere meglio il significato di questa vicenda e delle diverse interpretazioni che se ne danno.

In primo luogo, come sempre è giusto fare prima di passare ai commenti, partiamo dai fatti. Da mesi il regime del presidente venezuelano Nicolás Maduro era oggetto di durissime accuse da parte della Casa Bianca. L’imputazione fondamentale era il suo ruolo nel narcotraffico. Maduro sarebbe stato addirittura capo di un cartello della droga denominato «Cartel de los Soles», accusato anche di essere una organizzazione terroristica.

È stato in rapporto a questo che, dai primi di settembre 2025, più di trenta imbarcazioni venezuelane, mentre navigavano nelle loro acque territoriali, sono state oggetto di attacchi da parte di droni americani, con la morte di centodieci persone – pacifici pescatori, secondo il governo venezuelano, pericolosi narco-trafficanti secondo quello statunitense.

In mancanza di prove, impossibile dire chi avesse ragione. Ma diversi membri del Congresso americano hanno fortemente criticato la violenza delle operazioni – per di più sulla base di una indimostrata presunzione di colpa – , evidenziata da un video che mostrava alcuni superstiti dell’attacco a una di queste barche, aggrappati al relitto, colpiti e uccisi da un secondo attacco.

Anche se gli esperti della lotta al narcotraffico hanno sempre dichiarato che il Venezuela ha in esso un ruolo marginale e infatti, dopo la cattura di Maduro e l’avvio del processo nei suoi confronti, l’accusa di capeggiare il traffico della droga è quasi scomparsa dall’elenco delle imputazioni e al centro c’è quella di essere al centro di un «sistema di corruzione»..

Quello che è certo, è che Maduro era un dittatore, come del resto il suo precessore, Chavez, di cui dal 2013 era il successore designato, ma di cui non aveva né il carisma né le capacità. Da qui un regime che ha puntato più sulla repressione che sul vero consenso, che ha messo in prigione gli oppositori, che ha trascinato il Venezuela in una profonda crisi economica e sociale.

È in questo contesto – caratterizzato dalle proteste dell’opposizione, guidata dalla premio Nobel per la pace Maria Corina Machado – che il presidente Trump ha sempre più accresciuto la pressione psicologica e militare su Maduro, schierando di fronte alle coste venezuelane una vera e propria armata, con numerose navi da guerra e truppe pronte allo sbarco. Ma Maduro non si è dimesso. A questo punto, nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, è scattato il blitz che lo ha sorpreso nottetempo nella sua residenza e, eliminando la sua guardia personale – si parla di circa ottanta vittime – lo ha arrestato e trasportato negli Stati Uniti, dove è appena cominciato il suo processo.

Le reazioni internazionali

E qui cominciano le divergenze nel valutare l’accaduto. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu si è congratulato con Trump per il blitz e per la sua «leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della giustizia», mentre la Russia e la Cina – che tra l’altro in Venezuela hanno grossi interessi legati al petrolio – hanno duramente condannato l’attacco.

L’Unione Europea ha reagito con estrema cautela, ricordando di avere «ripetutamente affermato che Nicolás Maduro non ha la legittimità di un presidente democraticamente eletto», ma al tempo stesso sottolineando che «in ogni circostanza devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite» e affermando che «il diritto del popolo venezuelano a determinare il proprio futuro deve essere rispettato». Tutto e nulla.

Diversificate le reazioni dei singoli governi europei. Quello italiano, pur criticando in linea di principio «l’azione militare esterna», ha dichiarato di considerare «al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».

La condanna più decisa è venuta dal governo francese: «Nessuna soluzione politica durevole può essere imposta dall’esterno», ha affermato il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot. E, a proposito di Maduro, ha aggiunto: «L’operazione militare che ha portato alla sua cattura viola il principio di non uso della forza, che è alla base del diritto internazionale».

Il contesto

Come sempre, però, è il contesto della vicenda a indicarne il significato. Trump ha parlato di una «nuova alba» per il Venezuela. E come tale l’hanno salutata molti partiti e giornali di destra in Europa e in Italia, dove i critici dell’operazione americana sono stati accusati di essere per ciò stesso sostenitori di un dittatore. E, anche laddove si è, più correttamente, preso atto che la condanna del blitz statunitense non implicava l’apprezzamento del personaggio Maduro, essa è stata additata come il segno di una distorsione ideologica. Così in un titolo de «il Foglio (6 gennaio): «Questa sinistra venera più il diritto internazionale che la libertà».

Una contrapposizione inquietante, perché il diritto non è un’alternativa alla libertà, ma la sua suprema garanzia. Senza di esso, ad essere liberi sono soltanto i più forti, che sono in grado di imporre la loro volontà senza rispettare alcuna regola. Che è quello che Trump ha a chiare lettere rivendicato, in una lunga intervista fattagli dal «New York Times». Quando gli è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», il presidente ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

Questa è la libertà senza diritto. Maduro era un dittatore, ma Trump crede di essere Dio. E il secondo non è meno pericoloso del primo. Anche semplicemente dal punto di vista della democrazia. Lo evidenzia il fatto che l’enfasi con cui è stata esaltata dall’opinione pubblica mondiale la liberazione del popolo venezuelano e la sua restituzione ad un regime finalmente democratico sia miseramente naufragata di fronte all’esplicita esclusione, da parte di Trump, della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado, che in un primo momento aveva esultato, dichiarandosi pronta a «prendere il potere».

In realtà il presidente americano sembra preferire la continuazione del tanto contestato assetto chaveziano finora vigente in Venezuela, ora che la vicepresidente Delcy Rodríguez, subentrata al vertice del governo ha ceduto alle sue minacce e si è sottomessa senza riserve, in particolare riconoscendo agli Stati Uniti il pieno controllo del petrolio venezuelano e, indirettamente, del paese. 

Ed è di petrolio che Trump ha parlato celebrando il proprio ennesimo trionfo, molto più che di democrazia. Anche perché è difficile definire democratico un progetto che prevede il controllo degli Stati Uniti sul Venezuela nel prossimo futuro. Per quanto, «solo il tempo ce lo dirà», ha spiegato il Tychoon nell’intervista al «New York Times» Alla domanda se la situazione sarebbe durata tre mesi, sei mesi, un anno o più, il presidente americano ha risposto: «Direi molto più a lungo». E ha continuato: «Useremo il petrolio e lo importeremo. Abbasseremo i prezzi del petrolio e daremo soldi al Venezuela, che ne ha disperatamente bisogno». 

Insomma, l’avvento della democrazia, per il popolo venezuelano, comporterà l’appropriazione della sua principale risorsa da parte degli Stati Uniti, che hanno sempre aspirato a impadronirsene, e la sottomissione all’arbitrio del più forte. Quali che siano le acrobazie dei sostenitori europei e italiani di Trump, questo non è il progetto di una liberazione, ma di un dominio e di uno sfruttamento coloniale.

Una stella nella notte

Come conferma, del resto, il concomitante ritorno del Tychoon alla rivendicazione della Groenlandia, che certo non ha nulla a che vedere col narcotraffico e con la mancanza di democrazia. «Abbiamo bisogno della Groenlandia», ha dichiarato, spiegando che non esclude, per questo neppure l’opzione militare. In alternativa, si offre di comprarla da governo danese che però, per bocca della sua premier  Mette Frederiksen, ha replicato con fermezza che «la Groenlandia non è in vendita».

Questa volta l’Europa sembra compatta nella decisone di difendere i diritti della Danimarca. Ma circola l’ipotesi che, per evitare che finisca come col Venezuela, si possa ricorrere all’escamotage di concedere l’indipendenza all’isola e lasciare poi che siano gli abitanti a decidere. E già si parla della possibile offerta di centomila dollari a testa in cambio della scelta di aderire agli Stati Uniti.

Il diritto ormai si identifica apertamente con la forza, quella delle armi e quella del denaro, nel venir meno di ogni criterio etico e perfino del pudore che in passato mascherava questo cinismo. Ciò riguarda l’Italia in modo particolare perché, come si è visto, mentre altri paesi, come la Francia, hanno preso le distanze dallo stile di Trump, la nostra premier – che se ne è sempre dichiarata ammiratrice, rivendicando il «rapporto privilegiato» che li lega – , non lo ha fatto, fedele al proposito, espresso più volte, di collaborare con lui per «rendere di nuovo grande l’Occidente».

Una piccola stella, in questa notte, è stata la parola di papa Leone che, nell’omelia della veglia di Natale, ha contrapposto la logica del vangelo a un sistema economico che non è a servizio della persona, ma la riduce ad oggetto. «Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù». Il papa non ha detto a chi si riferiva. I fatti si sono incaricati di mostrarlo.

 

www.tuttavia.eu

 

 

martedì 6 gennaio 2026

IL NON ORDINE GLOBALE

 


VENEZUELA 

E ALTRI



di LELIO CUSIMANO

Prendendo spunto dalle notizie e dalle reazioni che hanno accompagnato la giornata del 4 gennaio, la cattura di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense non è soltanto un fatto venezuelano né un episodio di cronaca internazionale ad alto tasso di spettacolarità. È, piuttosto, un segnale potente – e inquietante – dello stato in cui versa l’ordine globale e della direzione che potrebbe imboccare.

Il Venezuela arriva a questo snodo dopo almeno due decenni di progressivo isolamento e deterioramento istituzionale. Il chavismo, nato come progetto di riscatto sociale e di autonomia dall’egemonia statunitense in America Latina, si è trasformato nel tempo in un sistema di potere sempre più chiuso, segnato da repressione politica, collasso economico, migrazioni di massa e da accuse, mai davvero dissipate, di collusione con traffici illeciti. In questo quadro l’intervento diretto degli Stati Uniti – se confermato nei termini di una cattura mirata del capo dello Stato venezuelano – segna una rottura netta. Non tanto perché Washington non abbia mai rovesciato governi ostili nel proprio “cortile di casa”, quanto perché lo fa oggi in un mondo che si pretende multipolare, senza più l’alibi della guerra fredda o di un mandato multilaterale credibile. È il ritorno brutale della politica di potenza, spogliata di ogni orpello retorico.

Non stupisce, dunque, il doppio sentimento che attraversa l’opinione pubblica internazionale: da un lato il compiacimento per la “eliminazione” politica di una figura percepita come simbolo di corruzione, violenza e narcotraffici; dall’altro la paura che il precedente sia più grave del problema che si intende risolvere. Se una grande potenza si arroga il diritto di catturare il leader di un altro Paese sovrano, in base a una propria definizione di legalità e sicurezza, cosa resta delle regole comuni?

È qui che la vicenda venezuelana si salda a una tendenza più ampia. Stati Uniti, Cina e Russia – pur con strumenti e narrazioni diverse – sembrano convergere verso un modello di “non ordine” globale: ciascuno domina il proprio spazio regionale, interviene quando e come ritiene necessario, impone il conflitto come modalità ordinaria di regolazione dei rapporti di forza. Non è un nuovo equilibrio, ma una spartizione instabile, continuamente esposta a scosse escalation.

In questo scenario, l’Europa appare paradossalmente come l’anomalia. Non perché sia più forte o più coesa, ma perché è l’unica grande area che continua, almeno a livello di principi, a credere nella centralità del diritto internazionale, nel multilateralismo, nella mediazione. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere irrilevante: un ostacolo morale più che politico, una voce che ammonisce ma non incide.

 

La crisi venezuelana potrebbe diventare uno spartiacque anche per l’Unione europea. L’imitarsi a dichiarazioni di preoccupazione, inviti alla moderazione e richiami alle Nazioni Unite significherebbe certificare la propria marginalità. D’altra parte, una presa d’atto realistica imporrebbe scelte difficili: dotarsi di una politica estera realmente comune, accettare che la difesa e la sicurezza non siano argomenti tabù, costruire una capacità autonoma di intervento diplomatico e, come ultima ratio, di deterrenza.

In questo percorso, il ruolo dell’Italia non è secondario. Per storia, geografia e interessi, Roma è uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze del disordine globale: instabilità nel Mediterraneo, flussi migratori, crisi energetiche, interruzioni delle catene commerciali. L’America Latina, e il Venezuela in particolare, non sono lontani dal nostro orizzonte come potrebbe sembrare: comunità italiane numerose, legami economici, una tradizione diplomatica che ha spesso privilegiato il dialogo.

L’Italia potrebbe – e forse dovrebbe – farsi promotrice di una linea europea meno timida, capace di tenere insieme fermezza sui diritti e realismo geopolitico. Non per opporsi frontalmente alle grandi potenze, ma per ricordare che l’alternativa al diritto del più forte non è l’impotenza, bensì la costruzione continua e paziente di regole condivise. La cattura di Maduro, al di là del destino personale del leader venezuelano, pone una domanda che riguarda tutti: vogliamo davvero un mondo in cui la stabilità dipenda dall’arbitrio di pochi, o siamo ancora disposti a investire – politicamente, economicamente, culturalmente – in un ordine imperfetto ma comune?

Probabilmente, l’Europa, e con essa l’Italia, non può permettersi di rinviare ancora la risposta.

giovannipepi.it