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venerdì 17 ottobre 2025

PER AMORE DEL FUTURO

 


Le sfide dell'educare

Eraldo Affinati: «La scuola per me era un inferno, per questo cerco di renderla un paradiso»

Perché fare l'insegnante oggi? «Per amore del futuro». L'insegnante e scrittore Eraldo Affinati “ruba” la frase ad una liceale volontaria alla scuola Penny Wirton e scrive un libro - “Per amore del futuro” - per ribadire la centralità della relazione nel processo educativo, a scuola e non. «Educare è esporsi al rischio dell’altro. E non dimentichiamo mai che nei problemi di uno scolaro spesso affiorano tensioni dal nostro passato».

di Sara De Carli

 Si intitola Per amore del futuro. Educare oggi il nuovo libro di Eraldo Affinati, insegnante, scrittore, fondatore insieme alla moglie Anna Luce Lenzi della Penny Wirton, una scuola gratuita di italiano per stranieri che oggi conta 65 sedi in Italia.

Un titolo che contiene insieme una promessa e una responsabilità. Ma oggi l’insegnante ha così poco riconoscimento sociale che non lo vuole fare più nessuno. Davvero serve insistere ancora sulla dimensione di senso, quasi vocazionale dell’insegnamento? Non rischiamo di parlare solo a chi è già convinto e fa già l’insegnante in un certo modo?

In questo ultimo libro, gemello del precedente, Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma (Libreria Editrice Vaticana 2025) cerco di riflettere, a partire dalla mia lunga esperienza come docente di lettere – prima negli istituti professionali di Stato, poi alla scuola Penny Wirton – sulle sfide educative che abbiamo di fronte, non solo nell’ambito dell’istruzione pubblica, anche in famiglia e, in senso più generale, in ogni comunità sociale. Mi sono chiesto chi sia il maestro oggi, come dovremmo gestire l’inquietudine adolescenziale, come fare per sollevare la valutazione dal peso precettistico che ancora si porta dietro, cosa significa scegliere e perché, nell’azione pedagogica, non dovremmo agire da soli, in che senso la rivoluzione digitale ci impone di cambiar rotta. In particolare, ragiono sulle motivazioni del volontariato. Uno dei miei fari di orientamento in tutto questo sono state le ragazze i ragazzi che vengono a fare da noi i tirocini formativi, che oggi non si chiamano più Pcto ma “formazione scuola-lavoro”. È stata proprio una liceale di San Benedetto del Tronto, Carla Vittoria, che qualche anno fa, quando le chiesi perché secondo lei uno dovrebbe fare l’insegnante, mi stupì dicendo: «Per amore del futuro».

Nel libro scrive che «educare è esporsi al rischio dell’altro». Cosa intende? È una frase che sposta l’asse, che toglie l’educazione dal piano delle metodologie e la riporta al cuore della relazione con l’altro. Mi pare che la scuola italiana stia andando in un’altra direzione…

Tutti i grandi educatori e le grandi educatrici del passato, da Maria Montessori ad Alberto Manzi, da don Lorenzo Milani a monsignor Carroll Abbing, per citare solo quelli più recenti, ci hanno spiegato che, prima ancora dei metodi, conta la qualità della relazione umana che si realizza in aula o nei suoi pressi. Ancora oggi, è vero, continuiamo a non ascoltarli, perlomeno non in modo strutturale, ma solo attraverso sperimentazioni estemporanee pur presenti nel nostro

Una relazione speciale

Però questo vuol dire – cito sempre dal libro – vivere la mortificazione dell’energia sprecata, l’avventura di chi ricomincia daccapo. Il maestro per lei rappresenta quella relazione speciale, priva di riscontri oggettivi e di compensi, l’azione a fondo perduto di chi crede in ciò che fa, a prescindere dall’obiettivo raggiunto i mancato. Concretamente, questo quanto pesa? E allora… perché farlo?

Dal ragazzo bocciato e ribelle che si trasforma in assistente volontario alla Penny Wirton, spingendomi a tesserne un paradossale elogio, fino a Daniela, costretta all’immobilità permanente a causa di una grave malattia, che decide di venire da noi a insegnare l’italiano a un immigrato appena arrivato dallo Sri Lanka… avrei tante cose belle da raccontare! Di qualcuna parlo nel libro. Ma ciò che mi resta di più non sono le vittorie, bensì i fallimenti. È stato quando ho sbagliato che ho imparato di più. A volte mi sono lasciato trascinare dalla passione e ho smarrito l’equilibrio necessario. Ecco perché, nel momento in cui vedo gli stessi miei errori nelle nostre volontarie, penso di poter dare consigli utili. Dobbiamo restare sempre lucidi di fronte alla fragilità nostra e altrui, anche perché educare chiama in causa grovigli spesso irrisolti che non riguardano la sola generazione che abbiamo di fronte: nei problemi di uno scolaro spesso affiorano tensioni dal nostro passato. Noi, come educatori e genitori, questo nn dovremmo mai dimenticarlo.

Valutazione come cura

Lei parla anche di “valutazione come cura”. Un’espressione insolita. Come si inserisce nel dibattito in corso sulla valutazione, con spinte da un lato per la valutazione formativa e dall’altro sul ritorno del voto? 

Di questo tema cruciale parlo nel capitolo intitolato “A ingranaggi scoperti”, ma anche in “La stazione di partenza”. In sintesi: noi come docenti non dovremmo mai tenere le carte coperte, quindi niente domande-trabocchetto fatte apposta per far sbagliare l’alunno, come invece faceva la professoressa contro la quale si scagliò il priore di Barbiana, mai gettare nel cestino la risposta sbagliata accontentandosi di quella giusta. Si tratta di premiare il movimento che registriamo nei nostri alunni, dal punto in cui si trovano quando li conosciamo, prima ancora dei traguardi da notificare. Dobbiamo sapere che il nostro lavoro inizia quando i risultati non ci sono, non quando va tutto bene: per questo non dobbiamo lasciare indietro nessuno, perché ogni apprendimento ha una sua forma e un suo tempo. Fermo restando che gli obiettivi non vanno mai abbassati. Dobbiamo essere sempre ambiziosi. Mai rinunciatari.

«Gli alunni che hai avuto ti restano dentro per sempre»: qual è il suo? 

Si chiamava Fabietto, aveva la sindrome di Down. Ogni volta che arrivavo a scuola mi saltava addosso. Una volta rimbalzò sul mio petto e cadde per terra. Il sorriso che mi regalò rialzandosi in piedi un po’ frastornato è uno dei gioielli interiori della mia vita.

Alla fine del libro c’è un dizionario per una scuola nuova. La sua parola qual è? Dopo tanti anni di scuola, davvero lei continua a credere che educare possa “cambiare il mondo”? 

Cambiare il mondo no, non lo penso. Cambiare una persona sì, questo è possibile. Ecco perché fra le 28 definizioni che ho raccolto dalle professoresse che vennero ad ascoltarmi nel monastero di Cellole, scelgo la parola “pace”, citando la declinazione che ne abbiamo dato:  «Non mero ideale, sentimento irenico, ingenuo e utopico, bensì operatività, impegno continuo e fattivo, in grado di mettere in circolo, valori, idee e strategie concrete».

Oggi la scuola pare inferno a tanti docenti e tanti ragazzi. Oggi molti insegnanti vivono un senso di smarrimento. Cosa direbbe loro? E alla fatica dei ragazzi, invece? 

Sia ai docenti, sia ai ragazzi direi che quando avevo 15 anni per me la scuola era un inferno. Ma forse proprio per questa ragione ho cercato di renderla un piccolo paradiso.

VITA

Immagine


 

martedì 17 giugno 2025

L'EDUCATORE GENERA VITA

 


L’educatore 

genera vita, 

non timbra il cartellino


Il cardinale Tolentino de Mendonça 

nella prefazione al libro di Affinati: 

educare coincide con la vita, quindi supera i confini. 

E si educa con mani, cuore e testa

Anticipiamo la prefazione scritta dal cardinale José Tolentino de Mendonça - prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione - al libro dello scrittore Eraldo Affinati, "Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma" in libreria da oggi per la Lev (pagine 192, euro 17,00). Scrittore e insegnante con una passione viva per l’educazione, Affinati percorre l’Urbe alla ricerca di grandi educatori d’un tempo e del recente passato: da san Paolo a san Filippo Neri, da sant’Ignazio di Loyola a Maria Montessori, da sant’Agostino ad Alberto Manzi. Una singolare mappa della Città eterna nella quale si dipana la storia di uomini e donne che hanno sentito una vocazione impellente: «Ogni epoca – scrive Affinati – ha bisogno di alcune persone che si assumono il compito di facilitare il passaggio generazionale».

A un certo punto di questo libro, che racconta quanto la missione educativa possa essere una passione, Eraldo Affinati pone la domanda che tutti dovremmo farci, o esserci fatti, almeno una volta nella vita: «Come si diventa umani?». Il quesito è centrale, per tutti e per ciascuno. La risposta va componendosi, nell’avventura qui documentata, come un puzzle, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio. Ciascuno dei grandi formatori e formatrici tratteggiati da Affinati ha dato a quel “come” una propria risposta, fattiva, storica e personale, non contraddittoria con quella degli altri formatori, bensì complementare. La cui sintesi potrebbe trovare compimento nel titolo del presente volume: Testa, cuore e mani. Questa espressione di Papa Francesco sintetizza bene l’integralità dell’azione educativa, che per il Pontefice interessa la globalità della persona e non ha a che fare con le compartimentazioni che impoveriscono le società moderne, ad esempio nel campo dei saperi e delle professioni: «Questo è il segreto dell’educazione: che si pensi quello che si sente e si fa, che si senta quello che si pensa e si fa, che si faccia quello che si sente e si pensa» (“Saluto al Presidente e al Board of Trustee della University of Notre Dame”, 1° febbraio 2024).

Proprio gli educatori di cui scrive in questo libro Affinati hanno incarnato, ciascuno a modo proprio, un’educazione con e della testa, un’educazione con e del cuore, un’educazione con e delle mani: pensiero, affetti, azioni. Messi in moto anzitutto da se stessi, giocando e rischiando in prima persona. L’educatore degno di questo nome è un maestro del rischio. Tutto l’educatore può fare, eccetto balconear, per usare un neologismo di Francesco, ovvero stare alla finestra, fermo affacciato al balcone della vita, ad assistere allo scorrere insensato del tempo, proprio e altrui. Soltanto l’assumere la responsabilità generativa ci permette di diventare credibili messaggeri della vita. «L’educatore non timbra il cartellino, nel senso che non smette mai di pensare ai propri allievi. La sua opera coincide con la vita, quindi non può finire, supera i confini», scrive Affinati parlandoci di don Luigi Orione, personalità che l’autore ci racconta attraverso gli occhi di un suo scolaro d’eccezione, Ignazio Silone. La testa dell’educatore non va in vacanza: il pensiero si rivolge sempre a chi la vita, o il Signore per chi crede, gli ha affidato con il compito di farlo diventare persona completa. Formare la testa non significa ovviamente indottrinamento o ideologizzazione, bensì formare persone con spirito critico, capacità di parola, intraprendenza argomentativa. Mi ha sempre colpito, nei racconti dei missionari che hanno testimoniato il Vangelo in terre lontane, un dettaglio singolare: che spesso, ben prima della costruzione della chiesa della missione, il primo edificio cui si sono dedicati fosse una scuola. Un luogo per formare il pensiero, allenare il cuore e impratichire le mani. Perché l’intelligenza è un dono grande di Dio e come tale va coltivata e messa in circolo.

Quando descrive l’opera di Luigia Tincani (Chieti 1889 – Roma 1976), che diede inizio all’Unione di Santa Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola, Affinati sottolinea: «Nel momento in cui ti presenti di fronte a un giovane non puoi far conto su un apparato scisso dalla tua persona. Se davvero vuoi conquistarlo e farti conquistare, devi abbassare gli scudi mostrandoti per ciò che sei». L’educatore deve mettere a nudo il proprio cuore, inteso come il nucleo della persona: deve presentarsi ai suoi ragazzi così com’è, senza infingimenti, senza maschere. E qui vengono in mente le meravigliose parole di Lorenzo Milani, prete ed educatore cui Affinati segretamente (ma neppure tanto) si rifà nel libro che avete tra le mani: «Ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto», scrisse ai fratelli Gesualdi, tra i suoi primi scolari. L’amore è così: non è generico ma concreto, si rivolge a Michele e Francuccio – i due ragazzi di Barbiana cui il Priore scriveva – e parte dal particolare per sconfinare nell’universale. Non ci può essere un educatore che educa “in generale”, ogni educatore ricorderà quel ragazzo o quella adolescente, quel giovane o quel bimbetto. Di loro ricorderà un aneddoto, un episodio, una parola, una mascalzonata (eh già!). Ma perché c’era un legame, un affetto, un cuore che non era rimasto inerte ma si era speso, giocato, commosso. Mani: prendiamo Giuseppe Calasanzio, che ha educato “con le mani”, inventandosi la prima scuola popolare gratuita d’Europa, rincorrendo – letteralmente – i suoi scolari discoli, i più scapestrati tra i ragazzetti del popolo romano: «Li andò a prendere uno per uno e se li portò in classe», annota Affinati. In questa ricerca fattiva, affettiva, concretissima vediamo la fatica bella dell’educatore, colui che non lascia indietro nessuno, colui che procede al passo di chi è più in difficoltà perché (recita un proverbio africano) «se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai insieme».

Dobbiamo essere grati a Eraldo Affinati per queste pagine appassionate e che appassionano. Pagine che ci avvicinano a una Roma nascosta, forse sottotraccia, ma attualissima nella folgore della proposta educativa, cui Affinati ha ridato forma e ne ha rivelato lo spessore. Riverberano le parole di Papa Francesco: «Noi abbiamo ereditato dall’epoca dell’illuminismo un concetto di educazione che più o meno era riempire la testa di idee e niente di più, e questo non è educazione. L’educazione è confrontarsi con i problemi della vita; e certo anche avere delle idee in testa, studiare le cose teoriche, ma confrontarsi sempre – è una parola importante – con i veri problemi della vita [...]. È una grande opportunità, una scuola dove si affrontano le domande sul senso della vita» (Incontro con gli studenti del Collegio Barbarigo di Padova nel 100° anno di fondazione, 23 marzo 2019). Per la Chiesa l’educazione, a Roma come in ogni luogo, è questione centrale: «Andate e insegnate» (Mt 28,19) ci ha detto Uno che si qualificava come Maestro. E che ha educato, e amato, con tutta la sua testa, con tutto il suo cuore e con tutte le sue mani.

www.avvenire.it

 

venerdì 20 agosto 2021

EDUCARE ALLA LIBERTA'

Dall’io al confronto

 per educare alla libertà

 Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati sarà all’incontro conclusivo del Meeting: «Nel momento in cui ci si esprime, si sceglie e si rinuncia a qualcos’altro. Questo è il processo educativo nella sua formulazione più classica: guidare alla conquista dell’autonomia attraverso una continua assunzione di responsabilità che permette di rapportarsi agli altri conoscendo prima se stessi» 

 - di ALESSANDRO ZACCURI 

- Anche gli scrittori, come gli insegnanti, dovrebbero essere anzitutto 'esperti in umanità'. Eraldo Affinati si richiama alla celebre definizione che Paolo VI diede della Chiesa per anticipare una parte della riflessione che si prepara a presentare al Meeting. Un appuntamento molto atteso, quello di cui il narratore romano sarà protagonista insieme con Susanna Tamaro e il filosofo Costantino Esposito alle ore 21 di mercoledì 25 agosto. «È l’incontro conclusivo – sottolinea Affinati –, quello in cui tradizionalmente si annuncia il tema che il Meeting affronterà l’anno successivo. Ed è un incontro sul tema dell’educazione». Sull’importanza di Educare alla libertà, per la precisione. Si può dire che, nella sua veste duplice e spesso convergente di scrittore e di insegnante, Affinati non si sia mai occupato d’altro. Lo ha fatto lavorando alle biografie di Dietrich Bonhoeffer ( Un teologo contro Hitler, 2002) e di don Lorenzo Milani ( L’uomo del futuro, 2016) e avviando la rete delle Scuole Penny Wirton, che in tutto il Paese offrono corsi gratuiti di italiano per stranieri. All’indomani del Meeting, il 26 agosto, sarà in libreria il suo romanzo, Il Vangelo degli Angeli, edito da HarperCollins. Per il momento, però, parliamo di libertà, parliamo di educazione. «Da quando abbiamo cominciato a misurarci con la pandemia – osserva Affinati –, la scuola ha lavorato a ingranaggi scoperti, entrando nelle case e rientrando nel dibattito pubblico. Molti genitori hanno seguito le lezioni a distanza a fianco dei figli e si sono resi conto di quanto sia delicato questo processo educativo. Veniamo da una stagione di fragilità e incertezze, è vero, ma questa coscienza rinnovata rappresenta un elemento positivo, che non va sprecato». 

Come riassumerebbe il valore di questa esperienza? Nel modo più semplice: adesso sappiamo veramente di essere fragili e di poterci salvare soltanto se restiamo insieme, facendoci forza gli uni con gli altri. 

Vale anche per la letteratura? La letteratura è di per sé è un’ammissione di finitudine e, nel contempo, il tentativo di andare oltre questo limite. Mi capita spesso di dire che un immortale non comporrebbe poesie, perché non ne avrebbe bisogno. Non ci sarebbero ferite da risanare, né integrità da ristabilire. Per noi, invece, non è così. Scriviamo per segnare una presenza, per lasciare una traccia della nostra avventura sulla terra. Se possibile, per passare il testimone a qualcun altro. 

E qui torna in gioco l’educazione? Non soltanto qui, ma in qualsiasi cir- costanza ci si debba pronunciare o, se si preferisce, si debba compiere una scelta. In questo senso, trovo illuminante l’espressione di Kierkegaard che dà il titolo al Meeting di quest’anno. 'Il coraggio di dire io', appunto. Nel momento in cui ci si esprime, si sceglie; nel momento in cui si sceglie qualcosa, si rinuncia a qualcos’altro. Questo è il processo educativo nella sua formulazione più classica: guidare alla conquista dell’autonomia attraverso una continua assunzione di responsabilità. In ultima analisi, l’educazione è questa scienza del limite che, una volta appresa, permette di uscire dall’indifferenza e di uscire in campo aperto. Ma prima di confrontarmi con l’altro, devo conoscere me stesso. Devo imparare a dire io. 

Un’impresa ancora possibile? Senza dubbio difficile, eppure necessaria. Specie per il credente, considerato che l’incontro è il gesto tipico del cristianesimo, direi addirittura il suo fondamento. La bellezza di questa dinamica sta nella sua componente di rischio. L’incontro non è mai solo rassicurante, in un modo o nell’altro ci trascina in quello che il poeta Mario Luzi definiva 'il fuoco della controversia'. Proprio per questa sua impegnativa carica dialettica, il dialogo non si esercita veramente se non tra personalità pienamente emerse e consapevoli. La coralità della convivenza deriva da questa svolta decisiva, grazie alla quale mi rendo conto che la mia libertà può essere messa al servizio degli altri, risolvendosi in un beneficio collettivo del quale, una volta di più, ciascuno di noi si assume la responsabilità. 

Quali consigli darebbe a un educatore? Non dimenticare mai di essere il primo soggetto dell’educazione. Anche l’adulto, infatti, è costantemente richiamato al compito di diventare sé stesso, di scegliere e di mettersi in discussione. Per quanto mi riguarda, cerco di avanzare con una specie di passo doppio. Non è bene rinunciare del tutto al proprio ruolo istituzionale, che conferisce autorevolezza, ma per essere credibile occorre trovare il modo di conquistarsi la fiducia degli adolescenti. Il procedimento è complesso e a sua volta rischioso, ma resto del parere che muoversi tra i banchi non sia meno efficace dell’insegnare dalla cattedra. L’educatore, insomma, deve imparare a essere insieme amico e maestro. 

Gli adulti sono all’altezza della sfida? Non tutti, purtroppo. Troppo spesso vedo genitori che, non accettando la propria fragilità, si sforzano di scimmiottare la condizione dei figli, lasciandoli spaesati. Per crescere un ragazzo ha bisogno di affrontare un ostacolo, senza il quale non proverà mai la vertigine della libertà. 

La pandemia è stata questo ostacolo? Anche questo, sì. Ed è stata un esperimento di libertà. La fase della didattica a distanza va chiusa al più presto, per evitare ulteriori fenomeni di dispersione e abbandono scolastico. Ma proprio con la Dad alla Penny Wirton abbiamo potuto fare cose straordinarie, per esempio mettendo in contatto tra loro un ragazzo disabile di Catania con un giovane egiziano di Torino. Il primo ha insegnato l’italiano all’altro, la sua fragilità fisica è venuta incontro alla fragilità linguistica dell’altro. Allo stesso modo, un profugo sordomuto iracheno ha potuto incontrare una volontaria specializzata nella lingua dei segni, che gli ha dato lezioni di italiano a distanza. 

Occorre ripartire da questi bisogni? L’educazione parte sempre dal basso: la fragilità è il vero punto di ingresso. Come diceva don Milani, la scuola non può essere un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Oggi le malattie sono tante, diverse l’una dall’altra. Noi per primi dobbiamo imparare a riconoscerle. 

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