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martedì 6 gennaio 2026

I MAGI E L'ARTE DEL DONO

 


La visita dei magi

 è una grande 

grammatica 

del dono.

 



-di Luigino Bruni

 Uomini saggi, astronomi e astrologi, venuti da est.  Non erano pastori, erano esperti di stelle e di scienza.

Erano uomini, dei maschi, ed erano capaci di fare doni: maschio è Erode, ieri e oggi; ma maschi sono anche i magi, che ci dicono che anche i maschi sanno fare doni.

Quegli uomini si misero in cammino inseguendo «una stella», per «adorare» un bambino (Mt 2,2).

Ecco i primi due elementi di questa grammatica del dono: c’è un cammino e c’è una stella. Cammino dice impegno e dice tempo, gli ingredienti fondamentali di ogni dono.

I regali non richiedono molto tempo, ne facciamo molti in poche ore di shopping; il dono no, è diverso.

Non c’è dono senza un cammino, senza un viaggio materiale o spirituale.

Ci si alza, si va a trovare quella persona che abbiamo deciso di onorare con la nostra visita e con il nostro dono.

Quasi tutto quello che volevamo dire a quella persona lo diciamo andandola a trovare.

Il primo dono dei magi fu il loro mettersi in cammino. Poi c’è la stella.

Nei doni, di certo in quelli più importanti, non si parte senza l’apparizione di una "stella" - senza una voce, un segno, una chiamata.

Ciò che siamo oggi dipende da molte cose, ma dipende soprattutto dai doni-stella che abbiamo ricevuto nella vita.

Dono chiama dono: ecco perché secondo il Vangelo (apocrifo) arabo dell’infanzia di Gesù «Maria donò loro alcune delle fasce del bambino Gesù».

I magi portano in dono «oro, incenso e mirra» (2,11).

Per dire regalità (oro), divinità (incenso), e corporeità (mirra).

La grammatica e la sintassi del dono continua a svelarsi.

In ogni incontro che nasce dal dono, ti incontro per dirti che hai la dignità di un re, che sei sacro come un Dio e che sei un essere umano, e quindi il tuo limite e la tua futura morte non sono maledizione e condanna, ma compito e destino. Questo significa onorare.

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (2,11).

C’è anche Maria nel dono dei magi, una sorpresa e una gioia aggiunte alla loro gioia che era già grandissima.

E in Maria possiamo rivedere un’altra amica biblica dei magi: la regina di Saba, che partì da lontano, con molti doni, per conoscere e onorare la sapienza.

Il dono dei magi è l’altro Magnificat dei Vangeli, e la visita di Maria ad Elisabetta è l’episodio che più gli assomiglia. Maria accolse con fiducia i magi dentro casa, li fece entrare, li riconobbe come ospiti buoni, accettò il loro dono.

E infine l’ultima nota del dono. Anche i magi, come Maria con Elisabetta, dopo aver fatto il loro dono presero la via di casa.

È questa l’ultima nota del processo del dono, che si chiude col ripartire.

Il ritorno a casa

Chi conosce quest’arte sa che «fare ritorno a casa» è il capolavoro del dono, perché dice castità, la sorella gemella della gratuità.

Chi sa donare non occupa spazi, li libera. È discreto. Sa stare senza fretta, ma poi in fretta riparte.

Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta via con sé una "grandissima gioia".

Questo bell’augurio di Buon Cammino e di Buona Epifania di Ignazio Punzi, formatore, psicologo e psicoterapeuta familiare, presidente dell’associazione “L’aratro e la stella”

 I MAGI NON ERANO CRICETI

Il giorno dell'Epifania non si può non porsi questa domanda: quando ci si mette in cammino?

Credo che occorrano almeno tre condizioni:

- quando si intuisce che qualcosa o qualcuno di veramente importante ancora ci manca

- quando si ha la consapevolezza che questo "qualcosa o qualcuno" non si trova nei luoghi in cui si abita o si frequentano

- e quando infine, come conseguenza delle prime due, si ha il coraggio di "uscire" e osare l'incontro con il nuovo.

Ci si mette in cammino se si obbedisce ad una assenza che preme dal profondo di noi stessi e si manifesta come invito a mettersi in cammino verso il non ancora, per terre sconosciute.

Si incontra la verità solo da nomadi, da stranieri.  Facciamocene una ragione.

Se non si accetta questo cambio di status, che è spirituale, emozionale e cognitivo, il cammino nel quotidiano, seppur faticoso, è più simile a quello del criceto nella ruota.

I criceti, però, non inaugurano nuove vie, ma smaltiscono solo il grasso accumulato nella loro stanzialità.

Se si vuole tracciare diritto il proprio solco, è più saggio uscire dalle proprie ruote e dalle proprie gabbie dove tutto è garantito e mettersi finalmente in cammino per territori inediti, attaccando l'aratro ad una stella, in cerca di una verità che ci renderà liberi.

In questo giorno di Epifania, facciamo nostra l'esortazione di don Tonino Bello a metterci in cammino senza più aspettare e senza paura, per fare "straripare la speranza.

Andiamo a Betlemme!

[ ...] Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e costretti ad avanzare a tentoni dentro infiniti egoismi, ogni passo verso Betlemme sembra un salto nel buio.

Andiamo fino a Betlemme. È un viaggio lungo, faticoso, difficile, lo so.

Ma questo, che dobbiamo compiere «all'indietro», è l'unico viaggio che può farci andare «avanti» sulla strada della felicità.

Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato dall'ipoteca della morte.

Andiamo fino a Betlemme, come i pastori.

L'importante è muoversi.

Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro.

E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio.

Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità.

A noi il compito di cercarlo.

E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.

Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura.

Il Natale di quest'anno ci fa trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.

Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte e illuminato di stelle.

E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

 Famiglia Cristiana

Immagine



 


lunedì 5 gennaio 2026

SI MISERO IN CAMMINO

 

EPIFANIA


Meditazione 

di S.B. Card. Pizzaballa, 

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


 Ogni bambino nasce per qualcuno: per una famiglia che lo attende, per una comunità che lo accoglie, che lo vedrà crescere, che crescerà insieme a lui e grazie a lui.

Anche Gesù è nato per qualcuno: ma non solo per qualcuno in particolare, perché Gesù è nato per tutti.

I brani di Vangelo che raccontano la sua nascita ci dicono proprio questo, che questo bambino non appartiene solo alla sua famiglia, né solo al suo clan, ma tutti, vicini e lontani, sono chiamati a partecipare all’evento della sua nascita, alla gioia e alla grazia della sua venuta al mondo.

Gesù è venuto per tutti, e coloro che si lasciano raggiungere dal dono della sua presenza sono chiamati, come abbiamo visto proprio domenica scorsa, a mettersi in cammino, a fare un percorso.

Una costante che si ritrova in tutte le storie di donne e uomini di fede è proprio questa: il mettersi in cammino, perché la fede stessa è un cammino, è una costante ricerca, una sempre nuova partenza.

È stato così anche per i Magi.

Abbiamo iniziato l’Avvento con un invito a vegliare per non lasciar passare invano il kairós, il momento favorevole, il tempo della grazia (Mc 13,33-37).

Potremmo dire che i Magi sono innanzitutto persone che hanno accolto questo invito, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione della vita: hanno visto un segno, hanno compreso che questo segno era per loro, che li chiamava a partire e si sono messi in viaggio.

La stella che i Magi hanno visto, come tutte le stelle, non sta ferma nel cielo, ma percorre un cammino: Matteo dice che la stella precedeva i magi, fino a quando è arrivata sul lugo dove stava il bambino, e lì si è fermata (Mt 2,9).

Questo significa che se la stella si muove, se si vuole continuare a vederla bisogna muoversi insieme a lei, bisogna seguirla, mettersi in cammino. Se si sta fermi, la stella scompare, perché la stella non può fermarsi.

I magi hanno visto una stella nel cielo, e hanno solo desiderato non perdere quella luce, continuare a lasciarsi illuminare. E per questo hanno lasciato la loro terra e si sono fatti pellegrini, non sapendo fin dall’inizio dove sarebbero arrivati.

Per mettersi in cammino bisogna fidarsi.

Ma come si è presentata per loro quest’occasione?

L’occasione, il kairós, li ha raggiunti tramite, appunto, una stella, il che significa che i Magi sono persone che hanno alzato lo sguardo verso l’alto, che si sono aperti ad un orizzonte infinito.

Vegliare significa anche alzare lo sguardo, scrutare il cielo.

Il loro sguardo non è rimasto prigioniero dei loro confini, del loro mondo; non si sono accontentati, non si sono fermati.

Ogni cammino nasce da uno sguardo, da una visione che porta oltre.

Poi arrivano a Gerusalemme, e vi arrivano come umili persone che cercano.

Molte volte Gerusalemme è stata raggiunta da gente straniera, che veniva per combattere, per depredare, per impossessarsi della sua bellezza e dei suoi tesori.

I Magi vengono per cercare, per condividere un’inquietudine in un luogo e con delle persone che hanno la ricerca e l’attesa come vocazione, come senso della vita.

In cuore hanno una domanda, e questa è la loro vera ricchezza: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” (Mt 2,2). Sono sapienti, ma sono anche alla ricerca di una sapienza più grande, sanno di non sapere tutto.

È questa mancanza che permette loro di mettersi in cammino, di fare domande, di fidarsi.

I Magi sanno che un Re è nato, ma non sanno dove, perché la stella non si è ancora posata su nessun luogo.

Dove nasce il Re e Signore, dove trovarlo, questa è la grande domanda di ogni uomo, il grande desiderio.

E il desiderio dei Magi si compie quando il loro cammino si incontra con la Rivelazione, quando i loro passi si fermano ad ascoltare la Parola, perché la Parola è l’epifania di Dio. Sarà la Parola a condurli a Betlemme, dove ritrovano la stella ad attenderli, perché tutto si ricapitola lì.

Infine, il cammino ha un ultimo passo necessario, ed è quello che porta i magi a prostrarsi davanti a quel bambino: forse, di tutto il cammino, questo è il passo più difficile.

Perché chiede di riconoscere che il Re è lui, non siamo noi. È lui il Signore della storia, e non noi.

Questo è il passo che Erode non può fare, perché gli richiederebbe il coraggio e l’umiltà di togliere la corona dalla propria testa per metterla sulla testa di quell’umile bambino appena nato.

Eppure, Gesù, nato per tutti, è nato per questo: per liberarci dall’illusione del potere, della violenza, di tutto ciò che non dà vita.

La vita vera sta tutta nel riconoscere la grandezza del segno di un piccolo di un bambino, venuto al mondo per dire che il desiderio di Dio è quello di camminare con noi.

+Pierbattista

Patriarcato L. di Gerusalemme




 

martedì 7 gennaio 2025

I MAGI E BOTTICELLI

 

-        


di Alessandro D’Avenia

 

Mentre nella religione è l'uomo a provare di raggiungere Dio con preghiere, sacrifici e credenze, nella narrazione alla base delle feste che si concludono oggi, è Dio che cerca di raggiungere l'uomo facendosi come lui.

La teologia cristiana chiama questa operazione «redenzione», un termine spesso vuoto anche per i credenti, perché l'uomo odierno con la sua autosufficienza non ha bisogno di alcuna redenzione. 

Ci pensavo guardando un capolavoro di Botticelli, l'Adorazione dei Magi, detta Lami, conservata agli Uffizi, dipinta attorno al 1475 per una cappella della basilica di Santa Maria Novella a Firenze, ma esposta, fino al 2 febbraio, con allestimento encomiabile al Museo Diocesano di Milano. Il quadro del maestro del Rinascimento, tra i miei preferiti in particolare nella seconda parte della sua vicenda umana e artistica, rappresenta proprio la festa di oggi, l'Epifania, che significa Manifestazione. 

Di cosa? Il figlio di Dio si mostra non a un solo popolo ma a tutti gli uomini che lo cercano, rappresentati dalla triade di astronomi, i cosiddetti Magi, in viaggio dal vicino Oriente perché convinti che a moti straordinari dei corpi celesti, come quelli che accaddero allora, corrispondessero moti straordinari dei corpi terrestri, in questo caso la nascita di un re e salvatore, ma essi, una volta arrivati, trovano solo un bambino in una stalla. Che re-salvatore è mai questo? 

 Botticelli risponde ambientando la scena proprio nella sua Firenze del 1475. Perché?

 La folla di fronte al bambino è composta da una trentina di personaggi, i Magi e il seguito. Persone altolocate, in ricche vesti dell'epoca del pittore, ciascuno con una precisa identità storica e psicologica. Il Rinascimento celebra l'unicità del singolo, e così Botticelli osa prestare ai Magi il volto di tre celebri esponenti (Cosimo e due figli, già defunti) dei Medici, la famiglia più potente dell'epoca. Il gioco continua rappresentando altri nomi di spicco della favolosa Firenze del tempo, tra i quali il più importante, Lorenzo il Magnifico, perso nei suoi pensieri; sono poi riconoscibili mercanti, banchieri, artisti, intellettuali e lo stesso pittore che si auto-ritrae in primo piano con lo sguardo verso lo spettatore, come invitandolo ad avvicinarsi. Insomma questo capolavoro di storia sacra, finezza prospettica, armonia di forme e colori, è in fin dei conti un quadro politico e celebrativo, come quando vogliamo farci la foto con una «star». Oggi il quadro sarebbe affollato da politici, manager, imprenditori, artisti, scienziati nazionali e internazionali presenti a un evento di rilievo mondiale. Lo sarebbe mai la nascita di un bambino? Non credo. 

 Qui se si ha la pazienza richiesta da un capolavoro, si scopre che di ciascuno di quegli uomini in processione (non ci sono donne, invece al momento della morte di quel Bambino divenuto uomo ci saranno solo donne...) viene rivelata l'identità profonda: chi è stupito, chi adorante, chi distratto, chi assorto, chi in posa, chi indifferente, chi in dubbio... Insomma Botticelli, da raffinato ritrattista della grandezza dell'uomo, che il suo amico Pico della Mirandola (presente anche lui nel quadro) descriverà in quegli anni nel suo capolavoro filosofico, mostra che di fronte a Dio è in questione l'identità di ciascuno, la chiamata a essere se stessi, a rinunciare a maschere e illusioni attraverso cui il nostro ego crede di procurarsi vita, per aprirsi invece alla originalità che ciascuno è chiamato a incarnare, proprio come Dio si incarna in un essere specifico. 

 Così nel quadro emerge, senza mezzi termini, dove si trova ciascuno nel processo di incarnazione, quanto è vivo o finge di esserlo. Se le vesti e il ruolo sociale possono abbagliare e nascondere la realtà, di fronte al Bambino tutti vengono smascherati, perché il «potente», che cerca di accaparrarsi Dio, scopre che Dio non è un onnipotente da blandire, ma un impotente da accudire: l'onnipotenza di questo Dio non è potere ogni cosa ma potere amare ogni cosa. 

 Quel bambino «redime dal peccato» i presenti. Cioè? Redimere in latino significava «ricomprare», «riscattare» e indicava la procedura giuridica per liberare, a pagamento, qualcosa da un vincolo, per esempio un bene confiscato, un prigioniero, uno schiavo... Il termine viene assunto in ambito cristiano per indicare l'azione compiuta da Cristo per liberare l'uomo in schiavitù e renderlo figlio. 

 Ma che significa «schiavo del peccato»? Il peccato non è l'infrazione di una legge che, rispettata, ci procura un premio, ma è il tradimento del proprio destino: l'infelicità di aver perso la propria identità unica e irripetibile, che per il Dio cristiano è talmente unica e importante che non deve venir meno neanche dopo la morte, con quell'altra «operazione», dimenticata anche dai credenti, che si chiama resurrezione. Di questa accezione di peccato rimane traccia quando qualcosa di prezioso si rompe, qualcosa di bello si rovina, qualcosa di buono marcisce, e diciamo: «che peccato!», perché il senso di quella cosa è purtroppo perduto. Non a caso la parola greca che in italiano traduciamo con «peccato» significava «fuori bersaglio»: obiettivo mancato. 

 La redenzione è allora la restituzione, a chi vuole, della possibilità di essere se stessi, di centrare il bersaglio: essere «beati». 

 Ma come può un bambino in una capanna far tutto questo? Proprio grazie al fatto che l'onnipotenza divina si manifesta nel nostro mondo non nella forma più scontata per l'uomo, la potenza, ma in quella inattesa e forse deludente di chi ha bisogno di cura: un figlio, perché sia chiaro che da quel momento in poi «divino» è chi diventa, come lui, figlio di Dio. La redenzione è quindi il dono della condizione di «figlio» a chi la vuole, gratuitamente e liberamente, cioè un profondo e costante sentirsi voluti nella vita, come capita quando ci sentiamo amati sino al midollo o ci accade qualcosa che ci fa sentire il centro dell'universo: il contrario di «che peccato!» potrebbe essere l'espressione «è la fine del mondo!», cioè tutta la storia del mondo si giustifica per arrivare a questo punto, a questo piatto, a questo quadro, a questo amore... Nella parte più profonda di me, mi sento voluto qui e ora, e per sempre, a prescindere da quello che ho, faccio, appaio. 

 Infatti, chi diventa figlio di Dio, cioè è redento, riceve continuamente le energie per non morire, nel ventaglio di ombre che in ogni vita vanno dal non sentirsi mai abbastanza al venir meno della vita, perché l'essenza del figlio del creatore della vita è avere sempre a disposizione tutta la vita. 

 La redenzione è quindi ricevere le potenze creative della vita, che indichiamo con il verbo «amare», sinonimo nella narrazione cristiana di «creare»; infatti, solo l'amore porta nel mondo qualcosa che non c'era prima, mentre il potere non fa altro che spostare energie già esistenti nelle mani di pochi, che comunque prima o poi moriranno. Il potere sposta, l'amore crea. Infatti solo chi si sente sempre amato, riceve vita, e non ha paura di amare, dare vita, come dice Cristo: «Non siete voi che me la togliete, sono io che la dono» (Gv 10). Chi vive così è già risorto: ha una vita che non si rovina, è sempre vivo ed è vivo per sempre. La «redenzione» è quindi la possibilità, per chi vuole, di ricevere la propria identità da una relazione d'amore inesauribile, che è il segreto della felicità. 

 Infatti una identità fatta d'amore, cioè che vive per amore e per amare, non ha bisogno di procurarsi a forza il consenso altrui per difendere l'ego dalla morte, perché è e ha già tutto. Inoltre il figlio, somigliando al padre, è creatore anche lui, porta il nuovo attorno a sé: la maniera più felice di vivere, perché chi crea al contempo si ri-crea. 

 Ecco allora perché l'opera di Botticelli smaschera ogni identità, perché mostra su quale relazione si fonda (di chi sei figlio?) in quel momento: il quadro manifesta la per-sistenza (per chi e cosa esisti? E per quanto tempo?) di ciascuno. 

 Quindi la festa di oggi, Epifania, diventa anche la Manifestazione di chi è ciascuno: chi sono io denudato da ogni curriculum, ruolo, successo e travestimento? Chi e cosa mi tiene in vita? Quanto sono amato e quanto amo? Lo sguardo del pittore continua a fissarmi e mi chiede: stai tradendo o compiendo la tua vita? Sei un «che peccato!» o «la fine del mondo!»? 

 Alzogliocchiversoilcielo

 

 

 

sabato 4 gennaio 2025

I MAGI, ATTENTI, CERCATORI, PENSANTI



Epifania del Signore


Vangelo: Mt 2,1-12¹ 

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme ²e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». ³All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. ⁴Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. ⁵Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:
da te infatti uscirà un capo
che sarà il pastore del mio popolo, Israele
».

⁷Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella ⁸e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
⁹Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. ¹⁰Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. ¹¹Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. ¹²Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Commento di di Enzo Bianchi

Alla nascita e alla morte di Gesù risuona per lui lo stesso titolo, “Re dei giudei”. Alla nascita – è il testo che oggi la liturgia ci propone – lo dicono i magi e lo ripetono gli scribi ed Erode; alla morte lo fa scrivere Pilato su un cartello (cf. Mc 15,26 e par.; Gv 19,19), lo usano i soldati per schernirlo (cf. Mc 15,18; Mt 27,29; Gv 19,3), lo leggono tutti i presenti all’esecuzione barbara della crocifissione (cf. Gv 19,20). Alla nascita e sotto la croce vi è la stessa rivelazione: l’umanità è una nella ricerca di Dio e nel ripudio di Dio, o meglio nel credere al bene con speranza oppure nel non credere al bene, preferendo la violenza, il male.

Dunque il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, Re del popolo di Dio, ma per tutti, e tutti possono cercarlo e andare a lui. In questo racconto di Matteo ci sono eventi, eventi nella storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede. Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza “orientata”, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro attesa.

I magi non conoscono le Scritture né la lingua o le consuetudini della terra verso cui si mettono in viaggio. Sono talmente sprovveduti da chiedere informazioni a Erode circa la nascita del nuovo re, ma sono uomini abitati dal desiderio, dall’inquietudine e dunque in ricerca, in attesa. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un segno che sorge all’orizzonte, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12). Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti del tempio di Gerusalemme e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore che impedisce di discernere la presenza dell’azione di Dio.

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme perché, quando un potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato andrà alla morte, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella che, dopo una lunga eclisse, li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro: l’imprevedibile nascita di un povero bambino in una famiglia semplice che ha trovato riparo in una grotta. Tre sono i segni che i magi hanno ascoltato interpretato: la stella apparsa nel cielo, un evento di questo mondo che va assolutamente percepito e decifrato; le sante Scritture, che contengono quella parola di Dio che illumina e rivela ciò che non possiamo sapere da noi stessi; l’ardere del cuore che chiede di fare il viaggio, l’inquietudine che spinge a cercare, ad andare verso una promessa.

E così, come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, i magi riconoscono la vera regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure capiscono, giungono alla fede, sebbene non siano destinatari né della rivelazione né delle sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere; “convertiti”, dunque.

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione che porta alla fede in Gesù è vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto chiederà ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia, perché nei magi le genti iniziano a farsi discepole di Gesù stesso. Le genti, infatti, divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

Nell’Epifania del Re dei giudei a Betlemme comincia a manifestarsi quello scisma che si consumerà di fronte a Gesù: da una parte il riconoscimento e l’adorazione delle genti, dall’altra il non riconoscimento da parte dei figli della promessa. Eppure, proprio in questo evento Gesù, l’umanizzazione del Dio di Israele, appare come luogo di incontro tra le genti e il popolo di Dio, perché figlio di Israele, Re dei giudei, ma riconosciuto e adorato come Re anche dall’umanità priva della promessa.

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e si impegnano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo deve apparire con la dignità di un re; come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa “festa delle feste”, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù, colui che lo ha costituito Signore e Messia per sempre, Re dei Giudei e dunque Re dell’universo.


 

mercoledì 28 dicembre 2022

LA STELLA DEI MAGI

La stella dei Magi nella notte 

di Cesare Pavese

 

- p. Giuseppe Oddone

 

-   Il 28 dicembre del 1944, in pieno clima natalizio, Cesare Pavese leggeva un libro a lui imprestato dal P. G. Baravalle, il futuro padre Felice de “La casa in collina”, e precisamente A. Gratry, Commentario sul Vangelo secondo S. Matteo, Ed. Marietti, 1923. In quest’opera dapprima viene riportato il testo del Vangelo di Matteo diviso in episodi omogenei ed in versetti e subito dopo segue il commento dell’autore.

Pavese rimase impressionato da quanto viene detto sulla nascita di Gesù e sull’episodio dei Magi e ne “Il Mestiere di vivere” cita espressamente A. Gratry (1805-1871) ed il suo commentario a Matteo annotando: “ ll semplice sospetto che il subcosciente sia Dio, che Dio viva e parli nel nostro subcosciente, ti ha esaltato.

Se ripassi con l’idea di Dio tutti i pensieri qui sparsi de subconscio, ecco che modifichi tutto il tuo passato e scopri molte cose. Soprattutto il tuo travaglio verso il simbolo si illumina di un contenuto infinito”.[i]

E’ bene ora sintetizzare le riflessioni di Gratry, che possono aver colpito lo scrittore. Il sacerdote francese sostiene che con la nascita di Cristo una nuova generazione incomincia sulla terra. Prima si erano sviluppati i tre grandi regni, quello minerale, vegetale ed animale, poi era sopravvenuto il regno dell’uomo, re della terra. Con Cristo arriva il regno di Dio e dei figli di Dio. Questo ultimo regno trasfigura, corona ed innalza tutti gli altri regni. Nel lento passaggio dei vari ordini fino all’umano ed al cristiano c’è un germe divino che l’uomo può scoprire sia con la luce diurna della ragione, che con quella notturna dell’ispirazione.

Pavese sottolinea questo pensiero: “La venuta dell’uomo sulla terra, era l’incarnazione della ragione e della libertà nella animalità; nello stesso modo la venuta di Cristo è l’incarnazione di Dio medesimo nella ragione, nella libertà, in tutto l’uomo”.[ii]

Commentando la stella dei Magi Gratry aggiunge che tutte le anime intravedono, più o meno, questa stella che brilla in Oriente e continua con questa riflessione evidenziata da Pavese con un tratto a matita: “Un grande amore della giustizia, la conoscenza delle rivelazioni primitive, e soprattutto l’ispirazione attuale di Dio, hanno potuto mostrare a qualche savio, i segni precursori del principale avvenimento della storia”.[iii]

Ad un certo punto Gratry esclama: “Potessi io dirvi bene ciò che è la stella e dove la si può vedere! La si vede in quel luogo dell’anima dove si raccolgono le pure e semplici idee e dove la verità si fa intendere. La stella è l’idea semplice, l’idea prima e necessaria, che ogni coscienza deve vedere. È la verità implicita, raccolta quasi in un punto impercettibile come una stella, ma racchiudente in quella umile semplicità tutti i tesori della luce e dei mondi nuotanti in quei flutti. La nostra stella è l’idea di Dio”.[iv]

Gli spiriti che, come i Magi, seguiranno questa stella “non cercheranno la verità solamente discorrendo superficialmente o all’infuori dello spirito, ma anche e soprattutto nelle viscere dell’anima e nelle profondità feconde del sentimento. Cercheranno la verità nel raccoglimento delle impressioni che Dio opera in noi; nella profusione immensa impersonale della ispirazione continua, che è la sorgente e l’oriente dell’anima, che è l’atto per il quale Dio non ristà dal crearci e dal vivificarci… Sì l’idea del Dio vivente che ci porta e ci vivifica è la stella”.[v]

Questa stella che brilla tuttavia non appare nello splendore del giorno, raggio di un unico sole, simbolo della ragione, ma nella luce notturna e siderale, simbolo dell’ispirazione poetica, luce composta dai raggi di parecchi miliardi di soli: è un invito a sondare il mistero, le sue immensità e le sue profondità. E’ vero, questa stella che scintilla verso di me – aggiunge Gratry – non è che un punto nella notte. “Ma in realtà è un sole altrettanto grande e più grande del nostro, circondato da venti mondi altrettanto grandi o più grandi di questo globo dove si sviluppa la nostra umanità. E la stella medesima non è che un punto in quegli immensi nugoli di stelle che ci offre lo spettacolo delle notti. La luce notturna dell’anima, dunque sarebbe essa pure immensa? Sarebbe allora tutto l’universo che l’anima presente ed intravede? Sarebb’essa le anime di tutti i luoghi e di tutti i tempi e con queste assemblee d’anime il Padre delle anime, che cercano dolcemente di elevarci verso la vita eterna e la luce immensa?”[vi]

Gratry conclude il suo eloquente commento alla stella dei Magi con l’invito a non impedire la segreta nutrizione dell’anima in Dio, a non soffocare lo sviluppo di quel germe (l’idea di Dio) che cresce e si sviluppa, sia che l’uomo vegli, sia che dorma.

Torniamo a Pavese. Le riflessioni di Gratry, il suo invito a sondare le profondità dell’uomo, l’affermazione che la stella dei Magi è l’idea di Dio, un germe che vive in noi, che può essere intravisto da chi cerca la verità, che questa presenza di Dio è attiva e  presente nelle zone notturne dell’anima e nell’ispirazione poetica, nell’inconscio e nel subconscio, folgorarono lo scrittore, lo fecero riflettere sulle sue indagini in corso in quell’anno che riguardavano il subcosciente, il primitivo e il selvaggio, quella condizione aurorale dell’animo umano in cui si formano immagini, simboli e miti.

Un sospetto semplice ed immediato si presentò al suo pensiero: se Dio, come indica la stella dei Magi, agisce nella profondità della notte è forse possibile che il subcosciente sia Dio, che Dio viva e parli nel subcosciente?  Il semplice sospetto che questo potesse avvenire gettò Pavese in una specie di mistica esaltazione, non estranea al suo animo, analoga a quella che aveva provato all’inizio di quello stesso anno 1944, quando aveva avvertito oggettivamente nella sua sofferenza, senza il filtro della memoria o del simbolo, lo sgorgo di divinità ed aveva sperimentato un reale contatto con Dio.[vii]

E la riflessione viene ripresa nel pensiero successivo: “Se ripassi con l’idea di Dio” - qui il riferimento a Gratry è scoperto: “la nostra stella è l’idea di Dio… l’idea del Dio vivente che ci porta e ci vivifica è la stella!”[viii] -  tutti i pensieri qui sparsi de subconscio (e sono davvero molti, disseminati in tutte le opere di Pavese) ecco che modifichi tutto il tuo passato e scopri molte cose. È dunque possibile per Pavese rileggere alla luce dell’idea di Dio tutta la propria vicenda umana e culturale, vedervi un filo conduttore, scoprire molte cose.  Soprattutto il tuo travaglio verso il simbolo s’illumina di un contenuto infinito. E quanti simboli nella poetica di Pavese, tutti animati da una vibrante passione che li rende poetici: la collina, il paese, la donna, la terra, la vigna, il prato, la selva, il sentiero, la luna, i falò, il sangue, ecc. e quanto travaglio in questa ricerca, travaglio già segnalato in un pensiero del 17 luglio del 1944, ove Pavese parla di fatica e spossatezza nel portare in superficie la vita dell’inconscio![ix]  Ma qui c’ è una luce che brilla, la luce notturna dei Magi, la stella, l’idea del Dio che vive e parla nel subcosciente, che illumina d’un contenuto infinito questa sofferta ricerca di immagini e di simboli.

E Pavese pare qui mettersi in cammino dietro i Magi e guardare alla luce della stella nella ricerca di Dio e di Cristo.

È questo l’ultimo pensiero ne “Il Mestiere di vivere” di quell’annata strana (il 1944), cominciata e finita con Dio, con riflessioni assidue sul primitivo e sul selvaggio. Avrebbe potuto essere la più importante della sua vita, se avesse perseverato in Dio[x].

Pavese non perseverò in questo cammino, si immerse in altre esperienze di vita.

Ma nella sua notte la stella dei magi ritornò di tanto in tanto a brillare fino alle soglie del suo suicidio, quando ha ancora uno scatto improvviso, un grido lacerante davanti ad un’altra realtà che gli balena davanti improvvisa, spalancando le porte del futuro, il Tu divino, il Dio della grazia e della rivelazione, il Dio dell’ispirazione, intravisto nella stella dei Magi che conduce a Cristo: “O Tu, abbi pietà. E poi?”.[xi]

 



[i]
                 C. Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, 1952, 28 dicembre 1944, pag. 269. In questa edizione c’è un errore di trascrizione dal manoscritto (Fratry invece di Gratry)

[ii]          A. Gratry, Commentario sul Vangelo secondo S. Matteo, Ed. Marietti, 1923, pag. 5

[iii]          A. Gratry, op. cit., pag. 9

[iv]         A. Gratry, op. cit., pag. 16

[v]          A. Gratry, op. cit., pag. 18

[vi]         A. Gratry, op. cit., pag. 21

[vii]         Cfr. Il mestiere di vivere, op. cit., 29 gennaio e 1 febbraio 1944, pag.248

[viii]        A. Gratry, op. cit., pagg. 17-18

[ix]         Cfr. Il mestiere di vivere, op. cit., 17 luglio 1944, pagg.260-261

[x]          Cfr. Il mestiere di vivere, op. cit., 9 gennaio 1945, pag. 270

[xi]         Il mestiere di vivere, op. cit., 18 agosto 1950, pag. 362