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venerdì 5 settembre 2025

VIENI E SEGUIMI

 


Le esigenze 

della sequela di Gesù

Nel chiamare discepoli e discepole dietro a sé Gesù non fa propaganda per le vocazioni, ma piuttosto dissuade, mette in guardia. Avremmo molto da imparare da questo suo atteggiamento, soprattutto quando la scarsità di vocazioni ci angoscia e ci fa paura: cattiva consigliere quest’ultima, che spinge ad accogliere tutti con molta superficialità e a non riconoscere e comunicare le difficoltà oggettive della sequela di Gesù.

Commento di Enzo Bianchi

Dopo il pranzo a casa di uno dei capi dei farisei (cf. Lc 14,1-24), Gesù riprende il suo cammino verso Gerusalemme, seguito da una folla numerosa. La sua predicazione ha successo, gli ascoltatori pronti ad accompagnarlo lungo la strada sono molti, ma Gesù, che vuole accanto a sé discepoli, non militanti, si volta indietro per guardare quella folla in faccia e rivolgerle alcune parole capaci di fare chiarezza e di non permettere illusioni o addirittura menzogne. Parole dure, che ci urtano e ci dispiacciono perché ci chiedono di combattere contro noi stessi, contro i nostri sentimenti naturali.

Infatti Gesù avverte: “Se uno viene a me, cioè vuole stare con me, e non odia suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Gesù mette in contrasto lo stare con lui e l’amore famigliare, nonché l’amore per la propria vita. Perché tanta radicalità? Semplicemente perché egli conosce il cuore umano, conosce il potere dei legami di sangue, conosce la possibilità che la famiglia sia una gabbia, una prigione. 

L’intenzione delle parole di Gesù consiste nella liberazione, che egli vuole portare a ogni uomo e a ogni donna, da tutte le presenze idolatriche, tra le quali è possibile annoverare anche legami e affetti di sangue e di famiglia.

Quanto alla paradossale espressione “Se uno non odia…”, essa ha certamente un retroterra semitico, ma va intesa bene. Infatti viene tradotta correttamente: “Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre, sua madre…”. Negli affetti è questione di ordine. Amare il padre e la madre è un comandamento della Torah (cf. Es 20,12; Dt 5,16), e Gesù lo conferma (cf. Mc 7,9-13; Mt 15,3-6), ma può succedere che questo amore impedisca l’adesione al Signore, la pratica della sua volontà, la sequela materiale di Gesù. In tal caso i legami con la famiglia che trattengono e imprigionano vanno addirittura odiati!

La storia delle vocazioni cristiane conosce bene questi conflitti, questa sofferenza nelle famiglie, che a volte si ribellano alla vocazione del figlio o della figlia, e conosce bene anche le vocazioni abortite perché il legame con la famiglia è più forte del legame con il Signore che la vocazione richiede. Certo, oggi la mondanità entrata anche nella vita ecclesiale banalizza le relazioni tra chiamato e famiglia, così che non si pone più un aut aut che indichi una rinuncia, una separazione necessaria per seguire con cuore unito il Signore. L’esito è poi quello di chiamati che hanno una vita astenica, che sono “tirati qua e là” (cf. Lc 10,40), mai veramente decisi a compiere un cammino imboccato con tutto il cuore. Misere vocazioni! In verità non possiamo amare tutti nello stesso tempo, ma solo dando ai nostri amori un ordine chiaro sappiamo dov’è il nostro tesoro e dunque il nostro cuore (cf. Lc 12,34).

D’altronde, anche le dieci parole (cf. Es 20,1-17; Dt 5,6-22) richiedono come prioritario l’amore per Dio, e quando Gesù menziona il comandamento “Onora il padre e la madre”, dal quarto posto lo retrocede all’ultimo (cf. Lc 18,20). Anche i leviti dovevano abbandonare la famiglia per essere assidui al Signore, e la comunità di Qumran richiedeva ai suoi membri la separazione dalla famiglia per essere vigilanti in attesa del giorno del Signore (cf. 4QTestimonia 14-20; cf. Dt 33,8-11). Sì, Gesù chiede un atto, che lui stesso ha compiuto nei confronti della sua famiglia (cf. Lc 8,19-21), chiede una rottura che permetta un amore diverso, esteso, universale, un amore nel quale Dio ha il primato e la famiglia ha il suo posto, ma senza il potere di legare. Nello stesso tempo, amo ricordare che Dio, e dunque Cristo, non è totalitario: non esclude altri amori, come quello coniugale o quello dell’amicizia, ma anche questi vanno vissuti sapendo che l’amore per Cristo è primario, egemonico, e gli altri amori non possono porre ostacoli, dilazioni e tanto meno contraddizioni a quello per il Signore.

Questo regime degli affetti è duro, costa fatica, ma è il “portare la propria croce”, cioè il portare lo strumento di esecuzione del proprio io philautico, egoista. Ognuno ha una propria croce da portare, nessuno ne è esente, ma non si devono fare paragoni. Gesù, infatti, sa che quanti lo seguono fedelmente si troveranno coinvolti anche nella sua passione e morte, quando egli porterà la croce. Si tratterà di imparare da Gesù, quando egli parla, agisce, ma anche quando sarà condannato, torturato e ucciso nell’ignominia della croce. Essere discepoli di Gesù non è l’esperienza di un momento (cf. Mc 4,12-13; Mt 13,20-21), non è un provare per verificare, ma è la decisione di rispondere a una chiamata, è un “amen” che va detto con ponderazione, con discernimento, senza obbedire alle emozioni del momento.

Per questo Gesù annuncia due parabole che suonano come un avvertimento, una messa in guardia: egli non fa propaganda per le vocazioni, ma piuttosto dissuade… Avremmo molto da imparare da questo atteggiamento di Gesù, soprattutto quando la scarsità di vocazioni ci angoscia e ci fa paura: cattiva consigliera quest’ultima, che spinge ad accogliere tutti con molta superficialità e a non riconoscere e comunicare le difficoltà oggettive della sequela di Gesù. Con la prima parabola Gesù avverte: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa, per vedere se ha i mezzi per portare a termine i lavori?”. Seguire Gesù – e si faccia attenzione a una lettura poco intelligente dei racconti evangelici di vocazione! – richiede non il fuoco di un momento, non l’entusiasmo, non solo l’innamoramento, ma anche un tempo di calma, di silenzio, di esame di se stessi. È l’azione del discernimento, difficile ma assolutamente necessaria per percepire la voce del Signore non fuori di noi, non soltanto nelle eventuali parole di un altro, ma nel nostro cuore più profondo, là dove Dio ci parla personalmente. Ascoltando il profondo, la propria intimità, discernendo la parola di Dio dalle altre parole che ci abitano, guardando con realismo a ciò che siamo e alle nostre possibilità, noi possiamo giungere a una scelta; magari facendoci aiutare da chi è più avanti di noi nella vita secondo lo Spirito, ma sempre coscienti che l’amen può solo essere nostro, personalissimo, e un amen per sempre, non a tempo o con scadenza!

Similmente la seconda parabola avverte che occorre misurare bene le proprie forze, per vincere quello che è un combattimento spirituale senza tregua, fino all’ultimo. Perché la sequela di Gesù esige la capacità di fare guerra contro il nemico, il diavolo che ci tenta e vorrebbe farci cadere, spingendoci ad abbandonare la sequela stessa. Dunque il chiamato lo sa: ascoltata la parola di invito, deve innanzitutto “stare fermo”, rimanere in solitudine e in silenzio (cf. Lam 3,28) per discernere bene cosa ha ascoltato e cosa il cuore gli dice; poi deve consigliarsi (come dice letteralmente il verbo bouleúomai); infine deve pervenire alla decisione personalissima, fidandosi soltanto della grazia del Signore.

Gesù aggiunge poi una parola non presente nel brano liturgico, ma collegata con quanto precede. Egli dice che accade per una storia di vocazione quello che accade per il sale: “Il sale è buono, ma se perde la capacità di salare, a cosa potrà servire? Lo si butta via!” (cf. Lc 14,34-35). Allo stesso modo una vocazione può essere buona, ma nella vita può essere contraddetta, abbandonata, e allora quella resta una vita sprecata.

Diceva il mio padre spirituale: “Quando qualcuno pensa di incrementare il numero di vocazioni nella chiesa, e impone la vocazione agli altri, non crea dei santi ma delle persone miserabili!”.

 Cercoiltuovolto

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sabato 12 ottobre 2024

LASCIA TUTTO e SEGUIMI

 


-13 ottobre 2024-

-XXVIII domenica nell’anno-

*Vangelo: Marco  10,17-30

In quel tempo 17mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». 28Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

 Commento di di Sabino Chialà

Nella scena conclusiva del brano evangelico che precede il nostro, su cui abbiamo meditato domenica scorsa, Gesù indica la via per la quale è possibile entrare nel regno di Dio: accogliendolo con l’atteggiamento di un bambino (10,15). Il brano di questa domenica si apre e si chiude con il tema della “vita eterna”: nel primo versetto, l’uomo ricco chiede a Gesù “che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (v. 17); e nell’ultimo è il Maestro a promettere “la vita eterna nel tempo che verrà” (v. 30).

 Entrare nel regno o ereditare la vita eterna sono due espressioni che richiamano una medesima realtà: quell’oltre di pienezza che, in vari modi, ogni essere umano desidera e cerca. La correlazione tra le due espressioni è peraltro chiaramente suggerita da Gesù quando, commentando l’allontanarsi dell’uomo ricco, afferma: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio” (v. 23; cf. anche v. 24).

 L’accostamento dei due brani rende ancora più drammatica la scena dell’uomo ricco: Gesù ha appena indicato la via, quella del bambino, che entra perché capace di accogliere il Regno come un dono; e ora gli si para dinanzi un uomo che sembra voler conquistare quella vita, carico del suo “bene” e legato ai suoi “beni”.

 Si tratta in ogni caso di entrare in uno sguardo, in uno spazio, in una vita. Ma come bambini o come protagonisti? Carichi di beni e di meriti, o aperti al dono della grazia che opera tramite le fede? Forse è in questa opposizione il cuore del messaggio del brano evangelico di questa domenica, non limitandosi a mettere in guardia dai pericoli delle sole ricchezze materiali.

 La pericope si compone di tre dialoghi tra Gesù e vari interlocutori: il primo con l’uomo ricco (v. 17-22); il secondo con i discepoli (v. 23-27); il terzo con Pietro (v. 28-30). Tre dialoghi di grandissima intensità drammatica, come Marco sottolinea scandendoli con il triplice sguardo di Gesù. Quello pieno di amore che rivolge all’uomo della prima scena: “Gesù fissò lo sguardo (emblépsas) su di lui, lo amò e disse…” (v. 21). Quello ai discepoli che lo attorniano: “Gesù, volgendo lo sguardo attorno (periblepsámenos), disse…” (v. 23). E infine quello con cui fissa ancora Pietro e gli altri: “Gesù, fissando lo sguardo (emblépsas) su di loro, disse…” (v. 27). Si tratta di sguardi intensi, che amano e interrogano e, soprattutto, che cercano di riorientare il modo di guardare degli interlocutori di Gesù, e il nostro. Il Maestro guarda, per spingerci a guardarci dentro e a interrogarci su cosa davvero cerchiamo mentre camminiamo dietro a lui, su quale regno e quale vita desideriamo.

 Il filo conduttore delle tre scene è infatti quello dello sguardo con cui ci poniamo dinanzi a Dio, a Gesù, alla Torah, alla sequela. Con il cuore semplice del bambino? O con il carico di beni dell’uomo ricco e la sottile aspettativa di ricompensa di Pietro e degli altri discepoli? Non ci sono infatti solo le ricchezze materiali. Ve ne sono anche di spirituali, spesso ben più insidiose delle prime.

 All’uomo che gli si accosta chiamandolo buono, Gesù infatti ricorda innanzitutto che “nessuno è buono se non Dio solo” (v. 18). Una reazione che stupisce e interroga. Non è escluso che Gesù vi colga un’adulazione che rigetta prontamente. Ma forse reagisce così perché scorge in chi gli sta dinanzi il pericolo dell’autocompiacimento e dell’autogiustificazione. Nessuno è buono, neanche tu, sembra suggerirgli Gesù. Nel passo parallelo, Matteo offre un indizio per avvalorare questa lettura. Lì l’uomo ricco, infatti, dice: “Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna”; e Gesù gli risponde: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo” (Mt 19,16-17). Come a dire: non si tratta di fare qualcosa di “buono” per credersi “buono”, ma di riconoscere l’unico “Buono”. Forse, prima ancora che di “beni”, quest'uomo è ricco di “bene”, di “bene fatto”.

 Gesù lo rimanda infatti alla Torah e ne ottiene come risposta la reazione compiaciuta di chi sa di aver fatto tutto il dovuto, con una sicurezza e una completezza che stupisce: “Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza” (v. 20). Tutto e da sempre! Dunque, non gli resta che ricevere l’attestato di buona condotta.

 Ma Gesù, cogliendo in quel suo essere lì, comunque un desiderio e dunque una fenditura, cerca di aprirgli il cuore, e fargli scorgere che non si tratta di seguire delle norme, ma di entrare in una relazione. Guarda quell’uomo con amore, per ricordargli che, prima di fare qualcosa – “che cosa devo fare?” era stata la sua domanda (v. 17) – egli ha da sentire su di sé lo sguardo di amore del Creatore. A chi chiede un codice che faccia meritare la vita eterna, Gesù propone un cammino dietro a lui che è la Vita. Per questo gli chiede di liberarsi degli ingombri che lo appesantiscono, perché avrà bisogno di camminare: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!” (v. 21).

 I molti beni sono di impedimento a chi è in cammino, e qui l’evangelo ci descrive una sconfitta, una vocazione fallita, dopo quelle dei discepoli in cui la risposta era stata generosa. Si tratta di una possibilità, anche per noi, ragione per cui questo “tale” non ha nome. L’esito allora è la tristezza: “Si fece scuro in volto e se ne andò rattristato” (v. 22). Una tristezza che contagia anche i discepoli, che pure avevano lasciato tutto e avevano seguito Gesù, come dirà poco oltre Pietro (v. 28). Gesù infatti prosegue, rivolgendosi ora a loro: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” (v. 23); e ripete: “Figlioli (tékna), quanto è difficile entrare nel regno di Dio!” (v. 24). Sì, è difficile! Bisogna saperci entrare. Bisogna farlo col passo del bambino, che sa accogliere il dono di Dio. Infatti, allo sconcerto e allo stupore dei discepoli (v. 24 e 26), Gesù reagisce dicendo: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio” (v. 27). Espressione, quest’ultima, che ne ricorda un’altra pronunciata poco prima: “Tutto è possibile per chi crede” (9,23). Non si tratta di “fare” ma di “lasciar fare”: azione certo non meno esigente, perché è più difficile accogliere che meritare. Ma questa è la via per entrare nel Regno!

 Inizia quindi il terzo dialogo, provocato da Pietro il quale, con una punta di soddisfazione, ricorda a Gesù che ciò in cui l’uomo ricco ha fallito, loro lo “hanno fatto”: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (v. 28), impiegando significativamente i due verbi del discepolato: “lasciare” e “seguire”. A differenza di quanto leggiamo nel racconto parallelo di Matteo, qui Pietro non chiede la ricompensa: “Che cosa dunque ne avremo” (Mt 19,27). Fa solo presente quello che “hanno fatto”, presumibilmente con un sentimento di compiacimento, ancora innocente. Ma Gesù replica con delicatezza che sì hanno “lasciato”, ma molto di più è quello che hanno “ricevuto nel tempo presente”; e anche “la vita eterna nel tempo che verrà”, la riceveranno, “insieme a persecuzioni” (v. 30).

 L’immagine del bambino, che sa accogliere il Regno, è dunque la chiave: per l’uomo ricco come per i discepoli, e per il credente di ogni tempo. Sono molte le ricchezze che possono appesantire i nostri passi o i calcoli che siamo tentati di fare, in ogni stagione della nostra vita. Non basta lasciare. Non basta aver lasciato. È necessario restare fino alla fine con le braccia aperte e gli occhi capaci di stupore.

Monastero di Bose

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sabato 24 agosto 2024

ANDARE DOVE ?

        VOLETE ANDARE    ANCHE VOI?

 – Commento al Vangelo - Domenica 25 Agosto 2024 -


Commento al brano del Vangelo di: Gv 6, 60-69

di Paolo Curtaz

 Dove vuoi che andiamo? A me piacerebbe stare nel mezzo. 

Adattarmi, prendere il meglio delle diverse posizioni, delle diverse opinioni. E ci sta, va bene che sia così: la vita necessariamente ci porta al compromesso che è una vittoria a metà.

E l’idea che la realtà sia bianca o nera è semplicemente fuorviante, produce nemici, avversari, contrappone, esaspera, come vediamo accadere accanto a noi.

Ma su alcune cose la scelta va fatta. Luce o tenebra. Costruire o distruggere. Fiorire o appassire.

Su alcuni temi: la vita, l’amore, le azioni essenziali, i valori, una scelta va fatta. E ripetuta ogni volta che ne abbiamo la necessità.

È quello che accade anche con la fede.

È quello che è accaduto ai discepoli, dopo il durissimo discorso del pane di vita che risulta inconcepibile e incomprensibile per molti. Anzi, per la maggioranza fra i presenti, discepoli compresi.

Sangue

Gesù ha toccato il fondo: ha chiesto alla folla di saziarsi della sua carne, di dissetarsi al suo sangue. Cristo, probabilmente, ha già in mente l’estremo dono, l’eucarestia. Chiede ai suoi di non seguirlo solo per le cose magnifiche che dice, né solamente per i prodigi. Ma di accogliere la sua carne, che nella Scrittura indica la fragilità, e il suo sangue cioè la sua essenza. 

Di nutrirci della sua presenza, di cristificarci, di accedere a Dio attraverso il suo sguardo.

È troppo. Davvero. La folla è sgomenta e irritata: questo pazzo furioso sta loro chiedendo di diventare dei cannibali? Ma chi si crede di essere? 

È bastato un confronto duro ma schietto per far crollare la fama del Nazareno.

Parole che scarnificano, che mettono all’angolo, che impongono una scelta, come ha dovuto fare il popolo di Israele nell’assemblea di Sichem, come abbiamo sentito nella prima lettura.

Parole che cambiano prospettiva, come la difficile seconda lettura che va ben interpretata: in un mondo in cui tutti, giudei, greci, latini, pensano che le moglie siano sottomesse ai mariti, Paolo parla di amore nel matrimonio, cosa inaudita.

Gesù è chiaro, diretto, inequivocabile. Dio lo è.

Ora si tratta di scegliere da che parte stare.

Fino a quando Gesù sfama le folle è idolatrato, quando parla di Dio, del suo Dio, è abbandonato. 

Fino a quando Dio risponde alle nostre esigenze e alle nostre richieste è grande, quando – a nostro avviso – ciò non avviene più, è rinnegato e rigettato. 

Dramma di un Dio che mendica la nostra adesione! 

Dramma inaudito di un Dio che si fa carne e compassione e che viene ignorato perché ci risulta più comprensibile un dio intangibile nella sua asettica e lontana divinità. 

Crescere

Gesù non cede al gioco del politicamente corretto. Non annusa l’aria per proferire parole che blandiscono. Ha parlato con le parole di Dio. La folla le considera eccessive, abituata com’è a vivere di ribassi. 

Credenti sì, ma senza eccessi. Devoti, certo, ma senza esagerare.

Ossessionati dal rimarcare le distanze, dal dirci cattolici sì, ma…, ossessionati dal non apparire fuori luogo, fuori moda, fuori tempo. Sempre pronti a prendere li distanze da questa Chiesa che rappresentiamo, troppe volte, in maniera mondana, con lo sguardo limitato del mondo.

No, non se l’aspettava questa reazione da parte della folla che ama con tenerezza. Forse pensava (ingenuo Dio!) di convertire i cuori con le parole e con lo sguardo. 

Gesù, indurito, scosso, attonito, si rivolge agli apostoli. 

La domanda, inquietante e tagliente come una lama, è rivolta a ciascuno di noi: Volete andarvene anche voi? 

Non blandisce gli apostoli sgomenti, non recede dalle sue parole, non chiede appoggio o carezza o consolazione. Non elemosina consensi, nemmeno dai suoi amici più fedeli, con cui ha condiviso tanto.

A Gesù sta più a cuore il Regno della compagnia, la verità dell’applauso.

È libero. Sa, Gesù, quanto possa diventare ambiguo un rapporto spirituale, sa quanto possa tarpare le ali il discepolato, invece di far crescere il discepolo. Gesù non è un guru, è un vero Maestro. Libero. Sa che l’obiettivo di ogni discepolo è di crescere, non di appassire ai piedi del Maestro.

Sa che ogni Maestro ha un solo desiderio: che il discepolo diventi autonomo. Che se ne vada, finalmente autonomo.

Volete andarvene anche voi?   È solo il Rabbi, non è stato così solo.

Vuoi andartene?

E tu vuoi andartene? 

Ora che incontri le prime difficoltà vuoi lasciare tutto per tornare a chiuderti nel tuo piccolo mondo di tiepide certezze? Rinunci al sogno di Dio?  Vuoi davvero lasciare questa fragile Chiesa che, ora più che mai, ha bisogno di discepoli fedeli, sofferenti ma fedeli, onesti, autentici e fedeli, disposti a rimettere in moto l’annuncio del Vangelo che sta languendo con le nostre appassite comunità parrocchiali?

Vuoi davvero metterti dalla parte di coloro che pensano che questo cristianesimo sia da abbandonare e metterti dalla parte degli illuminati che criticano senza mettersi in gioco? O degli indifferenti che dicono che Dio sia inutile o dannoso?

Fallo. Sei libero, straordinariamente, drammaticamente libero di credere. O di fuggire.  Di spalancarti, o di chiuderti. 

L’amore di Dio ci lascia liberi, giunge a chiedere a noi, creature fragili e incostanti, di aderire liberamente al suo progetto. 

Pietro, il grande, risponde a nome di tutti. Poco convinto, forse, un po’ amareggiato, come gli altri undici, un po’ preoccupato del domani fattosi improvvisamente incerto, perplesso di fronte a questo Maestro troppo esigente, troppo grande, troppo tutto. 

La sua risposta è sussurrata ma ferma, assoluta.

Una risposta come un vulcano che erutta, come un vento impetuoso che abbatte i boschi, come una professione di fede urlata a se stessi e al mondo: Dove vuoi che andiamo, Signore? 

Dove trovare tanta serenità, tanta verità, tanto bene, tanta luce, tanto silenzio, dove, Dio santo, trovare qualcosa o qualcuno che ti sia pari? Dove, amico degli uomini, trovare compassione e futuro, dove respirare l’ebbrezza di Dio? 

Ci sconcerti, Maestro, ci sfidi, è difficile convertire il nostro cuore alla tua tenerezza e luce ma – Signore – ormai la nostra vita è segnata a fuoco. 

Tu ci hai sedotti.  Dove vuoi che andiamo, Signore?


Cercoiltuovolto

 

sabato 1 luglio 2023

UNA QUESTIONE DI AMORE

 -   Vangelo di domenica 2 luglio 2023 - Mt 10,37-42 *

* In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «37Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. 40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 Commento di Enzo Bianchi

Il brano evangelico di questa domenica contiene l’ultima parte del discorso missionario rivolto da Gesù ai suoi discepoli, ai dodici inviati ad annunciare il regno dei cieli ormai vicino (cf. Mt 10,7) e a far arretrare il potere del demonio (cf. Mt 10,1). Diverse parole di Gesù sono state raccolte qui da Matteo, parole dette probabilmente in circostanze diverse ma che nel loro insieme determinano il contenuto e lo stile della missione, e preannunciano anche le fatiche e le persecuzioni che i discepoli dovranno subire, perché accadrà loro ciò che Gesù stesso, loro maestro e rabbi, ha sperimentato (cf. Mt 10,24-25).

Ma cosa mai potrà dare al discepolo la forza di resistere di fronte a ostilità, calunnie, contraddizioni che minacciano anche le relazioni più comuni e quotidiane, quelle familiari? L’amore, solo l’amore per il Signore! Ecco perché Gesù ha fato risuonare delle parole forti, che ci scuotono: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me”. Questa sentenza di Gesù può sembrare innanzitutto una pretesa inaudita e irricevibile, ma è una sua parola autentica che va compresa in profondità. Gesù non insinua che non si debbano amare i propri genitori o i propri figli – come d’altronde richiede il quinto comandamento della legge santa di Dio (cf. Es 20,12; Dt 5,16) – e neppure esige un amore totalitario per la sua persona, ma richiama l’amore che deve essere dato al Signore, amore che richiede di realizzare la sua volontà. Gesù si rallegra quando ciascuno di noi vive le sue storie d’amore e quindi sa custodire e rinnovare l’amore per l’altro – coniuge, genitore o figlio –, ma chiede semplicemente che a lui, alla sua volontà, non sia preferito niente e nessuno da parte del discepolo.

Seguire Gesù, infatti, può destare l’opposizione proprio da parte di quelli che il discepolo ama, può far emergere una divisione, una differenza di giudizio e di atteggiamenti rispetto a Gesù stesso. In queste situazioni il discepolo, la discepola, dovrà avere la forza e il coraggio di fare una scelta e di dare il primato a Gesù, alla sua presenza viva e operante. Sì, va detto con chiarezza: se i genitori, o chiunque altro sia legato a noi da un vincolo di parentela e di amore umano, diventano un impedimento alla sequela del Signore, allora occorre che l’amore di Cristo abbia una preminenza anche sugli amori generati dal vincolo familiare. Con un linguaggio maggiormente segnato dalla cultura semitica, abituata a utilizzare immagini più concrete e a farlo attraverso una lingua ricca di antitesi e di forti contrasti, nel passo parallelo di Luca queste espressioni risuonano con ancora maggior durezza: “Se uno viene a me e non odia (cioè, non ama meno di me) suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Se una persona diventa ostacolo alla nostra sequela, se contraddice il nostro amore per Cristo, allora va odiato, cioè non va ritenuto qualcuno che possa determinare la nostra vita.

Questa rinuncia dovuta a un’azione di discernimento ha un solo nome – continua Gesù –: prendere, abbracciare la propria croce, cioè lo strumento dell’esecuzione del proprio uomo vecchio, della propria condizione di creatura soggetta al peccato e sotto l’influsso del demonio. Significativamente un discepolo dell’Apostolo Paolo attualizzerà queste parole di Gesù con un’espressione altrettanto esigente e forte: “Fate morire le vostre membra che appartengono alla mondanità” (Col 3,5). Si tratta di rinnegare se stessi, di smettere di conoscere soltanto se stessi, per conoscere Gesù Cristo e solo in lui anche noi stessi. Comunicare al mistero della morte di Cristo, perdendo la vita, spendendo la vita nel fare la volontà di Dio, cioè nell’amore dei fratelli e delle sorelle in umanità, è imprescindibile per l’autentico discepolo di Gesù.

Come dimenticare al riguardo, il prezzo della sequela del Signore Gesù pagato dai cristiani martiri, a causa della persecuzione di Satana, “il principe di questo mondo” (Gv 12,31; 16,11)? Nella passione di una donna e madre cristiana dell’inizio del III secolo, per esempio, si legge:

Il procuratore Ilariano, avendo il potere della spada, mi disse: “Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre e della tenera età d tuo figlio. Sacrifica agli dèi per la salute degli imperatori. Ma io risposi: “Non faccio sacrifici agli dèi”. Ilariano mi chiese: “Sei cristiana?”. Risposi: “Sì, sono cristiana” (Passione di Perpetua e Felicita 6,3-4).

Ecco l’amore per il Signore, preferito a un amore pur legittimo, santo e buono per i legami familiari.

Certamente queste parole di Gesù che chiedono di dare il primato al suo amore su ogni nostro amore non giustificano mai le nostre mancanze d’amore, il nostro evadere la carità verso i familiari, come Gesù stesso ha detto in polemica con alcuni farisei: “Mosè disse: ‘Onora tuo padre e tua madre’ (Es 20,12; Dt 5,16), e: ‘Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte’ (Es 21,17; Lv 20,9). Voi invece dite: ‘Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio’, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte” (Mc 7,10-13). L’amore per il Signore, dunque, conferma i nostri amori, se questi sono trasparenti, all’insegna della vera carità e vissuti con giustizia; non è mai totalitario – lo ripeto –, ma chiede di essere collocato al primo posto. Come dice la Regola di Benedetto (4,21), “nulla preferire all’amore di Cristo” è ciò che caratterizza la sequela cristiana, la quale non si esaurisce nell’accoglienza della dottrina del maestro né nelle osservanze del suo insegnamento: è amore, amore per lui, il Cristo, il Signore, fino a smettere di riconoscere solo se stessi o quelli che amiamo naturalmente e con i quali viviamo le nostre relazioni.

Dobbiamo essere sinceri: questa istanza decisiva nel cristianesimo è dura, soprattutto oggi, in un tempo e in una cultura che rivendicano la realizzazione della persona, che ci chiedono l’affermazione di sé, anche senza o contro gli altri. Ma le parole di Gesù, che non hanno nessun carattere masochistico o negativo, in verità ci rivelano che, dimenticando di affermare noi stessi e accettando di perdere e spendere la vita per gli altri, accresciamo la nostra gioia e diamo senso e ragioni al nostro vivere quotidiano.

Ai discepoli in missione, infine, Gesù preannuncia anche che potranno contare sull’accoglienza da parte di uomini e donne che vedranno in loro dei profeti, dei giusti, dei piccoli. Costoro avranno una ricompensa grazie al loro discernimento e alla loro capacità di accoglienza: nel giorno del giudizio, certamente, ma anche già qui e ora, cominciando a sperimentare il centuplo sulla terra (cf. Mc 10,30).

Questo è il radicalismo cristiano! La sequela vissuta nell’amore per Cristo rende il discepolo degno di stare tra i testimoni del Regno che viene. Il saper non guardare a se stessi ma tenere fisso lo sguardo su Gesù (cf. Eb 12,2) per vivere i suoi sentimenti (cf. Fil 2,5) e agire come lui (cf. 1Gv 2,6), è la sequela cristiana. Profeti e giusti vanno dunque accolti e venerati, ma significativamente Gesù pone accanto a loro anche i piccoli, quelli sui quali altrove dice che si giocherà il giudizio finale (cf. Mt 25,40.45). I piccoli e i poveri, che Gesù ha sempre accolto e confermato nella loro prossimità al regno dei cieli, devono dunque essere accolti in modo preferenziale dalla comunità cristiana: anche e soprattutto così si mostra di amare in modo privilegiato il Signore Gesù! Ma oggi la comunità cristiana è capace di accogliere i poveri e di rendersi soggetto di magistero ecclesiale? È capace di rendere vicini i lontani?

Alzogliocchiversoilcielo


sabato 21 gennaio 2023

ECCOCI !


 - Terza domenica durante l’anno, anno di Matteo

- Is 8, 23-9,3/1Cor 1,10-13/ Mt 4,12-23

 - Dal Vangelo secondo Matteo - 

Mt 4, 12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: "Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta". Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino". Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: "Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini". Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 Commento di Paolo Curtaz

Eccoci

 Hanno arrestato il Battista, tira una brutta aria per profeti e affini. Gesù dovrebbe prudentemente scappare, tornare nel suo buco di paese, a Nazareth. Meglio non farsi vedere in giro, meglio non essere associato a certe compagnie.

Così faremmo noi. Così farei io.

Non così opera il Figlio dell’uomo che è venuto a gettare il fuoco sulla terra. Che brucia di desiderio. Che arde. Non fugge: inizia la sua missione.Partendo dagli ultimi. Da quelle due parti di Israele, Zabulon e Neftali, fra le prime a soccombere alla protervia delle nazioni, ad opere degli Assiri, sei secoli prima.

Una terra meticcia, straniera, contaminata, perduta. Vero: una terra perduta. Come la nostra Europa sempre più aliena alla fede. Come la nostra Italia, con le chiese svuotate e i preti smarriti. Ma non è venuto esattamente per salvare chi è perduto, il Signore? E, oso, per chi nemmeno sa più di esserlo?

Pagina che mi scuote, che mi spinge. In questo nostro tempo in cui corriamo il rischio di scoraggiarci, di chiuderci dentro le nostre sacrestie, in cui ci sentiamo ignorati, sviliti, Gesù propone un’alternativa: svegliati, reagisci, esci, riparti, osa. Pagina che illumina questa nostra Chiesa intimidita, rissosa, che rischia di cedere alla mondanità, di imitare il mondo, dividendosi in partigianerie, in tifoserie.

Come se il problema fosse in che lingua celebrare o quali aperture concedere. Come se, invece, il dramma fosse la mancanza di fede nelle nostre parole, nelle nostre strutture, nel nostro annuncio.

E la mancanza di fuoco. E di passione. Seguiamo il Maestro, andiamo ad abitare là dove non c’è nemmeno più speranza. Torniamo ad essere illuminati, per portare luce.

Accorgetevi

Parla, il Maestro. Inizia a dire. Parla, la Parola. E sono parole che consolano e scuotono.

Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino.  Dio ti si è fatto vicino, è venuto lui, lui viene da te. Accorgitene. Solleva lo sguardo. Svegliati.

È qui, Dio. Smettila di piangerti addosso. Finisci di lamentarti.

È qui, non lo vedi? Allora cambia direzione, cambia strada, ferma l’auto che altri conducono e prendi il tuo posto al volante della tua vita e inverti la rotta. Guidala verso il Signore.

Prega, ama, medita, opera.

Svegliati. Non aspettare che altri lo facciano per te. Nemmeno Dio. Tuo è il sangue che serve per le analisi. Nessuno si può sostituire a te. Allora, dice il Signore, datti una mossa.  Dobbiamo annunciare il Vangelo. A volte anche con le parole. Meglio se con le nostre scelte. Meglio se con la nostra passione. Meglio se amati e amanti.

 Ripartendo dalla Scrittura accolta e meditata, conosciuta e vissuta, come ci ricorda questa domenica dedicata alla Parola.

Discepoli

Vede due fratelli. Poi altri due. Sembrano pescatori, sono identificati, come noi, da ciò che fanno. Ma lo sguardo di Gesù è diverso, vede oltre, legge oltre l’apparenza.

Simone il cocciuto non sa ancora di essere Pietro. Giovanni non sa ancora di essere un boanerghes, capace di far tuonare la Parola.

Nemmeno noi sappiamo bene cosa siamo finché non ci mettiamo alla sequela del Signore, finché non abbiamo il coraggio di lasciare tutto, di osare, di credere, di vedere anche noi ciò che Dio solo vede. Il meglio di noi stessi. Il meglio di me.

Quando scopriamo con che sguardo siamo amati, mettiamo le ali e spicchiamo il volo.

Venite dietro di me, ci ripete, oggi, il Signore. Anche se non ne siamo degni, anche se abbiamo affondato i nostri sogni nel profondo del mare dell’abitudine, anche se ci siamo rasseganti a restare con le reti vuote. Venite dietro di me, ci dice colui che ci conosce fino in fondo. Il solo, forse, che ci conosce. Il solo che ci ama senza condizioni, senza misura, senza tentennamenti. Si fida di noi, di me. Potrebbe farne a meno, ma chiede il nostro aiuto. Il mio. Siamo fragili, certo. E inadeguati.

Paolo rimprovera e scuote i suoi fratelli nella fede. Si dividono in gruppi, in caste, seguono ognuno un guru invece di ascoltare il Maestro. Giocano a dividere la Chiesa, brandendo i papi come scusa. Siamo credenti credibili se abbiamo il coraggio di lasciar prevalere il Signore nelle nostre azioni. Se usciamo dalle nostre piccole logiche per bruciare d’amore come il Cristo.

Il Regno

Venite dietro di me. Per raccontare l’essenziale. Poche frasi, pochi concetti. Dio si è fatto presente, si è reso accessibile, è vicino, si fa vicino, accorgitene, convertiti. Cioè: cambia sguardo, prospettiva, direzione, opinione. Cambia perché Dio è diverso e la tua vita è diversa, tu sei diverso. Il Regno si è fatto vicino, è a portata di mano.

 Il Regno che è la scoperta dell’amore come unica e somma legge che regola l’Universo e le nostre vite. L’amore che regge ogni cosa. E l’amore allora guarisce. Gesù parla e la sua Parola guarisce, mi guarisce, ci guarisce. Perché è una Parola creativa, nuova e inattesa, gravida e feconda.  Così cominciamo questo anno. Da discepoli. Sapendoci amati, scegliendo di amare.

Venite dietro di me.

Eccoci, Signore, se ancora ci vuoi, fragili e deboli, feriti e claudicanti, eccoci. Pronti a raggiungere le periferie che ti ami abitare, perché, buon Dio!, le conosciamo così bene quelle periferie! Ci abbiamo vissuto da tempo. Le abbiamo esplorate, ci abitano, ci danno identità.

 Eccoci, Signore, fragili come Pietro e Andrea, come Giacomo e Giovanni, eppure ancora disposti a diventare pescatori di umanità, a far germogliare tutta l’umanità che portiamo nel cuore e che tu hai onorato e santificato diventando uomo.

Eccoci.

Paolo Curtaz


 

sabato 29 agosto 2020

PENSARE SECONDO GLI UOMINI?


XXII DOMENICA 

DEL TEMPO  ORDINARIO 

2020






 Mt 16, 21-27

Dal Vangelo secondo Matteo
https://liturgia.silvestrini.org/podcast/archive/gcloud/vangelo_41_A_0.mp3



In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?  Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».


Commmento di don Lucio Gridelli
Il vangelo della domenica XXII è la continuazione di quello della domenica precedente in quale Gesù affermava che sul pietra che è Pietro edificherà "la sua assemblea".
Il vangelo odierno ha tre affermazioni chiarissime e durissime.
La prima, diciamo così, è teologica: il Messia, morirà, risorgerà.
La seconda è il rimprovero a Pietro: Tu non pensi secondo Dio, ma second gli uomini.
Terza: Se qualcuno vuole venire dietro a me, se vuoi essere cristiano, devi seguire la strada di Cristo , la sua croce e misegua.
I Sinottici (Mt, Mc e Lc) concordemente riportano tre annunci di passione, morte e risurrezione. Questo è il primo. Dopo il secondo annuncio gli evangelisti notano tristezza, perplessità, incomprensione da parte di tutti i discepoli e paura di interrogare Gesù. Dopo il terzo neppure reazioni.
È più facile accettare Gesù come Messia, il Figlio di Dio, che non accettare l’idea del Messia sofferente!
Questa volta è Pietro a reagire negativamente, facendosi forse portavoce degli altri.
“Satana” (ebraico e aramaico) non è necessariamente il nome del diavolo. Significa avversario, guastafeste, colui che mette il bastone fra le ruote.
“Skandalon” (greco) è qualsiasi cosa contro cui uno inciampa e cade. Nel NT l’uso è esclusivamente metaforico per designare qualcosa che rende difficile la fede.
Il fatto che tutto ciò sia posto subito dopo il conferimento del mandato a Pietro è senza dubbio sorprendente. Non sono i meriti personali alla base delle scelte di Dio.
È importante la motivazione del rimprovero: non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini.
La seconda lettura lo dice con molta chiarezza sotto forma di esortazione.
Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. … il vostro modo di pensare, …. Cambiare il modo di pensare è la metanoia che l’italiano traduce con “conversione”, confondendo un po’ le idee a chi non è esperto del linguaggio.
Avevamo letto anche domenica scorsa:
O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?
 Il discorso di Gesù prosegue passando dalla sua vicenda terrena alla nostra personale:
Se qualcuno vuol venire dietro a me,  rinneghi se stesso, prenda la sua croce  e mi segua.
La croce, viene a dirci Gesù, è una componente essenziale della vita cristiana, come lo è stato nella sua vicenda personale. Certo, non a tutti capiterà di incontrare le stesse difficoltà. Il Signore non pretende da nessuno più di quanto sia capace, col suo aiuto, di affrontare, ma ciascuno di noi dovrà condividere una parte della passione di Gesù. Tutto questo non spiega il mistero del dolore, ma dice che il dolore umano ha un significato e un valore.
Sia chiaro, però, la croce non è un fine, la croce è soltanto un mezzo. Il fine della vita cristiana è la gioia. Questa è la meta alla quale ci chiama Gesù: la partecipazione eterna alla gioia infinita di Dio.
Alla fine della vicenda terrena di Gesù c’è la resurrezione. Se noi “seguiamo” Gesù nelle vicende terrene, lo seguiremo pure nella risurrezione.
La chiave di lettura di tutto il discorso è l’amore. Quando sono innamorato di una persona, non c’è ostacolo che possa impedirmi di seguirla, dovunque.
Perdere e salvare: nel nostro linguaggio potremmo dire meglio “mettere in gioco”, “rischiare”, mettere in gioco la propria vita, rischiare la propria esistenza.
La nuova traduzione rende sempre yuch non con “anima” ma con “vita”. Si tratta cioè di salvare o perdere se stessi, la propria persona.
 Della seconda lettura vi faccio notare ancora una importante precisazione sul “culto”:
Vi esorto a offrire i vostri corpi (meglio la vostra persona, voi stessi) come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.
Non ci devono essere nella nostra quotidianità dei momenti sacri e dei momenti profani, dei momenti dedicati a Dio e dei momenti riservati a noi. Quando sono vissuti con fede, tutti i momenti sono nostri e tutti gli stessi momenti sono di Dio.
Culto spirituale non contrapposto a materiale, ma vero culto, culto animato dallo Spirito.
Dovremmo vivere così la nostra assemblea liturgica domenicale secondo quanto ci suggerisce una delle esortazioni che segnano il passaggio dall’offertorio alla preghiera eucaristica:
Pregate, fratelli e sorelle, perché portando all’altare la gioia e la fatica di ogni giorno, ci disponiamo a offrire il sacrificio gradito a Dio.
 La prima lettura oggi è molto più della semplice introduzione al vangelo. Per questo le dedico ampio spazio.
Geremia ci introduce bene nello spirito di questa domenica con un brano delle sue “confessioni”.
Ricordiamo che Geremia è “tipo”, cioè “profezia vivente”, di Gesù. La realizzazione certo supera di molto il “tipo”!
Geremia, più di altri profeti, parla molto di se stesso, rivela il suo intimo nella sue “confessioni” (11,18-20; 15,10-11.15-21; 17,14-18; 18,18-23; 20,7-18). Se voleste leggerle per intero, e fareste molto bene, tenete presente che siamo nell’AT, che vige ancora la legge del taglione e che il profeta si esprime con assoluta sincerità in momenti di grande tensione.
 Il brano segue l’intervento di Pascur, sacerdote e sovrintendente del tempio, che, uditi alcuni oracoli del profeta, lo fa fustigare e per una notte lo mette ai ceppi, e inizia l’ultima sezione delle celebri “confessioni di Geremia”
Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso.
I vocaboli vanno intesi tranquillamente nel loro significato attuale.
Dio lo obbliga ad annunziare calamità e miserie (“Violenza, oppressione” 6,7) mentre gli uomini lo ricoprono di derisione e di scherno.
 Geremia oggi ci interpella in prima persona.
Noi, che ci consideriamo cristiani non poi tanto male, abbiamo alle volte questo atteggiamento: Signore sono un buon cristiano, lavoro per te, magari anche un po’ come piace a me, son disposto a fare anche qualcosa di più, ma, ti prego, “non sedurmi” Signore, non chiedermi cose troppo oltre la normalità!
… perché correttamente intuiamo che, una volta che ci lasciassimo prendere, ci accadrebbe come a Geremia: nel mio cuore c’era come un fuoco ardente che non potevo contenere!
Allora però correttamente dovremmo risvegliare la nostra fede nel fatto che il Signore non ci chiede cose al di sopra delle nostre forze e che insieme con la sua richiesta manda anche gli aiuti, le “grazie”, per realizzarla.
Non ha senso una fede in Cristo senza la croce. Questo è il messaggio della domenica.
 Quando stavo per spedire il messaggio ho avuto un momento di dubbio sulla frase finale. È assolutamente esatta, ma può dare un’impressione negativa. E allora ho pensato di spiegarmi con un paragone.
Una dell cose che amo di più, e che per i limiti posti dalla vecchiaia mi mancano di più, è la montagna e in particolare l’arrampicare.
Per raggiungere una cima impegnativa non metto in conto rischi e fatiche e nemmeno momenti di paura.
E’ per raggiungere quella vetta sulla quale mi attende a braccia aperte Gesù in persona.