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venerdì 2 gennaio 2026

SAPER RISCHIARE

 

 

"Senza rischi

 non si cresce, 

la paura di sbagliare 

sta spegnendo sogni,

 ambizioni e unicità"

 


La Redazione

 

Crepet riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza e finisce per spegnere sogni e unicità.

Viviamo in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri, privi di radici e di significato.

Questa difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare, piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il rischio di non rischiare», non meno inquietante.

Anzi. In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità». Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.  

Si diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa richiami il concetto di ambizione”.

I genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".

Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.

“L’esistenza non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.

Il noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i propri sogni ed i relativi progetti.

Dunque “oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.

Non si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa, comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.

Ciò determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino moraleOppure c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi, nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa altro che allontanare...l'impulso istintivo". 

È necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori, che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e scoperta della vera essenza della felicità.

Infatti, parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo recente e precaria".

“Alla fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”, attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.

 Ascuolaoggi


mercoledì 22 ottobre 2025

CERCASI PRUDENZA

 

Parola antica, spesso fraintesa, indica una dote molto diversa dalla cautela o dalla paura.

Non consiste nel ritirarsi, ma nel saper agire tenendo conto della complessità.




- di Mauro Magatti 


Sono ormai diversi anni che il mondo vive in uno stato di profondo disordine. È come se il mondo fosse entrato in una fase entropica: l’ordine non si rigenera più spontaneamente, le connessioni si moltiplicano ma non producono coesione, e le società oscillano tra paura e smarrimento. 

La sicurezza

In questo clima, non sorprende che la sicurezza appaia come il valore assoluto del nostro tempo: sicurezza sanitaria, energetica, digitale, militare, finanziaria. Si moltiplicano le richieste di protezione, i dispositivi di sorveglianza, le recinzioni fisiche e simboliche. Ogni minaccia, reale o percepita, diventa un argomento per restringere spazi di libertà, giustificare il controllo, consolidare il potere. 

La logica della sicurezza si fonda sulla paura dell’altro e sull’idea che il disordine possa essere neutralizzato solo erigendo barriere o rafforzando gli eserciti. Ma così facendo, ciò che si ottiene non è la pace, bensì una condizione di sospensione permanente: un equilibrio statico, difensivo, che congela la vita invece di permetterle di rigenerarsi. 

La sicurezza, intesa come eliminazione del rischio, porta infatti con sé una rinuncia all’azione. Se ogni passo può essere pericoloso, la risposta più ovvia è non muoversi affatto. Ma una società che non agisce, che vive soltanto per proteggersi, è destinata a implodere. L’azione, come ricordava Hannah Arendt, è la dimensione costitutiva dell’umano: essa apre il mondo, lo rinnova, lo fa esistere nel tempo. 

Quando l’azione viene sostituita dalla mera reazione, la storia si ferma e subentra la paralisi. Ecco perché la ricerca ossessiva di sicurezza, per quanto comprensibile, finisce per alimentare proprio quel disordine da cui vorrebbe difendere: perché immobilizza le energie vitali, spegne il desiderio, cancella la fiducia. 

La prudenza

In realtà, ciò di cui avremmo davvero bisogno è la prudenza — una parola antica, spesso fraintesa, che indica una virtù molto diversa dalla cautela o dalla paura. La prudenza (dal latino prudentia, derivato di providere, cioè “vedere prima”) non consiste nel ritirarsi, ma nel saper agire tenendo conto della complessità. È la capacità di discernere, di valutare le conseguenze, di pesare i diversi fattori in gioco senza ridurli a uno solo. 

Aristotele la considerava la virtù pratica per eccellenza, quella che permette di tradurre i principi etici nell’azione concreta, in situazioni incerte e mutevoli. La prudenza, dunque, è un sapere dell’agire, un’intelligenza incarnata, che riconosce i limiti e le possibilità del reale. 

A differenza della sicurezza, che cerca di abolire il rischio, la prudenza lo assume consapevolmente. Essa non nega l’incertezza del mondo, ma impara a navigarla. È la virtù di chi non si lascia paralizzare dalla paura, ma neppure si illude di poter dominare tutto con la tecnica o la forza. 

La prudenza non è la virtù del forte, ma del sapiente: di chi comprende che la vita è fragile e proprio per questo va custodita, non chiusa. Significa muoversi nel mondo con attenzione, ma anche con fiducia; riconoscere i pericoli, ma non rinunciare al futuro. 

La generatività

Oggi, in un’epoca dominata da algoritmi che calcolano ogni probabilità e da poteri che promettono protezione totale, riscoprire la prudenza è un atto politico e spirituale insieme. È riconoscere che il futuro non si costruisce evitando gli urti, ma affrontandoli con discernimento. L’idea di sicurezza tende a fissare il presente; la prudenza, al contrario, apre la via a un futuro che ancora non esiste. 

Chi è prudente non si limita a reagire: immagina, prevede, orienta. È capace di decisioni che non si basano solo sul calcolo, ma anche sulla misura, sull’equilibrio, sul rispetto della complessità vivente. In questo senso, la prudenza è la virtù della generatività: di chi sa che ogni scelta comporta un rischio, ma anche la possibilità di dare vita al nuovo. 

Una società prudente non è una società chiusa in se stessa, bensì una società che impara a prendersi cura del proprio cammino, a pensare le conseguenze delle proprie azioni, a intrecciare la libertà con la responsabilità. Dove la sicurezza immobilizza, la prudenza mette in moto; dove la sicurezza chiude, la prudenza apre. La storia ci mostra che i momenti di grande trasformazione — come quello che stiamo vivendo — richiedono proprio questa virtù. 

Il discernimento

Nel disordine globale non servono nuovi muri né la corsa agli armamenti ma nuove forme di discernimento: la capacità di riconoscere ciò che vale, di distinguere l’essenziale dal superfluo, di comporre differenze invece di cancellarle. Prudenza significa, in fondo, fare spazio all’intelligenza del limite, contro l’illusione di onnipotenza. 

È la virtù che permette di abitare il mondo senza distruggerlo, di agire senza devastare, di scegliere senza temere. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una prudenza capace di diventare cultura collettiva. Nelle istituzioni, nella politica, nell’economia, nella vita quotidiana. Una prudenza che non sia solo individuale, ma civile, condivisa: che aiuti a tenere insieme libertà e responsabilità, innovazione e custodia, sicurezza e apertura. Solo così potremo uscire dal disordine non rifugiandoci nel controllo, ma ritrovando il senso dell’azione umana.

 

Avvenire 

lunedì 27 maggio 2024

INTRAPRENDENZA, UNA "VIRTU'" CHE FA CRESCERE

             Educare

ed 

educarsi all’intraprendenza 


-di Adriano Fabris

 

Voler fare tutto nuovo, è certamente una virtù. Ma lo è solo se non si coltiva l’illusione che sia possibile svincolarsi del tutto da quei limiti che definiscono la propria vita. È questo che dobbiamo insegnare ai nostri giovani.

 Per noi esseri umani, tuttavia, cominciare da zero non è possibile. Infatti, il passato ci vincola ben più di quanto pensiamo. E, in parallelo, il futuro ci sfugge, ben al di là delle nostre intenzioni. Così l’intraprendenza, come volontà di rompere con una situazione di fatto, si scopre, da una parte, pur sempre condizionata da ciò che siamo stati e dal contesto in cui viviamo e, dall’altra parte, inserita nell’orizzonte ben preciso di ciò che concretamente possiamo fare. In una parola: l’intraprendenza, il voler fare tutto nuovo, è certamente una virtù. Ma lo è solo se non coltiviamo l’illusione che sia possibile svincolarci del tutto da quei limiti che definiscono la nostra vita.

 La consapevolezza di tali limiti rende prudente chi vuol esercitare l’intraprendenza. Ma mentre la capacità d’intraprendere qualcosa di nuovo è una predisposizione naturale, a cui solo in parte si può educare, così non è per quella prudenza che può accompagnarla. Intraprendenti, infatti, sono coloro in grado di sopportare, e magari di amare, il rischio della novità: condottieri, esploratori, creativi. Essi vogliono andare oltre i limiti imposti da una certa situazione. La prudenza, invece, permette di contenere l’attitudine al rischio, e perciò di renderla feconda. Chi, dunque, coniuga intraprendenza e prudenza lo fa per rendere stabile la novità che intende conseguire. Il condottiero coraggioso, se vuole vincere, non può essere temerario. E dunque superare i limiti non vuol dire dimenticarli. Significa sapere che si ripresenteranno e che, rispetto a ciò, sarà necessario trovare un punto di equilibrio.

 Questo, appunto, si può insegnare. Si può insegnare la prudenza. Si può insegnare che esistono limiti e che con essi, per realizzare qualcosa che sia non solamente nuovo, ma guadagnato stabilmente, bisogna pur sempre fare i conti.

 Certo: insegnare ai nostri ragazzi, intraprendenti per natura, il senso del limite non è affatto facile. A loro piace il rischio, piace l’avventura. Perché, nella pienezza di vita che li caratterizza, è facile che si sentano quasi onnipotenti. Cominciare da zero è la loro intenzione, più o meno consapevole; sfidare chiunque voglia sottometterli a regole è una costante tentazione. L’avventura diventa un’abitudine: magari per sfuggire alla noia di un’esistenza fin troppo garantita e coccolata.

 Come educare dunque la loro intraprendenza? Come far loro capire che l’intraprendenza diventa feconda, produttiva, solo se tiene conto fin dall’inizio dei limiti ai quali andranno incontro? Ricette universali non ne esistono. Vale, anche in questo caso, l’esperienza che ognuno, genitore o amico, ha fatto: purché sia capace di ascoltare, non solamente d’imporre regole che rischiano di essere immediatamente disattese o infrante.

 Come comportarsi, allora? Per chi fa dell’intraprendenza la sua bandiera ciò che risulta semplicemente imposto – ben lo sappiamo – è un incitamento alla trasgressione. Invece, se delle regole facciamo comprendere il senso, forse allora riusciamo insieme a far capire che anche la volontà di rendere tutto nuovo è qualcosa che si realizza solo in un contesto relazionale: in una relazione con gli altri, con il mondo in cui si vive, con le speranze e i progetti da realizzare. E che in questo contesto emergono non solo i limiti che il nostro agire è destinato a sperimentare, ma anche la possibilità di oltrepassarli.

 Ben lo sanno gli audaci. Sanno, cioè, che la fortuna aiuta la loro intraprendenza. Ma sanno anche che la fortuna va conquistata e tenuta saldamente in mano. E che ciò avviene solo grazie a un esercizio di prudenza. Ai nostri ragazzi questo va detto. Affinché torni loro in mente quando, magari, vogliono compiere un sorpasso azzardato.          

  

Parole da meditare. Intraprendenza

 

-           di Enzo Bianchi

 

Nei vangeli la virtù dell’intraprendenza assume molti volti: è l’audacia profetica di Gesù che scaccia i venditori dal tempio (cf. Mc 11,15-19 e par.; Gv 2,14-22); è il coraggio risoluto con cui egli persegue il suo cammino verso Gerusalemme, raccogliendo tutte le sue forze per affrontare le difficoltà che lo attendono (cf. Lc 9,51); è la franchezza di fronte alla quale anche i suoi avversari sono costretti ad ammettere che egli «non ha soggezione di alcuno, perché non guarda in faccia a nessuno, ma insegna la via di Dio secondo verità» (cf. Mc 12,14 e par.). Ma tutti questi elementi sono approfonditi e riassunti dal «bel rischio» della fede di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X,93), riprendendo un’espressione di Platone.

La bellezza di questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel rischio che Gesù stesso ha vissuto, spendendo la sua esistenza nella dedizione a Dio e agli uomini, cioè «amando fino alla fine» (cf. Gv 13,1), anche a costo di subire una morte ingiusta e vergognosa. È solo con l’autorevolezza propria di chi ha vissuto in questo modo che egli ha potuto chiedere: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e par.). Sono parole che, nella loro paradossalità, hanno un significato semplice e netto: chi vuole essere realmente discepolo di Gesù deve smettere di considerare se stesso come misura di ogni cosa; deve rinunciare a difendersi e accettare di portare lo strumento della propria condanna a morte; deve uscire dai meccanismi di autogiustificazione e abbandonarsi totalmente al Signore. Solo chi accetta di fare questo può conoscere Gesù Cristo e cogliere se stesso in lui, intraprendendo così un cammino di vita piena e felice.

 La miglior interpretazione di queste esigenze la fornisce lo stesso Gesù, commentandole con l’affermazione che costituisce il vero fulcro della «differenza cristiana»: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35 e par.).

 Ma noi cristiani siamo ancora convinti che vale la pena perdere la vita per Gesù Cristo? Ovvero: crediamo che il suo amore vale più della vita (cf. Sal 63,4), che solo a motivo di questo amore trovano senso anche le fatiche e le contraddizioni della vita? Ecco l’intima verità del Vangelo, ecco in cosa consiste la vera audacia, la vera intraprendenza: perdere la nostra vita per amore di Gesù Cristo è ciò che può giustificare ogni nostra rinuncia, è la vera beatitudine possibile già qui e ora, nella nostra vita umanissima. Ma se non comprendiamo questo, possiamo ancora dirci cristiani?


  SPIRITO DI INIZIATIVA E INTRAPRENDENZA

PERCORSI EDUCATIVI

Lo Spirito di iniziativa e intraprendenza è la competenza su cui si fonda la capacità di intervenire e modificare consapevolmente la realtà.

Ne fanno parte abilità come il sapere individuare e risolvere problemi, valutare opzioni diverse, rischi e opportunità, prendere decisioni, agire in modo flessibile e creativo, pianificare e progettare.

Anche in questo caso, l’approccio per discipline scelto dalle Indicazioni non consente di declinarla con le stesse modalità con cui si possono declinare le competenze chiave nelle quali trovano riferimento le discipline formalizzate.

Anche questa competenza si persegue in tutte le discipline, proponendo agli alunni lavori in cui vi siano situazioni da gestire e problemi da risolvere, scelte da operare e azioni da pianificare.

E’ una delle competenze maggiormente coinvolte nelle attività di orientamento.

E’ anch’essa fondamentale per lo sviluppo dell’autoefficacia e della capacità di agire in modo consapevole e autonomo.

 Educare all’intraprendenza – Percorsi di crescita



 

 

LA PRUDENZA, REGINA DELLE VIRTU'


Delle quattro virtù cardinali, la prudenza è la virtù regina, perché permette a un’azione di essere perfetta, raggiungendo un fine buono, con mezzi buoni. 


I vizi opposti alla prudenza: imprudenza, negligenza, falsa prudenza.

 

-          di Luisella Scrosati

-           

Ricordo che quando parliamo di virtù cardinali intendiamo un duplice aspetto, cioè la virtù acquisita – dunque, il versante umano, naturale della virtù – ma anche la virtù infusa, cioè un dono soprannaturale che ci viene dato con l’infusione della carità e che serve all’uomo per poter vivere le virtù all’altezza della sua chiamata, all’altezza della dimensione della fede e della vita soprannaturale.

La prudenza viene classicamente definita come recta ratio agibilium. Cosa vuol dire? Si intende la retta ragione non tanto delle cose che si fanno (perché sennò potremmo entrare nel campo delle discipline produttive), quanto invece delle azioni umane. In pratica la prudenza è la virtù regina. Perché? Perché è quella che permette a un’azione umana di essere perfetta, di una perfezione sempre relativa, ma perfetta in quanto atto proprio dell’uomo e in quanto atto proprio del cristiano. Il che è come dire che tutte le altre virtù hanno bisogno in qualche modo della prudenza. Supponiamo, un atto di temperanza: perché sia veramente un atto virtuoso, richiede l’intervento della prudenza: quindi, un atto veramente temperante è anche un atto prudente. Un atto di coraggio, relativo alla fortezza, è sempre anche un atto prudente. Cioè un atto non prudente, un atto imprudente non è mai un atto virtuoso, questo è l’altro lato della medaglia di quello che stiamo affermando.

La regina delle virtù

Ma perché la prudenza è la regina delle virtù? E perché in fondo nessun atto può essere ritenuto virtuoso senza la prudenza? Appunto perché la prudenza è questa recta ratio agibilium. Che cosa significa questa espressione? Quando noi pensiamo a un’azione umana, percepiamo subito che un’azione umana non è la stessa cosa della conoscenza di princìpi. Cioè, i princìpi hanno due caratteristiche: anzitutto, io posso anche scrivere un libro su un principio e non attuarlo mai, dunque facendo mancare la dimensione attuativa. E proprio perché manca questa dimensione attuativa, mancano quegli elementi che rendono singolare ogni azione dell’uomo. Che cosa significa? Molto semplicemente, ogni azione dell’uomo è sempre declinata in una concretezza che è pressoché irripetibile, perché c’è un tempo, c’è un luogo, ci sono delle circostanze, delle qualità e capacità di una persona, ci sono diversi fattori che entrano in gioco.

 In questa complessità, il principio generale non riesce a entrare: non che non abbia nulla a che vedere con l’azione, ma comprendiamo che la circostanza precisa nella quale mi viene chiesto di agire ha sempre tante variabili che non sono prevedibili in senso astratto, evidentemente. E dunque la prudenza è quella virtù che mi permette di trovare, nella situazione concreta e unica nella quale sono chiamato ad agire, i mezzi per raggiungere il fine buono della mia azione, gli strumenti per raggiungere il fine buono, la strada che mi porta alla meta buona.

 Che cosa si comprende già qui? Che la prudenza è sempre legata al fine, ma non si esaurisce nel porre il fine, perché essa si rivolge principalmente ai mezzi, alla via, agli strumenti, alle modalità per raggiungere quel fine. L’uomo è prudente, dunque, quando evidentemente pone un fine buono e quando è capace di scegliere e di attuare, di porre realmente in atto quei mezzi adeguati a raggiungere questo fine. Quindi, ci sono due versanti che vanno sempre tenuti insieme. Perché? Perché io potrei avere dei fini non buoni e prendere dei mezzi ottimi per raggiungere un fine non buono. E questa è la “prudenza” che potremmo chiamare una “prudenza mondana”, una “prudenza della carne”, cioè quella “prudenza” che non guarda alla bontà del fine, ma semplicemente a trovare quei mezzi per raggiungere un fine che di per sé può anche essere cattivo. Questa è una corruzione della prudenza, non è vera prudenza. La prudenza del mondo, potremmo dire, è una falsa prudenza perché, pur arrivando esattamente dove vuole arrivare – c’è una grande abilità, astuzia nel far girare le cose per raggiungere uno scopo –, persegue uno scopo negativo, lo scopo è sbagliato, non è buono.

 Oppure, l’altro difetto della prudenza qual è? Pur intendendo un fine buono, nella situazione concreta i mezzi scelti o non sono adeguati o, peggio ancora, sono mezzi cattivi. E dunque anche in questo caso non abbiamo un’azione prudente.

 C’è un altro aspetto importante: la prudenza non si ferma sul lato della riflessione, su quali sono in una precisa circostanza i mezzi adeguati per raggiungere il fine, ma implica anche una determinazione, cioè un passaggio all’atto. Se rimane solo a un punto di vista teorico-riflessivo, la prudenza, come virtù, resta incompiuta, resta monca, perché in realtà la prudenza ha a che fare precisamente con l’azione e con l’imperativo di agire. Io posso avere una fase riflessiva, un fine buono, dei mezzi perfetti, ma non li attuo: la mia “azione” in questo caso è un’omissione, non è prudente evidentemente.

 Fatto questo quadro generale, vediamo tre considerazioni che a mio avviso aiutano a inquadrare meglio questa regina delle virtù.

 La prudenza non crea il bene, non crea il vero, ma li riconosce, li recepisce. Cioè, una prudenza che mi porta a sovvertire la legge divina, la legge morale, la legge naturale è per sé stessa una falsa prudenza. Ripeto, la prudenza non crea il bene. Attenzione, perché c’è un’espressione importantissima e vera che, se intesa male, diventa fuorviante, cioè: la prudenza è la norma prossima di un’azione. È assolutamente vero, perché l’azione è determinata, dettata precisamente dall’atto prudente. E tuttavia, questo è il punto chiave, una norma prossima non è una norma remota, il che è un modo per dire quello che ho comunicato in precedenza: non è la prudenza che crea il bene, il fine buono. Il fine buono è il presupposto, in quanto buono. E dunque la prudenza ha sullo sfondo, per così dire, un atteggiamento recettivo, riconosce. E poiché riconosce, pone in atto delle azioni adeguate a portarmi a quel fine nella circostanza concreta in cui devo porle in atto.

 La prudenza non coincide con la coscienza: sono un po’ parenti, chiaramente, non sono del tutto estranei, però che differenza c’è? Intanto, dobbiamo intendere la coscienza in termini classici. Invece, la coscienza intesa in senso moderno è quasi un rovesciamento della virtù della prudenza, perché la coscienza in senso moderno è in qualche modo creatrice del valore di qualcosa, mentre invece la coscienza e la prudenza nel senso classico sono recettive; la coscienza fa risuonare la voce del bene e del vero, non la produce. Ma anche dal punto di vista della concezione classica, la coscienza si ferma sull’aspetto riflessivo; invece abbiamo visto che la prudenza si compie precisamente nel governare un’azione, dunque nell’agire concreto.

 La prudenza coincide con la bontà di un’azione. L’uomo prudente è l’uomo buono. Non c’è differenza. Ripeto: la prudenza coincide con la bontà, un atto prudente è un atto buono. E così l’uomo prudente, l’uomo che ha acquisito la virtù della prudenza è l’uomo buono. Perché? Di nuovo, lo si può comprendere mettendo in fila le considerazioni che abbiamo fatto fino adesso. Se la prudenza è ciò che porta a perfezione un’azione, se la prudenza è ciò che abbraccia il fine buono e i mezzi buoni per raggiungere quel fine e li pone in atto, comprendete che un’azione così caratterizzata è un’azione buona, e un uomo che così agisce è un uomo buono. Dunque, prudenza e bontà coincidono.

 Diventa importante recuperare la virtù della prudenza, che è indispensabile. È impossibile la vita buona nell’uomo – nella sua dimensione naturale e in quella soprannaturale – senza questa virtù. Non è una virtù accessoria, qualcosa che uno può avere e l’altro può non avere; è chiaro che più una persona è chiamata a gestire non solo i propri atti, ma ad avere anche un’autorità su altri, sulla famiglia, sulla comunità sociale, eccetera, maggiormente ha bisogno di una prudenza che abbracci queste dimensioni. Ma si comprende che l’uomo in quanto uomo, anche l’uomo che vive da solo in un’isola deserta, in quanto tale, in quanto deve agire, in quanto persona che agisce, o è prudente o i suoi atti non sono perfetti e dunque non sono buoni, sotto uno degli aspetti che abbiamo visto, dal punto di vista del fine, dal punto di vista dei mezzi o di entrambe le cose.

 Questa sovrapposizione tra la prudenza e la bontà è dunque un punto importante.

 La nostra modalità conoscitiva ci permette spesso di cogliere maggiormente una verità vedendola in chiaroscuro. E dunque proviamo a vedere “lo scuro” – dopo aver visto il chiaro – per far emergere meglio il chiaro. Che cosa è “lo scuro”? Sono i vizi opposti alla prudenza. È molto importante perché, come accennavamo all’inizio, c’è una concezione della prudenza veramente deviata, falsata, per cui in qualche modo l’uomo prudente viene associato all’uomo furbo, all’uomo astuto, all’uomo che scansa sempre il pericolo, le situazioni difficili: questa è proprio la caricatura peggiore che si possa fare di questa virtù.

 Vediamo come san Tommaso presenta le tre grandi categorie dei vizi opposti alla prudenza, cioè: l’imprudenza, la negligenza e la falsa prudenza. Se la prudenza indica la rettitudine dell’azione, dell’azione buona, l’imprudenza, come dice la parola, indica l’allontanamento dalla rettitudine dell’azione. La prudenza abbraccia tre aspetti, cioè: il consiglio, il giudizio e l’azione. E l’imprudenza può colpire questi tre aspetti, il perché è intuitivo.

 Il consiglio è la fase di raccolta di input e può essere il consiglio concreto di una persona, il consiglio che viene dalla memoria di un’esperienza compiuta, il consiglio che viene da altre persone magari non viventi, dagli studi, dalle letture, insomma tutto questo bagaglio che fa parte della fase del consiglio per cercare i mezzi giusti.

 Il giudizio

 Qual è il difetto sul lato del consiglio? Chiaramente è la precipitazione, cioè la persona che agisce per impulso, agisce spinta dalle passioni. E le passioni più violente sono quelle che riguardano la sfera del concupiscibile.

 Tutte le virtù si legano fra di loro. Noi distinguiamo perché è il modo umano di conoscere e poi di trasmettere la conoscenza, ma in realtà le virtù sono legate e c’è un unico atto della persona. Dunque, capite che la temperanza entra fortemente a sostegno della prudenza. Perché, se non c’è la temperanza, la persona agisce per esempio sotto l’impulso della lussuria o della gola o anche dell’avarizia. Infatti, per san Tommaso le due grandi passioni deleterie che in qualche modo impediscono l’azione prudente, e quindi l’azione buona, sono la lussuria e l’avarizia, i due vizi che erodono la prudenza.

 La precipitazione è proprio questo agire su impulso della passione, agire non per aver fatto un’adeguata fase di consiglio, di consultazione, ma perché si è spinti da altro. è chiaro che nella fase del consiglio entrano in modo importante le leggi. Se andate a rivedere la lezione relativa alla legge, vedete come diventa importantissima la funzione della legge in questa fase del consiglio, per cui ci può essere, in una persona impulsiva, la temerarietà di disprezzare la legge. Quando parlo di legge, non intendo qualsiasi legge: vi rimando all’approfondimento.

 L’inconsiderazione e l’imprudenza

Oppure, sull’atto del giudizio, che cosa può succedere? Si può avere l’inconsiderazione. Che cos’è l’inconsiderazione? Si trascurano aspetti, situazioni necessari per arrivare a un retto giudizio, cioè si tralascia quello che si poteva fare per arrivare a un retto giudizio. Dunque, l’inconsiderazione indica che non si è preso in considerazione ciò che si doveva. È chiaro che non si tratta di prendere in considerazione tutto lo scibile umano, però la persona è tenuta a valutare tutti gli aspetti che entrano in un’azione, almeno tutti gli aspetti che si comprende possano entrare in una certa azione. Qui c’è una dimensione molto delicata, dove molto spesso quelli che noi chiamiamo “peccati di ignoranza” sono in realtà inconsiderazioni, cioè quando una persona non ha tenuto in considerazione, ha tralasciato quello che poteva e doveva fare per avere un giudizio più chiaro. Lo ha fatto con una certa colpevolezza, con una certa malizia, una trascuratezza colpevole.

 Il terzo lato è quello dell’azione. Il vizio che erode l’azione della prudenza è l’incostanza. L’incostanza è il difetto non del consiglio, non del giudizio, ma dell’atto. Dunque, io mi ritrovo a dare un comando non sufficientemente determinato, un comando flebile, che non ha una tenuta, e così la persona facilmente recede, indietreggia dall’atto prudente. È un difetto quindi dell’azione.Questo per quanto riguarda l’imprudenza.

La negligenza

Poi abbiamo la negligenza. La negligenza è un difetto della prontezza della volontà. Ricordate quello che dicevo all’inizio e poi ho ripetuto: la prudenza non termina con il giudizio, frutto del consiglio e della riflessione: termina nell’atto. Ora, la persona negligente è la persona che non ha la prontezza della volontà, è la persona che in qualche modo lascia che le situazioni accadano e non si determina all’atto prudente. È un po’ diverso dall’incostanza. L’incostanza indica un comando debole, che fa recedere. Qui abbiamo invece una mancanza della prontezza dell’atto, cioè una persona non è prudente per il fatto che non comanda l’atto, ma lascia in qualche modo passare le situazioni. È interessante, perché anche non decidere può essere un atto moralmente cattivo, non determinarsi a qualcosa rende un atto imperfetto o addirittura colpevole, a seconda delle situazioni.

La falsa prudenza

Poi abbiamo l’ultima categoria, che è quella della falsa prudenza. Dunque, abbiamo visto l’imprudenza con le sue tre determinazioni: la precipitazione, che riguarda la fase del consiglio; l’inconsiderazione, che riguarda la fase del giudizio; l’incostanza, che riguarda l’azione vera e propria. Poi abbiamo visto la negligenza.

 E ora vediamo il gruppo della falsa prudenza, cioè quelle forme di “prudenza” che assomigliano alla prudenza, ma sono in realtà la sua contraffazione, la sua perversione. La prima di tutte è quella che viene chiamata prudenza della carne o prudenza del mondo. In sostanza, viene sbagliato, viene mancato il fine. Il fine ultimo verso cui la persona si muove, nella sua deliberazione, nella sua azione, è un fine sbagliato, disordinato. Cioè, i beni della carne, i beni del mondo sono considerati e diventano il fine di un atto che va in una direzione che non è la direzione del bene. C’è un disordine, questi fini vengono assolutizzati. Dunque, qui abbiamo la prudenza della carne, la prudenza del mondo, che è molto diffusa. Quando Nostro Signore dice: «i figli di questo mondo (…) sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16,8), che cosa sta denunciando? Sta denunciando la falsa prudenza, la prudenza della carne, la prudenza del mondo, cioè un gran lavorio nella riflessione, nel giudizio, nell’azione, ma per dei fini sbagliati, disordinati.

 L’astuzia

Poi abbiamo un’altra contraffazione molto diffusa che è l’astuzia. Che cosa fa l’astuzia? A differenza della prudenza del mondo, l’astuzia mi può dare un fine buono, un fine ordinato. Ma ciò che non è ordinato, ciò che non è buono, ciò che non corrisponde al vero sono le vie scelte, i mezzi scelti: puoi avere un fine buono ma mezzi cattivi, da cui il famoso “il fine giustifica i mezzi”. Dunque, si ricorre all’astuzia in pratica in che modo? Con la frode, l’inganno, la simulazione, cioè tutti mezzi non buoni, con l’idea che si debba raggiungere un fine buono. Ora, anche questa, per san Tommaso, è chiaramente una falsa prudenza. La prudenza della carne lo è quanto ai fini, l’astuzia quanto ai mezzi scelti, che sono appunto mezzi non buoni, ingannevoli.

 Terza e ultima categoria della falsa prudenza è la sollecitudine per le cose temporali, che può somigliare alla prudenza della carne, ma ha una sfumatura diversa. In pratica, esse non diventano propriamente, come nel caso della prudenza della carne, il fine ultimo della vita: permane una proporzione e l’ordine tra fine ultimo e fine intermedio. Tuttavia, dedichiamo a questi fini, alle cose temporali in sostanza, talmente tanto impegno, talmente tanto tempo, talmente tanta enfasi, da metterli in primo piano. È in pratica, sottolinea san Tommaso, la mancanza di fiducia nella divina Provvidenza, cioè l’eccessivo affannarsi per le cose di quaggiù, anche se non c’è ancora un’inversione del fine. Tuttavia, c’è questo affanno e c’è questo eccessivo timore di perderle queste cose.

 Dunque, qui abbiamo una forma di falsa prudenza: non siamo mai abbastanza sicuri di avere custodito il nostro tesoro temporale, che può essere di beni materiali, di beni intellettuali; siamo sempre in apprensione per il timore di perderli. E quindi ogni volta perdiamo tempo, forza, risorse per essere ancora più sicuri di averli al sicuro: questa è la logica che sta dietro a questo tipo di falsa prudenza. Pensiamo per esempio alla sollecitudine per il futuro, che non significa non essere previdenti, ma è un eccesso della previdenza. Cioè, la previdenza è: “faccio quello che devo oggi per dispormi per quanto posso il domani”. Qui invece è proprio andare oltre a quello che debbo fare, al mio dovere e, quindi, non avere fiducia nella Provvidenza divina, in Dio stesso che guida la vita, la storia. Questa è una forma di falsa prudenza.

 

La Bussola



giovedì 24 dicembre 2020

ADULTESCENTI E ORFANANZA

L’importanza 

di essere padri 

per aiutare 

a diventare grandi

Un modello sbilanciato sulla soddisfazione e sul piacere personale non può favorire comportamenti responsabili e maturi.   Essere «adultescenti» condanna i giovani.

 Va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può emergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé». Ma questo si fa offrendo e chiedendo molto Ha ragione papa Francesco quando dice che c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi»

di LELLO PONTICELLI

 

Su questo giornale, a novembre, un gran pedagogista come Giuseppe Bertagna ha ricordato che le emergenze sanitaria ed economica a motivo della pandemia «sono paradossalmente meno gravi di quella pedagogica». E ha chiesto un “mea culpa” in generale degli adulti. Papa Francesco, nella recente lettera Patris corde specifica ancor più: «Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre... Anche nella Chiesa c’è bisogno di padri». Queste “provocazioni” inducono a riflettere e a segnalare alcune carenze che sembrano essere alla base della «orfananza» di tanti figli (papa Francesco), per offrire qualche spunto per una paternità più responsabile.

Primo: scarseggiano proposte educative che invitano i ragazzi a “puntare in alto”, a ribellarsi a una vita mediocre: sembra che stiamo educando «polli di allevamento » e non «aquile» (A. De Mello). Secondo: è venuta meno l’autorevolezza e la testimonianza da parte degli adulti, anzi, spesso c’è molto cattivo esempio. Troppi sono i padri assenti, complici, “mammi”, deboli modelli di identificazione, in famiglia come anche nelle istituzioni formative alla vita consacrata. Terzo: mi pare carente la proposta di motivi e valori che appassionino il cuore e riempiano il vuoto che i giovani si portano dentro. Un vuoto, attenzione, che spesso dipende dalla mancanza di senso e non per forza da traumi psichici. Queste tre carenze mi pare stiano lasciando le giovani generazioni senza pathos – tanti, infatti, si rifugiano nell’apatia – e senza logos – tanti “sparano fuori” gli impulsi del momento ( acting-out), con poca capacità di decisioni ponderate e con scarso autocontrollo.

In epoca di pandemia, anche da voci laiche e con un vocabolario simile a un “quaresimale”, abbondano gli appelli ad avere comportamenti ispirati a sacrificio, rinuncia, prudenza, astinenza, capacità di resistenza-resilienza, essenzialità, rispetto per gli anziani, capacità

di “stringere la cinghia”, senso del dovere etc. Ma queste condotte non spuntano come i funghi, bensì esigono un vero e proprio allenamento e sono il frutto di uno stile educativo che da tempo sembra essere stato emarginato dalla cultura predominante: l’atteggiamento del lasciar correre ( laissez faire), rispetto a quello di una sana pro-vocazione, è di gran lunga il più adottato in tutti gli ambienti (forse perché più comodo?). Perché, allora, meravigliarsi di quanto è accaduto in estate o anche di recente, nonostante il numero dei contagi e dei morti? Pensate che nelle prossime festività andrà meglio? Lo spero, ma ne dubito! Certo, per l’educazione c’è bisogno di tempi lunghi, ma se il modello e lo stile educativo prevalente non vengono messi in discussione neanche con le provocazioni dell’attuale realtà, l’aumento di “adultescenti” è destinato a crescere e avremo sempre più generazioni con difficoltà nel far fronte alle prossime sfide.

Un modello educativo tutto sbilanciato sulla propria soddisfazione e sul piacere come può favorire comportamenti responsabili e maturi? Spesso ai ragazzi e ai giovani è stato fatto passare il messaggio che il divertimento è una priorità, quasi un obbligo ed è da “sfigati” non approfittarne. Allora perché mai dovrebbero saper rinunciare? Se non aiutiamo a capire che, per dirla con il saggio Qoelet, c’è un tempo per la gratificazione e uno per la frustrazione; un tempo per il “sì” e un tempo per il “no”; che il piacere deve fare i conti con il dovere; che il “tu” e il “nostro” chiedono che si metta da parte l’“io” e il “mio”; se non educhiamo a un sano senso di colpa e rimorso quando si fa qualcosa di male a danno degli altri o di se stessi, perché stracciarsi le vesti dinanzi alle scene che quotidianamente sono sotto i nostri occhi e che assai probabilmente si ripresenteranno durante le prossime festività natalizie?

Invece di criticarli, ai giovani va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può e- mergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé» (P. Vitz): ma questo si fa offrendo e chiedendo molto, proponendo valori forti e motivazioni fondate, dialogate e accompagnate da esemplarità discrete ma evidenti; altrimenti le critiche sono ipocrisia e moralismo. La pandemia offre agli educatori, soprattutto ai “padri”, tante sfide importanti su cui ingaggiare un confronto educativo: la sfida dei limiti, della routine e della noia, del silenzio e della solitudine, della deprivazione e delle asperità, delle sofferenze del lutto. Noi adulti, soprattutto noi “padri”, stiamo aiutando e accompagnando bambini, ragazzi, giovani a confrontarsi con tutto questo in maniera intelligente, proporzionata, ma senza giocare al risparmio, senza sostituirci alla loro fatica e senza anestetizzare il dolore che l’accompagna? Non è soprattutto su questo che la paternità deve uscire maggiormente allo scoperto nel suo ruolo insostituibile, che integra quello della maternità, senza scimmiottarlo né sostituirlo? Non ci sono ricette, ma non possiamo non farci queste domande. Sommessamente vorrei, poi, suggerire come interessanti obiettivi educativi anche in tempo di pandemia, quelli che un grande psicologo, Daniel Goleman, suggerisce per educare una solida «intelligenza emotiva» e che offrono non pochi elementi di convergenza con alcuni spunti della pedagogia delle cosiddette virtù cardinali: «...autocontrollo, entusiasmo e perseveranza, capacità di auto-motivarsi e tenere a freno un impulso; la capacità di leggere i sentimenti più intimi di un’altra persona; di gestire senza scosse le relazioni con gli altri, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e di rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, e, ancora, la capacità di essere empatici e di sperare... E queste capacità possono essere insegnate ai bambini! ». Non pensate che tutto questo esiga e susciti una paternità integrata e responsabile? Ha ragione papa Francesco: c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi». Soprattutto di non lasciarli orfani di padri.

 *Sacerdote e psicologo

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