C’è un paradosso al cuore
del modo in cui Gesù forma i suoi discepoli, un paradosso che sfida ogni
pedagogia del controllo e ogni spiritualità del possesso: il vero maestro è
colui che si ritira, che crea spazio, che rende possibile persino il tradimento.
Non come fallimento, ma come dono.
di Paolo Gamberini
Il Buon Pastore e Giuda
Alessandro Deho ci offre una chiave interpretativa sorprendente: Cristo è stato
davvero un buon pastore perché tra i suoi c’era anche Giuda. La presenza del
traditore nel cerchio più intimo non è una macchia sulla figura del maestro — è
la sua più alta certificazione. Un maestro che seleziona solo chi lo amerà per
sempre, che si circonda solo di fedeli garantiti, rivela in questo gesto il suo
bisogno di conferma, la sua fragilità narcisistica mascherata da autorità
spirituale.
Gesù non impedisce a Giuda di tradirlo. Non lo espelle
quando potrebbe, non lo smonta pubblicamente, non lo usa come esempio
ammonitore. Lo lascia libero. E questa libertà lasciata all’altro — anche
quando quell’altro sta percorrendo una strada oscura — è lo schema della
grazia. Non la grazia sentimentale, consolatoria, ma quella strutturale: quella
che abilita alla possibilità del tradimento, e proprio così autentica la
libertà del discepolo.
Il Maestro che si Sforma
Teilhard de Chardin scriveva: “Non sono, né posso, né
voglio essere un maestro. Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il
vostro edificio.” In queste parole c’è qualcosa di radicalmente anti-pedagogico
nel senso corrente del termine. Il grande teologo e scienziato gesuita non
rinuncia alla trasmissione — rinuncia al controllo della trasmissione. Offre se
stesso come materiale da costruzione, non come schema da replicare.
Si coglie in questo
movimento la struttura stessa della kenosi di Cristo: il vero maestro forma attraverso uno
s-formarsi, si svuota della propria forma per diventare capace di trasformare.
Non è il modello che impone la propria sagoma all’argilla, ma la forza che
libera la forma già contenuta nella materia. La kenosi — lo svuotamento di
Cristo di cui parla Paolo nella lettera ai Filippesi — non è solo un evento
cristologico: è il metodo pedagogico di Dio.
L’Assenza come Presenza Più Alta
C’è un momento nel
Vangelo di Luca che condensa tutto questo con forza narrativa straordinaria:
i discepoli di Emmaus camminano con il Risorto senza
riconoscerlo, lo invitano a fermarsi, e nel momento esatto in cui lo
riconoscono nello spezzare il pane — lui scompare. Si fa assente proprio
nell’istante della rivelazione.
Non è crudeltà. È il
compimento del metodo. Gesù non lascia i discepoli con una sua immagine da
venerare, con modelli o esempi da imitare ma con un gesto da ripetere e una
comunità in cui ripeterlo. Fate questo in memoria di me. La sua assenza fisica
è la condizione perché la loro presenza — la loro soggettività, la loro
libertà, la loro responsabilità — possa finalmente dispiegarsi. Come scrive
Deho: “Il vero Dio è presente ma non occupa la presenza. La dispone alla
possibilità di assenza perché la mia presenza — e non solo la sua — si possa
dare.”
Questo è il rovesciamento
di ogni forma di maestro seduttivo e manipolatore: costui si rende
indispensabile, occupa il campo visivo del discepolo, coltiva la dipendenza
affettiva e intellettuale. Gesù invece lavora sistematicamente alla propria
irrilevanza operativa — non perché non ami i suoi, ma perché li ama abbastanza
da volerli interi, capaci di stare in piedi senza di lui.
Una Pedagogia per il
Futuro
Teilhard chiudeva la sua
riflessione con una visione: “Il futuro appartiene a coloro che trasmettono alla prossima
generazione motivi per sperare.” Non certezze, non risposte, non sistemi
chiusi. Motivi per sperare: cioè orientamenti aperti, energie vitali, domande
fecondate.
È questo il lascito
dell’arte di Gesù di fare discepoli. Non una scuola che perpetua se stessa, non
un movimento che custodisce gelosamente il metodo del fondatore, ma una
comunità di persone che sanno mettersi da parte perché l’altro cresca. Che
sanno, come Cristo, lasciare andare — anche verso il tradimento, anche verso
l’errore — perché la libertà non è un rischio da gestire, ma il nome stesso
dell’amore quando si fa adulto.
Il buon pastore non
trattiene il gregge. Lo conduce fino al punto in cui il gregge può camminare da
solo. E poi si fa da parte. “Non ambisco che di essere gettato nelle fondamenta
di qualcosa che cresce.” Forse questa è, in ultima analisi, la sola ambizione
lecita per chi voglia davvero educare persone libere.
Immagine
Alzogliocchiversoilcielo
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