del Presidente
della Repubblica,
in occasione
della Celebrazione
della Festa del Lavoro
Rivolgo il saluto più
cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco, al
Presidente della Provincia, all’Arcivescovo; a tutti coloro che sono qui in
questo suggestivo Auditorium di questo affascinante Museo, che ho avuto la
possibilità di vedere, purtroppo, velocemente.
Un augurio
particolarmente intenso alle lavoratrici e ai lavoratori della Piaggio, ai loro
familiari, a quanti operano nelle aziende della filiera, a tutti coloro che
lavorano in questo territorio storicamente ricco di attività produttive e di
creatività.
Un esempio di connessione
tra conoscenza e produttività.
In queste contrade viene
da citare il grande storico dell’economia Carlo Cipolla: “gli italiani sono
abituati, diceva, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose
belle che piacciono al mondo”.
Siamo a Pontedera per
celebrare, oggi - con la presenza del Ministro del lavoro - il lavoro italiano,
fondamento essenziale della nostra convivenza, del nostro progredire, della
nostra vita democratica.
Ringrazio la Ministra del
Lavoro, il Presidente della Piaggio, la Signora Pamela Vanni, il Presidente
dell’Unione industriali pisani per le considerazioni che hanno svolto, per le
riflessioni che ci hanno proposto.
È una festa della Repubblica, che sul lavoro si fonda.
Anticiparne la
celebrazione in questo luogo, ripeto, così iconico ricorda il cammino del
nostro Paese con le sue fatiche e i suoi successi, il dinamismo che ha fatto
breccia nei mercati e nell’immaginario collettivo, sottolinea la tessitura
della solidarietà e dei diritti in fabbrica e fuori di essa.
Ne sono espressione gli
scooter che hanno caratterizzato un’epoca nella ricostruzione italiana del
secondo dopoguerra, segnando lo sviluppo di una società contraddistinta dalla
mobilità e dalla libertà di azione che da essa derivava.
Piaggio, con la Vespa, e
Innocenti con la Lambretta, hanno imposto a livello internazionale un modello
che persiste.
La Vespa è, tutt’ora, nel
mondo, uno dei simboli della creatività e della industriosità dell’Italia.
Il lavoro plasma il
nostro essere e il nostro futuro.
Contribuisce a far
mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società
che lasciamo a figli e nipoti.
Domande e bisogni segnano
le fisionomie delle società.
La produzione di
ricchezza e la sua distribuzione alimentano la qualità della vita, il benessere
della comunità, realizzano i valori a cui si ispirano la nostra convivenza e la
nostra cultura, caratterizzano la sostenibilità sociale del nostro modo di essere.
Il lavoro è attore
preminente nella realizzazione degli obiettivi di solidarietà sociale assegnati
dalla Costituzione.
La modernità modifica i
ruoli propri al lavoro nella società contemporanea.
La velocità
nell’innovazione è sempre più cifra di questo nostro tempo.
L’accelerazione
tecnologica, peraltro, non conduce alla eliminazione del lavoro, ma alla sua
trasformazione.
Una trasformazione che,
in questo cambiamento d’epoca, rischia di condurre anche a forme di una sua
svalutazione, rischio da prevenire e scongiurare.
Il lavoro è presidio
della società.
È espressione della libertà della persona e dell’intera comunità. È dignità. È strumento di partecipazione, di costruzione.
L’obiettivo di una piena
e buona occupazione è iscritto tra quelli della nostra democrazia.
È il messaggio dei
Costituenti che hanno voluto che la Repubblica - di cui stiamo per festeggiare
l’ottantesimo compleanno - fosse “fondata sul lavoro” proprio per dare alla
democrazia, alla libertà, all’uguaglianza - finalmente conquistate - un
contenuto più forte e impegnativo.
Per sottolineare che la
Repubblica sarebbe stata il tempo delle opportunità.
Fu una scelta coraggiosa
e lungimirante quella dell’articolo 1 della Costituzione, che definì, con
magistrale brevità, un insieme assai denso di valori, nei quali si sono
riconosciute tutte le forze e le culture dell’Italia liberata.
Meuccio Ruini, presidente
della Commissione dei 75 alla Costituente, parlò dell’avvio di una “nuova fase”
della storia proprio perché per la prima volta si riusciva a unire “la
democrazia puramente politica” con la prospettiva di “una democrazia sociale ed
economica”.
Questo compito appartiene
alla Repubblica e costituisce un orizzonte comune, nel confronto tra i diversi,
legittimi, indirizzi politici.
L’industria è pilastro
per l’Italia. Quella manifatturiera contribuisce al Pil nazionale nella misura
del 15%.
Seconda in Europa, ottava
nel mondo, la manifattura italiana è veicolo fondamentale e motore di crescita.
Per essere attori, e non
piatti curatori di un’eredità passata, sappiamo che non serve attardarsi a
misurare sterilmente la realtà sulle immagini rimandate dallo specchietto
retrovisore ma occorre guardare avanti.
Ci deve guidare la
capacità di innovazione basata sulla sostenibilità, lungimirante elemento di
guida per la resilienza delle aziende in un mondo sempre più complesso.
Pesano le fragilità
dell’economia internazionale sulle nostre aziende. Pesano i conflitti e le
guerre.
Per produttività e
capacità di innovazione registriamo in Europa un deficit competitivo. Occorre
eliminare al più presto le barriere che ancora impediscono una compiuta unione
dei nostri mercati interni. Bisogna orientare gli investimenti nei settori più
strategici e con il maggiore potenziale di crescita.
È una consapevolezza
diffusa fra i membri dell’Unione, tra i suoi Paesi, tanto è vero che la
Commissione ha ritenuto di proporre un regolamento, dal significativo titolo
Provvedimento di accelerazione industriale, ispirato al rapporto Draghi e
diretto a rafforzare la base industriale continentale, a promozione del Made in
Unione Europea.
È tempo di visione. Non
di misure di corto respiro.
È tempo di procedere, con
coraggio, sulla strada dell’integrazione europea.
Nel frattempo siamo
chiamati a fare la nostra parte.
Potremmo intendere i
punti maggiormente critici del nostro mercato del lavoro come potenzialità
ancora inespresse, come riserve a cui attingere per dare nuovo impulso alla
società e all’economia italiana.
Certamente la prima di
queste leve su cui concentrarsi è il lavoro delle donne.
L’occupazione femminile
in Italia è anch’essa cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per
noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare
rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai
tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e
nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni: sui
fattori strutturali e sui contesti territoriali, ma anche sulla qualità del
lavoro e sui servizi per favorire la conciliazione con gli altri impegni di
vita.
L’altro punto critico da
intendere come “riserva” di potenziale sviluppo è il lavoro dei giovani.
Ancora troppo alta l’età
di ingresso nel mercato del lavoro.
Nella nostra società i
giovani sono poco ascoltati. C’è una scarsa attenzione alla loro maturazione e
alla loro indipendenza.
Se guardiamo ai
lavoratori definiti “indipendenti” che lavorano per un solo datore - insomma
lavoratori autonomi senza autonomia - scopriamo che la parte più consistente è
formata proprio da under 30.
Sono numerosi i giovani
ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero.
Sono più di quelli che
vengono in Italia.
Nell’interesse del Paese
questa tendenza va invertita.
Nostri giovani lasciano
l’Italia, altri arrivano. Il sistema produttivo reclama manodopera: c’è di che
riflettere.
Il tema delle migrazioni
è rilevante in tutta Europa. L’impoverimento demografico da un lato, la
crescita delle esigenze di lavoro che non trovano risposta dall’altro, pongono
le nostre società di fronte al bisogno di misurarsi con questi problemi usando
razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine.
In questo ambito si
colloca il Piano Mattei, varato e sviluppato dal Governo.
Due giorni fa, la
Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha riproposto alla
attenzione delle opinioni pubbliche una piaga che non accenna a sanarsi.
Un richiamo che, in
verità, giunge dalle dolenti note di ogni giorno.
Le cronache ci
restituiscono, pressoché quotidianamente, notizie di lavoratrici e di
lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati, nello svolgimento delle
loro attività. La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere, che non
consente rinunce o distinguo. Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre
mille le vite spezzate ogni anno.
Nel ricordarle,
rinnovando la vicinanza alle famiglie delle vittime, ribadiamo che si tratta di
un tributo inaccettabile.
La lotta alle incurie,
all’illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere tutti.
Imprenditori, lavoratori,
istituzioni, società.
Sono le cronache a
intimarci che ciò facciamo non è ancora abbastanza per tutelare la salute di
chi lavora.
Deve migliorare
l’organizzazione, il rispetto delle regole, la cultura della sicurezza comune.
Le imprese italiane che
fanno dell’innovazione e della qualità il cuore del loro impegno sono tante.
E costituiscono un
traino.
A rafforzare il modello
contribuisce la cura degli ambienti e delle relazioni umane, la partecipazione
dei lavoratori alla vita delle imprese, la sintonia con le comunità e i
territori che fa crescere efficienza e competitività delle aziende.
Le fabbriche, i
lavoratori, le organizzazioni sindacali, sono state in primo piano nella
costruzione - dopo la guerra - della nuova Italia, nello sviluppo dei diritti,
nel welfare, nella civiltà.
Un Paese forte, in cui
vige l’eguaglianza dei cittadini, vive di coesione sociale.
La coesione sociale
richiede che il lavoro e la tutela dei lavoratori siano effettive, contro ogni
illegalità e sfruttamento che rappresentano una minaccia alla stessa
convivenza.
Le parti sociali -
sindacati, imprese, associazioni - sono chiamate a contribuirvi con i loro
valori.
Il dialogo sociale non
deve mai interrompersi.
Le fabbriche, con la loro
inventiva, con l’orgoglio operaio di prodotti eseguiti alla perfezione, hanno
offerto, in questi ottant’anni della vita della Repubblica, una lezione.
Oggi sono - siamo - a
confronto con la sfida dell’Intelligenza Artificiale.
Ebbene proprio a un
territorio e a realtà come queste credo si possa applicare una riflessione di
Carlo Cattaneo che, nel cuore della rivoluzione industriale di quel tempo, nel
1845, nel suo “Industria e morale” affermava che le rivelazioni della scienza
si vanno collegando per molteplici fila alle fatiche dell’officina, elevandole
ad alta dignità.
E fu la cultura
politecnica a unire umanesimo e scienza, dando vita a quella che venne definita
“civiltà delle macchine”, con la persona al centro di questi processi.
È oggi una nuova
frontiera con cui dobbiamo misurarci, nella riaffermazione dei valori che
ispirano la nostra comunità.
Lavoro dignitoso
Alle confederazioni Cgil,
Cisl e Uil che domani celebrano insieme il Primo maggio con il motto “Lavoro
dignitoso” rivolgo l’augurio più intenso.
L’organizzazione
sindacale, la sua libertà, e anche la sua capacità di trovare momenti ampi e
importanti di unità, è parte insostituibile della vita democratica.
Rivolgo un saluto a tutti
i sindacati che rappresentano i lavoratori e i loro interessi.
Un saluto speciale ai
giovani che si ritroveranno a Roma - come ormai è consuetudine - nel concertone
di piazza San Giovanni.
Buona festa del lavoro,
ancora una volta, anche a chi il lavoro lo sta cercando, a chi lo difende, a
chi cerca di superare le barriere del lavoro povero e precario.
Buon Primo maggio a
tutti!
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