venerdì 1 maggio 2026

METH'HYMON EIMI

 


A chi gli chiede 


dove sia Dio,

 

Gesù risponde:


 «Io sono  con voi»

 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella V domenica di Pasqua (anno A)

At 6,1-7; Sal 32/33; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Il capitolo 14 del vangelo secondo Giovanni, insieme al capitolo precedente e a quelli immediatamente successivi, contiene l’ultimo intenso colloquio tra il Maestro di Nazareth e i suoi discepoli, l’ultimo suo grande insegnamento agli apostoli, di cui è espressione concreta la lavanda dei piedi – raccontata nel capitolo 13 – e il cui culmine è la lunga preghiera innalzata poi da Gesù a Dio Padre in favore dei suoi amici. Lo scenario può essere immaginato all’interno del cenacolo, a Gerusalemme, alla vigilia della pasqua ebraica, nelle ore che precedono il dramma della passione.

L’odierna pagina evangelica ci riporta dentro quella scena, che nel suo complesso possiamo considerare una sorta di teofania, quantunque velata dalla ferialità, immersa nella quotidiana compagnia di Gesù tanto da risultare inevidente: un momento speciale, che preannuncia la Pasqua di Gesù ormai imminente, anzi già in corso per lui, benché i suoi discepoli ancora non se rendano conto. Essi sono condizionati dallo scorrere cronologico del tempo e non ne avvertono, invece, l’urgenza kairologica: per i discepoli il tempo semplicemente trascorre, scivola via davanti a loro, senza che se ne sentano piuttosto raggiunti, incalzati, interpellati. Per questo Gesù risponde provocatoriamente alla domanda di uno dei suoi, pur certamente animata da buone intenzioni: «Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo (chrónos, nel testo greco) sono con voi eppure tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre”».

«Sono con voi»: meth’hymôn eimi. Il fulcro di quest’affermazione è il «con», metá. Tuttavia questa preposizione greca non significa soltanto “assieme, con”, ma anche “oltre”. La qual cosa, qui, vuol dire che Gesù è al “contempo” assieme ai discepoli, ma anche oltre di loro (a monte e a valle: viene prima di loro e si sporge al di là di loro, è «il Primo e l’Ultimo», «l’Alfa e l’Omega», come leggiamo nell’Apocalisse). E, investiti dal paradosso del “contempo”, cioè stretti nell’intreccio tra chrónos e kairós, essi subiscono il primo (il chrónos) e non avvertono il secondo (il kairós), non riconoscendo ancora in Gesù l’Esserci di Dio, la Presenza del Padre. Gesù impersona, in mezzo a loro, il roveto ardente – che brucia senza incenerirsi – di fronte al quale Mosè s’era confuso e meravigliato, mentre riceveva la suprema rivelazione del Nome divino: «Io-sono-chi-è-qui, Io-sarò-con-te».

Nella risposta di Gesù a Filippo è concentrata l’intera rivelazione biblica. E vi è condensato tutto il senso della storia della salvezza, con la sua spiazzante sovreccedenza rispetto alla nostra misura umana. In lui Dio si fa conoscere come Qualcuno, non come qualcosa. Come Qualcuno che, in quanto tale, si mette in rapporto, suscita relazione: viene, av-viene, prende posizione, si disloca dall’orizzonte trascendente – umanamente inarrivabile – incontro al mondo, verso la storia, per illuminarla di quel senso alto (per imprimerle quell’orientamento verticale) che altrimenti rischierebbe di non trasparire agli occhi degli esseri umani destinandoli a restare appiattiti alla terra, incurvati su sé stessi.

Difatti Gesù impersona il «dove» di Dio, in cui vuole coinvolgere e ospitare i suoi discepoli: «[…] vi prenderò con me, affinché dove sono io siate anche voi». Si tratta della sua missione pasquale, del “passaggio” al Padre che egli si prepara a compiere dal di dentro della storia comune degli uomini, per renderlo possibile anche a loro: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. […] Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo». Il linguaggio è inevitabilmente figurato, per riuscire il più possibile comprensibile ai discepoli. Ma rimane comunque gravido di un sovrappiù di senso, che sfugge loro. La Pasqua prospettata dal Maestro, la Parusia da lui promessa, sono avvenimenti salvifici che i discepoli riusciranno a focalizzare concettualmente solo molto dopo, con l’aiuto dello Spirito Santo, eredità di Gesù imprescindibile per guidarli «a tutta la verità» (Gv 16,13).

E «la verità tutta intera» è complessa, non perché sia complicata, bensì perché consiste nella coimplicazione dell’Uno nell’Altro e viceversa, dell’Uno negli altri e viceversa. Il Padre è il «dove» eterno di Gesù. E Gesù è il «dove» storico-salvifico in cui i discepoli possono entrare in contatto con Dio: «Io sono nel Padre e il Padre è in me». La qual cosa implica il fatto che il «dove» di Dio è alla portata degli esseri umani, innestato nella storia, riposizionato in seno al mondo. Gesù lo spiega ai suoi amici e il vangelo giovanneo lo annuncia anche a noi: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».

Quel «fin da ora» (ap’árti nel testo greco) segnala l’incidenza del kairós nel chrónos, la conversione qualitativa del chrónos in kairós (ap’árti significa esattamente: da ora in avanti). Il «dove» in cui Gesù desidera condurre i discepoli è un «luogo» che coincide – allorché la storia si trasfigura in storia di salvezza – col posto in cui essi si trovano. Quel «dove» è sì la meta del loro cammino, ma è nondimeno la «via» che stanno percorrendo per recarvisi: «E del luogo dove io vado, conoscete la via», giacché «io sono la via». Ma per accorgersene, per ravvisare nel loro Maestro l’Esserci divino, per riconoscerlo quale Presenza del Padre, i discepoli devono guardarlo con una vista “altra”: non con quella oculare, bensì con quella contemplativa. Non a caso la voce verbale “vedere” è in questa pagina evangelica coniugata sempre da horáō, che in greco indica una visione spirituale e interiore più che fisica o esteriore.

La vista “altra” non può che essere la fede. Per questo motivo Gesù invita insistentemente i suoi amici a credere in lui. Per riuscire a fare questa radicale esperienza occorre che amiamo “totalmente” il Signore. Non basta chiarirci le idee, afferrare dei concetti teologici. Dobbiamo amare il Signore «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» – come suggerisce lo Shemà Israel in Dt 6,4-5 –, lungo il nostro cammino, qui e ora, mentre incrociamo ad ogni piè sospinto il Signore nei fratelli e nelle sorelle, particolarmente in chi tra di loro è più debole o marginale, autentico sacramento della sua Presenza. Poiché il Signore è colui che si presenta in Gesù Cristo, ossia nel più piccolo tra di noi: è lui «la via, la verità e la vita»

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