giovedì 30 aprile 2026

LA BRIGATA EBRAICA

 L’esclusione

 della Brigata ebraica

 e lo spirito

del 25 aprile



-di Giuseppe Savagnone 

Una festa mancata dell’unità nazionale

Il colpo di scena che ha portato al fermo di Eithan Bondi – l’ebreo ventunenne che a Roma, il 25 aprile, ha sparato con una pistola ad aria compressa su una anziana coppia di appartenenti all’Associazione nazionale partigiani – viene a coronare, e al tempo stesso a ravvivare, l’acceso dibattito suscitato dai fatti di quella giornata, che avrebbe dovuto essere di festa nazionale, e che invece ha scatenato aspre divisioni.

I fatti sono noti. A Milano, la Brigata ebraica – benemerita della lotta per la liberazione dell’Italia dai nazisti e tradizionalmente protagonista, con tutte le alte forze antifascista, della sfilata che celebra la Resistenza – quest’anno è stata oggetto di violente contestazioni, al punto da spingere le forze di polizia incaricate di garantire l’ordine a chiederle di lasciare il corteo, per evitare il peggio. Fattore scatenante, le bandiere con la stella di David portate da alcuni suoi membri.

Una soluzione oggettivamente mortificante del diritto che queste persone avevano, come tutti gli altri, di manifestare senza nascondere la propria identità. In realtà non sono stati i soli a subire atti di intimidazione. Anche alcune bandiere ucraine, innalzate da sostenitori della causa di Kiev, sono state bruciate. Ma il punto più caldo dello scontro è stato senza dubbio quello che ha coinvolto i rappresentanti della comunità ebraica milanese, il cui presidente, Walker Meghnagi, ha accusato per questo l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di antisemitismo: «L’ANPI», ha detto, «ha organizzato tutto questo perché sin dall’inizio aveva detto no agli ebrei (…). Siamo stati espulsi, cacciati dal corteo, in un modo assurdo, vergognoso. Siamo italiani di religione ebraica e siamo andati a onorare i caduti che hanno liberato l’Italia»

Dichiarazioni che, in risposta, il presidente dell’ANPI ha definito «farneticanti», promettendo querele. Ma il problema non riguarda solo l’ANPI, perché coinvolge tutta la sinistra. In corteo, con la Brigata ebraica, c’era anche Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, che ha riferito con giusta indignazione di aver sentito gridare contro i manifestanti ebrei: «siete solo saponette mancate». Espressione inqualificabile dell’odio raziale di una sinistra con cui a questo punto – ha detto l’esponente PD in un’intervista al «Corriere della Sera» – per «le comunità ebraiche e i mondi a loro collegati» è «ormai impossibile» dialogare.

Lo stesso giorno, a Roma, un motociclista con casco integrale aveva sparato, colpendoli leggermente, a una coppia di anziani militanti dell’ANPI. Ma questo episodio aveva avuto assai minore risonanza, sia per la mancanza di elementi, sia perché la maggioranza di destra aveva soprattutto enfatizzato, come un ennesimo episodio di antisemitismo, i fatti di Milano. Al punto che la premier, nell’accusare in un post a fine giornata «quelli che dicono di difendere libertà e democrazia», al fatto di Roma non aveva neppure accennato.

Processo alla sinistra

Durissimi, invece, i commenti della stampa e della politica riguardo alla vicenda milanese. Sul «Corriere della Sera» Maurizio Caprara, in un articolo intitolato «Se la sinistra perde la bussola della memoria antifascista», ha scritto: «Quella del 25 aprile tra Corso Venezia e via Senato a Milano è stata una delle pagine più cupe nella storia della sinistra italiana. A chiedere di cacciare la Brigata ebraica dal corteo non erano solo fanatici invasati, ma donne dall’aria tranquilla, ragazze in abiti estivi che nella Gaza retta da integralisti islamici non sarebbero mai consentiti, popolo della sinistra (…). E preoccupante è sentir gridare “assassini” a italiani con la stella di Davide».

Netta la presa di posizione del governo. Riferendosi a quanto accaduto, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha criticato la cautela di alcuni commenti di fronte alla violenza subìta dai membri della comunità ebraica: «Trovo grave che non si parta dalla denuncia secca, ma si facciano manovre diversive», parlando della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce» – ha sottolineato – «perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».

Ed è di questi giorni un articolo di Massimo Recalcati su «Repubblica», intitolato «Complesso di superiorità», dove il quadro si allarga ulteriormente: «Esiste una tentazione ricorrente di una parte della sinistra italiana: quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera. Dovremmo rileggere oggi, dopo i fatti accaduti nella piazza di Milano in occasione della celebrazione del 25 aprile, la lezione profetica di Marco Pannella quando evocava l’esistenza di un “fascismo di sinistra”. Non è forse quello che inevitabilmente accade quando si pretende di essere i soli interpreti della verità? Di farsi giudici di chi ha o meno il diritto di partecipare a una grande festa nazionale?»

Per Recalcati quello che è accaduto a Milano è «la confusione delle gravissime responsabilità del governo Netanyahu con l’identità storica e morale del popolo israeliano». A questo punto, «la festa della liberazione non sembra riguardare il popolo italiano, ma solo una sua parte che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori invitando gli altri a disertarlo o più semplicemente a tacere», senza rendersi conto che così, mentre si protesta contro il totalitarismo, la festa della liberazione non sembra riguardare il popolo italiano, ma solo una sua parte che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori invitando gli altri a disertarlo o più semplicemente a tacere». L’autore concludeva osservando che «non c’è niente di più paradossale nel vedere che movimenti sorti nel nome della liberazione provochino fenomeni di negazione della libertà».

Alcune considerazioni

Condivido senza riserve le critiche ai limiti della cultura della sinistra, che sono stati probabilmente alla radice della sua incapacità, anche politica, di rinnovare il paese, quando i partiti che la rappresentano sono stati al governo, e che forse spiegano anche la sua scarsa incisività nel fare opposizione.

Una sola considerazione, ma di fondo, mi divide dal discorso di Recalcati. Egli cita più volte Pannella, il guru della cultura radicale, come figura alternativa all’attuale sinistra. In realtà, quella che noi chiamiamo impropriamente con questo nome, dopo la fine del marxismo ha finito per adottare precisamente il punto di vista radicale (da sempre catalogato come “di destra”), privilegiando i diritti individuali – cari soprattutto alla borghesia – e lasciando in secondo piano l’idea di una rivoluzione, o almeno di una radicale riforma, del sistema socio-economico, che portasse veramente al riscatto degli emarginati (in Italia ci sono cinque milioni e mezzo di persone sotto la socia di povertà!) e all’affermazione della giustizia. È questa la cultura – con le sue luci e le sue ombre – che continua a esercitare oggi, a volte anche con arroganza, la sua egemonia, malgrado gli sforzi (finora fallimentari) della destra di rovesciare la situazione.

Diverso, però, è attribuire alla cultura della sinistra i fatti del 25 aprile, come fanno Recalcati e tanti commentatori. Perché la protesta che ha portato all’allontanamento della Brigata ebraica dal corteo non è nata dal rifiuto del pluralismo e meno che mai dall’antisemitismo, ma dallo sventolio delle bandiere di Israele – diverse da quelle della stessa Brigata ebraica, come ha fatto notare l’ebrea Anna Foa e contrariamente a ciò che ha affermato il ministro Piantedosi – e dall’esibizione dei ritratti di Netanyahu.

Fermo restando l’esecrazione per l’infame riferimento alle “saponette mancate” (ma sembra accertato che sia stato opera di un isolato fanatico, o comunque di pochissimi), si possono veramente bollare le proteste nei confronti di questi simboli politici come l’arrogante pretesa di una fazione «che si arroga il diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori»?

Non possiamo chiudere gli occhi

Senza entrare nel merito delle ragioni e dei torti, noi oggi non possiamo più chiudere gli occhi sul fatto che Israele in questi ultimi anni ha combattuto  e continua a combattere le sue guerre “difensive” ignorando il fondamentale principio del diritto internazionale, che vieta di colpire intenzionalmente i civili, soprattutto le donne e i bambini e teorizzando il proprio diritto di sacrificare gli innocenti là dove i suoi nemici si “facciano scudo” di loro. Dove il “farsi scudo”, in un territorio ristrettissimo come la Striscia di Gaza – grande quanto la città di Las Vegas, ma con una popolazione tre volte più numerosa – , equivale in pratica a essere inevitabilmente mescolati con i guerriglieri di Hamas.

È così che, per ammissione dello stesso esercito ebraico, in due anni sono state uccisi 75.000 gazawi, di cui – sempre secondo la stessa fonte – 45.000 civili (su due milioni e mezzo di abitanti!), per la grande maggioranza donne e minori. Ed è così che, per ridurre allo stremo Hamas, sono state sistematicamente rase al suolo le case e le infrastrutture essenziali, e sono stati affamati, assetati, assiderati, privati di medicine e di cure mediche vitali gli abitanti, con l’intento preciso di rendere loro impossibile la vita, nell’esplicito proposito di costringerli ad andarsene “volontariamente”.

Niente di simile si è mai verificato dalla seconda guerra mondiale in poi. E si capisce perché secondo la Corte penale internazionale, secondo una autorevole Commissione indipendente dell’ONU, secondo tutte le organizzazioni umanitarie internazionali, secondo le denunce del giornale di Gerusalemme «Haaretz» e di autorevoli intellettuali israeliani, come David Grossman, Israele è colpevole di un vero e proprio genocidio o comunque di un massacro che gli assomiglia molto. E questo nel silenzio imbarazzato o con l’esplicita complicità dei governi democratici occidentali, che, di fronte all’invasione e alle violenze dell’esercito russo in Ucraina, hanno varato subito sanzioni durissime (venti pacchetti la sola UE), mentre fino ad oggi non ne hanno deciso neppure una per cercare di fermare lo Stato ebraico.

Una stessa logica

E in fondo rientra nella stessa logica il tentativo di legittimare, in nome dei «valori» della democrazia», la partecipazione alla Festa della Liberazione della bandiera di questo Stato e le immagini del suo premier, contro cui esiste un mandato di cattura per «crimini contro l’umanità». Gridando allo scandalo perché la gente comune – «non fanatici invasati», come ha sottolineato Caprara – si è ribellata, non contro la logica democratica della festa, ma per difenderla. Se al corteo si fossero presentate bandiere con la croce uncinata e i ritratti di Hitler, lo spirito del 25 aprile sarebbe stato rispettato accettando di sfilare tranquillamente sotto questi simboli? Ebbene oggi lo stile di Israele, con ala sua fredda razionalità e la sua implacabile determinazione, è il più simile che c’è nel mondo a quello nazista, come conferma del resto il pieno appoggio che riceve dal neonazista Alternative für Deutchland.

E aprire gli occhi su questo non è antisemitismo, come ci si vuol far credere. Altrimenti sarebbero antisemiti anche i tantissimi ebrei che coraggiosamente si battono, in Israele e fuori di esso, contro la politica del governo di Tel Aviv. È, piuttosto, rendersi conto che gli ebrei, come tutti gli esseri umani, possono essere generosi o spietati, rispettosi degli altri o violenti.

Speriamo non appartenga definitivamente a questa seconda categoria il ventunenne che a Roma ha sparato ai due anziani dell’ANPI, ancora abbastanza giovane da cambiare idea. Un episodio che evidenzia come anche tra gli ebrei della diaspora – le cui associazioni ufficiali purtroppo spesso hanno appoggiato Netanyahu – ce ne siano per cui il grande nemico non è più il nazi-fascismo, come ottant’anni fa, ma coloro che lo denunziano. Anche se ce ne sono invece per fortuna tanti – penso a persone come Gad Lerner, Anna Foa, Liliana Segre – che con la loro testimonianza ci ricordano la grandezza di questo popolo, che ha dato al mondo moltissime personalità di eccezione e che ancora sicuramente contribuirà, come ha sempre fatto, alla sua crescita.

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