e lo spirito
del 25 aprile
Una festa mancata
dell’unità nazionale
Il colpo di scena che ha
portato al fermo di Eithan Bondi – l’ebreo ventunenne che a Roma, il 25 aprile,
ha sparato con una pistola ad aria compressa su una anziana coppia di
appartenenti all’Associazione nazionale partigiani – viene a coronare, e al tempo
stesso a ravvivare, l’acceso dibattito suscitato dai fatti di quella giornata,
che avrebbe dovuto essere di festa nazionale, e che invece ha scatenato aspre
divisioni.
I fatti sono noti. A
Milano, la Brigata ebraica – benemerita della lotta per la liberazione
dell’Italia dai nazisti e tradizionalmente protagonista, con tutte le alte
forze antifascista, della sfilata che celebra la Resistenza – quest’anno è
stata oggetto di violente contestazioni, al punto da spingere le forze di
polizia incaricate di garantire l’ordine a chiederle di lasciare il corteo, per
evitare il peggio. Fattore scatenante, le bandiere con la stella di
David portate da alcuni suoi membri.
Una soluzione
oggettivamente mortificante del diritto che queste persone avevano, come
tutti gli altri, di manifestare senza nascondere la propria identità. In realtà
non sono stati i soli a subire atti di intimidazione. Anche alcune bandiere
ucraine, innalzate da sostenitori della causa di Kiev, sono state
bruciate. Ma il punto più caldo dello scontro è stato senza dubbio quello che
ha coinvolto i rappresentanti della comunità ebraica milanese, il cui
presidente, Walker Meghnagi, ha accusato per questo l’Associazione Nazionale
Partigiani d’Italia (ANPI) di antisemitismo: «L’ANPI», ha detto, «ha
organizzato tutto questo perché sin dall’inizio aveva detto no agli ebrei (…).
Siamo stati espulsi, cacciati dal corteo, in un modo assurdo, vergognoso. Siamo
italiani di religione ebraica e siamo andati a onorare i caduti che hanno
liberato l’Italia»
Dichiarazioni che, in
risposta, il presidente dell’ANPI ha definito «farneticanti», promettendo
querele. Ma il problema non riguarda solo l’ANPI, perché coinvolge tutta la
sinistra. In corteo, con la Brigata ebraica, c’era anche Emanuele Fiano,
presidente di Sinistra per Israele, che ha riferito con giusta
indignazione di aver sentito gridare contro i manifestanti ebrei: «siete solo
saponette mancate». Espressione inqualificabile dell’odio raziale di
una sinistra con cui a questo punto – ha detto l’esponente PD in un’intervista
al «Corriere della Sera» – per «le comunità ebraiche e i mondi a loro
collegati» è «ormai impossibile» dialogare.
Lo stesso giorno, a Roma,
un motociclista con casco integrale aveva sparato, colpendoli leggermente, a
una coppia di anziani militanti dell’ANPI. Ma questo episodio aveva avuto assai
minore risonanza, sia per la mancanza di elementi, sia perché la maggioranza di
destra aveva soprattutto enfatizzato, come un ennesimo episodio di
antisemitismo, i fatti di Milano. Al punto che la premier, nell’accusare in un
post a fine giornata «quelli che dicono di difendere libertà e democrazia», al
fatto di Roma non aveva neppure accennato.
Processo alla sinistra
Durissimi, invece, i
commenti della stampa e della politica riguardo alla vicenda milanese. Sul
«Corriere della Sera» Maurizio Caprara, in un articolo intitolato «Se la
sinistra perde la bussola della memoria antifascista», ha scritto: «Quella del
25 aprile tra Corso Venezia e via Senato a Milano è stata una delle pagine più
cupe nella storia della sinistra italiana. A chiedere di cacciare la Brigata
ebraica dal corteo non erano solo fanatici invasati, ma donne dall’aria
tranquilla, ragazze in abiti estivi che nella Gaza retta da integralisti
islamici non sarebbero mai consentiti, popolo della sinistra (…). E
preoccupante è sentir gridare “assassini” a italiani con la stella di Davide».
Netta la presa di
posizione del governo. Riferendosi a quanto accaduto, il ministro dell’Interno
Matteo Piantedosi ha criticato la cautela di alcuni commenti di fronte alla
violenza subìta dai membri della comunità ebraica: «Trovo grave che non si
parta dalla denuncia secca, ma si facciano manovre diversive», parlando
della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce» – ha sottolineato –
«perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione
della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Ed è di questi giorni un
articolo di Massimo Recalcati su «Repubblica», intitolato «Complesso di
superiorità», dove il quadro si allarga ulteriormente: «Esiste una tentazione
ricorrente di una parte della sinistra italiana: quella di credere che il diritto
alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola
bandiera. Dovremmo rileggere oggi, dopo i fatti accaduti nella piazza di Milano
in occasione della celebrazione del 25 aprile, la lezione profetica di Marco
Pannella quando evocava l’esistenza di un “fascismo di sinistra”. Non è forse
quello che inevitabilmente accade quando si pretende di essere i soli
interpreti della verità? Di farsi giudici di chi ha o meno il diritto di
partecipare a una grande festa nazionale?»
Per Recalcati quello che
è accaduto a Milano è «la confusione delle gravissime responsabilità del
governo Netanyahu con l’identità storica e morale del popolo israeliano». A
questo punto, «la festa della liberazione non sembra riguardare il popolo
italiano, ma solo una sua parte che si arroga il diritto di difendere in modo
esclusivo i suoi valori invitando gli altri a disertarlo o più semplicemente a
tacere», senza rendersi conto che così, mentre si protesta contro il
totalitarismo, la festa della liberazione non sembra riguardare il popolo
italiano, ma solo una sua parte che si arroga il diritto di difendere in modo
esclusivo i suoi valori invitando gli altri a disertarlo o più semplicemente a
tacere». L’autore concludeva osservando che «non c’è niente di più paradossale
nel vedere che movimenti sorti nel nome della liberazione provochino fenomeni
di negazione della libertà».
Alcune considerazioni
Condivido senza riserve
le critiche ai limiti della cultura della sinistra, che sono stati
probabilmente alla radice della sua incapacità, anche politica, di rinnovare il
paese, quando i partiti che la rappresentano sono stati al governo, e che forse
spiegano anche la sua scarsa incisività nel fare opposizione.
Una sola considerazione,
ma di fondo, mi divide dal discorso di Recalcati. Egli cita più volte Pannella,
il guru della cultura radicale, come figura alternativa all’attuale sinistra.
In realtà, quella che noi chiamiamo impropriamente con questo nome, dopo la
fine del marxismo ha finito per adottare precisamente il punto di vista
radicale (da sempre catalogato come “di destra”), privilegiando i diritti
individuali – cari soprattutto alla borghesia – e lasciando in secondo piano
l’idea di una rivoluzione, o almeno di una radicale riforma, del sistema
socio-economico, che portasse veramente al riscatto degli emarginati (in Italia
ci sono cinque milioni e mezzo di persone sotto la socia di povertà!) e
all’affermazione della giustizia. È questa la cultura – con le sue luci e
le sue ombre – che continua a esercitare oggi, a volte anche con arroganza, la
sua egemonia, malgrado gli sforzi (finora fallimentari) della destra di
rovesciare la situazione.
Diverso, però, è
attribuire alla cultura della sinistra i fatti del 25 aprile, come fanno
Recalcati e tanti commentatori. Perché la protesta che ha portato
all’allontanamento della Brigata ebraica dal corteo non è nata dal rifiuto del
pluralismo e meno che mai dall’antisemitismo, ma dallo sventolio delle bandiere
di Israele – diverse da quelle della stessa Brigata ebraica, come ha fatto
notare l’ebrea Anna Foa e contrariamente a ciò che ha affermato il ministro
Piantedosi – e dall’esibizione dei ritratti di Netanyahu.
Fermo restando
l’esecrazione per l’infame riferimento alle “saponette mancate” (ma sembra
accertato che sia stato opera di un isolato fanatico, o comunque di
pochissimi), si possono veramente bollare le proteste nei confronti di questi
simboli politici come l’arrogante pretesa di una fazione «che si arroga il
diritto di difendere in modo esclusivo i suoi valori»?
Non possiamo chiudere gli
occhi
Senza entrare nel merito
delle ragioni e dei torti, noi oggi non possiamo più chiudere gli occhi sul
fatto che Israele in questi ultimi anni ha combattuto e continua a
combattere le sue guerre “difensive” ignorando il fondamentale principio del
diritto internazionale, che vieta di colpire intenzionalmente i civili,
soprattutto le donne e i bambini e teorizzando il proprio diritto di
sacrificare gli innocenti là dove i suoi nemici si “facciano scudo” di loro.
Dove il “farsi scudo”, in un territorio ristrettissimo come la Striscia di Gaza
– grande quanto la città di Las Vegas, ma con una popolazione tre volte più
numerosa – , equivale in pratica a essere inevitabilmente mescolati con i
guerriglieri di Hamas.
È così che, per
ammissione dello stesso esercito ebraico, in due anni sono state uccisi 75.000
gazawi, di cui – sempre secondo la stessa fonte – 45.000 civili (su due milioni
e mezzo di abitanti!), per la grande maggioranza donne e minori. Ed è così che,
per ridurre allo stremo Hamas, sono state sistematicamente rase al suolo le
case e le infrastrutture essenziali, e sono stati affamati, assetati,
assiderati, privati di medicine e di cure mediche vitali gli abitanti, con
l’intento preciso di rendere loro impossibile la vita, nell’esplicito proposito
di costringerli ad andarsene “volontariamente”.
Niente di simile si è mai
verificato dalla seconda guerra mondiale in poi. E si capisce perché secondo la
Corte penale internazionale, secondo una autorevole Commissione indipendente
dell’ONU, secondo tutte le organizzazioni umanitarie internazionali, secondo le
denunce del giornale di Gerusalemme «Haaretz» e di autorevoli intellettuali
israeliani, come David Grossman, Israele è colpevole di un vero e proprio
genocidio o comunque di un massacro che gli assomiglia molto. E questo nel
silenzio imbarazzato o con l’esplicita complicità dei governi democratici
occidentali, che, di fronte all’invasione e alle violenze dell’esercito
russo in Ucraina, hanno varato subito sanzioni durissime (venti pacchetti la
sola UE), mentre fino ad oggi non ne hanno deciso neppure una per cercare di
fermare lo Stato ebraico.
Una stessa logica
E in fondo rientra nella
stessa logica il tentativo di legittimare, in nome dei «valori» della
democrazia», la partecipazione alla Festa della Liberazione della bandiera di
questo Stato e le immagini del suo premier, contro cui esiste un mandato di
cattura per «crimini contro l’umanità». Gridando allo scandalo perché la
gente comune – «non fanatici invasati», come ha sottolineato Caprara – si è
ribellata, non contro la logica democratica della festa, ma per difenderla. Se
al corteo si fossero presentate bandiere con la croce uncinata e i ritratti di
Hitler, lo spirito del 25 aprile sarebbe stato rispettato accettando di
sfilare tranquillamente sotto questi simboli? Ebbene oggi lo stile di
Israele, con ala sua fredda razionalità e la sua implacabile determinazione, è
il più simile che c’è nel mondo a quello nazista, come conferma del resto il
pieno appoggio che riceve dal neonazista Alternative für Deutchland.
E aprire gli occhi su
questo non è antisemitismo, come ci si vuol far credere. Altrimenti sarebbero
antisemiti anche i tantissimi ebrei che coraggiosamente si battono, in Israele
e fuori di esso, contro la politica del governo di Tel Aviv. È, piuttosto,
rendersi conto che gli ebrei, come tutti gli esseri umani, possono essere
generosi o spietati, rispettosi degli altri o violenti.
Speriamo non appartenga
definitivamente a questa seconda categoria il ventunenne che a Roma ha sparato
ai due anziani dell’ANPI, ancora abbastanza giovane da cambiare idea. Un
episodio che evidenzia come anche tra gli ebrei della diaspora – le cui associazioni
ufficiali purtroppo spesso hanno appoggiato Netanyahu – ce ne siano per
cui il grande nemico non è più il nazi-fascismo, come ottant’anni fa, ma coloro
che lo denunziano. Anche se ce ne sono invece per fortuna tanti – penso a
persone come Gad Lerner, Anna Foa, Liliana Segre – che con la loro
testimonianza ci ricordano la grandezza di questo popolo, che ha dato al mondo
moltissime personalità di eccezione e che ancora sicuramente contribuirà, come
ha sempre fatto, alla sua crescita.
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