Che tipo di civiltà
del lavoro
vogliamo?
La società moderna si
basa sull’interazione di lavoratori che vogliono plasmare razionalmente la
natura, compresa la natura sociale dell’uomo. Infatti il lavoro, che è (oggi
più che in passato) un dispendio di energie personali volto a modificare,
secondo una razionalità strumentale, l’ambiente fisico o sociale, trasforma al
tempo stesso non solo il lavoratore, sotto il profilo fisico, mentale e
spirituale, ma anche la società. I rapporti tra servizi e poteri sono
capovolti.
Questo articolo presenta
il rapporto che c’è oggi tra l’essere umano e il suo ambiente di lavoro in
termini di costrizione fisiologica, adattamento mentale e inserimento nella
società. La seconda parte di questo studio, che verrà pubblicata in un prossimo
numero, si concentrerà sulla dimensione spirituale del lavoro.
Durante la pandemia di
Covid-19, nell’anno 2020, papa Francesco ha promosso l’istituzione di un gruppo
di riflessione sulla dimensione umana del lavoro. Vi hanno collaborato vari
uffici della Santa Sede, le loro reti internazionali e il dicastero vaticano
per il Servizio dello sviluppo umano integrale. I due princìpi su cui tali
riflessioni si sono basate – al crocevia tra l’agenda del «lavoro dignitoso»,
da tempo elaborata dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) a
Ginevra, e l’«ecologia integrale» promossa dall’enciclica Laudato si’ (2015)
– si possono riassumere nella suggestiva formula Care is work, work is
care, «Prendersi cura è lavorare, lavorare è prendersi cura»: una cura
attenta tanto al lavoratore quanto al pianeta[1].
Il report prodotto da
questo think tank definisce chiaramente lo scenario,
individuando, oltre all’esperienza psicosomatica (fisica e mentale) del lavoro,
quattro specifiche dimensioni: il lavoro è una realtà economica, ecologica,
sociale e spirituale. Qui discuteremo i primi tre aspetti; il quarto – la
dimensione spirituale del lavoro –, come abbiamo anticipato, sarà oggetto di un
altro saggio.
Lavorare come una
macchina umana
Prima ancora di essere
pensato nel suo contesto economico, ecologico e sociale, il lavoro è subito
avvertito come fatica, a volte facile da superare, a volte piacevole, o
addirittura gratificante quando se ne può trovare una ragionevole
giustificazione, ma a volte invece estremamente dolorosa. In quest’ultimo caso,
in assenza di una spiegazione razionale, si invoca o l’assurdità del mondo,
oppure il sapiente Qoèlet quando parla dell’essere umano: «Tutti i suoi giorni
non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa» (Qo 2,23),
o anche il libro della Genesi: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gn 3,19).
La maggior parte delle
volte il lavoro viene vissuto come una costrizione, più o meno dolorosa. Non
c’è bisogno di evocare l’etimologia mitica della parola «lavoro», il tripalium,
lo strumento di tortura costruito con tre pali; basta notare che un’attività,
anche facile, ma priva di significato, risulta in ogni caso penosa. Per
designare questa malattia di tipo spirituale è stata coniata una nuova
parola: bore-out (che si potrebbe tradurre con «fatica
estenuante» o, meglio ancora, «alienazione per disinteresse»). Ecco perché oggi
la forma più semplice di disumanizzazione del lavoro è il lavoro tanto
meccanico quanto non necessario, o comunque il lavoro di cui il lavoratore non
vede il senso; ciò accade spesso quando il processo produttivo viene ridotto a
una serie di attività frammentarie, come se si fosse macchine specializzate in
un’unica operazione.
Agli albori della
modernità, il rischio connesso al lavoro – cioè il correlato di quel mondo
anticipato che si vuole realizzare a forza di lavorare – era visto come la
possibilità del danno, e prima di tutto del dolore, compensato dalla speranza
del guadagno. Oggi – con tutti gli obblighi di sicurezza previsti – la speranza
di guadagno è offuscata dalla possibilità di un danno che deve essere ridotto a
tutti i costi[2]. Di qui il
moltiplicarsi, in nome del principio di precauzione, dei disciplinari di
produzione supposti garanti della razionalità e della sicurezza, che impongono
una mole di vincoli procedurali a operatori, collaboratori, ricercatori,
consulenti… La verifica tramite rendicontazione costante, associata con l’empowerment dei
compiti, trasforma ogni persona in una sorta di meccanismo asservito a un
protocollo alienante. Il manto plumbeo della burocrazia viene imposto con il
pretesto della «conformità», che piega ogni lavoratore agli standard imposti.
Gli stessi manager non ne
sono esenti. Nel migliore dei casi, chiedono alle autorità pubbliche linee
guida e standard per avere la pura soddisfazione di osservarli ed esserne
all’altezza, a maggior ragione quando la loro azienda è finanziariamente più forte
di quella dei concorrenti. Nel peggiore dei casi, i manager riducono il proprio
ruolo alla ricerca dei nominativi dei dipendenti da inserire nell’organigramma
aziendale, senza preoccuparsi troppo dell’adeguatezza tra dipendente e
funzione.
Per il lavoratore la
retribuzione diventa allora non il segno di uno sforzo utile, per la sua
famiglia o per la società, ma semplicemente il riscontro dell’obbedienza a
regole che adempie come un rito formale. Tali regole sono una funzione
dello status. Questo è il primo compito che viene imposto al
lavoratore quando assume il suo ruolo: conoscere le procedure e le norme che
dovrà applicare. Lo status socio-economico e le norme sono
collegati: in passato era imperativo «stare al posto giusto» e saper «rimanere
al proprio posto». Oggi si devono applicare le regole inerenti alla propria
funzione socio-economica. Queste regole si impongono in nome dei valori moderni
sopra citati: razionalità e sicurezza. A questi due valori si aggiunge spesso
quello dell’efficienza, senza chiedersi: per chi? Per quando? E chi ne pagherà
il prezzo?
Il paragone con i robot è
qui appropriato, dal momento che i robot – industriali o domestici – sono
sempre presentati come se svolgessero un lavoro implementando algoritmi che
sono altrettanti standard costitutivi della macchina. Sono persino in grado di
fabbricare oggetti o svolgere mansioni impossibili agli esseri umani. Ma il
loro potere crescente è spaventoso. Una recente Risoluzione del Parlamento
europeo ne dà la riprova. Il postulato era che lo sviluppo dei robot porterà
alla loro autonomia e alla loro potenziale ribellione contro l’umanità che li
ha creati. Occorre quindi neutralizzare le loro iniziative irrazionali, allo
stesso modo in cui l’organizzazione scientifica del lavoro in passato
pretendeva di eliminare i comportamenti erronei dell’operaio, razionalizzando i
processi e facendone il servitore della macchina.
Il lavoro non finirà
Per cominciare, sfateremo
due illusioni ampiamente diffuse. Si dice che, in risposta allo scarso
interesse per il lavoro, la Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012),
rispetto alla Generazione Y (che comprende i giovani nati tra il 1980 e il
1996), sarebbe indisciplinata, eclettica, più incline all’intrattenimento che
al lavoro. La maggior parte dei sondaggi psico-sociologici però mostra che
questa idea è del tutto falsa.
Un’altra illusione è che
i posti di lavoro della classe operaia stiano scomparendo. In realtà, il lavoro
manifatturiero «prolifera» e si muove secondo le opportunità e le esigenze del
capitale[3]. La
robotizzazione non ha ancora occupato l’intero campo della produzione; per
quanto riguarda i servizi, che sollecitano tutta la collaborazione degli
utenti, essi prevedono innanzitutto la partecipazione dei lavoratori. Dato
questo intreccio di lavoro del produttore e dell’utente, le piattaforme di
scambio ora occupano un numero crescente di dipendenti e consumatori.
In una pubblicazione, un
docente di Oxford utilizza i progressi dell’Intelligenza Artificiale (IA) per
annunciare la scomparsa del lavoro[4].
Contrariamente al «progresso scientifico e tecnico» del passato, l’IA
introdurrebbe la novità di insidiare non la produzione materiale e la sua
logistica, ma il settore dei servizi che, in Occidente, occupa la maggior parte
dei lavori necessari. Quindi, il lavoro dei conducenti di treni, autobus e taxi
non sarà l’unico a risentirne. Dopo segretarie e archivisti di ogni genere,
verranno danneggiati anche medici, giornalisti e avvocati.
Infatti, attingendo a
tutto il web, l’IA può raccogliere in pochi istanti informazioni mirate che il
professionista più esperto impiega lunghe ore, anche settimane, a ottenere. La
ciliegina sulla torta è che l’IA può presentare i frutti della sua ricerca in
forme «accettabili» perché copiate dalle più numerose formulazioni racimolate
in Internet. Certo, ChatGPT, il software di intelligenza artificiale prodotto
da OpenAI, ha ancora molte lacune che docenti e internauti si sono divertiti a
rilevare, ma un rapido miglioramento del sistema è facilmente prevedibile.
Qualunque sia lo sviluppo
di questi strumenti, di sicuro possono rendere superflui solo alcuni lavori del
terziario, compresi quelli più specializzati. Di fatto, perciò, questa
distruzione di impieghi non annuncia la fine del lavoro. Il motivo non è che i
posti di lavoro distrutti saranno sostituiti da ingegneri, programmatori e
tecnici informatici; certamente ce ne saranno alcuni, anche nelle periferie del
mondo digitale, nel settore di Internet che ha visto fiorire «canali
YouTube», influencer e altre proposte mediatiche che fanno la
felicità, se non la fortuna, dei loro promotori. Ma queste nuove esigenze di
manutenzione e sviluppo dei sistemi digitali non saranno sufficienti a colmare
il vuoto. Il motivo per cui l’IA non preannuncia la fine del lavoro è un altro:
proprio come il progresso scientifico e tecnico di un tempo, l’IA aumenta la
produttività globale del lavoro, una produttività globale che indirettamente
genera posti di lavoro retribuiti nei settori anche più lontani dalla digitalizzazione
(servizi di sicurezza, cura della persona, transizione ecologica,
intrattenimento, comfort, controllo sociale…).
Va di moda, in una
visione statica dell’economia e della società, evocare la «quantità di lavoro
disponibile» e ragionare falsamente sul mito del «lavoro da condividere»,
inteso alla maniera in cui si condivide una torta; una torta che, si pensa, va
rimpicciolendosi a causa delle tecnologie attuali. Supponendo che la premessa
(una data quantità di lavoro) sia vera, questa condivisione potrebbe funzionare
solo se si accettasse di condividere, nello stesso movimento, il corrispondente
reddito monetario disponibile, cioè qualcosa che nessun politico difensore
delle 35 ore, o anche delle 32 ore o perfino delle 24 ore settimanali ha mai
voluto. Di fatto, il lavoro trattato come una cosa è questione di volgare
materialismo. Trattare il lavoro come un oggetto identificabile, una cosa
circoscritta in un certo spazio in un dato momento, equivale ad avere solo una
visione parziale e statica di una società che, come la nostra, è in permanente
mutazione.
Lavoro nascosto nel
consumo di servizi e nell’intrattenimento
Quelli contemporanei non
sono più i tempi in cui si poteva ragionare distinguendo (senza poterlo fare in
pratica) tra lavoro produttivo, con cui si intendeva il plusvalore generato
grazie allo sfruttamento del proletario, e lavoro improduttivo, visto come la
costruzione di templi e cattedrali, ma anche di tutta la «sovrastruttura»
istituzionale, giuridica e religiosa della società, fino ai servizi
amministrativi, finanziari o commerciali resi alle industrie e ai privati.
Anche se, forse, è possibile distinguere il lavoro utile (per chi? per quando?)
dal lavoro inutile, non si può più differenziare il lavoro produttivo da quello
improduttivo, perché ormai tutto contribuisce alla costruzione della società,
compreso l’intrattenimento. Più precisamente, qualsiasi servizio mobilita non
solo il lavoro di chi lo esegue, ma anche quello del destinatario. È l’intera
società che lavora per la propria riproduzione.
In effetti si lavora o
per gli altri, siano o no consumatori paganti, o per sé stessi, ma comunque con
l’idea di soddisfare le esigenze di un beneficiario che si prevede attivo.
Questo vale non solo per i servizi in cui il consumatore deve partecipare in
qualche modo alla realizzazione del servizio stesso (si pensi ai trasporti,
alle assicurazioni, ai servizi di informazione o alla cura della persona), ma
anche per i prodotti più tangibili. Non si tratta semplicemente di clienti che,
per ottenere un biglietto ferroviario e per adempiere a un obbligo commerciale
o amministrativo, devono utilizzare da sé gli strumenti informatici, lavoro che
un tempo era svolto da agenti ferroviari, commessi o dipendenti pubblici. La
partecipazione del destinatario finale di un bene o di un servizio è concepita
come l’elemento principale, ad esempio, dell’automobile o della lavatrice che
gli viene fornita. Deve sentirsi «a casa», come nella propria stanza. Per molto
tempo, i prezzi da pagare per gli pneumatici venivano calcolati agli
autotrasportatori in proporzione ai chilometri percorsi, e quindi all’uso che
se ne faceva. Lo sviluppo del leasing, che sostituisce il noleggio
di un prodotto al suo acquisto, procede dalla stessa logica che fa dell’utente
un contributore all’opera sociale del produttore.
Il lavoro dell’utente non
appare migliore nelle attività d’intrattenimento. Al di là dell’«industria
dell’intrattenimento» – che include una vasta gamma di attività diverse, dallo
sport finalizzato al relax, al fitness, ai musei e al variegato settore degli
alberghi e degli spettacoli –, ognuno si diverte solo lavorando per far
corrispondere i propri desideri ai mezzi offerti dal mercato o dalla pubblica
amministrazione. Inoltre, la distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero è
ormai più sfumata, poiché tutti cercano nel lavoro la stessa
«autorealizzazione» che perseguono nel tempo libero.
I responsabili del
personale non si sono sbagliati. Alla fine, è l’insieme della società che
assume la figura dell’officina di un tempo, al servizio di una possibile
realizzazione individuale.
Dal momento che qualsiasi
attività – di produzione o consumo, salariata o no, monetizzata o no – può
essere considerata come una forma di lavoro, possiamo affermare con altrettanta
certezza che tutti gli aspetti della società e tutte le relazioni culturali e
sociali diventano capitale, in quanto sono già lavoro. Ciascuno vi trova
qualcosa da «realizzare» in un futuro che immagina promettente, giudicando il
valore attuale di ogni cosa secondo il criterio del reddito futuro o della
gratificazione che genererà, che è poi la definizione di capitale.
Ecco perché la civiltà
dell’intrattenimento, pur basata sull’osservazione oggettiva e misurabile
dell’espansione del tempo libero, è alquanto illusoria. È vero che la tendenza
va verso una diminuzione dell’orario del lavoro obbligato. Mezzo secolo fa, l’orario
di lavoro medio annuo nei Paesi industrializzati (OCSE) oscillava tra le 1.800
e le 2.000 ore e, sebbene sia ancora vicino alle 2.000 ore in Grecia, oggi è
appena di 1.720 ore in Italia, 1.700 in Spagna, 1.520 in Francia e 1.350 in
Germania. La media dei Paesi OCSE è di 1.734 ore e nasconde molte disparità,
perché dipende dallo status e dal potere economico di ciascun
Paese. Ma questa rappresentazione dovrebbe essere ponderata considerando gli
anni di formazione iniziale e il tempo dedicato alla formazione continua,
nonché l’entità degli spostamenti necessari per andare al lavoro o per le
riunioni «in presenza».
La diminuzione del tempo
dedicato alla «giornata lavorativa» – come si chiamava un tempo per escluderne
il lavoro domenicale – è andata di pari passo con un aumento generale del
tenore di vita e un divario sempre più ampio nei redditi e nella ricchezza. Ciò
è dovuto all’investimento in formazione, in strumenti e in organizzazione, che
ha permesso, con un fortissimo aumento della produttività, una disumanizzazione
del lavoro, a cui si aggiunge per l’appunto il crescente divario di reddito e –
soprattutto – di ricchezza. Di conseguenza, i non laureati sono sempre più
esclusi dal mondo del lavoro; «l’impiego» sta sostituendo il lavoro, per non
parlare del lavoro part-time e del lavoro a tempo determinato.
L’instabilità professionale alimenta la mancanza di rispetto del lavoratore ai
suoi stessi occhi, oltre che a quelli di chi gli sta intorno.
Le dimensioni politiche
del lavoro
Per esaminare seriamente
le risposte della società odierna, è necessario tenere presenti i dati politici
fondamentali che collocano il lavoro tra le preoccupazioni attuali. Infatti il
lavoro, oltre ad essere inciso nel corpo e nella mente del lavoratore, è anche
una realtà economica, ecologica e sociale.
Il lavoro è innanzitutto
una realtà economica, perché crea valore: non solo in senso morale quando
risponde ai bisogni della società, soprattutto dei più deboli, ma anche in
senso strettamente economico. Sotto quest’ultimo profilo, il valore è ciò che
dà significato a un costo. Ciò che produce il lavoro – un oggetto utile (per
chi? per quando?), un servizio indispensabile (agli occhi di chi?) – compensa
la fatica, il lavorio, il genio dell’ingegnere, dell’artigiano, dell’operaio,
dell’operatore amministrativo, del gestore, dell’artista, dell’utente o del
consumatore finale.
Per gli economisti il
lavoro è sia un costo che una risorsa. Il costo è misurabile; la sua
controparte, per chi paga, è una risorsa: la «risorsa umana», come si dice
oggi. Segno dei tempi razionalisti, l’espressione «risorsa umana» va sempre più
soppiantando la nozione di «personale». Questo passaggio riflette l’influsso
della cultura materialista sull’economia. Il personale connotava la persona,
quella figura sociale definita dal suo ruolo e dalla sua responsabilità nella
comunità di lavoro; la risorsa umana, invece, si fonda sulla redditività
dell’investimento fatto sulle persone, alla maniera di un capitale dal quale ci
si attende un ritorno futuro.
La logica strumentale
dell’economia è sempre derivata dalla logica finanziaria che misura il valore
attuale di un bene, di un servizio, di un rapporto d’affari, o anche di
un’amicizia, rispetto al guadagno futuro, che sia esso monetario o un’altra
qualsiasi forma di gratificazione. Questa pervasività della logica finanziaria
in ogni lavoro è tale oggi che, anche nel linguaggio quotidiano, tutto diventa
capitale. Si gode del capitale sanitario, del capitale delle competenze, del
capitale relazionale, del capitale emotivo, del capitale familiare, del
capitale sociale, del capitale estetico, del capitale religioso, persino del
capitale della conoscenza, della saggezza o della moralità. Questa logica
finanziaria porta, per una sorta di attualizzazione implicita, a valutare
qualsiasi attività presente in termini di ciò che apporterà più avanti, si
pensa, nel futuro. Ogni persona attiva, sia essa produttrice o consumatrice,
diventa una specie di homo financiarius, un uomo dai progetti
incessanti che vive solo in una perenne gestione del rischio e cerca di
barcamenarsi come meglio può tra la speranza del guadagno e la limitazione
delle perdite[5].
Alla metà del XVII
secolo, che aprì la via razionalista alla modernità occidentale, Blaise Pascal
ne previde le conseguenze antropologiche. Scriveva: «Il presente non è mai il
nostro fine: il passato e il presente sono i nostri mezzi, solamente il futuro
è il nostro fine. In questo modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e,
disponendoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai»[6].
La trasformazione
dell’ambiente naturale e sociale
Il lavoro è una realtà
tanto economica quanto ecologica. Infatti la ricerca della produttività del
lavoro e la sua logica finanziaria hanno portato a modi di fare e di consumare,
modi di utilizzare strumenti, macchine, fabbriche e mezzi di trasporto che,
fino ai nostri giorni, hanno saccheggiato le risorse energetiche e minerarie
del pianeta. L’acqua stessa – efficace simbolo di vita – sta diventando una
risorsa scarsa in aree sempre più vaste[7].
Certo, va di moda, nelle
aule dei tribunali, sui giornali e nei dibattiti pubblici, fomentare liti tra
esperti per strattonare la «scienza» al servizio di convinzioni particolari.
Internet, inoltre, ha distillato nella mente delle persone un relativismo che
apre un’ampia strada alle fake news (notizie volontariamente
offuscate o addirittura distorte). Ma per quanto riguarda il clima, le
esitazioni non sono più ammesse. L’enciclica Laudato si’ di
papa Francesco spiega chiaramente quale sia la posta in gioco dal punto di
vista ecologico del lavoro, e qui non è necessario entrare nel dettaglio delle
sue ormai note formulazioni.
Il lavoro è ovviamente
anche una realtà sociale. Su questo punto insiste la dottrina sociale della
Chiesa, fin dall’enciclica princeps di Leone XIII, la Rerum
Novarum (1891). Un’analisi pertinente riconosce il lavoro al centro
della dottrina sociale della Chiesa: «L’enciclica Rerum Novarum,
pilastro del discorso sociale della Chiesa, ha per oggetto la condizione
operaia, ma dedica al lavoro stesso un lungo sviluppo. È a questo testo
fondamentale che tutte le successive encicliche, pubblicate in occasione dei
suoi anniversari, faranno riferimento, tra cui la Laborem Exercens [di
papa Giovanni Paolo II nel 1981], che ad essa si riferisce, novant’anni dopo»[8].
La tradizione cristiana
non può non opporsi all’idea che il lavoratore sia solo un individuo libero di
poter vendere la sua forza lavoro. La moderna organizzazione del lavoro e
dell’economia, è vero, tende a isolare il lavoratore e a separarlo dai suoi compagni
di lavoro, dalla sua famiglia e dalla sua patria. Da qui la logica della
«società» piuttosto che la logica della «comunità»[9]. Inoltre, ci
sono molte altre solidarietà che sono minate dalla divisione internazionale del
lavoro: la regione in cui opera il lavoratore, quella in cui vive, il bacino
occupazionale in cui si trova e, più in generale, le solidarietà che lo legano
al contesto geopolitico giuridico, economico, nazionale e internazionale.
Lo smart working favorito dalla pandemia di Covid-19 ha
fortemente incoraggiato l’isolamento del lavoro, facendone diventare sempre più
virtuale l’attuazione; inoltre, aumentando notevolmente il senso di autonomia,
ha favorito l’isolamento in una comunità di lavoro sempre più sfuggente.
Pensiamo ad esempio alle aziende che lavorano solo con i subappaltatori –
come Flixbus, che in Europa non possiede alcun autobus oppure, sempre di più,
ai grandi marchi automobilistici: spesso hanno come realtà gestionale solo
il software per il coordinamento e l’adeguamento dei processi
o della distribuzione dei compiti. Questo spiega perché riescano a incrementare
i loro profitti in un mercato depresso: sono i subappaltatori che si sobbarcano
la depressione.
Nonostante la pandemia di
Covid-19 abbia accentuato queste derive nel mondo, nella società contemporanea
il lavoro resta la principale via di autorealizzazione, integrandoci in un
sistema sociale dove l’importante non è fare qualcosa di oggettivamente utile
per sé stessi, per la propria famiglia o per gli altri, ma qualcosa che è
riconosciuto, con un salario, un onorario, uno stipendio, il prestigio o altro.
Il lavoro quindi non scomparirà, almeno se rimarrà il vettore principale
dell’identità individuale, cioè un mezzo di integrazione nella società. Questa
identità attraverso il lavoro non ha certo il valore assoluto che le
attribuiscono gli psico-sociologi. Infatti l’identità distrugge la singolarità
del lavoratore. Il lavoratore è ridotto alla sua utilità sociale, o addirittura
alla sua funzione. Nel contesto antropologico odierno, l’identità non può dare
conto della dimensione spirituale del lavoro, ma di questo tratteremo nel
secondo e successivo articolo.
La Civiltà Cattolica
***
[1]. Cfr International Catholic
Migration Commission (ICMC), Care
is work, work is care .
[2].
Cfr U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità,
Roma, Carocci, 2013.
[3].
Cfr J.S. Carbonell, The Future of Work, Amsterdam, Amsterdam Publishing,
2022.
[4].
Cfr D. Susskind, Un mondo senza lavoro. Come rispondere alla
disoccupazione tecnologica, Milano, Bompiani, 2022.
[5].
Cfr G. Giraud – E. G. Ruiz Lara, «I
veri ostacoli alla transizione ecologica», in Civ. Catt. 2023
I 434-448.
[6].
B. Pascal, Pensieri, Milano, Rizzoli, 2013, n. 42, 62.
[7].
Cfr É. Perrot, «L’acqua,
una questione di attualità», in Civ. Catt. 2022 II
560-572.
[8].
F. Salmon, 2012, in Ceras-Project.org, Dottrina sociale della Chiesa, alla
voce «Lavoro».
[9].
Cfr É. Perrot, «Impresa,
società e comunità umana», in Civ. Catt. 2022 IV 209-222.
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