Come e perché superare
l’attuale insegnamento di religione cattolica
di: Filippo
Binini*
Il testo nasce da una
constatazione di fondo: l’attuale modello di Irc, definito nel 1984 in forma
confessionale e facoltativa, appare sempre meno adeguato sia alla realtà delle
classi sia alle esigenze formative degli studenti.
Negli ultimi decenni,
infatti, la società italiana è profondamente cambiata. Sono mutate le
appartenenze religiose, il rapporto individuale con la fede, il modo stesso di
intendere il pluralismo. In un simile contesto, un insegnamento costruito
intorno a una sola confessione appare sempre meno capace di leggere la
complessità del presente.
Il testo invita a non
interpretare la crisi dell’Irc soltanto in termini numerici. Nonostante le
percentuali di adesione restino ancora relativamente alte (anche a causa di
un’alternativa che, di fatto, manca), il problema principale è anzitutto
qualitativo e strutturale. Ciò che viene messo in discussione, in altre parole,
non è soltanto il numero degli studenti che si avvalgono dell’insegnamento, ma
la forma stessa che questo ha assunto nella scuola pubblica italiana.
Secondo gli autori, il
nodo centrale sta nel suo carattere confessionale: l’Irc continua a essere
concepito come un insegnamento interno a una tradizione di fede, e non come
studio critico del fenomeno religioso. Da qui deriva la maggior parte delle sue
criticità.
La facoltatività
La prima è la
facoltatività. Poiché l’Irc è connesso alla libertà religiosa, infatti, lo
studente può sceglierlo oppure rifiutarlo. Dal punto di vista giuridico, questa
impostazione è coerente; dal punto di vista culturale e pedagogico, invece,
produce una contraddizione difficile da ignorare. Se la cultura religiosa fa
parte del patrimonio storico e simbolico del nostro Paese, infatti, non è
chiaro perché la sua conoscenza debba essere lasciata alla libera adesione
individuale, come se fosse un contenuto accessorio.
La conseguenza è che
l’ora di religione viene spesso percepita, soprattutto nella scuola secondaria,
non come una disciplina necessaria alla formazione generale, ma come uno spazio
opzionale, talvolta persino come un momento di alleggerimento rispetto alle
altre materie.
Questo apre a un
ulteriore problema. Per evitare che gli studenti scelgano di non avvalersi
dell’insegnamento, il docente può sentirsi spinto a rendere la materia più
“leggera”, più accattivante, meno esigente.
Il rischio è allora
quello di una progressiva perdita di credibilità della disciplina. Invece di
consolidarsi come sapere scolastico, l’Irc finisce così per indebolirsi,
confermando la propria marginalità. Il problema non dipende necessariamente
dalla qualità dei docenti, ma da una debolezza inscritta nella struttura stessa
dell’insegnamento.
A questo si aggiunge
l’ambiguità del suo statuto istituzionale: l’Irc non gode di una piena parità
rispetto alle altre discipline, il suo profilo epistemologico appare spesso
incerto, il suo rapporto con il resto del curricolo rimane debole. In molti casi,
la qualità concreta dell’insegnamento dipende quasi esclusivamente dalla
preparazione e dalla sensibilità del singolo insegnante, più che da un impianto
disciplinare chiaro e condiviso.
Un altro tema decisivo
che viene affrontato dal documento è quello dell’analfabetismo religioso.
L’espressione non viene usata per rimpiangere la più diffusa religiosità del
passato, né per deplorare la diminuzione della fede personale. Il problema,
piuttosto, è la crescente incapacità di comprendere il linguaggio delle
religioni, i loro simboli, le loro narrazioni, le loro istituzioni, le loro
dottrine, i loro riti, la loro storia.
Questa ignoranza non
ostacola soltanto la comprensione della religione in senso stretto, ma rende
più difficile anche la comprensione di ampie porzioni della cultura europea e
globale: dalla storia dell’arte alla letteratura, dalla musica alla politica, fino
ai conflitti contemporanei.
Inoltre, riguarda tutti:
sia gli studenti di origine italiana, che spesso non possiedono più gli
strumenti per leggere criticamente la tradizione cristiana, sia gli studenti di
origine straniera, che devono poter comprendere il contesto culturale in cui vivono
senza per questo vedere marginalizzate le proprie appartenenze.
Di fronte a questa
situazione, il documento propone un netto cambio di paradigma: passare da un
insegnamento confessionale a uno studio pluralista delle religioni.
Le ragioni sono tre. La
prima è di ordine sociologico. Viviamo in una società che viene spesso definita
post-secolare: la religione non è scomparsa, come alcune letture novecentesche
avevano previsto, ma ha assunto forme nuove e spesso inattese.
E la scuola,
inevitabilmente, riflette questa trasformazione. Le classi sono attraversate da
differenze religiose, culturali e simboliche che non possono più essere
trattate come eccezioni marginali. Continuare a organizzare l’insegnamento
religioso attorno a una sola tradizione significa non riuscire più a leggere
adeguatamente il reale.
Educare alla convivenza
La seconda ragione è
epistemologica. Se il fenomeno religioso deve essere oggetto di conoscenza
scolastica, nessuna singola religione può costituire da sola il punto di
osservazione privilegiato. Ogni tradizione religiosa va studiata con strumenti
adatti alla sua complessità storica e culturale. Ciò richiede un approccio
capace di cogliere differenze interne, trasformazioni, conflitti
interpretativi, sviluppi storici e intrecci sociali. Significa anche sottrarsi
a letture implicitamente eurocentriche, che assumono il cristianesimo come
modello normativo per interpretare tutte le altre religioni.
La terza ragione è
pedagogica e, in parte, teologica. Una scuola che voglia educare alla
convivenza non può costruire proprio intorno all’ora di religione una divisione
tra studenti. Se la scuola pubblica avesse il compito di formare cittadini
capaci di vivere in una società pluralista, allora dovrebbe offrire uno spazio
in cui visioni del mondo differenti possano essere conosciute, comprese e
confrontate criticamente. In quest’ottica, il superamento dell’impianto
confessionale non viene presentato come una perdita, ma come un allargamento
dello spazio educativo.
Irc, disciplina
obbligatoria e non cofessionale
La proposta centrale del
documento è l’istituzione di una nuova disciplina curricolare, obbligatoria e
non confessionale. Gli autori suggeriscono, in via ipotetica, la denominazione
di “Scienze delle religioni”, espressione che richiama l’intento di assumere il
fatto religioso come oggetto di studio analizzabile attraverso metodi laici,
pluralistici e verificabili, propri delle scienze umane e sociali.
Non si tratterebbe più,
quindi, di trasmettere la visione cattolica del mondo, ma di fornire agli
studenti gli strumenti per comprendere il fenomeno religioso nelle sue diverse
forme storiche, culturali e sociali. Il religioso uscirebbe così dalla sua collocazione
eccezionale e ambigua per entrare pienamente nel curricolo scolastico come
ambito del sapere dotato di pari dignità rispetto agli altri.
Il documento immagina per
questa nuova disciplina un percorso progressivo e proporzionato all’età degli
studenti. I contenuti dovrebbero comprendere l’acquisizione di una terminologia
di base e di alcuni concetti fondamentali della storia religiosa.
Dovrebbe poi introdurre
ai principali strumenti interpretativi utilizzati dalle discipline che studiano
la religione, come la storia, l’antropologia, la sociologia, la psicologia e la
filosofia.
Accanto a questo,
verrebbe proposta la conoscenza delle principali tradizioni religiose rilevanti
nel contesto occidentale, poste anche in relazione con l’ateismo e
l’agnosticismo.
Infine, l’attenzione ai
fenomeni religiosi contemporanei, come le nuove spiritualità, i
fondamentalismi, i movimenti carismatici, i sincretismi. Lo scopo non sarebbe
soltanto trasmettere informazioni, ma aiutare gli studenti a riconoscere la
diversità religiosa come un elemento strutturale della società contemporanea,
sviluppando capacità di comprensione, confronto e dialogo.
Una simile riforma
richiederebbe inevitabilmente anche una ridefinizione della figura docente.
L’attuale formazione degli insegnanti di religione non appare sempre
sufficiente per sostenere un approccio autenticamente interculturale e
interreligioso. Spesso mancano competenze solide in ambiti come la storia delle
religioni, l’antropologia culturale, la sociologia della religione, la
pedagogia interculturale e lo studio delle tradizioni non cristiane.
Per questo gli autori
individuano nei corsi di laurea magistrale in Scienze delle religioni già
attivi nelle università italiane, in dialogo con le facoltà teologiche, un
possibile contesto privilegiato per progettare percorsi formativi capaci di
preparare docenti in grado di confrontarsi con il pluralismo contemporaneo in
modo metodologicamente rigoroso.
La domanda religiosa
Tra i passaggi più
stimolanti del documento vi è quello dedicato alla cosiddetta “domanda
religiosa”. Qui emerge una tensione teorica che il testo non tenta di
nascondere.
Se la religione viene
considerata soprattutto come fatto culturale, allora la scuola non dovrebbe
avere il compito di suscitare negli studenti una ricerca spirituale o di
orientarne le scelte esistenziali, ma limitarsi a offrire strumenti di
conoscenza.
Se, però, la religione
viene intesa come una dimensione profonda dell’esperienza umana, allora
studiarla senza confrontarsi anche con la domanda di senso che la attraversa
rischia di ridurla a un fenomeno puramente esterno.
Il documento non scioglie
questa tensione, ma la espone con chiarezza. Ed è forse proprio questa – come
osserva Piero Stefani nel suo commento introduttivo – una delle sue qualità
migliori: mostrare che il passaggio a una disciplina non confessionale non
elimina i problemi teorici, ma li rende più visibili e dunque più seriamente
affrontabili.
Consapevoli delle
difficoltà politiche e istituzionali di una riforma del genere, gli autori
propongono anche una via graduale, riassunta nell’idea di “partire da quello
che c’è”. Ciò significa che anche all’interno dell’assetto attuale dell’Irc è
possibile introdurre elementi di apertura al pluralismo.
Molti insegnanti
possiedono già formazioni miste, tra la teologia e le scienze umane; le Indicazioni nazionali possono
essere interpretate in modo meno confessionale; l’Irc può già oggi diventare,
almeno in parte, uno spazio di conoscenza delle religioni presenti nelle
classi, di esplorazione del territorio come luogo di pluralismo e di utilizzo
di materiali che consentano alle diverse tradizioni di raccontarsi anche
dall’interno.
Inoltre, la sua natura
interdisciplinare può favorire collegamenti efficaci con la storia, la
filosofia, l’arte, la letteratura e l’educazione civica. In questo senso, il
documento non si limita a formulare un modello ideale, ma prova anche a
indicare pratiche realisticamente sperimentabili.
Resta naturalmente aperto
il nodo giuridico e istituzionale. Come osserva ancora Piero Stefani, una
riforma complessiva dell’insegnamento religioso scolastico non può ignorare il
quadro costituzionale e concordatario entro cui l’Irc è nato e si è sviluppato,
e che oggi costituisce un vincolo reale. Proprio per questo, però, una
riflessione di questo tipo appare particolarmente preziosa: se in futuro
dovesse maturare un cambiamento del quadro giuridico, sarebbe utile disporre di
proposte già elaborate, argomentate e almeno in parte sperimentate.
Un contributo rilevante
Nel complesso, Per
una convivialità delle differenze rappresenta un contributo rilevante
al dibattito sull’insegnamento della religione nella scuola pubblica italiana.
La sua importanza non sta
solo nella proposta di sostituire l’Irc con una disciplina obbligatoria e non
confessionale di Scienze delle religioni, ma anche nel fatto che tale proposta
nasce all’interno del mondo cattolico e scolastico.
Questo rende il documento
particolarmente interessante, perché mostra come la richiesta di cambiamento
non provenga soltanto da un esterno critico o laicista, ma emerge anche
dall’esperienza concreta di chi vive la scuola e ne coglie i limiti attuali.
Il testo mette bene in
evidenza che il pluralismo religioso non è più un’eccezione, ma una condizione
strutturale; che le identità contemporanee sono sempre più mobili e ibride; che
la religione continua ad avere un ruolo pubblico, ma in forme molteplici,
spesso conflittuali e non più riconducibili a un’unica grammatica
confessionale.
In questo scenario,
mantenere un insegnamento confessionale e facoltativo significa condannarlo a
una progressiva irrilevanza. Pensare, invece, a uno studio condiviso, rigoroso
e pluralista del fatto religioso significa restituire a questo ambito del sapere
una piena dignità culturale e offrire agli studenti strumenti più adeguati a
comprendere la società in cui vivono.
*Filippo
Binini, per il Gruppo di “Gruppo di ricerca per un nuovo insegnamento della
religione a scuola” presso l’ISE San Bernardino di Venezia.
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