domenica 27 agosto 2023

VOLER BENE o AMARE ?

 La differenza 

tra 

voler bene e amare 

 

«Ti amo» – disse il Piccolo Principe. «Anche io ti voglio bene» – rispose la rosa.

«Ma non è la stessa cosa» – rispose lui. – «Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative personali di affetto, di compagnia. Voler bene significa rendere nostro ciò che non ci appartiene, desiderare qualcosa per completarci, perché sentiamo che ci manca qualcosa.» Voler bene significa sperare, attaccarsi alle cose e alle persone a seconda delle nostre necessità. E se non siamo ricambiati, soffriamo. Quando la persona a cui vogliamo bene non ci corrisponde, ci sentiamo frustrati e delusi. Se vogliamo bene a qualcuno, abbiamo alcune aspettative. Se l’altra persona non ci dà quello che ci aspettiamo, stiamo male. Il problema è che c’è un’alta probabilità che l’altro sia spinto ad agire in modo diverso da come vorremmo, perché non siamo tutti uguali. Ogni essere umano è un universo a sé stante. Amare significa desiderare il meglio dell’altro, anche quando le motivazioni sono diverse. Amare è permettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento disinteressato che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore. Per questo, l’amore non sarà mai fonte di sofferenza.

Quando una persona dice di aver sofferto per amore, in realtà ha sofferto per aver voluto bene. Si soffre a causa degli attaccamenti. Se si ama davvero, non si può stare male, perché non ci si aspetta nulla dall’altro. Quando amiamo, ci offriamo totalmente senza chiedere niente in cambio, per il puro e semplice piacere di “dare”. Ma è chiaro che questo offrirsi e regalarsi in maniera disinteressata può avere luogo solo se c’è conoscenza. Possiamo amare qualcuno solo quando lo conosciamo davvero, perché amare significa fare un salto nel vuoto, affidare la propria vita e la propria anima. E l’anima non si può indennizzare. Conoscersi significa sapere quali sono le gioie dell’altro, qual è la sua pace, quali sono le sue ire, le sue lotte e i suoi errori. Perché l’amore va oltre la rabbia, la lotta e gli errori e non è presente solo nei momenti allegri.

Amare significa confidare pienamente nel fatto che l’altro ci sarà sempre, qualsiasi cosa accada, perché non ci deve niente: non si tratta di un nostro egoistico possedimento, bensì di una silenziosa compagnia. Amare significa che non cambieremo né con il tempo né con le tormente né con gli inverni.

Amare è attribuire all’altro un posto nel nostro cuore affinché ci resti in qualità di partner, padre, madre, fratello, figlio, amico; amare è sapere che anche nel cuore dell’altro c’è un posto speciale per noi. Dare amore non ne esaurisce la quantità, anzi, la aumenta. E per ricambiare tutto quell’amore, bisogna aprire il cuore e lasciarsi amare.

«Adesso ho capito» – rispose la rosa dopo una lunga pausa.

 «Il meglio è viverlo» – le consigliò il Piccolo Principe.

 

Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe

sabato 26 agosto 2023

BEATO SEI TU

 La beatitudine 

di Pietro


   Mt 16,13-20

13In quel tempo Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

 Commento di Enzo Bianchi

 Nella nostra lettura contemplativa del vangelo secondo Matteo, siamo giunti a una svolta nella vita di Gesù: ormai i discepoli, dopo averlo seguito, ascoltato e osservato come maestro e venerato come profeta, giungono a comprendere per grazia che la sua identità va al di là della loro comprensione e della loro esperienza umana. Gesù, infatti, ha un legame unico con Dio, che lo ha inviato nel mondo: è il Figlio di Dio. Proprio da quel momento Gesù rivela ai discepoli la necessità della sua passione, morte e resurrezione, e lo fa in modo continuo nel viaggio che ha come meta Gerusalemme (cf. Mt 16,21; 17,22; 20,17-19), la città santa che uccide i profeti (cf. Mt 23,37).

Il racconto è denso, frutto della testimonianza sull’evento, ma anche della meditazione della chiesa di Matteo, che approfondisce sempre di più il mistero di Cristo. Gesù va con i discepoli nei territori di Cesarea, la città fondata trent’anni prima dal tetrarca Filippo, figlio di Erode il grande, ai piedi del monte Hermon. E proprio là dove Cesare è venerato come divino, proprio in una città edificata in un suo onore, ecco l’occasione per la domanda su Gesù: chi è veramente Gesù? È lui stesso a porre questa domanda ai suoi discepoli: “Gi uomini chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?”. Gesù amava chiamare se stesso “Figlio dell’uomo”, espressione oscura e forse anche ambigua agli orecchi dei giudei, espressione che indicava un uomo terrestre, figlio d’uomo, e nello stesso tempo un veniente da Dio.

I discepoli riferiscono che la gente pensa che Gesù sia un profeta, uno dei grandi profeti presenti nella memoria collettiva d’Israele: forse Elia che era atteso, forse il Battista, ucciso da Erode ma tornato in vita (cf. Mt 14,1-12), o forse Geremia, visto che, come lui (cf. Ger 7), Gesù pronunciava parole contro il tempio di Gerusalemme. Allora Gesù interroga direttamente i discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?”. In realtà, poco prima, alla fine della traversata notturna e tempestosa del lago di Galilea, quando Gesù era andato verso di loro camminando sulle acque, i discepoli avevano confessato: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!” (Mt 14,33). Ma ora la risposta viene da Simon Pietro, il discepolo chiamato per primo (cf. Mt 4,18-19).

 La domanda di Gesù non mirava affatto a ottenere in risposta una formula dottrinale, tanto meno dogmatica, ma chiedeva ai discepoli di manifestare il loro rapporto con Gesù, il loro coinvolgimento con la sua vita, la fiducia che riponevano nel loro rabbi. Sì, chi è Gesù? È una domanda che dobbiamo farci e rifarci nel passare dei giorni. Perché la nostra adesione a Gesù dipende proprio da ciò che viviamo nella conoscenza o sovraconoscenza (epígnosis) della sua persona. Chi è Gesù per me?, è la domanda incessante del cristiano, che cerca di non fare di Gesù il prodotto dei suoi desideri o delle sue proiezioni, ma di accogliere la conoscenza di lui da Dio stesso, contemplando il Vangelo e ascoltando lo Spirito santo. La nostra fede sarà sempre parziale e fragile, ma se è “fede” che “nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), è fede vera, non illusione né ideologia.

 Secondo Matteo qui i discepoli restano muti, ed è solo Pietro che proclama, con una risposta personale: “Tu sei il Cristo, il Messia, il Figlio del Dio vivente”. Egli dice che Gesù non solo un maestro, non è solo un profeta, ma è il Figlio di Dio, in un rapporto intensissimo con Dio, che possiamo esprimere con la metafora padre-figlio. In Gesù c’è ben più di un uomo chiamato da Dio come un profeta: c’è il mistero di colui che la chiesa, approfondendo la propria fede, chiamerà Signore (Kýrios), chiamerà Dio (Theós). È vero che in ebraico l’espressione figlio di Dio (ben Elohim) era un titolo applicato al Messia, l’Unto del Signore (cf. 2Sam 7,14; Sal 2,7; 89,27-28), applicato al popolo di Israele (cf. Es 4,22), ma qui Pietro confessa chiaramente in Gesù l’unicità del Figlio di Dio vivente. E si noti che, se in Marco e in Luca Pietro esprime la fede dell’intero gruppo dei discepoli (cf. Mc 8,29; Lc 9,20), qui invece parla a nome proprio, e per questo la risposta di Gesù è rivolta a lui solo: “Beato sei tu, Simone, figlio di Jonà, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.

 Colui che si chiamava Simone, il pescatore di Galilea figlio di Jonà, è definito da Gesù “beato”, non per se stesso, ma per la rivelazione gratuita che il Padre gli ha fatto. Se Simone proclama questa confessione di fede, è per rivelazione di Dio, non come frutto di ragionamenti ed esperienze umane (carne e sangue). Per volontà amorosa di Dio, Pietro ha avuto accesso a tale rivelazione, e per questo Gesù, constatando l’azione del Padre, lo definisce beato. Del resto Gesù lo aveva detto: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (cf Mt 11,27), e qui non fa che ribadirlo, discernendo che attraverso Pietro è il Padre stesso che ha parlato.

 Proprio in obbedienza a tale rivelazione, Gesù continua, dichiarando a Simone: “Tu sei Pietro (Pétros) e su questa pietra (pétra) edificherò la mia chiesa”. Gesù sta costruendo la chiesa, e certo sarà lui “la pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (1Pt 2,4), ma di questa costruzione Pietro è la prima pietra. Per fare una costruzione occorre che ci sia qualcuno capace di essere la prima pietra, e Pietro mostra di essere tale, perciò Gesù gli cambia il nome da Simone in Kefâs, Pietro (cf. Gv 1,42). Così egli parteciperà per grazia alla saldezza della Roccia che è Dio (cf. Sal 18,3.32; 19,15; 28,1, ecc.), saldezza nel confessare la fede, anche se soggettivamente potrà venire meno nella sua sequela, cadere in peccato, manifestandosi con le sue debolezze e i suoi comportamenti contraddittori. La beatitudine di Gesù non costituisce Pietro nella santità morale ma nella saldezza della fede confessata. E non saranno forse proprio la fragilità e la debolezza nella sua sequela di Gesù che permetteranno a Pietro, autorità suprema tra i Dodici, di essere esperto della misericordia del Signore? Pietro sa di aver conosciuto su di sé la misericordia del Signore, di aver conosciuto veramente il Signore, e perciò può annunciarlo e testimoniarlo in modo credibile. Pietro ha avuto per grazia il dono del discernimento, ha visto bene chi era Gesù, e per questo può essere la prima pietra, quella che segna la saldezza di tutta la costruzione, un uomo capace di rafforzare e confermare i fratelli, anche perché a sua volta sostenuto e confermato dalla preghiera di Gesù (cf. Lc 22,32).

In questo passo appare la parola “chiesa”, che ritornerà solo un’altra volta in tutti i vangeli, ancora in Matteo (cf. Mt 18,17). Chiesa, ekklesía, significa assemblea dei chiamati-da (ek-kletoí): questo è il nome dato dagli elleno-cristiani alle loro comunità, anche per differenziarsi dalla sinagoga (assemblea) degli ebrei non cristiani. Ebbene, la chiesa ha Gesù come costruttore – “Io edificherò la mia chiesa” – ed essa gli appartiene per sempre: non sarà mai né di Pietro, né di altri, ma di proprietà del Signore (Kýrios). In questa costruzione di Cristo, Pietro sulla terra sarà l’intendente, colui che apre e chiude con le chiavi affidategli da Cristo stesso: si tratta di immagini semitiche, di cui troviamo traccia nell’Antico Testamento (cf. per esempio Is 22,22), che significano che Pietro sarà abilitato interpretare la Legge e i Profeti, quale testimone e servo di Gesù Cristo.

Ecco, dunque,  un grande dono di Gesù ai discepoli: Pietro, l’umile pescatore di Galilea, che ha ricevuto una rivelazione da parte di Dio e l’ha confessata. È innegabile che qui Pietro riceva un primato, quello dell’uomo dell’inizio, il primo chiamato, il “primo” nella comunità (cf. Mt 10,2), l’uomo capace di essere la prima pietra nell’edificazione della comunità cristiana (cf. Is 28,14-18). Potremmo dire che in quel giorno a Cesarea è abbozzata la chiesa, è posta la sua prima pietra. Poi nella storia farà la sua corsa, conoscendo contraddizioni, inimicizie e persecuzioni; ma pur nella sua povertà e nella fragilità dei suoi membri, deboli e peccatori, compirà il suo cammino verso il Regno, perché la volontà del Signore e la sua promessa non verranno mai  meno, e anche la potenza della morte non riuscirà a vincerla, ad annientare il “piccolo gregge” (Lc 12,32) del Signore. Un gregge che è piccolo, sì, ma che ha come pastore Gesù risorto e come recinto una chiesa la cui prima pietra, per volontà del Signore, resta salda.

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IL GENERALE E IL MONDO AL CONTRARIO


 -         di Giuseppe Savagnone*

 

La frattura all’interno della destra

Sulla vicenda del generale Vannacci e del suo ormai famoso libro «Il mondo al contrario» si sono creati molti equivoci, su cui vale la pena di soffermarsi perché, al di là della polemica contingente, è in gioco una questione più di fondo, che riguarda l’esistenza o meno di una cultura “di destra” e la sua capacità di sfidare quella, finora ampiamente egemone, “di sinistra”.

 È noto che, fin dai suoi esordi, l’attuale governo ha puntato su questa sfida per legittimare il proprio successo elettorale e trasformarlo in una svolta epocale. Lo ha fatto, per la verità, in modo maldestro, quando il ministro della Cultura Sangiuliano, ansioso di rivalutare la tradizione del pensiero di destra, – «la destra», ha affermato orgogliosamente,  «ha cultura, deve solo affermarla» – si è spinto fino a sostenere arditamente che ne era stato Dante il fondatore, suscitando le divertite ironie dei competenti.

 È in questo contesto che si colloca la pubblicazione del libro di Vannacci, che decisamente si pone su una linea alternativa a quella “di sinistra” e ne contesta puntualmente, una dopo l’altra, tutte le tesi. Un testo ambizioso – già per la mole: 354 pagine! – , che si propone di denunziare e ribaltare la visione del mondo oggi dominante e che perciò, più che “conservatore”, va senz’altro definito, in senso proprio, “reazionario”.

 Ma qui è cominciato il gioco degli equivoci. Forse il generale, in questo attacco frontale, contava sulla tacita solidarietà del governo. E invece si è trovato davanti a una reazione durissima del ministro della Difesa Crosetto, che lo ha destituito dall’incarico di responsabile dell’Istituto Geografico Militare di Firenze e ha annunciato l’apertura di un’azione disciplinare nei suoi confronti, e ha parlato di «farneticazioni personali (…) che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione».

 A questo punto si è scatenata, però, una serie di reazioni che hanno spaccato non solo il fronte dei partiti di destra, ma anche ciascuno di essi al proprio interno. La rottura di gran lunga più grave è venuta con l’intervento del vicepremier leghista Matteo Salvini, che, sconfessando pubblicamente la decisione di un ministro del suo stesso governo, ha espresso la propria solidarietà al generale, appellandosi alla libertà di espressione del pensiero, prevista dalla nostra Costituzione.

 Ma non meno traumatica è stata la presa di posizione, nello stesso senso, di due importanti esponenti dello stesso partito di Crosetto, Giovanni Donzelli, responsabile dell’Organizzazione di Fdi e vicepresidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, e Galeazzo Bignami, viceministro alle Infrastrutture. Tutti, anche prescindendo dal merito dei problemi affrontati nel libro,  hanno evocato il pericolo di una censura imposta in nome del “politicamente corretto” a favore del pensiero unico dominante.

 Le ragioni del ministro …

Crosetto, da parte sua, si è difeso, negando che alla base del suo provvedimento vi sia stato l’intento di limitare la libertà di espressione. «Solo senso delle istituzioni e dello Stato», ha chiarito. Il ministro ha ricordato che «le Forze Armate e di polizia, cui è consentito per legge e Costituzione, l’uso della forza, devono operare prive di pregiudizi di ogni tipo (razziali, religiosi, sessuali). «Perché tutti devono sentirsi sicuri».

 Per certi versi la risposta è senz’altro corretta. Il richiamo indiscriminato, da parte dei critici del ministro, alla libertà di pensiero e di espressione prevista dalla Costituzione nasconde un evidente equivoco. Essa non esclude, infatti, delle precise limitazioni legate al ruolo e alla funzione che il singolo è chiamato a svolgere. I rappresentanti delle istituzioni dello Stato, che sono al servizio di tutti i cittadini, non possono permettersi di assumere pubblicamente posizioni ideologiche che implicherebbero una discriminazione a favore di alcuni e a danno di altri. 

 Questo è particolarmente vero quando i membri di queste istituzioni godono di particolari prerogative, non concesse ad altri funzionari pubblici, come nel caso della magistratura e dell’esercito. Un giudice, a cui la comunità conferisce lo straordinario potere di decidere della libertà fisica di altre persone, non può dire, al di fuori delle rigide regole processuali, tutto ciò che sa e che pensa personalmente di un imputato, perché verrebbe immediatamente ricusato. E un alto ufficiale, a cui è affidato il monopolio dell’uso delle armi, non può permettersi di esprimere opinioni che possano gettare una qualsiasi ombra sulla assoluta imparzialità del suo operato.

 Se uno vuole dire quello che pensa senza limiti, non entra nella magistratura e non fa la carriera militare. Il generale Vannacci è probabilmente un ottimo soldato – il suo curriculum lo attesta senza ombra di dubbio – , ma forse non ha sufficientemente meditato sulle regole della convivenza civile e sugli obblighi che il suo status gli imponeva. Altrimenti non avrebbe preso pubblicamente posizioni così nette e discriminanti – a torto o a ragione – nei confronti di particolari categorie di persone che dovrebbero poter contare sulla sua  assoluta neutralità.

 …  E quelle dei suoi critici

Eppure, le proteste dei rappresentanti della destra hanno un fondamento. Perché Crosetto non si è limitato a condannare la presa di posizione del generale: ha parlato di «farneticazioni personali (…) che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione». Questo è un giudizio di merito e colpisce il contenuto specifico del libro di Vannacci.

 Ora, il paradosso è che questo contenuto esprime in larga misura proprio le posizioni culturali espresse dai partiti di destra nel loro programma elettorale e nelle loro prese di posizione pubbliche. Non a caso la stragrande maggioranza della sinistra, coerentemente, è stata subito solidale con il ministro. Con l’eccezione significativa di Marco Rizzo, presidente onorario dei Comunisti italiani, che ha avanzato il sospetto che la rimozione di Vannacci sia piuttosto legata, in realtà (come il suo esilio da comandante della Folgore a direttore dell’Istituto Geografico Militare) ai due esposti presentati dal generale in cui denunziava l’uso di uranio impoverito durante le missioni all’estero a cui ha partecipato.

 Quel che è certo è che gli italiani, che avevano votato in maggioranza per la destra alle elezioni politiche, hanno sancito il successo editoriale del libro. «Il mondo al contrario», anche sospinto dal vento delle polemiche, è balzato al primo posto nella graduatoria delle vendite estive, mentre il suo autore è stato subissato di interviste e di inviti a trasmissioni televisive.

 Niente di nuovo sul fronte della destra

Ma che cosa dice il libro? Esso costituisce una denunzia di quello che considera un vero e proprio assalto alla normalità e al buon senso, compiuto in questi anni in nome di minoranze che non vi si inquadrano e che vogliono la prevalenza del marginale sulla norma generale. Emblematico, secondo l’autore, il caso della cultura che oggi equipara i legami tra omosessuali e transgender a quelli “naturali” tra uomo e donna.  

 Vannacci non contesta la liceità delle pratiche omosessuali, non contesta il rispetto dovuto anche agli omosessuali e i diritti recentemente acquisiti – ivi incluse, lo dice esplicitamente, le unioni civili. Ciò che rifiuta è la pretesa di essere riconosciuti come “normalità”, ossia in tutto e per tutto alla pari e intercambiabili con l’unione eterosessuale. «Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione!».

A dispetto delle tre lauree conseguite, il linguaggio del generale risente a volte pesantemente del clima della caserma. Come quando, proprio a proposito degli omosessuali, si lamenta di non poter più usare tanti bei vocaboli che andavano invece di moda una volta: «Pederasta, invertito, sodomita, finocchio, frocio, ricchione, femminiello, culattone sono ormai termini da tribunale, non ci resta che chiamarli gay importando un’altra parola straniera nel nostro lessico italiano». O come quando sottolinea che a differenziare uomo e donna è il «batacchio» che si trova fra le gambe del primo e di cui è sprovvista la seconda.

 Niente di nuovo, insomma, rispetto a una mentalità diffusa in passato e ancora presente in molti ambienti, in cui ad essere dominante era soprattutto il disprezzo verso chi era diverso – le maledette minoranze, che ora invece hanno preso il sopravvento e schiacciano le persone “normali”.

 Tra queste minoranze non potevano mancare gli immigrati. «Ma non prendiamo la migrazione come una fatalità alla quale ci dobbiamo arrendere, è una balla madornale!». Sembrava inserirsi in questo contesto anche la battuta sul colore della pelle della pallavolista Paola Egonu, di origini nigeriane, ma a pieno titolo cittadina italiana, di cui Vannacci sottolinea nel libro che «i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità che si può invece scorgere in tutti gli affreschi, i quadri e le statue che dagli etruschi sono giunti ai giorni nostri». Anche se poi in un’intervista, ha precisato che la Egonu «non solo è bravissima, ma è anche molto intelligente perché non si è lamentata. È giustissimo che giochi con l’Italia».

 Sulla stessa linea l’esaltazione indiscriminata della legittima difesa privata: «Come si può limitare il diritto alla difesa della propria abitazione e della propria famiglia? (…) Il danno (la morte del ladro) qualora ci fosse, ed anche la perdita della vita, nei casi più estremi, sarebbe da considerarsi auto-procurato (…). Perché non dovrei essere autorizzato a sparargli, a trafiggerlo con un qualsiasi oggetto mi passi tra le mani o a catapultarlo giù dalle scale o dalla finestra dalla quale sta tentando di entrare e renderlo per sempre inoffensivo?». 

 Insomma, siamo davanti a un repertorio di luoghi comuni del pensiero e del linguaggio leghista. Non c’è da stupirsi che Salvini abbia offerto la propria piena solidarietà al generale, che, come possibile candidato della Lega, alle prossime elezioni europee, potrebbe garantire al Carroccio un recupero di voti a destra.

 Resta da chiedersi se, dopo la spontanea reazione negativa di Crosetto, la Meloni si ricorderà di aver finora in sostanza avallato questa linea e tornerà ad uniformarsi ad essa, anche per non rischiare di perdere consensi, o se avrà il coraggio di cercare piste nuove, che vadano al di là di questa stanca rimasticatura di vecchi slogan.

 Per il bene dell’Italia, che ha urgente bisogno di trovare finalmente una vera cultura “di destra” (così come ce ne vorrebbe una “di sinistra”, anch’essa latitante), non possiamo che augurarci che si verifichi questa seconda ipotesi.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale Cultura Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu


 

PER UNA PATERNITA' AUTENTICA

Giovani alla ricerca 

di «paternità» autentica

-         di Paolo Giulietti *

 Ho vissuto la Gmg con i miei giovani, condividendo con loro quasi tutto, momenti quotidiani e straordinari. Sintetizzare l’esperienza non è facile, perché esistono grandi differenze tra i percorsi umani e spirituali di ciascuno di essi.

Confesso però di essere rimasto molto colpito dall’impatto delle parole di papa Francesco su di loro: discorsi semplici, elementari, quasi da catechismo della prima comunione: «Gesù ti vuole bene, non ti giudica, cammina con te sempre, ti aiuta a impegnarti per fare della tua vita qualcosa di bello, nonostante tutto». Parole – si direbbe – banali, eppure accolte con grande attenzione e anche commozione. Parole evidentemente desiderate, perché rare, espressione di una paternità affettiva e incoraggiante di cui le nuove generazioni mostrano di avere un disperato bisogno. Riporto quindi da Lisbona l’impressione di una diffusa orfanità umana e spirituale di tanti ragazzi e ragazze, in alcuni soggetti addirittura sconcertante. Che manchino gli adulti lo si vede da tante piccole cose, relative alla gestione quotidiana, alle reazioni dinanzi alle difficoltà, all’andamento delle relazioni... Lo si coglie nei racconti di ciò che vivono a scuola, in famiglia, in parrocchia... dove è forte – anche se non sempre consapevole – la percezione di essere, da parte degli adulti, più giudicati che accompagnati, più intrattenuti che educati, più blanditi che amati; di avere più complici infidi che padri affidabili. Lo si coglie nel sorprendente attaccamento alle figure adulte capaci di incarnare una paternità autentica, anche e forse soprattutto nel richiamare esigenze e responsabilità. Questa Gmg ci ha mostrato che camminare con i giovani implica saper incarnare la proposta cristiana in uno stile di autentica vicinanza e dedizione e con parole che vadano al cuore, poiché nascono da un’effettiva comunicazione. Appunto da padri.

Tutto questo è molto sfidante, perché chiede alle nostre comunità – non solo agli “addetti ai lavori” – di recuperare un’attitudine generativa che culturalmente appartiene sempre meno a noi adulti, anche nella Chiesa. Il frutto dell’individualismo imperante, infatti, non può che essere la sterilità, perché ogni forma di generazione comporta una qualche abdicazione rispetto alla sovranità dell’ego. L’individualismo si esprime a volte anche come difesa “corporativa” di interessi, tradizioni, modi di fare... sui quali ci si adagia, anche nelle parrocchie, ma che non risultano accoglienti o interessanti per le nuove generazioni.

Papa Francesco richiama da tempo la necessità di diventare quel “villaggio educante” di cui i giovani hanno bisogno per trovare la propria strada nel mondo. La semplicità delle sue parole e del suo stile ci interpella a divenire capaci di una siffatta paternità.

 È evidente che la comunità cristiana deve fare seriamente i conti con una società non più cristiana, in cui si assiste a un processo di “esculturazione” della fede (Hervieu-Léger). È però altrettanto evidente che il linguaggio della prossimità, della dedizione e del disinteresse continua ad avere un impatto decisivo sui giovani, capace di far emergere la convenienza con l’umano della proposta cristiana. In estrema sintesi, la Gmg è un evento in cui la Chiesa vive per una decina di giorni mettendo i giovani al centro, cioè, investendo tempo, soldi, competenze, attenzioni… tutti su di loro. Ma – mutatis mutandis – non dovrebbe essere sempre e dovunque così?

*Arcivescovo di Lucca

www.avvenire.it


venerdì 25 agosto 2023

SOCIAL e DEMOCRAZIA


 Crepet “Social sembrano una democrazia, 
ma lo sono in parte”

 Perché i social sembrano una democrazia, ma in realtà lo sono solo in parte secondo Paolo Crepet. “Contano le competenze”, avverte lo psichiatra e sociologo.

 

-        di Silvana Palazzo

 

Tra i tanti mali del presente c’è senza dubbio la continua violenza dei giovani. Per lo psichiatra Paolo Crepet c’è una spiegazione: sono degli impotenti. «Ogni bullo è un impotente nel senso che, non avendo altri strumenti di idee, comportamenti o di interessante nella vita, si adatta a demolire l’altro». In quella demolizione degli altri ipotizza una crescita che in realtà non c’è. Ne parla a La Nazione, prendendo posizione anche sull’uso dei social, uno strumento democratico solo all’apparenza. «Con i social tutti possono avere voce. Sembrerebbe una vera democrazia. Ma la democrazia è davvero far parlare tutti? In parte sì – spiega Crepet -. Ma allora vuol dire che tutti hanno le stesse competenze? Evidentemente no».

 All’alba di una nuova trasformazione digitale, rappresentata dall’intelligenza artificiale, bisogna allora interrogarsi. «D’ora in poi, chi dirà la verità, un algoritmo? Io credo che, prima di tutto, si debba tener fermo il principio delle competenze». Nell’intervista Crepet spiega anche il motivo per il quale alle sue conferenze il tutto esaurito è la normalità: «Io non pettino le persone per il verso del pelo, non le consolo».

 CREPET “IL PERICOLO È NELLA RASSEGNAZIONE”

 Alle conferenze di Paolo Crepet ci sono genitori che hanno bisogno di consigli per educare meglio i figli e chi scopre di aver sbagliato tutto. «E quindi è un momento catartico», riflette lo psichiatra e sociologo a La Nazione. Incontra così tanta gente, questo lo porta a pensare che abbiano bisogno di una guida e che siano alla ricerca di una speranza, «forse perfino una luce che accenda i cuori di giovani e meno giovani». Per Crepet c’è sete e fame di parole e pensiero. Il suo consiglio è di cercare la propria unicità, di essere ambiziosi e sognare. «Il pericolo è nella bonaccia delle emozioni, nella rassegnazione, è in chi semina accidia e smarrimento come se fosse la regola del più aggiornato marketing dell’esistenza».

Opporsi a questo è la sua missione. «Mi sbalordisco dell’imbecillità della gente quando pensa che, se i figli non hanno fatto le 7 di mattina ubriachi, non sono “à la page”, che costruirsi un futuro è faticoso, come se l’unica cosa sensata della vita fosse dilapidare un capitare ereditato. Tutto questo non ha un senso».

A tutto questo Crepet si ribella come uomo, professionista e intellettuale.

 

Il Sussidiario

IL TAR e L' ALUNNA BOCCIATA

 «Ferita l’alleanza educativa»

Bocciata con sei insufficienze, di cui una grave, una studentessa di prima media non perderà l’anno dopo l’accoglimento del ricorso della famiglia. Secondo i magistrati, la scuola doveva fare di più per permetterle di recuperare. 

Casertano (Pedagogia dei Talenti): «Sono state valutate le sue difficoltà?» 

«Occorre responsabilizzare i genitori», avverte Valditara

 

-     -    di PAOLO FERRARIO

 Chi decide se uno studente deve essere bocciato, gli insegnanti o i giudici? E quando si arriva al Tribunale, cosa resta dell’alleanza educativa tra famiglia e scuola? Sono le domande che fanno da cornice alla vicenda della ragazzina di prima media dell’Istituto comprensivo statale Tivoli V, prima bocciata dal collegio docenti, con sei materie insufficienti, di cui una grave e poi “promossa” in seconda dal Tar del Lazio, a seguito del ricorso presentato dai genitori. Una vicenda non nuova che, però, riporta in primo piano la “funzione” della scuola e il rapporto centrale con la famiglia, per un’alleanza educativa che, nel caso di Tivoli, pare proprio irrimediabilmente consumata. «Quando la giustizia entra nel merito dell’operato di un collegio di insegnanti siamo già davanti ad una ferita nella comunità educante», ricorda Danilo Casertano, maestro di strada e ideatore della Pedagogia dei Talenti.

In questo caso, la contrapposizione è anche tra gli insegnanti e i magistrati amministrativi. Se per i primi, infatti, l’impegno della ragazzina si è rivelato «scarso e inadeguato sia nell’esecuzione dei compiti che nello studio», pur in presenza di una «frequenza regolare » e di un comportamento «buono», per il Tar la scuola non ha messo a disposizione dell’alunna «sistemi di ausilio e di supporto per il recupero». In sostanza, secondo i giudici i professori non avrebbero considerato il percorso della studentessa dall’inizio alla fine: «L’alunna, dal primo mese di scuola fino al termine delle lezioni, ha visto incrementare le proprie conoscenze e migliorare i propri voti», scrivono i giudici nella sentenza. Proprio per questo, a giudizio della magistratura amministrativa, gli stessi insegnanti avrebbero dovuto attivarsi per permettere all’alunna di recuperare. Giudizio in linea con l’orientamento espresso dal Consiglio di Stato (Sentenza 638 del 20 gennaio 2021), secondo cui, alla scuola media, la regola è la promozione e la bocciatura «un’eccezione». Una misura estrema da attivare quando tutte le altre strade sono state percorse. È stato così per la studentessa di Tivoli?« Bisogna leggere la sentenza per entrare nel merito della situazione specifica delle persone coinvolte, che sono sempre molto più articolate e ampie di quello che voti possono esprimere – avverte Casertano –. Ci sono disturbi specifici di apprendimento? Neuro diversità da valutare? Uso di proposito la parola merito più volte proprio perché quello che suscita una vicenda come questa porta troppo pericolosamente alla contrapposizione tra la scuola seria e quella dei buoni sentimenti». Una dicotomia che non fa il bene della scuola e che genera soltanto «caos», secondo Casertano. Che sollecita «un ripensamento di sistema », nell’ottica del rilancio della comunità educante. « La famiglia è la prima comunità dove si educa ma da sola non consente il pieno sviluppo delle capacità di ognuno – chiosa l’esperto di educazione. La scuola è quella comunità che accoglie le famiglie per andare insieme a educare i futuri cittadini della polis. Dobbiamo trovare i modi per farlo insieme altrimenti ci troveremo sempre più tutti contro tutti». Una deriva da scongiurare anche per il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, intervenuto sulla vicenda: «Occorre una responsabilizzazione dei genitori all’interno dell’alleanza educativa che non deve contrapporre famiglie e scuola nell’interesse innanzitutto dei giovani», ha detto. Entrando nel merito del “caso” di Tivoli, Valditara a annunciato l’intenzione di «leggere attentamente la sentenza del Tar del Lazio, per appurare se ci sono stati difetti procedurali nel percorso che ha portato a una bocciatura votata all’unanimità, oppure se il pronunciamento che ha annullato quanto deciso dai docenti è frutto di un indebito giudizio nel merito del provvedimento».

Proprio per «definire norme più stringenti affinché, nel rispetto dei diritti di ogni cittadino e fatte salve le verifiche sulla regolarità delle procedure, non vengano messe in discussione valutazioni puramente tecniche che presuppongono specifiche competenze interne all’ordinamento scolastico», il Ministro ha «costituito un gruppo di lavoro composto da esperti nel diritto scolastico e nella giurisprudenza amministrativa ». Sulla peculiarità del lavoro educativo affidato agli insegnanti, è intervenuta la sottosegretaria all’Istruzione e al Merito, Paola Frassinetti, che, senza «mettere in discussione la sentenza del Tar del Lazio», riflette sulla «recente tendenza di contestare le decisioni delle istituzioni scolastiche attraverso mezzi legali». « La valutazione del rendimento degli studenti – ricorda Frassinetti – è un compito delicato, affidato ai docenti che li seguono durante il percorso, basandosi sulla propria esperienza e sulla conoscenza approfondita dei progressi degli alunni all’interno del contesto scolastico-didattico. In alcuni casi – osserva la sottosegretaria – il ripetere un anno potrebbe costituire un’opportunità preziosa per la crescita formativa e personale dell’alunno. È importante che genitori, insegnanti e studenti stessi collaborino per prendere decisioni che favoriscano al meglio il loro sviluppo», è l’appello finale.

Di «messaggio sbagliato e diseducativo », parla, invece, il deputato della Lega Rossano Sasso, già sottosegretario all’Istruzione del governo Draghi, ora capogruppo in commissione Cultura, Scienza e Istruzione. Per l’esponente del Carroccio, «con questa decisione, i giudici amministrativi hanno messo in discussione l’autorevolezza dei docenti che hanno seguito l’alunna per un anno e hanno legittimato un atteggiamento di disimpegno, suggerendo che non sia necessario fare sforzi perché si può ottenere lo stesso risultato». E di «sentenza vergognosa» parla, infine, il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, che sottolinea il «messaggio diseducativo ai ragazzi e alle famiglie », lanciato dal Tar laziale.

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SENSO COMUNE e INTELLIGENZA ARTIFICIALE


 Il senso comune 

non abita in ChatGpt

L’impossibilità per i sistemi di IA di accedere al significato di quanto elaborano li rendi “disumani”.  L’alienazione di chi li deve addestrare acuisce il problema.

 Alla macchina manca il corpo, dunque il suo apprendimento si basa soltanto sulle parole.  Per ovviare a ciò non basta aumentare la quantità di testi, specialmente se sono generati da altri programmi IA

 

-         di VINCENZO AMBRIOLA

 «Papà, cos’è un sicomoro? » Molti di noi non saprebbero rispondere a questa domanda. Forse qualcuno sa che è un albero, per il passo evangelico di Zaccheo. E poi per aver letto L’ombra del sicomoro di John Grisham. I più cool potrebbero ricordarsi di Down by the sycamore tree, uno famoso brano jazz di Stan Getz. Ma quanti sarebbero in grado di riconoscere un sicomoro in un orto botanico? Nella nostra mente le parole sono collegate sia a esperienze vissute nel mondo reale tramite i cinque sensi che ad altre parole, in quella che costituisce un’enorme rete semantica gestita da miliardi di neuroni e sinapsi che li collegano. La parola sicomoro, se presente in questa rete, potrebbe essere collegata ai concetti di albero, libro o jazz. Ecco perché sapremmo rispondere a una bambina curiosa.

 L’intelligenza artificiale generativa, quella che sta alla base del funzionamento di ChatGpt e di tanti altri sistemi simili, funziona collegando le parole tra loro, con una fase di addestramento che richiede un’enorme quantità di testi. Le parole sono analizzate nelle frasi in cui compaiono, calcolando la probabilità che siano associate ad altre parole. Quando l’utente dialoga con il sistema di intelligenza artificiale, la risposta viene costruita usando la rete neurale presente al suo interno, parola dopo parola secondo un procedimento che usa anche un po’ di casualità. Formulata in due istanti diversi, la stessa domanda può dar luogo a una risposta diversa. La sostanziale differenza che esiste tra questi sistemi e la mente umana è l’assenza di informazioni che provengono dalla realtà e la totale dipendenza dalle parole usate durante il loro apprendimento. Praticamente è una conoscenza a-sensoriale combinata con una manipolazione delle parole (trattate come simboli astratti) prevalentemente statistica. L’interazione con la realtà è quindi ciò che caratterizza noi umani e che trasforma un continuo flusso informativo in conoscenza, codificata verbalmente. Gran parte di questa conoscenza costituisce il “senso comune”, un patrimonio trasmesso di generazione in generazione che ci consente di sopravvivere nell’ambiente che ci circonda e di interagire con gli altri esseri umani, condividendo il senso profondo delle parole. Parole che per noi non sono solo simboli, ma marcatori semantici della realtà. Da sempre il senso comune è stato ed è oggetto di studio e di ricerca. Lo sviluppo dell’informatica è strettamente legato ai tanti modi possibili di catturarlo e rappresentarlo nelle cosiddette ontologie e di usarlo nei sistemi di ragionamento automatico deduttivo, induttivo e abduttivo. Dai tempi di Aristotele, la logica rappresenta la massima sfida concettuale per l’umanità.

 «Possiamo sapere più di quanto possiamo dire», così scriveva Michael Polanyi nel saggio La conoscenza inespressa del 1966, in cui presentava la sua ricerca sulla conoscenza implicita o tacita. In un periodo fortemente influenzato da un approccio razionalista, dalla nascita dei calcolatori elettronici e dalle idee di Alan Turing, Polanyi metteva in discussione la possibilità che un essere umano potesse avere un completo ed esplicito controllo di tutto ciò che conosceva. Una posizione forte e ortodossa, che rigettava il progetto di codificare formalmente la conoscenza per poi usarla in un ambito computazionale.

 I sistemi di intelligenza artificiale generativa non possiedono l’equivalente del senso comune né, tantomeno, una conoscenza implicita di ciò che hanno imparato. A loro il senso comune non servirebbe per la sopravvivenza e, soprattutto, non può essere acquisito mediante un apparato sensoriale di cui sono privi. Imparano solo mediante le parole usate nella fase di addestramento e interagiscono con gli umani solo mediante queste parole. Non sono in grado di farci commuovere con uno sguardo o tranquillizzarci con una carezza. Per fare ciò dovrebbero avere un corpo, ma allora sarebbero dei robot e non dei bot conversazionali. In un recente articolo, Christopher Richardson e Larry Heck descrivono lo stato dell’arte dei progetti di ricerca che hanno l’obiettivo di aggiungere il senso comune nei sistemi di intelligenza artificiale generativa. La conclusio-ne, negativa, di questo studio non lascia dubbi quando afferma che «gli attuali sistemi esibiscono limitate capacità di ragionamento basato sul senso comune ed effetti negativi sulle interazioni naturali». Addestrare un sistema IA usando una grande quantità di testi non è sufficiente. La rete neurale al suo interno può essere confusa da relazioni tra parole che producono risposte senza alcun senso (comune), chiamate anche allucinazioni. Si rende necessaria un’ulteriore attività di addestramento. In numerose parti del mondo (Kenya, Nepal, Malesia, Filippine, India), centinaia di migliaia di individui passano la loro giornata davanti allo schermo di un computer, interagendo con il sistema, correggendo le sue risposte, identificando le allucinazioni. Un lavoro noioso e ripetitivo, spesso sottopagato e ai limiti della sopravvivenza economica. Nel 2007, Fei Fei Li, allora professoressa a Princeton ed esperta in IA, dichiarò che per migliorare la qualità del riconoscimento delle immagini sarebbe stato necessario etichettarne manualmente milioni e non qualche decine di migliaia. Aveva ragione e la sua strategia ha causato una nuova primavera per l’intelligenza artificiale.

 La natura dell’uomo vuole la persona al controllo delle macchine e non assoggettata al loro dominio. Un gruppo di ricercatori della Rice University ha recentemente scoperto che gli umani incaricati di addestrare i sistemi IA, per alleggerire un procedimento operativo ripetitivo e noioso, utilizzano, però, proprio questi stessi sistemi, violando in un certo senso le indicazioni ricevute. In pratica, le indicazioni fornite dagli addestratori sono generate “sinteticamente” dai sistemi che loro stessi stanno addestrando, in ciò che metaforicamente possiamo chiamare un “incesto informatico” che potrebbe lentamente degradare la qualità della rete neurale addestrata. Lo stesso problema si incontra quando si crea un nuovo sistema IA, utilizzando testi provenienti da internet, sempre più generati da altri sistemi AI.

 L’intelligenza artificiale generativa è ancora nella sua primissima infanzia e, come tale, è destinata a crescere ed evolvere. L’addestramento basato su testi prodotti da umani la rende inevitabilmente simile all’uomo. L’enorme potenza di calcolo ce la fa percepire come sovrumana, quando ad esempio riesce a svolgere compiti che per noi sarebbero inconcepibili in termini di quantità di calcoli. L’assenza di senso comune ne rivela, tuttavia, l’intrinseca e inevitabile disumanità. Al momento attuale l’ipotesi più probabile è che l’AI diventi sempre più sovrumana (aumento della conoscenza e delle prestazioni) ma anche sempre meno disumana (evoluzione degli algoritmi, gestione del senso). Sullo sfondo resta l’ipotesi che a un certo punto possa emergere una qualche forma di coscienza artificiale che la renderebbe addirittura autonoma.

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