giovedì 24 giugno 2021

UNA SANA LAICITA'

 


Ddl Zan, la sana laicità 

che assicura le giuste libertà della Chiesa e di tutti

Caro direttore, ci risiamo: l’assenza di laici responsabili e maturi nella scena politica del Paese, fa sì che debbano intervenire le gerarchie ecclesiastiche su temi particolarmente sensibili. Prima i vertici della Cei poi la Segreteria di Stato vaticana hanno di fatto suonato un campanello di allarme, indicando i rischi connessi all’attuale formulazione della proposta di legge Zan contro l’omotransfobia. Purtroppo, come sembra, tali interventi vengono anche fraintesi e, per dirla tutta, si espongono al fraintendimento, il che non accadrebbe se a metterli in campo fossero dei laici credenti ( christifideles laici, secondo la dicitura cara a Giovanni Paolo II). Con i suoi campanelli di allarme, la Chiesa esercita il suo ruolo profetico di fronte alla società e al pensiero in essa dominante.

Sul piano diplomatico, l’intervento mi sembra decisamente legittimo. Come con la diplomazia interveniamo su regimi che negano la libertà delle persone, i quali a loro volta ritengono 'ingerenza' la difesa dei diritti umani, così, la Segreteria di Stato vaticana ha tutto il diritto di rivolgersi ai propri interlocutori diplomatici a livello istituzionale. Chi ritiene che l’occasione possa essere propizia per recedere dal Concordato, considerato clerico- fascista, si pone in opposizione a una realpolitik, che magari viene invocata in altri ambiti geopolitici.

Il vero problema sta altrove. I laici cristiani politicamente impegnati dovrebbero far riflettere sul fatto che, oltre il Parlamento, in Italia, esiste una Corte costituzionale, la quale sarebbe comunque chiamata a esprimersi, qualora rispetto a una legge si insinuasse il dubbio della incostituzionalità. E ciò prima ancora di intraprendere guerre di religione o battaglie 'ideologiche'. Per quel che posso comprendere da profano, ma comunque cittadino e credente, il contenzioso si può ridurre a due motivi fondamentali. Il primo e più eclatante riguarda il reato di opinione e l’eventuale attentato che il dettato della legge porrebbe di fronte alla libertà di pensiero. Non dimentichiamo che l’illuminismo intollerante ha prodotto martiri proprio in nome di tale libertà, che non è stato capace di rispettare e riflettere fino in fondo. Se davvero fossimo in tale situazione, la Corte costituzionale dovrebbe fare il suo dovere per richiamare i diritti fondamentali delle persone e dei gruppi. Ma ciò potrà avvenire solo a legge approvata. Nel frattempo, il miglior modo di suscitare il dibattito è quello di dialogare con i soggetti della politica, evitando anche che la posizione dell’autorità ecclesiastica venga strumentalizzata da forze che, in altri contesti, negano diritti umani fondamentali.

Il secondo ambito riguarda la 'giornata' contro l’omotransfobia nelle scuole, cui dovrebbero aderire anche quelle di ispirazione cattolica. Est modus in rebus, perché qui sono chiamati in causa gli organi collegiali delle istituzioni scolastiche, che possono organizzare tale esperienza nei modi che ritengono più opportuni in relazione al progetto educativo della comunità educante stessa. Ed anche qui il ruolo dei laici è determinante.

Proprio chi si scaglia contro il Concordato in una circostanza come questa rischia, suo malgrado, di fomentare quella 'guerra di religione', di cui, oggi come oggi, nessuno sente il bisogno.

*Giuseppe Lorizio, Università Lateranense

RISPOSTA DEL DIRETTORE DI AVVENIRE, MARCO TARQUINIO:

Le riflessioni di un gran teologo come te, caro don Pino, anche su materie delle quali ti dichiari 'profano', sono sempre straordinariamente utili e profonde. Te ne sono grato. E le accompagno con tre considerazioni ulteriori, che danno per lette le molte altre sviluppate sulle nostre pagine in questo lungo anno di civile dibattito sul cosiddetto ddl Zan, purtroppo prevalentemente extraparlamentare e, su tanti altri media, piuttosto asfittico o pregiudizialmente condiscendente con i più allarmanti contenuti di quel testo.

La prima considerazione è che non sono mancati 'solo' laici credenti responsabili e maturi, ma statisti o almeno politici decentemente lungimiranti. Capaci, cioè, di capire quali meccanismi e percorsi stessero mettendo o mantenendo in moto e quali delicatissimi problemi riuscissero a creare con un testo che – lungi dall’essere al 100 per cento contro l’omotransfobia e pienamente rispettoso della sana (e altrettanto rispettosa) libertà di pensiero tutelata dalla Costituzione – si è trasformato in un carrozzone sul quale si è caricato di tutto, anche i reati contro le donne e le persone disabili, pur di introdurre nel nostro sistema normativo un concetto di 'identità di genere' vago e cangiante e diverso dalle nozioni di 'sesso' e di 'genere'.

La seconda considerazione è che in questi mesi, fuori dal Parlamento, si è creato non soltanto un fronte del sì a ogni costo anche in Senato al ddl Zan così com’era stato approvato dalla Camera, ma anche una... libera coalizione di idee tra giuristi, ecclesiastici, accademici, intellettuali, docenti, giornalisti, persone di ogni estrazione e occupazione, credenti e non credenti, cattolici e femministe, di diversa tradizione politica e culturale, ma ugualmente impegnati per fare in

modo che una legge che desse anche emblematicamente nome all’aggravante per i reati di omotransfobia ci fosse epperò non perseguisse altri obliqui e preoccupanti fini. Impegno pochissimo amato, ostentatamente ignorato e riconosciuto o contestato solo in chiavetta tattica da chi puntava, invece, alla radicalizzazione dello scontro.

Ora, a vedere il bicchiere mezzo pieno, s’è aperta una fase diversa. C’è un 'tavolo' in Senato, attorno al quale ci si è ripromessi di lavorare per rendere accettabile da tanti, e se possibile da tutti, una norma che dovrebbe essere motivo di unione contro reati odiosi e non di veemente contrapposizione e di rischiosi scivolamenti illiberali. Potrebbe aiutare a percorrere questa strada virtuosa proprio la notizia – trapelata ieri e non confermata ufficialmente dalla Santa Sede, ma di fatto dallo stesso premier Draghi (che oggi parlerà del tema in Parlamento) – della nota della Segreteria di Stato vaticana che segnala al Governo italiano le lesioni che alcune norme previste dal cosiddetto ddl Zan minacciano di portare alle libertà che l’Italia, con i patti conosciuti come Concordato, assicura anche alla Chiesa. La mia terza e ultima considerazione è questa. Le libertà tutelate dal Concordato Stato-Chiesa sono una preziosa e specifica applicazione di laiche libertà che sono fondamentali per tutti nell’espressione di legittime visioni e opinioni, nell’insegnamento, nell’organizzazione di reti associative e, nel caso di comunità religiose, di riti. Hai perciò perfettamente ragione, illustre e caro don Pino, non ci sono da indire 'guerre di religione' (anche se più di qualcuno si sta già dando da fare per riattizzarle), ma c’è una pace da consolidare. Ognuno faccia la sua parte con senso politico (e non solo partitico), onestà intellettuale e sana laicità.

www.avvenire.it

mercoledì 23 giugno 2021

EUROPA: SCUOLA AL CENTRO

 


A Catania il #G20 Istruzione, Bianchi: “Ora alleanza globale: scuola resti al centro delle politiche di rilancio nel dopo pandemia”

Lotta alla povertà educativa, confronto e analisi delle esperienze di didattica attivate durante la pandemia, cooperazione internazionale nell'ambito dell'educazione, potenziamento del rapporto fra istruzione e lavoro. Questi i temi al centro dell’incontro dei Ministri G20 dell'Istruzione a Catania. A presiedere i lavori il Ministro dell'Istruzione italiano, Patrizio Bianchi.

“Da Catania lanciamo un’alleanza globale per far sì che il post-pandemia continui a vedere la scuola protagonista”, dichiara il Ministro. “In questi mesi la scuola è tornata al centro del dibattito nazionale e internazionale. La sua importanza, durante la crisi che abbiamo vissuto, è riemersa con forza. A Catania abbiamo ribadito che dovrà restare al centro delle politiche di rilancio nella fase di uscita dall’emergenza. Servono investimenti maggiori e mirati affinché tutte le ragazze e tutti i ragazzi trovino risposte sul piano educativo. Dobbiamo fare in modo che nessuno resti indietro. L’Italia ha un piano ambizioso, il Pnrr, che attueremo rapidamente. Perché la scuola è lo strumento più potente che abbiamo per garantire uno sviluppo solido, equo, sostenibile”.

I Ministri del G20 che hanno preso parte alla riunione, in presenza e in collegamento, hanno ribadito l'importanza di mettere l'istruzione al centro dell'agenda politica internazionale, come risposta strategica alla crisi globale generata dall'emergenza sanitaria e di avviare iniziative per garantire un'istruzione inclusiva per tutte e tutti, promuovendo la parità di genere e contrastando ogni tipo di discriminazione.

Nella dichiarazione finale, i Ministri hanno ribadito l'impegno a “non lasciare indietro nessuno”. Sul fronte della povertà educativa, in particolare, acuita dalla pandemia, i Paesi G20 intendono promuovere l’adozione di misure di tipo preventivo, ovvero azioni che affrontino alla radice il problema dell'esclusione, interventi mirati rivolti ai bisogni degli studenti e azioni compensative, come l’offerta di differenti opportunità a coloro che hanno lasciato la scuola o hanno subito significative perdite di apprendimento. Nella convinzione che assicurare un pari accesso a tutti i livelli e a tutte le tipologie di formazione, lungo il corso della vita, sia necessario, poiché l'Istruzione è uno dei capisaldi della crescita sostenibile.

Guardando ai mesi della crisi sanitaria, i Ministri dell’Istruzione del G20 hanno sottolineato il ruolo insostituibile della didattica in presenza, riconoscendo al contempo l'importante contributo delle tecnologie alla continuità didattica durante la pandemia.

Nel pomeriggio, inoltre, i Ministri dell’Istruzione e del Lavoro si sono riuniti in sessione congiunta per affrontare il tema della transizione dall’istruzione al lavoro, nodo centrale per una ripresa economica e sociale sostenibile e inclusiva. In particolare, i Paesi del G20 hanno sottolineato la necessità di impegnarsi per promuovere azioni a favore della parità di genere e dell'inclusione delle ragazze e dei ragazzi più vulnerabili, per garantire pari accesso a un lavoro di qualità e dignitoso per tutte e tutti.

Documenti Allegati

  • G20 Education Ministers’ Declaration

  • G20 Joint Education and Labour and Employment Ministers’ Declaration

 

www.istruzione.it

martedì 22 giugno 2021

C'E' BISOGNO DI FAR FESTA


Conferenza stampa di presentazione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani e del messaggio del Santo Padre

 

"Dopo un anno così difficile c’è davvero bisogno di fare festa, insieme, nonni e nipoti, giovani ed anziani." Con queste parole il card. Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha introdotto la conferenza stampa di presentazione della prima Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani che sarà celebrata quest'anno, per la prima volta, il 25 luglio.

Il Prefetto ha indicato nella tenerezza la parola chiave della celebrazione della Giornata: quella nei confronti degli anziani cui – come ha scritto il Santo Padre nel suo messaggio – il virus “ha riservato un trattamento più duro”, ma anche quella dei nonni nei confronti dei loro nipoti. Del resto in un periodo in un tempo in cui "ci siamo abituati a vivere da soli, a non abbracciarci, a considerare l’altro un pericolo per la nostra salute. […] La tenerezza può diventare un modo di essere".

Uno degli aspetti più significativi del messaggio del Santo Padre è il fatto che esso sia rivolto in maniera diretta e personale ad ogni nonno e ad ogni anziano. Il card. Farrell lo ha definito "affettuoso ed esigente" poiché indica per gli anziani “una vocazione rinnovata in un momento cruciale della storia”. " Nella Chiesa, con papa Francesco, i nonni e gli anziani hanno un posto d’onore".

Vittorio Scelzo, incaricato per la pastorale degli anziani del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha illustrato le modalità con le quali la Giornata sarà celebrata. Mentre a Roma, il Santo Padre presiederà una messa in San Pietro il 25 luglio alle 10.00, il Dicastero invita ogni diocesi ed ogni parrocchia a dedicare una delle liturgie domenicali ai nonni ed agli anziani. Vittorio Scelzo ha poi invitato a fare in modo che il più gran numero di anziani possibile riceva il messaggio del Papa attraverso una visita. "La Giornata –ha detto – sarà un'occasione per vivere la Chiesa in uscita. Immaginiamo che i nipoti consegnino il messaggio del Santo Padre ai propri nonni e che i ragazzi delle nostre parrocchie e delle nostre comunità ecclesiali escano e vadano a cercare gli anziani soli del proprio quartiere per dir loro “Io sono con te ogni giorno”.

Monique Bodhuin, presidente di Vie Montante Internationale, ha sottolineato il legame tra la Giornata ed il primo Congresso Internazionale di Pastorale degli Anziani che il Dicastero ha organizzato nel 2020 ed ha poi affermato che "questa prima celebrazione dei nonni e degli anziani è solo un punto di partenza; porta con sé una dimensione di apertura al futuro".

Maria Sofia Soli, donna di 87 anni di Viva gli Anziani della Comunità di Sant'Egidio, ha spiegato come il messaggio del Santo Padre sia una chiamata anche per chi è avanti con gli anni: "Questo invito – lo dico con convinzione – esige un cambiamento da noi anziani, che spesso invece crediamo, a volte anche ostinatamente, di non poter più cambiare, di essere ormai quel che siamo, di non essere più utili a nessuno".

L'ultimo intervento, di Elena Liotta, anche lei della Comunità di Sant'Egidio, ha posto l'accento sul dialogo tra le generazioni. "Camminiamo a velocità opposte – ha detto Elena -, noi ci sentiamo l’inizio, loro sembrano la fine. Eppure, nell’amicizia con gli anziani ho trovato un tesoro".

  MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

  DECRETO PER L'INDULGENZA PLENARIA

  CARD. KEVIN FARRELL [EN]

  DOTT. VITTORIO SCELZO [IT]

  MONIQUE BODHUIN [FR]

  ELENA LIOTTA [IT]

  MARIA SOFIA SOLI [IT]



 

sabato 19 giugno 2021

MAESTRO, SALVACI !


 -         Vangelo della XII domenica del Tempo Ordinario - 

 -         Dal Vangelo di Marco (Mc 4, 35-41)

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

 Commento di don Oreste Benzi

I discepoli svegliano Gesù e gli dicono: «Chi siamo noi per te, se tu non ti interessi di noi?».
Hanno legato lo stare a cuore a Cristo all’essere salvati dalla bufera, dalla tempesta, e se lui non li salva vuol dire che non gli stanno a cuore. E il Signore come risponde? Subito, come fa tante volte, sta calmo, dà la risposta immediata del calmare la tempesta. Poi dice: «Ma perché siete così paurosi? Non sono nella stessa barca con voi? Non avete ancora fede?».
Egli ci inoltra nel mistero, non nella rispostina al tuo bisogno, perché qualsiasi bisogno Dio ti risolva tu non hai risolto la tua vita, la quale è risolta quando affronti l'esistenza in lui, con lui e per lui.

Gesù ti dice: «Se tu capisci che sono nella barca con te, accogliendomi e aprendoti a me vedi le cose con un cuore diverso, con altri occhi, ragioni con un altro modo di ragionare, hai altri sentimenti, e proprio perché ti metti in questa luce tu risolvi tutti gli altri problemi immediati che io non risolvo per te se non eccezionalmente».

Il mistero più grande, frutto della preghiera, è questo aprirci a Dio che è nella barca con noi.
Ti apri a Dio o preferisci rimanere chiuso in te stesso?

 

https://www.semprenews.it/news/Vangelo-di-domenica-20-giugno-2021.html



 

LA BARCA NELLA TEMPESTA


 
Segnali allarmanti 

Dopo un esordio folgorante, che ha visto papa Francesco acclamato da tutte le parti – anche se soprattutto dagli ambienti esterni alla Chiesa –, è venuto il tempo delle critiche sempre più aspre, prima da parte dei “conservatori”, poi anche dei “progressisti”, creando intorno al capo della Chiesa un isolamento ormai evidente.

Due fatti recenti sono la punta dell’iceberg. Il primo, più grave, sono le dimissioni del cardinale Marx, vescovo della più importante diocesi tedesca, Monaco di Baviera – dimissioni respinte da papa Bergoglio –, che, oltre a essere il riconoscimento di «fallimenti a livello personale»,  contengono  una denuncia di quelli «a livello istituzionale» e costituiscono, da questo punto di vista, un’implicita accusa nei confronti della conduzione della Chiesa. Il secondo fatto, assai meno rilevante, ma pur sempre significativo, è l’articolo pubblicato in questi giorni dallo storico Alberto Melloni, un esponente di spicco del cattolicesimo progressista, dove per la prima volta si mettono in luce più gli errori e i limiti di Francesco che non gli aspetti positivi del suo governo.

Dicevo che si tratta solo della punta dell’iceberg. In realtà, dietro la mossa del cardinale Marx, c’è la tensione tra le Chiese tedesche e il Vaticano su punti delicatissimi, come il celibato dei preti e il sacerdozio delle donne.  Una tensione che ha fatto parlare del pericolo di uno scisma, e alla cui luce le dimissioni del vescovo di Monaco potrebbero assumere il significato di una pressione sul pontefice perché prenda atto della insostenibilità della situazione attuale. Così come dietro l’articolo di Melloni c’è – al di là della fondatezza o meno delle singole critiche allo stile di governo di Francesco – tutta la delusione dei “progressisti” italiani per un pontificato carismatico, ma povero di risultati concreti in termini di riforme.

Esultano, naturalmente, i “conservatori”, che vedono finalmente realizzato il loro obiettivo di isolare papa Bergoglio e sottolineano con soddisfazione quello che essi sbandierano come un abbandono da parte dei suoi tradizionali sostenitori. Non è un caso che, sulla scia di Socci, riprendano a circolare in questi giorni, su giornali come «Libero», articoli che sostengono l’illegittimità della sua elezione: le dimissioni di Benedetto XVI sarebbero state nulle e sarebbe lui, perciò, non Francesco, l’unico vero capo della Chiesa cattolica.

I limiti e i (pretesi) errori di papa Bergoglio sono la causa dei problemi?

La barca di Pietro forse mai come in queste settimane appare scossa dai flutti tempestosi di una contestazione di cui sarebbe un errore minimizzare la portata e le motivazioni. È vero che papa Bergoglio si è rivelato assai più efficace come profeta che come governante e riformatore delle istituzioni ecclesiastiche. Il suo carisma, il suo stile innovatore – rivoluzionario, rispetto a quello dei suoi predecessori –, non sono bastati a far uscire la Chiesa da una situazione estremamente difficile, esasperata dalla pandemia, di cui sono sintomi allarmanti la demotivazione di molti presbiteri e il vistoso calo della partecipazione dei fedeli. C’è da chiedersi, tuttavia, se – pur prendendo atto di alcuni difetti caratteriali del pontefice, che lo hanno portato a prendere decisioni discutibili e a volte contraddittorie, soprattutto nella scelta dei suoi collaboratori – possiamo attribuire a lui i problemi di una Chiesa che sta faticando a trovare il suo equilibrio in un mondo in rapidissima trasformazione.

E poi, le soluzioni proposte sono sicuramente le migliori? Francesco ha deluso molti non avallando, dopo il Sinodo sull’Amazzonia, l’istituzionalizzazione del conferimento dell’ordine a persone sposate e il diaconato femminile. Ma sappiamo tutti che dietro queste richieste minimali c’è una forte pressione da parte di molti per l’abolizione dell’obbligo del celibato per i presbiteri e l’introduzione del sacerdozio per le donne. Sarebbe una decisa rottura con una tradizione secolare e Francesco non la vuole. Consapevole, peraltro, che essa renderebbe davvero inevitabile uno scisma da parte di quei settori della Chiesa che già oggi mordono il freno di fronte alle innovazioni in atto. Ricattare il papa mettendolo di fronte alla scelta tra due scismi non mi sembra una linea degna di credenti responsabili.

E poi, è così sicuro che queste innovazioni risolverebbero la situazione di crisi in cui la Chiesa effettivamente versa oggi? Coloro che, per sostenere l’abolizione del celibato dei preti, attribuiscono a quest’ultimo la piaga della pedofilia dei preti, hanno mai letto le statistiche secondo cui la grande maggioranza degli abusi sessuali su minori si verificano nell’ambito familiare e hanno come responsabili persone coniugate? E da dove risulta che le Chiese dove l’ordinazione presbiterale è stata estesa alle donne sono in grado di affrontare meglio le difficoltà dell’evangelizzazione nel mondo di oggi?

Questi interrogativi non possono far accantonare i problemi, ma dovrebbero indurre a un atteggiamento più pacato nei confronti delle esitazioni del papa. Soprattutto se si tiene conto dei grandi progressi che le sue prese di posizione nell’Evangelii gaudium, nell’Amoris laetitia, nella Laudato si’ – hanno determinato nella coscienza ecclesiale, facendole superare atteggiamenti consolidati di chiusura e di rigidezza (vi ricordate il tempo dell’ossessiva insistenza difensiva sui “valori non negoziabili”?) e riportandola ai punti essenziali del messaggio evangelico. Questo pontificato resta comunque una svolta decisiva e liberatoria e svalutarlo o attaccarlo non serve a nessuno che abbia a cuore il dinamismo creativo della tradizione, a cui Francesco ha dato un contributo determinante.

Le contraddizioni dei “conservatori”

La contestazione “dura e pura” serve invece a chi fin dall’inizio, identificando il rispetto della tradizione con il mantenimento delle formule e degli stili ecclesiali del passato, ha visto nelle posizioni innovatrici di papa Bergoglio una minaccia all’ortodossia. Ma anche qui un minimo di riflessione servirebbe a evidenziare le contraddizioni a cui si va incontro su questa strada. La prima, vistosa, è che si contesta l’autorità del papa in nome di una posizione che esalta l’obbedienza nei confronti della gerarchia. Si dirà che questo papa è eretico (c’è chi lo afferma). Ma questa critica, mossa dai fedeli, ha un senso solo per chi accetta il libero esame luterano, in base a cui ogni autorità può essere messa in discussione dal singolo credente sulla base della Scrittura. E i cattolici che la fanno propria sposano, senza rendersene conto, una linea ben diversa da quella di cui a parole sono difensori. Essi, perciò, non potranno obiettare nulla a coloro che, quando sarà eletto un altro pontefice, magari più vicino alle loro idee, in nome della propria coscienza gli rifiuteranno fedeltà e obbedienza.

Quanto a coloro che negano ancora oggi la legittimità dell’elezione di Francesco, si può far loro osservare che il primo interprete delle proprie dimissioni dovrebbe essere colui che le ha date, il papa emerito Benedetto XVI, che non ha mai mostrato di condividere la loro lettura. Per non dire che, se fosse vero quanto essi sostengono, ci troveremmo di fronte a una Chiesa da smantellare, con centinaia di vescovi e una forte percentuale di cardinali la cui nomina sarebbe da annullare… E chi la ricostruirebbe? È questa catastrofe che vorrebbero i “difensori della Santa Chiesa”?

Senza dire che vale anche per costoro la domanda che si faceva prima ai “progressisti”: ma è così sicuro che le difficoltà dell’evangelizzazione nel mondo di oggi dipendano da papa Francesco e non da situazioni storiche oggettive, che esigono pazienza e spirito costruttivo, piuttosto che polemiche astiose?

Forse sia ai “progressisti” che ai “conservatori” andrebbe raccomandato un maggiore senso di responsabilità. Che è quello che papa Francesco, pur con i suoi innegabili limiti, sta cercando di avere nella conduzione della barca di Pietro.  In ogni caso, preferisco avere lui al timone che qualcuno dei suoi critici, più bravi ad aggravare, con le proprie intemperanze, le difficoltà della traversata, facendole diventare una vera e propria tempesta, che non a contribuire al loro superamento.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

  

OLTRE LA PANDEMIA


RIPARTIRE 

DA RELAZIONI FORTI 

E AUTENTICHE

L’esperienza che abbiamo vissuto deve condurci ad un ripensamento del nostro modo di perseguire la felicità: un benessere individuale e collettivo che sia generativo.

L’occasione che si presenta è di sviluppare dentro di noi e nel mondo attorno a noi un nuovo spirito critico ed una vera capacità di resilienza trasformativa nei confronti del modello di vita cui eravamo abituati È necessario saper reinterpretare i valori economici dello sviluppo, degli assetti del welfare e delle politiche sociali

 

-         di CARLA COLLICELLI

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A più di un anno dall’inizio della pandemia siamo decisamente provati, ma anche relativamente consapevoli e attrezzati di fronte a molte delle sfide dell’emergenza sanitaria e lavorativa, dalla questione del contagio, alla campagna vaccinale, al lavoro a distanza e all’isolamento domestico. Una dolorosa convivenza, ma pur sempre una convivenza. Ma non possiamo dirci altrettanto consapevoli ed attrezzati rispetto alle dinamiche sociali innescate dalla pandemia ed alle conseguenze che la società sta subendo, sia in termini di appesantimento delle fragilità e delle disuguaglianze in molte frange sociali, che in termini di quella incertezza e di quell’ansia rispetto al futuro che attraversano trasversalmente tutto il corpo sociale. E poco ci aiutano da questo punto di vista i contenuti dei messaggi e della narrazione della crisi veicolati dai mass-media: una Infodemia infarcita di tratti di ridondanza e confusione informativa, di drammatizzazione ed allarmismo, e in alcuni casi di una retorica di falsa rassicurazione.

Ci rendiamo conto del fatto che l’emergenza eccezionale della pandemia ci ha sottoposto ad un esperimento sociale anomalo e totalmente inedito, che ci ha fatto vivere vissuti del tutto nuovi ed inattesi. Ma non altrettanto viva è la consapevolezza del fatto che occorre riflettere attentamente su questi vissuti e cogliere l’occasione che ci si presenta di sviluppare dentro di noi e nel mondo attorno a noi un nuovo spirito critico ed una vera capacità di resilienza trasformativa nei confronti del modello di vita cui eravamo abituati. A partire dai valori economici dello sviluppo, dagli assetti del welfare e delle politiche sociali, a quelli della tutela lavorativa, fino alla struttura dei processi decisionali, al rapporto tra Stato centrale e periferie territoriali ed alle modalità della partecipazione civica e della sussidiarietà.

Da un punto di vista più specificamente sociale, i temi all’ordine del giorno per imboccare una strada veramente proficua di resilienza post-crisi, possono essere ricondotti ad un unico filone generale, che è quello del valore della relazione e delle relazioni. La pandemia ci sta insegnando che non vi potrà essere un futuro di benessere per tutti se non nella considerazione della complessità relazionale della vita. E quando parliamo di complessità relazionale ci riferiamo alle relazioni tra parti del pianeta, tra specie umana ed altre specie, tra capitale umano, capitale naturale e capitale sociale; ma anche e soprattutto tra generazioni diverse e tra individui di una comunità, di una famiglia, di una unità abitativa, di un territorio. I n altre parole il dramma della pandemia deve aiutarci a dare vita ad un ripensamento del nostro modo di perseguire la felicità. Abituati a vivere vite disordinate e frettolose e distratti da mille stimoli spesso superficiali (consumi, informazioni, divertimenti), è come se ci fossimo dimenticati che solo relazioni positive, costruttive, rivolte al benessere di tutti possono permettere uno sviluppo ed un progresso individuale e collettivo vitale e generativo. P manità er quanto riguarda il rapporto tra u- e pianeta, occorre sviluppare la consapevolezza del fatto che il benessere di tutti dipende dagli equilibri del “sistema psico-somato-ambientale” nel quale siamo immersi, quel sistema che da tempo viene indicato come l’anima delle strategie della “Salute unica” (One health), il che significa indirizzare la ricerca, i consumi, la produzione, il lavoro, la formazione scolastica e quella specialistica, verso un ribaltamento delle logiche centrate su obiettivi separati settore per settore, e dunque verso la cura di tutto l’ambiente di vita naturale e sociale, verso la progettazione di città vitali in termini di relazioni umane e comunitarie, verso la promozione di ambienti di lavoro rispettosi della dignità e centrati sulla cooperazione e su obiettivi di valore sociale condiviso.

Per quanto riguarda la salute ed il benessere psico-fisico delle persone, stiamo cominciando a capire che bisogna porre la massima attenzione al disagio psichico ed alle forme vecchie e nuove di devianza, fragilità e malessere psicologico, e che non possono esistere né buona sanità né buone politiche sociali senza la valorizzazione della dimensione relazionale: nella medicina del territorio e della cura a domicilio, nella creazione di spazi di socialità ed in una offerta culturale di valore. Per quanto riguarda le generazioni, il peso delle chiusure scolastiche e delle restrizioni nei contatti e negli incontri fisici ci ha aperto gli occhi rispetto al fatto che l’umanità vive e si sviluppa grazie alle relazioni umane profonde, che coinvolgono la dimensione dei valori, delle motivazioni e delle passioni. Non basta assistere gli anziani per le funzioni vitali e di prima necessità. C’è bisogno di affetto e di scambio. E non basta, per quanto riguarda i giovani, dare loro la possibilità di accedere alle nozioni ed alle tecnicalità dell’istruzio- ne. I giovani hanno bisogno di una scuola e di una famiglia che dialoghino con loro sul piano delle idee e dei sentimenti, che colgano i rischi di una involuzione auto ed etero distruttiva (le famose “passioni tristi”), che li aiutino a guardare al futuro con coraggio, fiducia ed ottimismo, come solo può avvenire se le relazioni tra soggetti sono forti, reciproche e generose. 

Per quanto riguarda le famiglie e le comunità di vita, stiamo capendo quanto incida sui vissuti delle persone la sospensione del tempo, della mobilità e dei contatti umani e sociali esterni alla propria abitazione, quanto pesi lo stupore rispetto al silenzio delle strade e delle città vuote, quanto drammatico sia in alcuni casi il peso del contatto obbligato, ravvicinato e continuo con familiari o conviventi in spazi ristretti, e non da ultimo quali e quante siano le paure da cui siamo stati investiti: della malattia, della perdita del lavoro, dell’impoverimento, ma anche dello stare soli con se stessi, con la propria interiorità, spesso dimenticata, e che ci riserva contenuti a volte problematici, sia di tipo emozionale (come l’ansia e la preoccupazione) che di tipo razionale (rispetto alle scelte da compiere rispetto alla sussistenza economica, al lavoro, ai diversi da assolvere). 

Certo la pandemia non ha inventato tutti questi problemi, e la solitudine dell’uomo moderno, immerso in una realtà densa e massificata nella quale ci si ritrova spesso “soli nella moltitudine”, è da tempo sotto la lente di ingrandimento di chi si occupa di disagio, di fragilità e di malessere psichico. Ma è fuori di dubbio che quello che hanno subito gli anziani in termini di solitudine esistenziale, sia se ricoverati nelle residenze assistenziali sia se soli nelle loro case; ed i giovani nel regime di isolamento e di allontanamento dalla scuola e dagli altri ambienti di socializzazione; in altre parole l’esperimento sociale cui la pandemia ci ha sottoposto, deve aiutarci ad imboccare la via di una rinascita a nuova vita e su basi nuove e di un impegno per un benessere individuale e collettivo generativo, che si basi su relazioni solide, affettuose e ravvicinate; su comunità di vita coese e solidali; su ambienti di socializzazione vivi e relazionali, su “città dei 15 minuti”, centrate cioè sui rapporti ravvicinati, contro i “non luoghi urbani” dell’anonimato della modernità; su tecnologie a servizio dell’uomo.

 

www.avvenire.it

 

 

venerdì 18 giugno 2021

C'E' CHI PARTE PRIMA E C''E' CHI PARTE DOPO ....

 


- Il peso delle disuguaglianze 

   e le scelte giuste per curarle

 

-         di LAMBERTO MAFFEI*

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Si dice nel linguaggio comune, quando un nonno si permette di esprimere qualche pensiero differente o che suona strano, che il nonno sta bene ma talvolta sembra un po’ rimbambito. L’espressione è certamente affettuosa, ma allude a un modo di ragionare o forse di sragionare a un tornare indietro a un funzionamento cerebrale, semplificato e non ancora completamente sviluppato come quello di un bambino. È un modo di dire del tutto errato, perché il nonno sta biologicamente perdendo potenza cerebrale in quanto i suoi circuiti nervosi hanno perso nel tempo un gran numero di sinapsi, mentre il bambino è al massimo del numero di sinapsi e di potenzialità cerebrale. Quindi scientificamente un processo di 'rimbambimento' sarebbe, in realtà, l’agognata terapia per tutti gli anziani. E se questo fosse possibile, ci sarebbe la fila per rimbambire.

Questa digressione su possibili superficialità del linguaggio serve a ribadire un concetto: il bambino viene erroneamente considerato ancora cerebralmente immaturo e certamente immaturo è, per anni ed esperienza di vita, ma non lo è per funzionamento cerebrale. Questa considerazione errata della potenzialità cerebrale del bambino ha, a mio avviso, conseguenze negative sia sul piano educativo sia su quello sociale. Piano educativo. Ricerche sullo sviluppo cerebrale del cervello umano ormai riportate in tutti i libri di testo, e studiate anche dal sottoscritto per molti anni, descrivono con accuratezza il suo sviluppo in termini sia anatomici (entità di neuroni e di connessioni sinaptiche) che funzionali (plasticità cioè la proprietà di cambiare funzione in risposta all’ambiente tramiti i sensi esogeni ed endogeni).

Da questi studi derivano le seguenti indubbie conclusioni: nei primi 3 anni di vita il cervello ha un rapido sviluppo dei circuiti cerebrali che raggiunge l’acme intorno ai 3 anni quando la potenzialità del cervello è massima e in particolare proprio nel lobo frontale, che è la parte più nobile della corteccia cerebrale con riferimento al ragionamento; tale potenzialità si mantiene molto alta fino all’adolescenza; segue un plateau di alta sensibilità fino all’età media di circa 30 anni; dopo di che, con la riduzione delle connessioni sinaptiche, inizia una progressiva riduzione fino all’età della fisiologica vecchiaia. L’adulto, per condizioni inevitabili di ordine biologico, perde in potenzialità, ma acquista in termini di sicurezza di funzione, comunemente additata come il vantaggio dell’esperienza. Sostanzialmente l’adulto (dopo i 40 anni) e l’anziano fanno bene quello che hanno acquisito o appreso con l’esperienza. Intorno a quest’età cambiar lavoro è possibile ma può incontrare maggiore difficoltà. Chiaramente vi è una forte diminuzione dei processi creativi e innovativi. 

Queste premesse scientifiche indicano che sarebbe saggio fare iniziare un apprendimento strutturato già alla scuola materna, intorno a 3-4 anni quando la facilità di apprendimento del bambino è massima. È necessario, oltre che doveroso considerare la scuola dell’infanzia che accoglie i bambini nel periodo più importante per lo sviluppo del loro cervello, come un investimento non rinviabile sulle risorse umane e non solo come un parcheggio per consentire ai genitori di occuparsi della loro vita lavorativa. Per la persona scettica sarebbe sufficiente riflettere

sulla facilità che il bambino ha di imparare le lingue rispetto anche a un giovane adulto. Trascurare queste potenzialità di apprendimento del bambino da parte di noi adulti implica responsabilità morali oltre che pedagogiche.

Piano sociale. L’insegnamento nell’età infantile avrebbe inoltre vantaggi sociali per i bambini, che in realtà non sono vantaggi ma sacrosanti diritti. Ogni bambino ha cioè diritto di essere trattato dalla società al pari di qualunque altro bambino, e non in relazione alla famiglia e al luogo di nascita. Appiccicare ai piccoli corpi un cartellino con il loro valore di mercato, cioè la provenienza da famiglie ricche o povere, appare, spero, anche al più cinico degli esseri umani, un misfatto non solo da condannare ma di cui vergognarsi.

La scuola dell’infanzia, resa non più opzionale, potrebbe offrire a tutti i bambini senza distinzione una base educativa e possibilità, tutelandoli almeno in parte da situazioni di difficoltà sociali, discriminazioni educative ed economiche. Ho già fatto notare ('Avvenire', 17 Aprile 2021 ) che, nella vita proprio come nello sport, è doveroso far partire tutti i bambini dalla stessa linea di partenza. Per poter salire con le proprie ambizioni e capacità la scala sociale che ancora oggi per i meno fortunati è davvero ripida e con molti scalini difficili, quando non impossibili da scavalcare, mentre ha molti meno scalini, e assai più agevoli, per i figli di papà.

 

*Neurobiologo, presidente emerito dell’Accademia dei Lincei

 

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