venerdì 19 luglio 2019

UN GIOVANE SU TRE PARLA E SCRIVE MALE L'ITALIANO. PERCHÉ ?

“Vi spiego perché un giovane su 3 non sa l’italiano”: Francesco Sabatini (Accademia della Crusca) commenta i risultati del test Invalsi
Intervista al presidente onorario della prestigiosa istituzione linguistica: "Le parole ci aiutano a capire chi siamo e il mondo in cui viviamo. 
In Italia non è la lingua a godere di poca salute, ma quelli che la parlano. 

Difficile correggere gli errori negli adulti, la chiave è a scuola nella formazione dei docenti"

“La lingua è dentro di te, tu sei tra le sue braccia”, recitano i Pensieri casuali sulla lingua di Mario Luzi. E uno che per tutta la vita si è fatto abbracciare volentieri dalla sua lingua, l’italiano, è il linguista nonché attuale presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini. La sua rubrica in Rai “Pronto soccorso linguistico” da dieci anni risolve i dubbi grammaticali di milioni di spettatori, svelando i misteri della parola. Anche alla luce dei dati emersi dalle prove Invalsi, in esclusiva per TPI, Sabatini fa una diagnosi dello stato di salute della lingua italiana.
Qualche giorno fa, sono stati diffusi i dati delle prove Invalsi, che hanno evidenziato nuovamente i problemi dell’istruzione nel nostro Paese. Un ragazzo su tre, alle medie, non riesce a comprende un testo. In che stato di salute versa la lingua italiana?
Non è la lingua a godere di poca salute, ma quelli che la parlano! Per quanto riguarda la scuola il problema è ormai vecchio. L’insegnamento dell’italiano in Italia non è una cosa facile, perché veniamo da una storia che ha prodotto larghe masse di analfabeti. Per educare alla lingua ci sarebbe voluto un programma di governo molto più ampio, molto più preciso e scientificamente fondato. Questo non c’è mai stato. Certamente dall’Unità d’Italia si sono fatti dei passi avanti, ma la formazione del docente di italiano è la chiave principale e anche il lato più oscuro della vicenda. L’insegnante deve comprendere i meccanismi della lingua e come essa funziona. C’è stata e c’è tuttora una formazione inadeguata. Ripeto, da un lato le masse di analfabeti, dall’altro l’ostacolo rappresentato dai dialetti, fanno di questa faccenda qualcosa di molto serio.
Ancora una volta viene fuori la frattura fra Nord e Sud, come si spiega nel 2019 una distanza così marcata nel nostro paese nel campo dell’istruzione?
Non è qualcosa di recente. Sono problemi che il Mezzogiorno si porta dietro da secoli. Pensi che ho lavorato a delle indagini sulla diffusione delle tipografie in Italia nel 1400 e nel 1500. Da Roma in su erano presenti ben il 90 per cento delle tipografie, soltanto il 10 per cento al Sud. Significherà pure qualcosa che al Nord si scriveva e si leggeva di più e al Sud meno. Questo fa riflettere anche sull’oscurantismo del Regno di Napoli e del Regno delle due Sicilie…
C’è chi, anche fra gli insegnanti, non ritiene l’Invalsi uno strumento adeguato di diagnosi. Lei cosa pensa a riguardo?
Un istituto che conduca queste indagini con dei test è necessario. Possono essere test più appropriati alla realtà, più adeguati, ma il fallimento delle capacità degli alunni si vede anche senza le prove Invalsi. Inutile attribuire colpe all’Invalsi. La realtà è chiara [Uno studente su tre non capisce un testo in italiano: gli allarmanti risultati dei test Invalsi].
Leggendo attentamente i dati, si scorge comunque un miglioramento rispetto allo scorso anno. Il Miur ha annunciato una serie di assunzioni che andranno a ringiovanire la classe docente nei prossimi anni. C’è un consiglio che si sentirebbe di dare a un aspirante docente di lettere o di materie umanistiche?
Se non ha studiato linguistica italiana, se la studi a fondo. È questa la disciplina che forma il docente di lettere. La linguistica italiana, non la storia della letteratura, che è un altro capitolo, una cosa diversa. Purtroppo le nostre università fino a quarant’anni fa non avevano insegnamenti linguistici, ma solo letterari. Con quelli soltanto non si insegna bene l’italiano. Questo è il mio consiglio: studiare libri di linguistica, attività che si può svolgere anche da soli.
Nel suo libro “Lezione di italiano. Grammatica, storia, buon uso” (Mondadori, 2016) ha spiegato che l’italiano è una lingua che, a differenza di molte altre, ha avuto solo da poco una sua più piena funzionalità. Ci può dire di più?
Abbiamo una lingua antica, nobile, ricca, ma per letterati e poeti. La lingua vive e diventa facile da imparare quando è usata dalla massa dei parlanti nella comunicazione orale. Una lingua usata per secoli soltanto in letteratura non ha quelle scioltezze, quelle prontezze che la rendono adatta a tutti, sia nel parlato che nello scritto. Per questo ritorna la questione di una formazione più forte, più scientifica del docente di italiano.
Il linguaggio rapido e abbreviato dei social network, diffuso in particolare fra i più giovani, può danneggiare in qualche modo il corretto uso della lingua?
È un modo come un altro, molto ridotto, molto scheletrico che sicuramente non serve a migliorare le capacità dell’alunno. Illudersi che si possa comunicare con una quindicina di parole in un messaggino è un errore. D’altronde, è un problema ineliminabile perché è ormai il modo di comunicare di tutti. È il docente che deve intervenire per far in modo che non prevalga lo stile usato su questi mezzi. Affidarsi completamente agli strumenti non umani per la scrittura induce a un ritardo nell’acquisizione delle capacità personali e cognitive. Un primo passo, ad esempio, è quello di insegnare nella scuola primaria a scrivere con la mano. Poi viene la grammatica. Ma la mano prima! È un’illusione di comodità fidarsi del correttore del computer.
E cosa pensa della moda sempre più in voga di utilizzare anglicismi, anche quando non ce n’è bisogno?
Un altro aspetto della debolezza, della confusione, della trascuratezza. Non per nazionalismo, ma la parola estera resta come un sasso in mezzo alla frase, senza collegamenti. Non ne conosciamo bene il significato. Nella lingua le parole si legano tra di loro, se io introduco una parola che non si lega alle altre, un nome che non si lega ai verbi o agli aggettivi, resta lì appunto come un sasso fra i piedi. Sono a volte inevitabili, ma noi cediamo sempre più a questa tendenza credendo che questa nobiliti la nostra lingua. Così, impoveriamo la struttura della lingua italiana.
Ovviamente i problemi non riguardano soltanto i giovani. Di recente, si è parlato molto dell’analfabetismo funzionale, che interesserebbe circa la metà degli italiani. Persone che pur essendo in grado di capire testi molto semplici, non riescono a elaborare e a utilizzare le informazioni ricevute, ma anche individui che non sono in grado di distinguere una notizia di un blog satirico da un editoriale di un grande giornale. Come si può intervenire per correggere questi errori in un adulto?
È difficile perché ormai l’adulto è impegnato nella vita e non si rimette a studiare l’italiano. Anzi, di solito sentiamo dire che è meglio approfondire l’inglese perché più spendibile sul mercato del lavoro. Difficile che una persona adulta si rimetta a studiare la lingua madre. Ci si illude di risolvere i problemi studiando le altre lingue. La partita fondamentale si gioca con i giovani, dagli zero ai venticinque anni, comprendendo anche l’università come periodo di perfezionamento e apprendimento della lingua italiana. Perché l’università non dovrebbe continuare il lavoro delle scuole precedenti?
Heidegger sosteneva che riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché ogni pensiero deve presupporre la parola con la quale viene pensato. La conseguenza di non coltivare la parola è un mondo sempre più povero e più stupido?
Il linguaggio verbale è una scoperta che la specie umana ha fatto del proprio corpo, la scoperta che è diventata lo strumento per pensare. Se mi mancano le parole per definire uno stato d’animo mi manca l’orientamento; non è come per gli oggetti, se prendiamo in mano un martello, anche se non so cosa sia un martello, posso intuirne il suo utilizzo. Per la noia, per la preoccupazione, per la nostalgia, se non ho la parola non riesco a definire lo stato d’animo. Si nota che le persone che soffrono di alcuni mali, prevalentemente psicologici, se non hanno le parole per individuare la propria sofferenza, non riescono a curarla. Le parole sono strumenti per cogliere il significato e il funzionamento del mondo. Senza le parole non possiamo conoscere, le parole ci conducono verso la comprensione di noi stessi e degli altri.
Emil Cioran scriveva “non si abita un paese, ma si abita una lingua”…
Certo! Il paese è un ambiente naturale. Se io ho le parole per comprendere come questo ambiente è composto, come gli umani lo hanno modificato, io abito davvero quel paese, perché ne abito la lingua. Invece, se io mi trovo in luogo dove non capisco la vegetazione, il clima, o altre caratteristiche fondamentali, perché non possiedo le parole per descriverlo, mi ci trovo, sì, ma non lo domino. È un modo per dire che la lingua interpreta tutto: dalla cose concrete agli stati d’animo, dalle speranze ai dubbi. Senza le parole non possiamo guidare la nostra mente, non possiamo guidare le nostre azioni, se non a livello elementare. Questo ce lo spiegano la neurologia e l’antropologia, prima ancora della linguistica.







giovedì 18 luglio 2019

CAMILLERI, UNA FIGURA POLIEDRICA

Morto Camilleri, 

 vedeva nel Papa 
"un presidio di umanità"


È morto all’età di 93 anni uno degli autori italiani più noti e amati, Andrea Camilleri. Intervista con padre Antonio Spadaro, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica” che ha conosciuto lo scrittore.

di Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Le sue storie, nell’ultimo tratto di vita, prendevano forma nel buio della cecità. Nella vecchiaia era anche accompagnato da quello che definiva il pensiero inevitabile dell’eternità. Andrea Camilleri, morto questa mattina a Roma, è stato un protagonista della scena culturale, una delle figure più prolifiche del panorama artistico. Nato a Porto Empedocle il 6 settembre del 1925, nelle sue opere ha mischiato non solo italiano e siciliano ma anche vari generi in modo originale e creativo. In tutto il mondo sono state vendute oltre 30 milioni di copie di suoi libri con traduzioni in 120 lingue.
Figura poliedrica
Scrittore, sceneggiatore, regista, drammaturgo e docente, ha conosciuto il successo letterario all’età di 70 anni con la pubblicazione del volume “La forma dell’acqua”, primo libro giallo con protagonista il commissario Montalbano che diventerà anche il principale personaggio di una fiction televisiva di grande successo. Negli ultimi anni, a causa della cecità, dettava i suoi racconti all’assistente.
Spiritualità ed eternità
La curiosità, il dubbio e la ricerca hanno scandito vita e opere di Camilleri. In una recente intervista sottolineava che a 93 anni ci si accorge “che qualcosa si sta avvicinando”. "Non si sa bene cosa sia e a me - aggiungeva - piace chiamarla eternità”.  
Ho avuto i miei momenti in cui vorrei sentirmi tutto spirituale. Non ci sono mai riuscito perché il corpo ha sempre vinto. Naturalmente le limitazioni legate all’età ti fanno sempre più pensare a qualcosa d’oltre. Dopo aver scritto oltre 100 libri, in questo silenzio che si sta creando dentro di me, mi è venuta la voglia non di capire, ma di intuire cosa possa essere l’eternità. (Andrea Camiilleri) ”
R. – La sua è stata una voce profetica che ha preso posizioni forti, ma che soprattutto ha cercato di comprendere la complessità del momento che stiamo vivendo. Le radici siciliane sono in lui molto vive. Il suo sguardo è quello tipico di una persona che si è formata al Sud con tutti gli influssi culturali che il Sud ha avuto. Ha avuto la capacità di leggere, attraverso i suoi romanzi, i suoi scritti e i suoi saggi, la realtà in una maniera nuova. Credo che anche la sua passione civile, che ha combinato con la sua ispirazione letteraria, sia molto importante, forse un modello per tutti noi. Quindi la sua capacità di leggere la situazione politica è qualcosa che diventare un punto di riferimento, se non altro per comprender meglio quello che stiamo vivendo.
Lei, padre Spadaro, ha avuto la possibilità di parlare con Andrea Camilleri, di conoscerlo…
R. - Sì, l’ho conosciuto, ho parlato con lui e devo dire che mi ha colpito la sua grande stima per il Papa. Era come se vedesse nella figura di Francesco un’ancora di umanità per una situazione che lo metteva in seria difficoltà, quasi un presidio di umanità.
Andrea Camilleri si è sempre dichiarato non credente. In una delle ultime interviste i dice: “Dopo aver scritto oltre cento libri, mi sono reso conto che mi è venuta voglia non di capire ma di intuire cosa possa essere l’eternità”…
R. - Sì, l’intuizione dell’eternità forse è l’espressione più giusta. Devo dire anche che è una persona estremamente concreta, quindi non astratta. Anche la sua ispirazione letteraria non aveva nulla dell’astrazione generica. Ha avuto contatti anche con i religiosi, come con i gesuiti a Livorno ad esempio. Quindi, una persona che è sempre stata molto aperta. È certamente animata da una ricerca che potremmo definire spirituale.
Quale è la sua eredità?
R. - La sua eredità è difficile da determinare proprio nel momento della morte. Credo che avremo tempo per rileggere la sua opera e per valutare le sue passioni, quelle che hanno determinato la sua vita e il suo impegno. Direi forse due cose molto personali. La prima è il senso di sorpresa ovunque ha vissuto. La seconda è il fatto che una persona impegnata nella cultura non può mai essere astratta dal contesto in cui vive. Quindi la lezione è quella dell’impegno civile perché il mondo sia migliore.
A proposito di questo, ricordiamo una delle sue frasi: “Non demordete mai delle vostre idee. Se ne siete convinti mantenetele fino all’ultimo” …
R. - Sì, c’è un senso di coerenza che emerge da queste parole ma che in realtà emerge un po’ da tutta la sua opera. Un senso di convinzione, di impegno, di decisione. Uno dei sui drammi che mi sembra di aver compreso è quello di vedere un mondo che va un po’ alla deriva. Un mondo in cui non c’è impegno, in cui ci si chiude nella paura, nella preoccupazione, anche nell’odio, nel vedere l’laltro come nemico. La lezione di Camilleri forse è anche questa: un cuore aperto, una mente aperta, anche curiosa, nei confronti del mondo.

da VATICAN NEWS





sabato 13 luglio 2019

UN INCONTRO CHE DISTURBA



Commento di don Fabio Rosini 
al Vangelo del 14 Luglio 2019 

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO - Lc 10,25-37

La nostra vita oscilla fra due estremi: la libertà che sfiora l’anarchia e la regola che rischia di sfociare in un controllo ossessivo.  Fantasia e norma. Follia e legge. Passione e dovere. Due poli che contrapponiamo, che esasperiamo, come se fossero inconciliabili, ferocemente opposti. O ami o righi diritto. O ti lasci andare alla gioia trasgressiva o fai il bravo ragazzo.
E quando pensiamo alla fede, alla religione, sinceramente, pensiamo solo teoricamente all’amore, noi cristiani, salvo poi impantanarci nella regola. Perché, alla fine, è la morale a prevalere. O, troppo spesso, a prevalere sono il giudizio e il moralismo.
Accoglienti certo, ma entro certi limiti. Perché, a volte, il nostro amorevole atteggiamento pone delle condizioni. Il Signore è venuto per gli ammalati, certo. Ma che si sbrighino a guarire, che diamine!
Che idioti.
Amerai
Nella Bibbia Dio ha a che fare con l’amore. Sempre. E il linguaggio che la Scrittura usa per rapportarsi a Dio è sempre legato al vocabolario degli affetti e delle emozioni. Come abbiamo letto nella magnifica prima lettura di oggi, la legge di Dio è posta nel nostro cuore. È vicina a noi. E quando, interrogato, Gesù chiede al sapiente dottore della Legge di scegliere lui il più importante dei comandamenti, questi correttamente risponde riprendendo lo Shemà, la professione di fede cui era tenuto il pio israelita. Ecco la legge scritta nei nostri cuori, non lontana, accessibile, che ci identifica: amerai.
Amerai. Dio al meglio delle tue capacità, con intelligenza, con forza, con passione. Il fratello, come se fossi te stesso. Un amore concreto, tangibile, misurabile.
Che è passione (altrimenti che amore è?) ma che non si ferma all’emozione, diventano scelta, azione, concretezza. Alla contrapposizione fra amore e regola, la Scrittura risponde proponendo un amore concreto, identificabile, tracciabile, in cui la norma è la forma dell’amore, non si sostituisce ad esso. E, per farcelo capire, Gesù propone al dottore della Legge, e a noi, un luminoso esempio.
Briganti
Nel tratto di ventisette chilometri che separano la capitale dalla città di Gerico, mille metri di dislivello nel roccioso deserto di Giuda, si viaggia in carovana per non cadere in mano ai briganti. Un tale, imprudente, viaggia da solo, viene rapinato e ferito, lasciato morente a bordi della strada. È “un uomo” che scende da Gerusalemme. Non sappiamo nulla di lui né nulla sapremo.
Di che religione è, se è una persona onesta o un malandrino, se è una vittima o un carnefice. Per caso passano di là prima un prete, poi un cantore/lettore. Per caso: l’incontro col fratello bisognoso è sempre casuale, lo incrociamo mentre prendiamo il treno o per strada.  I due, probabilmente, hanno appena concluso il servizio al tempio. Un’intera settimana passata a lodare Dio e a chiedere misericordia. Misericordia che negano al malcapitato. Fanno finta di non vedere, tirano dritto. Che ne sanno di chi è quel tale e cosa è successo? E se fosse un regolamento fra bande? E se avesse l’AIDS? E se i briganti tornassero?
Hanno Dio nel cuore, sulle labbra, fanno discorsi sensati, prudenti. Non sono malvagi, brava gente. Sono solo paurosi. Far finta di non vedere è meglio. Gesù non li biasima, né li condanna: sono figli del loro tempo. E del loro Tempio. E del loro Dio da venerare e omaggiare con incensi e olocausti. Nel Tempio. Perché fuori il mondo non esiste, è brutto e cattivo, è un covo di vipere. Invece un samaritano. Un po’ di anticlericalismo andava di moda anche allora. Tutti si aspettavano che Gesù facesse entrare in scena un pio devoto laico, un credente adulto e motivato, non bigotto e formale, magari simile a qualcuno presente fra la folla. Chiunque, ma non un samaritano. Dire “samaritano” ad un ebreo era un insulto e l’odio fra i due popoli era radicato. 
Un samaritano scende per caso.
Siamo noi ad averlo chiamato “buono”. Non sappiamo nulla di lui, magari è un delinquente. Ma è ciò che fa che è “buono”. Non va a cercarsi la persona da aiutare, è la vita che ce la mette in mezzo ai piedi continuamente. Il samaritano vede un uomo, non un nemico, non uno dell’altra squadra.
Un uomo che ha bisogno. E il suo è anzitutto un bisogno di compassione. Di patire insieme. Di condividere. Si ferma, agisce, si prende cura di lui e all'albergatore, pagato, chiederà di fare lo stesso.
Il sentimento diventa azione. Azione che gli fa perdere tempo, soldi, che gli fa correre dei rischi.
Non fa il salvatore della patria, ha la sua vita, continua il suo viaggio impegnandosi, di ritorno, a fermarsi per saldare eventuali debiti. Accompagna ed affida. Non può risolvere tutti i problemi.
È l’obiezione che mi sento rivolgere continuamente: A che serve salvare i povericristi che arrivano con i barconi? È un intero continente a fuggire! Vero: io, però, ho davanti agli occhi quel migrante che mi chiede solo di essere visto. Cosa vuoi che faccia la mia protesta di cittadino se intorno tutti rubano e se ne fregano? Giusto: io, però, voglio consegnare a mio figlio un mondo migliore e mi comporto onestamente.
Ha ancora senso cercare di accogliere i nostri ragazzi, ora che il mondo occidentale disprezza il cristianesimo? D’accordo: io, però, continuo a parlare del magnifico volto di Dio sperando che qualcuno se ne accorga. La mia è solo una goccia nell’oceano. Una sola.
Ma questa non è una buona ragione per non farla cadere nell’acqua.






giovedì 11 luglio 2019

RAPPORTO INVALSI 2019 - DATI PREOCCUPANTI - CHE COSA FARE?

È un’Italia scolastica spaccata in due – con le Regioni del Sud male soprattutto in Italiano e Matematica - quella che emerge dai dati Invalsi, presentati alla Camera dopo le prove sostenute nei mesi scorsi dai ragazzi della II e V elementare, della III media, della II superiore e, per la prima volta nella storia di questo sistema di valutazione, dagli studenti del V anno alla soglia dell’esame di maturità (la prova Invalsi si è tenuta infatti a marzo).
E proprio questi ultimi dati sono tutt’altro che confortanti, peraltro in linea con quanto emerge anche dalle prove della terza media. Come se in pratica il ciclo delle superiori non fosse servito a colmare, se non in parte, quelle lacune che i ragazzi si portavano dietro dai tre anni delle medie.
Ma vediamo più da vicino proprio il dato dell’ultimo anno delle superiori: solo il 65,4% degli studenti raggiunge risultati almeno adeguati in Italiano. Percentuale che scende al 58,2% in Matematica e precipita in Inglese, dove il 51,8% raggiunge il livello B2 nella prova “reading” (lettura) e appena il 35% nella prova “listening” (ascolto).
In terza media, i dati forniti dall’Istituto Invalsi, e illustrati dal presidente Anna Maria Ajello, differiscono di poco e recitano così: a livello nazionale gli studenti che ottengono risultati adeguati in Italiano sono il 65,60%. E qui si parla del livello 3. Desta quindi non poca preoccupazione che il restante 35% si fermi ai livelli più bassi. Tra l’altro, negli ultimi due anni la situazione – sempre riferita all’Italiano della terza media – è rimasta praticamente la stessa, con un impercettibile miglioramento dello 0,03% (per l’ultimo anno delle superiori non è invece possibile fare raffronti, perché, come detto, la valutazione è stata introdotta solo dal 2018/2019).
La preoccupazione rischia di sfociare nel dramma quando questi dati vengono estrapolati a livello regionale. Emerge così – per tornare al dato assai indicativo degli studenti alle soglie della maturità e al loro rapporto con l’Italiano – che Campania, Sicilia e Calabria fanno segnare picchi negativi rispettivamente più bassi di un ulteriore 14%, 16% e 19% rispetto alla già non eccelsa media nazionale. Come dire che 1 studente su 2 in Calabria e in Sicilia sta per affacciarsi agli studi universitari o cerca di entrare nel mondo del lavoro con grossi problemi in Italiano.
E le cose non vanno affatto meglio con Inglese: il 65% dei ragazzi maturandi non raggiunge il previsto livello B1. Anche con la Matematica i… conti non tornano, con il 42% degli studenti del quinto anno delle superiori che ha problemi, con delle percentuali (sempre a proposito della famosa spaccatura nord-sud) che superano i 60 punti in Calabria e Sicilia.
A proposito della Matematica, è interessante fare un altro accostamento tra i dati appena riportati dell’ultimo anno delle superiori e quelli della terza media: in quest’ultimo caso, il 38% dei ragazzi non raggiunge risultati soddisfacenti (sempre al sud andiamo oltre il 50%) e il ricercatore Roberto Ricci, che ha curato la stesura dei dati per l’Invalsi, non ha usato mezze parole nell’affermare che «in tante zone del sud ci sono ragazzi che arrivano alla terza media con basi da quinta elementare>, paragonando poi il tutto ad un edificio che mostra le prime incrinature ai piani bassi, per poi “crescere” sempre più storto man mano che si sale con i piani.
Secondo il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti i dati Invalsi presentano «innegabili motivi di preoccupazione», aggiungendo poi che si tratta di uno strumento «che consente di avere una foto articolata e dettagliata del nostro lavoro e consente di analizzare eccellenze e criticità del sistema per realizzare azioni puntuali ed efficaci. Come ministero siamo convinti dell’importanza della valutazione standardizzata degli apprendimenti che però si deve integrare e affiancare all’insostituibile ruolo della valutazione dei docenti».


Fonte: AVVENIRE






AUTODISCIPLINA E SUCCESSO SCOLASTICO

L’auto-disciplina è molto più importante del QI (ed è il motivo per cui i nostri ragazzi falliscono a scuola)
In America, un rendimento scolastico scadente è solitamente attribuito all’incapacità degli insegnanti, ai programmi scolastici noiosi e alle classi troppo numerose. La stessa cosa accade qui in Italia: gli insegnanti sono noiosi e impreparati, i compiti eccessivi e via dicendo. Tuttavia, esiste un’altra spiegazione per dare conto dell’incapacità degli studenti di esprimere il proprio potenziale intellettuale, ed è il loro fallimento nell’auto-disciplina.

La chiave per il successo scolastico è l’auto-disciplina
Angela Duckworth, studiosa americana che ha concentrato le sue ricerche proprio in questo campo, è convinta che i problemi scolastici siano siano dovuti ai problemi che i bambini americani dimostrano nel compiere scelte che richiedono un sacrificio nel breve termine per ottenere un beneficio nel lungo termine. In altre parole, mancano la grinta e la disciplina necessarie a sostenere una piccola dose di noia e fatica in vista del successo personale futuro. La Duckworth, utilizzando questa teoria dell’auto-disciplina, è riuscita a spiegare il gap nelle prestazioni scolastiche tra maschi e femmine: le studentesse ottengono risultati migliori poiché hanno una capacità maggiore di disciplinarsi. Inoltre, l’auto-disciplina si è rivelata una misura molto più efficace rispetto al QI (il quoziente intellettivo) nel predire i risultati scolastici.
GRIT test (Test per misurare la grinta)
Esiste un test per misurare il proprio livello di grinta e valutare l’auto-disciplina, sviluppato proprio dalla dott. Sa Duckworth. Il test richiede pochi minuti; si tratta di assegnare un punteggio a otto frasi in base a quanto rappresentano la tua persona. Ecco come assegnare il punteggio:
1 = Non mi rappresenta affatto
2 = Non mi rappresenta più di tanto
3 = In qualche modo mi rappresenta
4 = Mi rappresenta bene
5 = Sono io! Mi rappresenta alla perfezione
E adesso, ecco le otto frasi alle quali attribuire il punteggio:
    A volte una nuova idea o un nuovo progetto mi distrae da quelli che sto portando a termine.
    Se incontro degli ostacoli o la strada è in salita (metaforicamente!) non mi scoraggio.
    Certe idee o progetti sono il mio unico pensiero per un breve periodo di tempo, poi perdo l’interesse.
    Mi piace lavorare duro.
    Spesso mi prefiggo un obiettivo, ma poi scelgo di perseguirne un altro.
    Ho difficoltà a mantenere la concentrazione su un progetto che richiede più di un mese per essere portato a termine.
    Finisco ciò che comincio.
    Sono una persona diligente.

Fatto? Ecco come calcolare il risultato finale:
    Somma i punteggi delle frasi 2, 4, 7 e 8.
    Somma i punteggi delle frasi 1, 3, 5 e 6; sottrai questo numero a 24.
    Somma i due numeri che hai ottenuto e dividi il risultato per 8 (utilizza una calcolatrice e considera le prime due cifre decimali).

Ecco un esempio svolto.
Immagina di aver ottenuto i seguenti risultati per le 8 frasi:

    3
    2
    4
    4
    4
    2
    3
    3

Adesso devi calcolare il tuo punteggio:
    Sommiamo i punteggi delle frasi 2, 4, 7 e 8. Otteniamo 12.
    Adesso sommiamo i risultati delle frasi 1, 3, 5 e 6. Otteniamo 13. Adesso sottraiamo 13 a 24. Otteniamo 11.
    Per concludere, sommiamo 12 e 11. Otteniamo 23, che dobbiamo dividere per 8, considerando le prime due cifre decimali. Otteniamo 2,87.
Il risultato più elevato che si può ottenere è 5, mentre il risultato più basso che si può ottenere è 1. Il risultato medio per la popolazione maschile è 3,37, mentre per la popolazione femminile è 3,43.
E tu, che risultato hai ottenuto?

FONTI
    Martin E. P. Seligman, Flourish: A Visionary New Understanding of Happiness and Well-Being, Atria Books, 2012
    Angela Duckworth, Grinta. Il potere della passione e della perseveranza, Giunti, 2017

da Portale Bambini





mercoledì 10 luglio 2019