venerdì 4 dicembre 2020

INTERNET LA SINDROME DEL PESCE ROSSO

LA MEMORIA 

DI OTTO SECONDI

 Il sistema digitale ha ridotto la nostra capacità di concentrazione. Ciò ci rende manipolabili e in balia di chi cerca di controllare le nostre pulsioni. Un pericolo per la libertà e la democrazia.

Il dato critico è l’impatto che telefonini e social media hanno sulla nostra attenzione: merce di scambio che fa girare l’economia della Rete. Tentare di governarla è la vera posta in gioco.

  di Stefania Garassini 

Che lo smartphone non fosse del tutto neutrale, un semplice strumento in attesa delle nostre istruzioni, lo avevamo sospettato. Forse il dubbio era sorto quando ci eravamo ritrovati a scorrere compulsivamente Instagram o Facebook senza renderci conto del tempo che passava, o quando ci eravamo lasciati trascinare in una sterile discussione in quel gruppo whatsapp di genitori. E potrebbero essere molti altri gli esempi di situazioni in cui risulta chiaro come il controllo della situazione ci stia sfuggendo di mano.

La semplice presenza di uno strumento tecnologico potente e complesso come uno smartphone facilita certi comportamenti e ne rende più difficili altri. Quindi il mezzo è tutt’altro che neutrale. Ci condiziona. E non poco. Del resto, è stato così per ogni altra innovazione entrata a far parte della nostra quotidianità: il personal computer e Internet innanzitutto.

«Cambia gli strumenti che la gente usa e cambierai la civiltà», diceva Stewart Brand, uno dei pionieri della rivoluzione digitale.

Oggi il cambiamento è sotto gli occhi di tutti. E accanto agli innumerevoli aspetti positivi emergono con una certa evidenza anche le ombre, gli elementi critici. Uno in particolare: l’impatto che lo smartphone e i social media hanno sulla nostra attenzione, vera e propria merce di scambio intorno alla quale gira l’economia della Rete. Agganciarla e governarla in modo sempre più preciso è la vera sfida oggi per i servizi online.

Ne parla, con precisione e un tono a tratti ansiogeno e apocalittico, il documentario disponibile su Netflix The Social Dilemma, realizzato grazie alla collaborazione degli studiosi dello Humane Tech Laboratory, che negli Stati Uniti da qualche anno propone riflessioni fuori dal coro sul rapporto fra uomo e tecnologia e sulle derive cui stiamo assistendo.

Il problema, come sintetizza nel film il capo dello Humane Tech Tristan Harris, un passato di ingegnere a Google, è che la tecnologia oggi è programmata per sfruttare le nostre debolezze. Per esempio quella di non saper resistere alle gratificazioni costituite dai like a ciò che postiamo, che ci porta a controllarli di continuo, come un giocatore d’azzardo con una slot machine. Il rapporto con lo smartphone fa in buona parte appello alle nostre dinamiche più profonde e istintive, quelle che nel corso dell’evoluzione ci hanno consentito la sopravvivenza.

Il pallino rosso delle notifiche sullo schermo è un segnale che non può essere trascurato. Stimola direttamente una specifica regione del cervello, l’amigdala, che è una sorta di sistema di allarme fisiologico: «È come quando hai un figlio piccolo che dorme nella sua cameretta e tu sei in un’altra stanza della casa. Il tuo orecchio è costantemente teso a sentire se si sveglia, se arriva un rumore, se si muove. La stessa cosa ti succede con il tuo cellulare. Suonerà? Arriverà un messaggio? Qualcuno mi chiamerà?», lo spiega la psicologa Ayelet Gneezy, in 8 secondi. Viaggio nell’era della distrazione (Il Saggiatore, pagine 242, euro 19), ricco e documentato libro– inchiesta di Lisa Iotti, inviata del programma di Raitre 'Presa Diretta', che mette in chiaro quale sia la posta in gioco in questa lotta per corrodere l’attenzione di noi utenti.

L’autrice, che aveva trattato l’argomento nella puntata “Iperconnessi” in onda nell’ottobre 2018, conduce i lettori in un appassionante viaggio nei principali laboratori negli Stati Uniti e in Europa, dove si studia il funzionamento del cervello, intrecciando la puntuale ricognizione delle scoperte più avanzate delle neuroscienze con il racconto di aneddoti su quanto radicata sia l’“ossessione” da smartphone e la difficoltà a farne un uso più equilibrato. Faccenda che ci riguarda tutti. Il titolo allude ai risultati di una ricerca di Microsoft del 2015 secondo cui la soglia della nostra capacità di concentrazione si sarebbe abbassata vertiginosamente negli ultimi anni, fino a toccare gli 8 secondi, meno della memoria di un pesce rosso.

Una provocazione, forse. Ma un dato è certo: secondo Gloria Mark, ricercatrice dell’Università della California a Irvine, dai tre minuti di dieci anni fa siamo passati ai quaranta secondi di oggi, come tempo massimo oltre il quale si decide di cambiare attività. L’attenzione è un bene sempre più raro e prezioso. Cosa ci perdiamo a lasciare che si frammenti nell’infinito vagare in Rete sommersi da informazioni in gran parte irrilevanti? Non si tratta soltanto di una perdita di tempo.

Questo comportamento sta già alterando i meccanismi del nostro cervello, trasformandoci in individui più superficiali, meno capaci di argomentare e di approfondire. E, soprattutto, di decidere ciò che è rilevante e ciò che invece non lo è. Allora, suggerisce Lisa Iotti al termine del suo percorso, cominciamo con il fermarci un attimo prima di fare tutto quello che ci richiedono i nostri dispositivi, per «disinnescare il pilota automatico con cui reagiamo invece di agire».

Riprendiamoci le pause, i periodi d’inattività, tutto ciò che è necessario per recuperare il controllo su come e cosa pensare, quella consapevolezza fondamentale di cui parlava lo scrittore David Foster Wallace, «che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e come attribuire un significato all’esperienza».

 www.avvenire.it 


giovedì 3 dicembre 2020

GIORNATA MONDIALE DELLE PERSONE CON DISABILITA'

La Giornata internazionale delle persone con disabilità è stata proclamata nel 1981 con lo scopo di promuovere i diritti e il benessere dei disabili.

Dopo decenni di lavoro delle Nazioni Unite, la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, adottata nel 2006, ha ulteriormente promosso i diritti e il benessere delle persone con disabilità, ribadendo il principio di uguaglianza e la necessità di garantire loro la piena ed effettiva partecipazione alla sfera politica, sociale, economica e culturale della società.

La Convenzione invita gli Stati ad adottare le misure necessarie per identificare ed eliminare tutti quegli ostacoli che limitano il rispetto di questi diritti imprescindibili.  La Convenzione (Articolo 9, accessibilità) si focalizza sulla necessità di condizioni che consentano alle persone con disabilità di vivere in modo indipendente e di partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita e dello sviluppo.

Anche l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile si fonda sul principio che nessuno sia lasciato indietro, qui ricomprese le persone con disabilità. In particolare, l’Agenda mira a un rafforzamento dei servizi sanitari nazionali e al miglioramento di tutte quelle strutture che possano permettere un effettivo accesso ai servizi per tutte le persone. Sensibilizzare l’opinione pubblica al fine di favorire l’integrazione e l’inclusione delle persone con disabilità permetterebbe un processo rapido verso uno sviluppo inclusivo e sostenibile, in grado di promuovere una società resiliente per tutti attraverso l’eliminazione della disparità di genere, il potenziamento dei servizi educativi e sanitari e in definitiva, l’inclusione sociale, economica e politica di ogni cittadino.

Il tema scelto per la giornata 2017 è la Trasformazione verso una società sostenibile e resiliente per tutti.

Le persone con disabilità, risentono maggiormente delle carenze sanitarie, hanno minore accesso all’istruzione, minori opportunità economiche e tassi di povertà più alti rispetto alle persone senza disabilità. Ciò è in gran parte dovuto carenza di servizi, alle limitazioni nell’accesso alle tecnologie d’informazione, alla giustizia e ai trasporti. Senza considerare i molti ostacoli che devono affrontare quotidianamente.

Le persone con disabilità sono molto più a rischio di violenza: la probabilità che i bambini con disabilità subiscano violenze è di quattro volte maggiore rispetto ai bambini non disabili. Anche gli adulti con disabilità sono più esposti a forme di violenza.I fattori di rischio derivano da stigma, discriminazione e ignoranza, così come dalla mancanza di sostegno sociale per coloro che si prendono cura di loro.

La giornata del 3 dicembre deve ricordarci l’importanza di valorizzare ogni individuo e di abbattere le barriera che limitano diritti imprescindibili. In Italia il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT) si fa promotore dei principali eventi organizzati sul territorio nazionale.

Il Ministero chiarisce che “Quest’anno l’evento si pone in avvio all’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018, che indica tra i suoi obiettivi prioritari ‘la promozione della diversità culturale, del dialogo interculturale e della coesione sociale’. L’appuntamento annuale offre pertanto l’occasione per valorizzare in tutti gli ambiti sociali il diritto degli individui ad una partecipazione piena ed attiva alla vita lavorativa, culturale, artistica e sportiva e costituisce un appuntamento strategico di portata internazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della dignità e sulla necessità di abbattere ogni tipo di barriera per porre in essere i cambiamenti necessari al miglioramento delle condizioni di vita delle persone con disabilità.

Il MiBACT, nell’ambito delle proprie competenze, aderisce all’iniziativa promuovendo attività e progetti che siano a favore di una sempre più ampia accessibilità dei luoghi e dei contenuti della cultura da parte di tutti.L’accesso alla cultura è un diritto fondamentale sancito, oltre che dalla nostra Costituzione (art. 3), dalla Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità (art. 30), ratificata con Legge italiana n. 18 del 2009.

Il MiBACT, con lo slogan “Un giorno all’anno tutto l’anno“, conferma anche per il 2017 il suo impegno ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione del patrimonio culturale.

Oltre 450 musei nella giornata del 3 dicembre saranno aperti al pubblico; in Emilia Romagna, l’appuntamento è a Ferrara, il 3 Dicembre al Museo Archeologico Nazionale con l’evento  “La Follia al centro” durante il quale sarà esibita una mostra dedicata al furore dell’ Orlando innamorato seguita da un concerto musicale, ad ingresso gratuito con offerta libera per la Fondazione ANT, che si occupa di progetti di assistenza e prevenzione.

Nel comune di Reggio Emilia, vengono annualmente organizzati molteplici eventi a sostegno della giornata, sostenuti dal Comune di Reggio Emilia, le farmacie comunali riunite e il progetto “Città senza barriere”.

Per il 2017, sono pianificate 11 giornate di eventi tra il mese di novembre e dicembre con temi focalizzati sulla disabilità e sulle risorse delle persone con disabilità. In particolar modo, per le giornate del 2 e 3 dicembre, anche quest’anno la città cambia aspetto con Notte di Luce, Illuminata solo da lanterne e candele per raccontare simbolicamente la differenza; negozi aperti, aperitivi a lume di candela, vetrine illuminate di magia e concerti per celebrare la giornata il 2 Dicembre; mentre per il giorno successivo sono organizzati differenti eventi, tra i quali la proiezione di Cristina, il racconto di una malattia, un laboratorio per bambini Mi-Riguarda. Emozioni in movimento, un torneo di basket in carrozzina e Museo facile, una visita guidata alla mostra On the road.

Anche in Val d’Aosta, la Regione ha approvato una settimana di eventi e dibattiti dedicati alla disabilità. Ricomincio dal Tre. 3 dicembre giornata mondiale dei diritti delle persone con disabilità” è il titolo dell’iniziativa che si svolge dal 27 novembre al 3 dicembre ad Aosta e in altri centri per facilitare un percorso di vita accessibile a tutti attraverso sport, arte e creatività.

In Piemonte il Movimento Apostolico Sordi (MAS) organizza a Novara una  giornata di laboratori e incontri. A Torino si terranno vari eventi tra i quali dibattiti, mostre e visite museali.

In Toscana gli eventi saranno organizzati a Firenze, nella Biblioteca Marucelliana, nel quale sarà tenuta una conferenza su Accessibilità e accoglienza della biblioteca inclusiva e a Grosseto, al Museo Civico Archeologico Isidoro Falchi, nel quale verrà presentato un nuovo percorso di visita totalmente accessibile con il progetto MUSEO4U.

In Umbria la città di Perugia si occupa da anni di progetti sulla disabilità, collaborando con varie associazioni. Il 3 dicembre sarà organizzato un evento presso la Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel Lazio, a Roma, saranno organizzati tre eventi principali; il 1 dicembre si terrà il Convegno Nazionale Legge 112716- Dalle parole ai fatti. Gli atti applicativi delle Regioni a confronto organizzato dall’Associazione nazionale delle famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale (ANFFAS) e il 2 dicembre, sempre organizzato da ANFFAS, sarà presentato il progetto Capacity: La legge è eguale per tutti sulla sperimentazione dei modelli innovativi di sostegno per le persone con disabilità.

Per la giornata del 3 Dicembre, Roma Capitale organizza l’happening teatrale al Teatro India “#unpalcopertutti.  Il 5 dicembre sarà invece organizzata una visita guidata presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea dell’Associazione Museum durante la quale volontari non vedenti guideranno gli studenti attraverso gli spazi della Galleria Nazionale.

Altri eventi organizzati per celebrare la Giornata Internazionale del Diritti delle persone con disabilità possono essere consultati sul sito del MiBACT

Per saperne di più

http://www.un.org/en/events/disabilitiesday/index.shtml

 

mercoledì 2 dicembre 2020

LA LEGGENDA DEL CEPPO DI NATALE

 L’inverno era arrivato da poco e aveva coperto di neve il fianco della montagna.

Era quasi Natale. In una piccola baita di legno, vivevano un ragazzo e la sua sorellina, di qualche anno più piccola; insieme a loro, nella stalla sul retro della casetta, c’erano sei mucche e quattro caprette. Dei genitori, nemmeno l’ombra. La loro mamma era scomparsa quando erano piccini; il padre, che si era sempre preso cura di loro, qualche giorno addietro era uscito di casa per fare la legna e non aveva più fatto ritorno.

Forse era stato aggredito da un animale, o forse era scivolato in un crepaccio; quale che fosse il motivo della sua scomparsa, i bambini erano rimasti da soli e avevano dovuto arrangiarsi. Per fortuna, il fratello maggiore sapeva come accendere il camino, come mungere gli animali e come preparare polenta e stufato.

“Non preoccuparti” diceva sempre alla sua sorellina, “resisteremo fino a quando tornerà il papà”. Si sforzava di sorridere ma, per ogni giorno che passava, sempre più neve cadeva sulla montagna e seppelliva anche la sua speranza di rivederlo.

Una mattina, il giovane portò fuori di casa il secchio della cenere, poi andò nella stalla per cambiare il fieno agli animali. La sua sorellina si coprì con una spessa coperta di lana e uscì per aiutarlo ma, passando accanto alla legnaia, vide qualcosa che brillava tra la cenere: era carbone ardente, ma sembrava una stella luccicante. La bambina infilò una manina nel secchio, per afferrarla; del resto aveva appena cinque anni, cosa poteva saperne del fuoco e dei suoi pericoli? Non riuscì nemmeno a sfiorare la brace, perché si scottò la punta delle dita.

“Ahi” strillò, lasciando cadere la coperta sul secchio, poi corse nella stalla, per farsi medicare dal suo fratellone. “Cos’è successo?” chiese lui. “C’era qualcosa nella cenere: brillava come le stelle. Volevo raccoglierlo, ma scottava”.

“Erano carboni ardenti” disse secco il ragazzo, alzando la voce. “Potevi farti male”. Abbracciò la sorella, che tremava, in silenzio, poi si sfilò il maglione di lana per coprirla.
“Per fortuna non è niente di grave”.

In quel momento, la stalla si riempì di fumo. Il ragazzo uscì a passo svelto e si fermò sulla soglia, immobile. La legnaia andava a fuoco; quando sua sorella era corsa da lui, aveva lasciato la sua coperta sul secchio con la brace. Il tessuto aveva preso fuoco e in un attimo aveva incendiato anche la legna su cui era posata. Il ragazzo provò a buttare della neve sulle fiamme, ma fu inutile: ormai l’incendio divampava e non c’era modo di fermarlo. Fu così che la legnaia andò distrutta.

“E adesso, come ci scalderemo?” chiese la bambina al fratello. “Non lo so”, rispose lui scuotendo le spalle, con le guance rigate dalle lacrime; “avresti dovuto pensarci prima di giocare con la brace”. Come avrebbe potuto badare a sua sorella se non aveva più legna per accendere il camino?

Quella notte non chiuse occhio: la passò abbracciato a sua sorella, dopo averla avvolta con tutte le coperte e le pellicce che riuscì a trovare. La mattina seguente il ragazzo si alzò all’alba e si vestì, per uscire. “Andrò a cercare della legna, ma tu devi rimanere qui” disse severo alla sorellina. “Ma ho paura”, piagnucolò lei. “So che hai paura. Ma la nostra legnaia è distrutta, e se non trovo qualcosa da bruciare non sopravvivremo a lungo. So dove andava papà a fare la legna, magari ha lasciato dei rami e dei ciocchi”.

La bambina si asciugò le lacrime e si morse la lingua: non voleva scoppiare a piangere adesso, non dopo il guaio che aveva combinato. Il giovane prese uno slittino e delle corde per caricare la legna, si legò ai piedi le racchette da neve e partì, non appena la luce del Sole rischiarò la strada.

Com’era bello l’inverno: i raggi del Sole si riflettevano sui cristalli di neve e gettavano bagliori dorati qua e là: sembrava di essere in paradiso. Ogni tanto, il vento spazzava la montagna e un sottile velo di neve copriva il volto del ragazzo, come polvere incantata. Certo, sarebbe stato ancora più bello con la legnaia al suo posto, il camino crepitante e mamma e papà insieme a loro, nella baita.

Il ragazzo conosceva bene il sentiero: bastava cercare i tronchi degli alberi con taglio a forma di croce: era stato suo padre a fare quei tagli, per riconoscere la strada che portava al bosco. Dopo due ore di strada, raggiunse i primi alberi: era lì che facevano la legna. Ormai la neve aveva coperto tutto: non c’erano rami, nè ciocchi di legna da portare a casa. La sua fatica era stata inutile? Ad un tratto, fu abbagliato da un luccichio; veniva da un abete.

Tra le fronde verdi, ammantate di bianco si intravedeva il tronco dell’albero, libero dalla neve: sembrava il nascondiglio di una fata. Il ragazzo si avvicinò e pregò. “Fa’ che ci sia una fata vera, di quelle che aiutano i bambini, come nelle storie che ci raccontava papà, accanto al fuoco”.

Tuttavia, l’albero non nascondeva fate o folletti: era stata la lama di un coltello ad accecarlo. Aveva l’aria familiare: sul manico, d’osso, erano incisi dei fiori. Dove lo aveva già visto? “Ma certo, quello è il coltello del papà”. Il giovane allungò un braccio per raccoglierlo e si accorse che era conficcato dentro qualcosa, così cominciò a scavare con le mani per liberarlo e si accorse che la lama era piantata dentro un grosso ceppo di legno, perfettamente rotondo, alto tre piedi e largo almeno un metro.

“Questo ceppo,” pensò il ragazzo, “se solo riuscissi a portarlo a casa, potremmo scaldarci per giorni”. Fece alcuni tentativi, ma era troppo pesante per sollevarlo. Mentre tentava di caricarlo sulla slitta lo osservò: la sua corteccia liscia formava un cerchio perfetto. Fu allora che ebbe un’idea. “Non riesco a sollevarlo da solo, ma forse potrei provare a farlo rotolare fino alla baita. La neve è spessa e lo rallenterà abbastanza perché io riesca a fermarlo”.
Legò la corda intorno al ceppo, per assicurarlo, e cominciò a spingerlo giù: lentamente, il legno si smosse e cominciò a muoversi. 
Il ceppo rotolava piano, affondando nella neve e talvolta cominciava a traballare, come si avesse dovuto rovesciarsi da un momento all’altro. Allora, il ragazzo si affrettava a fermarlo e a tenerlo in piedi con tutta la sua forza, poi, delicatamente, riprendeva a muoverlo.

Quando arrivò alla baita il giovane aveva le dita delle mani e dei piedi gelate, ma era riuscito a portare quel grande ceppo con sé, fino a casa. Chiamò la sua sorellina e insieme lo spinsero fino al grande camino di pietra, dove lo rovesciarono nella cenere. Insieme, fratello e sorella scavarono il legno, per formare una piccola cavità al centro del tronco. La riempirono con scarti di legno, carta e resina e poi accesero il fuoco. Crepitando, il ceppo si accese: le fiamme illuminarono la baita e il fuoco la riscaldò. Erano salvi.

Il ceppo continuò a bruciare per una settimana intera, e non si era ancora spento quando i ragazzi sentirono qualcuno bussare alla porta; corsero insieme ad aprire e rimasero senza parole.
“Papà!”

Fratello e sorella abbracciarono il padre così forte che per poco non si rovesciarono tutti e tre per terra; lo accompagnarono in casa correndo, saltando e cantando per la gioia. Gli raccontarono delle loro disavventure: di come erano sopravvissuti senza di lui, di come, senza volerlo, avevano incendiato la legnaia, della spedizione nella neve e di quel ciocco, che li aveva salvati.

 portalebambini.it

 

 


martedì 1 dicembre 2020

ONU, NEL 2021 RECORD DI POVERI

NON SI PUO' RESTARE INDIFFERENTI

Servono 35 miliardi di dollari per salvare 265 milioni di persone dal peggiore scenario degli ultimi 22 anni. Il coronavirus ha aumentato del 40% le persone bisognose e la comunità internazionale non dona quanto promette. "Non si può restare indifferenti" ripete, riprendendo le parole di Papa Francesco, il professor Moro "perfino la proprietà privata viene in secondo ordine rispetto all’esigenza di tutelare la dignità umana”

 

Michele Raviart

 

Nel 2020 il numero di persone bisognose di assistenza umanitaria è aumentato del 40% a causa della pandemia di coronavirus. Si tratta in totale di 235 milioni di persone, che se vivessero insieme sarebbero il quinto Paese più popoloso del mondo. La denuncia arriva dalle Nazioni Unite, che hanno pubblicato oggi il Global Humanitarian Overview 2021, che fa il punto sulle zone del mondo più a rischio per il prossimo anno.

La quinta nazione più popolosa del mondo

Secondo l’Onu per aiutare la maggior parte di queste popolazioni – l’obiettivo delle Nazioni Unite è di raggiungere i due terzi di chi ha bisogno, mentre il rimanente terzo è demandato ad associazioni come la Croce Rossa- saranno necessari 35 miliardi di dollari, pari a 29 miliardi di euro. Numeri che sembrano alti, ma molto piccoli rispetto alle cifre stanziate dai Paesi ricchi per affrontare la pandemia al loro interno.

Dopo 22 anni, aumentano i poveri 

Il Covid-19 ha causato per la prima volta in 22 anni un aumento della povertà estrema nel mondo. Chi viveva ai margini, infatti, si legge nel comunicato dell’Onu, “è stato colpito in maniera dura e sproporzionata dall’aumento dei prezzi del cibo, dal crollo degli introiti, dall’interruzione dei programmi di vaccinazione e dalla chiusura delle scuole”. Il quadro presentato, ha spiegato Mark Lowcock, responsabile dell’Onu per gli aiuti internazionali, “è la prospettiva più cupa e oscura sui bisogni umanitari nel periodo a venire che abbiamo mai stabilito”.

Yemen a rischio carestia

Si prevedono infatti nuove carestie, che si aggiungono ai conflitti già in corso e alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Le zone più a rischio sono Afghanistan, Nigeria nordorientale, Sud Sudan, Repubblica democratica del Congo e Burkina Faso. Particolarmente grave è la situazione in Yemen, dove “c’è un pericolo chiaro e presente di una carestia di scala davvero larga”, perché alcuni dei Paesi donatori non hanno sostenuto il Paese come il biennio precedente.

Interventi in 56 Paesi

Per il prossimo anno le Nazioni Unite e le loro agenzia hanno preparato 34 piani umanitari per aiutare 56 Paesi nel mondo. Già quest’anno è stata stanziata una cifra record da 17 miliardi di dollari che hanno raggiunto il 70% delle persone previste. “Insieme”, è l’appello del Segretario generale dell’Onu Guterres, “dobbiamo mobilitare risorse ed essere solidali con la gente nella loro ora più buia”.

Manca la volontà politica di agire

In generale, tuttavia, i Paesi più ricchi non donano neanche l’obiettivo prefissato dello 0,7% del Pil in aiuti. “Purtroppo non è una novità quella della disparità tra le risorse che servirebbero da un lato e che dall’altro lato vengono messe a disposizione. Questo è uno degli “scandali” – non ci sono altre parole – del mondo in cui viviamo”, afferma a Vatican News il professor Riccardo Moro, docente di Politica dello Sviluppo all’Università di Milano e presidente mondiale del Gcap, la coalizione internazionale contro la povertà. “Nonostante le condizioni di vita in molte parti del pianeta siano straordinariamente faticose”, ribadisce, “le società e i Paesi dove il benessere è diffuso non si sentono chiamate in causa a intervenire. Eppure, le risorse che esistono nel pianeta sarebbero nettamente sufficienti. Credo che non ci siano dei problemi di risorse, quanto dei problemi di cultura e di volontà politica. Non si percepisce l’esigenza di intervenire”.

Serve una cultura della solidarietà internazionale

Come ha ricordato Papa Francesco nel suo messaggio ai giudici membri dei Comitati per i diritti sociali di Africa e America, infatti, donare ai poveri è una questione di giustizia sociale e anche la proprietà privata è un diritto naturale secondario. “Non si può rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza di qualcuno e perfino la proprietà privata viene in secondo ordine rispetto all’esigenza di tutelare la dignità delle persone”, ribadisce il professor Moro. “In fondo le società moderne e le democrazie mature sono basate su questo principio di solidarietà”. “La corresponsabilità fiscale, ad esempio, interviene per servire tutti i membri della comunità e tutti facciamo cassa comune per questo”, spiega, “ma questa maturità, questa sapienza giuridica a livello nazionale non ce l’abbiamo a livello internazionale”.

Vatican News

 

 

LA VIRTU' CRISTIANA DELLA GENTILEZZA


 Una riflessione a partire da «Fratelli tutti»

di Andrea Monda

 Tre dei 287 punti che compongono l’enciclica Fratelli tutti il Papa li dedica per parlare del tema della gentilezza. Potrebbe suonare strano: in fondo che c’entra la gentilezza con tutto il resto dell’enciclica? E che senso ha riservarle tutto questo spazio nel drammatico momento storico che il mondo intero sta vivendo? Insomma la cosa lascia pensare e quindi è giusto pensare un po’ a questa cosa qui, questa cosa “strana” che è la gentilezza, un oggetto sconosciuto o almeno dimenticato nel frenetico mondo contemporaneo (e viene da dire che il motivo è proprio per rispondere a questa dimenticanza). Se dunque ci pensiamo con attenzione, la prima domanda che sovviene è quella relativa a Gesù, anche perché l’autore del testo è il vicario di Cristo e ogni cosa che dice, scrive, fa ha come primo e ultimo punto di riferimento proprio la figura di Gesù; e la domanda è: ma Gesù era un uomo gentile? A sentirlo come si scaglia contro gli ipocriti e a vederlo come si costruisce con le proprie mani delle fruste per scacciare i mercanti dal tempio, non viene proprio da pensare alla gentilezza come alla prima delle sue virtù. Eppure.. forse è meglio vedere un po’ più da vicino. E se ci avviciniamo a Gesù troveremo in lui un vero, il vero gentiluomo.

Pensiamo ad esempio alla sua attenzione verso tutti, la cura e la delicatezza con cui si dava a ciascuno che incontrasse lungo la strada. La sua apertura verso i bambini e le donne era così forte, costante e dirompente rispetto ai canoni del tempo da creare sconcerto e disorientamento tra tutti i presenti, anche all’interno della cerchia più stretta dei suoi amici. Ma gli esempi di questa gentilezza abbondano. Quando gli portano un infermo, un cieco o un malato il più delle volte la sua prima domanda è “cosa posso fare per te?” o, ”cosa desideri?”, come potrebbe fare un cameriere o un albergatore che accoglie l’ospite mettendosi al suo servizio. Allora comprendiamo che la gentilezza non è essere affettato ma invece affettuoso, non è amore per il quieto vivere ma per l’inquietudine dell’altro che ho di fronte, non è debolezza ma forza potente che rovescia la logica del potere e la soppianta con quella del servizio. Una forza che è anche resistenza. Pensiamo all’episodio narrato nel diciottesimo capitolo di Giovanni quando Gesù viene schiaffeggiato nel sinedrio durante il processo-farsa da una guardia che, senza alcun vero motivo, lo colpisce violentemente e Gesù gli risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Gli esempi che vengono in mente, come quelli appena citati, dimostrano il gusto di Gesù di approcciarsi all’altro con una domanda, un dettaglio che rivela qualcosa della gentilezza: essa è costituita da quell’apparente ossimoro che è una “curiosità discreta”. Un uomo gentile è necessariamente un uomo discreto, però è anche attento e interessato all’altro, a chi gli sta davanti.

Pensiamo a quando appare a Paolo facendolo cadere da cavallo (capitolo 9 degli Atti degli Apostoli) e si presenta rivolgendogli una domanda: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Questo gesto, il farlo cadere da cavallo, non sembra un gesto gentile eppure a volte è l’unico modo per aiutare una persona a cui si vuole bene, cambiargli bruscamente la prospettiva, ma in questo brano è importante la domanda, che è vera, sincera, come tutte quelle di Gesù: egli vuole conoscere l’altro, vuole comprendere le sue ragioni e vuole che anche lui ponga questa domanda a se stesso, alla propria coscienza come a dire “sei consapevole di quello che stai facendo?”.

La curiosità discreta di Gesù è la sana curiosità di chi veramente si interessa all’altro perché gli vuole bene e vuole stringere con lui un legame sincero. E qui la gentilezza s’incontra con la sua eterna promessa sposa: l’umiltà. Felice l’intuizione dello scrittore inglese C.S. Lewis su questo punto: «Non immaginatevi che un uomo davvero umile, se vi capiterà di incontrarlo, corrisponda a ciò che oggi si suole designare con quell’aggettivo: una persona untuosa e viscida, che dichiara a ogni piè sospinto di non essere nessuno. Probabilmente vi troverete di fronte un uomo vivace e intelligente, che si interessa davvero a ciò che voi gli dite. Se vi riesce antipatico, sarà perché vi sentite un po’ invidiosi di uno che sembra godersi così facilmente la vita. Costui non pensa all’umiltà: non pensa affatto a se stesso». Eccolo qua il profilo del gentiluomo: un uomo aperto all’altro, capace dell’attitudine più rara e preziosa, l’ascolto. Da questo approccio sano verso gli altri il più delle volte scaturisce la leggerezza, ma anche la gioia o quanto meno il buon umore, tutte caratteristiche che contraddistinguono le persone umili e gentili.

Gesù era curioso, la sua incarnazione stessa è un modo per “interessarsi” agli uomini (in latino inter-esse: essere dentro, stare, “abitare in mezzo a noi”): è il paradosso di un Dio che si fa uomo per condividere la natura e il destino degli uomini, compresa l’esperienza estrema della morte, un Dio che si fa compagno di viaggio lungo il cammino della nostra esistenza. Gesù camminava per le strade degli uomini e amava incontrarli e fare loro domande come fa con i discepoli di Emmaus, ma la sua era appunto una curiosità discreta, capace cioè di preservare la libertà altrui, di non invadere il campo dell’altrui responsabilità.

Gesù tra l’altro usava anche quelle parole che il Papa spesso raccomanda nei suoi discorsi, come “permesso” o “grazie” e che ripete anche nell’enciclica (n.224); tutta la sua vita è stata una “eucaristia”, un rendimento di grazie al Padre, che a volte sembra non riuscire a trattenere come ad esempio quando esplode nell’inno di giubilo di Matteo 11, 25: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».

E Gesù chiede anche “permesso?”, lo dice lui stesso di sé nell’ultimo libro della Bibbia: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20). Ecco la discrezione di un Dio che si propone ma non s’impone, rispetta la sfera d’autonomia di ogni uomo chiamato ad esercitare la propria libera scelta.

Com’è difficile dunque quest’atteggiamento della gentilezza, difficile ma non impossibile come ricorda il Papa nell’enciclica: «Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza» (Fratelli tutti, n.224). Sono queste persone gentili i “giusti” di cui parlava il poeta argentino Borges, quelle persone che vogliono «giustificare un male che gli hanno fatto», che preferiscono «che abbiano ragione gli altri, / tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo». 

L'Osservatore Romano 



domenica 29 novembre 2020

IDENTITA' DI GENERE A SCUOLA. PERCHE' E COME PARLARNE


 Sulla proposta della legge Zan di celebrare una Giornata nazionale contro l’omofobia

La posizione secondo cui non sarebbe corretto affrontare in classe determinati argomenti perché “divisivi” non regge: i giovani cercano informazioni, si guardano dentro per capire e per capirsi. Nella norma prevista si può cogliere un’occasione per capire e accompagnare il cammino dei nostri figli più disorientati.

I ragazzi oggi chiedono di non fingere indifferenza, e di essere aiutati a capire Ma chi ha le competenze e gli strumenti per farlo in modo coerente e sereno?

 di Luciano Moia *


L’articolo 6 della legge Zan approvata alla Camera stabilisce che il 17 maggio di ogni anno venga celebrata la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, anche con iniziative organizzate dalle pubbliche amministrazioni e dalle scuole, comprese quelle primarie. Scelta ideologica? Tentativo di introdurre tra i bambini i veleni della cosiddetta cultura gender? Un rischio, certo. Nella lettera scritta al direttore di “Avvenire” il relatore della legge, Alessandro Zan, assicura tuttavia che «non si prevede in alcuna parte della legge l’introduzione di fantasmatiche “ore di gender”, né si espongono studentesse e studenti a chissà quali contenuti scabrosi. Si prevede semplicemente che, in occasione della Giornata nazionale contro l’omotransfobia, possano svolgersi nelle scuole iniziative dedicate a richiamare i valori del rispetto e del contrasto delle discriminazioni e della violenza motivate da orientamento sessuale e identità di genere». Obiettivi in larga parte condivisibili. Sarà però decisivo capire come verranno declinati questi propositi e, soprattutto, come potrebbe essere strutturato nelle scuole il percorso di avvicinamento a questa Giornata se la legge dovesse superare l’esame del Senato.

Un altro punto interrogativo è legato agli insegnanti. Quelli che dovessero affrontare la questione con serietà – certamente la maggior parte – non potrebbero evitare di confrontarsi con argomenti complessi come il corpo, la differenza, il rispetto, le emozioni, gli affetti, le relazioni. E dovrebbero farlo, come ha spiegato su queste colonne la pedagogista Livia Cadei, che è anche presidente della Confederazione italiana dei consultori di ispirazione cristiana, con la sapienza educativa del «giusto momento», sempre ponendosi dalla parte dei bambini, con un’opera di mediazione efficace e rispettosa delle diverse sensibilità. Occorrerebbero linguaggi adatti e vicini ma, soprattutto, nel caso sarà opportuno chiedere e offrire alle famiglie quella collaborazione giocata sulla reciproca fiducia e sulla trasparenza degli obiettivi che finora è troppo spesso mancata. E si tratta anche qui di un punto decisivo. Nessuna scuola può pensare, su un punto così delicato come l’educazione sessuale, di marciare in senso contrario alla sensibilità dei genitori.

Ma se ogni situazione è occasione, perché la legge Zan, pur con tutti i suoi aspetti problematici che abbiamo già messo in luce, non potrebbe rivelarsi un’opportunità anche in chiave educativa per ri- flettere, anche nelle scuole, su temi ormai irrinunciabili? La posizione secondo cui non sarebbe corretto affrontare a scuola questi argomenti perché “divisivi” o addirittura imbarazzanti non regge in alcun modo. I nostri ragazzi non solo ne parlano, cercano informazioni, si guardano dentro per capire e per capirsi, ma arrivano a definire come “normali” scelte che interrogano e, in molti casi, spiazzano noi adulti.

Nell’ultimo Rapporto Giovani della Fondazione Toniolo (Adolescenti e relazioni significative. Indagine generazione Z 2018-2019) che indaga, tra l’altro, sulle relazioni sentimentali della fascia d’età tra i 13 e 18 anni, si evidenzia che il 10,3 dei ragazzi e il 4,6 delle ragazze dichiara di avere un rapporto stabile omosessuale. I ricerca- tori che si sono trovati di fronte a queste risposte sorprendenti, non fosse altro per le percentuali, che tra i ragazzi non corrispondono a ciò che le statistiche hanno frequentemente indicato per quanto riguarda la consistenza numerica della popolazione non eterosessuale (3-5%), hanno cercato di capire quanto fossero credibili queste dichiarazioni. Ma da una parte la garanzia dell’anonimato, dall’altro l’esame di una serie di parametri che svelano la credibilità o meno delle risposte, non hanno potuto che confermarne l’attendibilità. Possiamo prendere questi dati come trascurabili? Possiamo fingere che non facciano emergere una tendenza o non rivelino nulla di significativo? Certo, possiamo farlo. Ma anche ammettendo il peso di curiosità. condizionamenti culturali e propensione, in alcuni, a farsi affascinare dalle tendenze più trasgressive, la libertà con cui una percentuale così rilevante di ragazzi ha messo nero su bianco all’interno un sondaggio le proprie preferenze sessuali, indica un livello di trasparenza – o un grido di aiuto – che forse pochi anni sarebbe stato impensabile. E questo non diventa interessante solo per i sociologi, ma rappresenta soprattutto per le famiglie un dato urgente su cui riflettere perché ripropone con la forza dei fatti, la questione dell’orientamento sessuale. Una questione “anche” educativa – oltre che esperienziale, ormonale, genetica, culturale, ecc. – che non può essere elusa né dai genitori, né dalla scuola.

Non basta ribadire come un mantra l’evidente suddivisione binaria della natura umana. Una parte dei nostri ragazzi vive anche “quelle” esperienze e ci chiede di non fingere indifferenza, di essere accolta e aiutata a capire. Ma chi ha competenze e strumenti per farlo in modo coerente e sereno? E in questo modo non si aprirebbero le porte ai propugnatori della cosiddetta cultura gender? Qualche considerazione è necessaria. Non tutti gli approfondimenti sulla questione del genere – come illustrato lo scorso anno dal documento della Congregazione per l’educazione cattolica, Maschio e femmina li creò. Per una via di dialogo sulla questione del gender nel- l’educazione – sono un cedimento alla cultura che, secondo la semplificazione corrente, vorrebbe appiattire la differenza sessuale nella logica di un’autodeterminazione senza limiti e senza barriere. Ma il documento vaticano spiega che è necessario fare una distinzione tra ideologia e studi sul gender. Mentre la prima, come ricordato anche da papa Francesco, nel «rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili», finisce per imporsi come «un pensiero unico che determina anche l’educazione dei bambini», non mancano ricerche sul “gender” che cercano di approfondire adeguatamente il modo in cui si vive nelle diverse culture la differenza sessuale tra uomo e donna. «In relazione a questi studi – si dice nel documento vaticano – è possibile aprirsi all’ascolto, al ragionamento e alle proposte».

E su questi aspetti, si ammette, ci sono alcuni elementi di ragionevole condivisione, come il rispetto di ogni persona nella sua peculiare e differente condizione, affinché nessuno, a causa delle proprie condizioni personali (disabilità, razza, religione, tendenze affettive, ecc.), possa diventare – scrivono gli esperti vaticani – oggetto di bullismo, violenze, insulti e discriminazioni ingiuste. Che è poi quello che papa Francesco scrive in Amoris laetitia (n. 250). Che sono, poi, le intenzioni migliori della legge Zan. Ecco perché, pur considerando i rischi ideologici oggettivi e già evidenziati, non è stravagante cogliere nell’articolo della legge che sollecita le scuole ad approfondire, insieme alla questione omofobia, gli indispensabili aspetti antropologici per comprenderne significati e relazioni, un’occasione per capire e accompagnare il cammino dei nostri figli più disorientati.

Sarebbe molto comodo concludere che questo disorientamento sia causato dalla persistente invasione del “gender”. Ma è davvero cosi? Non c’è una minima percentuale di responsabilità anche nel fatto che le famiglie, a loro volta confuse, hanno smesso di essere un riferimento educativo? E che nelle scuole e nelle altre agenzie educative sia così difficile organizzare progetti di educazione all’affettività e alla sessualità capaci di mescolare con saggezza la norma dell’ideale con l’umanità del bene possibile?

www.avvenire.it

 

*Luciano Moia, sposato, due figli, è da oltre vent’anni caporedattore del mensile di Avvenire dedicato alla famiglia, prima Noi genitori & figli, ora Noi famiglia & vita. Nello stesso quotidiano è stato anche responsabile della redazione Catholica (informazione religiosa) e della redazione Interni (cronaca e politica nazionale). In precedenza, ha lavorato per un decennio a il Giornale di Montanelli, poi a La Voce e L’Eco di Bergamo. Laureato in Lettere con orientamento storico, ha scritto una ventina di saggi tra cui: Famiglia, morale, bioetica con il cardinale Dionigi Tettamanzi (Piemme, 1999); Figli televisivi? (Edizioni San Paolo, 2001); Crescere insieme. Genitori e figli adolescenti alla scoperta dell’età adulta (Elledici, 2002) e La famiglia la parrocchia la pastorale. Storie vere di famiglie aperte alla Chiesa e al mondo con Paola Tettamanzi (Edizioni San Paolo, 2004). Ha curato gli ultimi due ebook di AvvenireLe bugie del gender (2015) e Amoris laetitia. Un anno formidabile, 8 aprile 2016-8 aprile 2017.

 

 

sabato 28 novembre 2020

VEGLIATE !

 

Il commento al Vangelo di domenica 29 Novembre 2020 –

- Dal Vangelo secondo Marco – Mc 13,33-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

 COMMENTO DI P. PAOLO CURTAZ

“Il Cenone di Natale? Un suicidio”. “Si lavora per salvare il Natale che sarà comunque a distanza”. “Con questi morti il Covid è lunare”.

Non c’è da stare allegri, nel leggere i titoloni dei giornali che ogni giorno devono in qualche modo farsi strada nelle nostre menti assuefatte per innalzare la soglia dell’attenzione (e della paura). Quindi il problema sarà che, con ogni probabilità, salterà il Cenone di Natale.  Rileggo e non so se mettermi a ridere: il Cenone di Natale. 

Penso ai tantissimi che in questi anni mi hanno comunicato il loro disagio all’idea di vivere da soli quel momento, o in compagnia di persone sopportate con fatica. Penso al tanto dolore oscuro che quel magnifico evento, il Natale, non il Cenone, suscita in coloro che vengono travolti dal clima forzatamente festoso che li attornia. Penso a quante volte ho invitato a guardare ai troppi che vivono il giorno di Natale come al peggior giorno dell’anno…

E, birichino, ho anche vagheggiato di una moratoria sul Natale, proponendo di sospenderlo per qualche anno. Sospendere quel Natale, fatto di apparenza e di illusione.

Per riappropriarci del Natale. Buffo: forse accadrà, allora.  Forse, sul serio, quell’antipatico del signor Covid, dopo averci costretto a celebrare la Pasqua in casa, come sapevano fare le comunità primitive, dopo averci resi tutti cattolici non praticanti per qualche mese, riscoprendoci, infine, cercatori di Dio, ci obbligherà anche a lasciar stare pacchi e pacchetti, luci e lustrini, per andare di notte a Betlemme. Troppo forte.

Nella notte

Sarà un avvento diverso, come diversa è stata la quaresima e il tempo di Pasqua. Sarà, per chi lo vorrà, occasione per prendere ancora in mano il timone della barca della nostra vita, prendendo il largo. Sarà l’occasione per attendere. Non per far finta che poi Gesù nasce, perché il Signore è nato nella Storia e tornerà nella gloria, ma per farlo nascere in noi. Oggi, qui, quest’anno di pandemia, questo momento in cui tutto viene rimescolato, messo in discussione, amplificato.

Bella storia. Bella Storia. Una Storia che è salvezza.  Sarà un avvento di attesa.  Di attesa di normalità, di attesa di abbracci e baci, di lunghe serate e ridere e scherzare, di amici che se la raccontano, di fratelli e sorelle nella fede che cantano nella notte davanti ad una icona. Sarà un avvento di attesa. Di senso, di salvezza, di bene, di Dio. Ma ad una condizione: quella di restare svegli.

Servi e portinai

La parabola di oggi è di immediata comprensione: il padrone di casa, il Signore Gesù, è assente ma tornerà nella gloria. In questo tempo di mezzo, fra la storia e la gloria, affida a noi, suoi servi, il compito di vigilare, di costruire brandelli di Regno, di annunciare la sua venuta.  Una venuta che, come meglio bisognerebbe tradurre, non avviene alla fine della notte, ma continuamente.  Lo aspettiamo nella gloria, il Cristo, ma anche nella vita di ciascuno di noi, qui, ora, oggi. Ai servi è affidato ogni potere. Sciocco di un Cristo. Ingenuo! Come se davvero fossimo in grado di gestire il potere d’amore che ha inaugurato! Eppure accade proprio così: a queste fragili e sudicie mani il Signore affida il suo Vangelo. Come un tesoro custodito in vasi creta. A noi, servi inutili.

E ai portinai, a coloro, cioè, che hanno maggiori responsabilità, quella di aprire la casa, la Chiesa, la comunità, a chi cerca il Signore, chiede di vigilare ancora di più, con maggiore convinzione e sforzo. Quanto è terribile vedere portinai ignavi, impigriti, imborghesiti, sedersi al posto del padrone! Quanto scandalo suscitiamo quando dimentichiamo chi siamo veramente! Servi inutili.

Nella notte

Viene nella notte, il Signore, lo Sposo. Noi, come le ragazze coraggiose delle scorse domeniche, sfidiamo ogni notte con una piccola fiammella in mano. Sfidiamo questa notte fatta di incertezza e di paura, di lugubri ombre e di amici e famigliari morti in solitudine, di comunità azzoppate e distante, proprio come fanno quelle ragazze. Ragazze coraggiose.  Non proprio come facciamo noi. Che accampiamo mille scuse alla realizzazione della nostra felicità. Se fossi, se avessi, se potessi…

Non abbiamo tempo o opportunità o cultura sufficiente per essere felici. Meglio maledire il buio, meglio rannicchiarsi in un angolo tappandosi le orecchie. Sì, certo, è buio fitto. Basta guardarsi intorno per capirlo. Per vedere il tasso di violenza, nelle parole, nei pensieri, che attanaglia le persone, tutte rabbiose con tutti, tutti convinti di essere vittime di qualcuno. Non è così, smettiamola di nasconderci dietro ad un dito.

C’è chi maledice la notte. Chi accende una luce. Chi attende un aiuto. Come i deportati in Babilonia. Se tu squarciassi il cielo e scendessi! Il lamento straziante sale dalla bocca di uno degli autori del libro del profeta Isaia, in esilio dopo la durissima sconfitta contro Nabucodonosor. Nessuna speranza all’orizzonte, nessuna possibilità di riscatto, solo l’amarezza dell’esilio e della schiavitù.

Per la prima volta nella Bibbia, il Dio dei patriarchi viene invocato col titolo padre.  Titolo che non veniva usato perché comune nell’invocazione pagana alle proprie divinità. Ma ora non c’è più remora, né timore di essere ambigui. Non c’è più il tempio, né la città santa, né il re. Tutto è perduto. Solo sale quell’invocazione fatta quasi sottovoce, una immensa ricerca di salvezza, un grido silente. Se tu squarciassi il cielo e scendessi! Un grido che ancora sale da questa terra d’esilio in cui siamo. Un grido di avvento mentre ci prepariamo a celebrare la nascita di Cristo in ciascuno di noi, nell’attesa del suo ritorno definitivo.

Pregare

Come restare desti? Come nutrire la nostra anima? Come riempire d’olio le lampade che si consumano? Nell’orto degli ulivi, ai discepoli oppressi dal sonno e dalla tristezza, Gesù chiede di pregare. Una preghiera che è intimo dialogo col Padre, che è relazione fiduciosa ed appassionata con lui, che è nutrimento dell’anima nel silenzio della lettura orante della Parola di Dio.

Ciò che cercheremo di fare in questo ennesimo avvento, in questo breve tempo in cui cercheremo di sostenerci a vicenda, incoraggiandoci, restando svegli. Perché, purtroppo, anche lo stravolgimento di senso che abbiamo operato nei confronti del Natale rischia di essere un anestetico. Mortale. E nella preghiera, come un mantra, ripetiamo quanto abbiamo udito dalla Parola: Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui.

Vegliamo allora, noi, che aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. 

 

Cerco il tuo volto