martedì 1 dicembre 2020

ONU, NEL 2021 RECORD DI POVERI

NON SI PUO' RESTARE INDIFFERENTI

Servono 35 miliardi di dollari per salvare 265 milioni di persone dal peggiore scenario degli ultimi 22 anni. Il coronavirus ha aumentato del 40% le persone bisognose e la comunità internazionale non dona quanto promette. "Non si può restare indifferenti" ripete, riprendendo le parole di Papa Francesco, il professor Moro "perfino la proprietà privata viene in secondo ordine rispetto all’esigenza di tutelare la dignità umana”

 

Michele Raviart

 

Nel 2020 il numero di persone bisognose di assistenza umanitaria è aumentato del 40% a causa della pandemia di coronavirus. Si tratta in totale di 235 milioni di persone, che se vivessero insieme sarebbero il quinto Paese più popoloso del mondo. La denuncia arriva dalle Nazioni Unite, che hanno pubblicato oggi il Global Humanitarian Overview 2021, che fa il punto sulle zone del mondo più a rischio per il prossimo anno.

La quinta nazione più popolosa del mondo

Secondo l’Onu per aiutare la maggior parte di queste popolazioni – l’obiettivo delle Nazioni Unite è di raggiungere i due terzi di chi ha bisogno, mentre il rimanente terzo è demandato ad associazioni come la Croce Rossa- saranno necessari 35 miliardi di dollari, pari a 29 miliardi di euro. Numeri che sembrano alti, ma molto piccoli rispetto alle cifre stanziate dai Paesi ricchi per affrontare la pandemia al loro interno.

Dopo 22 anni, aumentano i poveri 

Il Covid-19 ha causato per la prima volta in 22 anni un aumento della povertà estrema nel mondo. Chi viveva ai margini, infatti, si legge nel comunicato dell’Onu, “è stato colpito in maniera dura e sproporzionata dall’aumento dei prezzi del cibo, dal crollo degli introiti, dall’interruzione dei programmi di vaccinazione e dalla chiusura delle scuole”. Il quadro presentato, ha spiegato Mark Lowcock, responsabile dell’Onu per gli aiuti internazionali, “è la prospettiva più cupa e oscura sui bisogni umanitari nel periodo a venire che abbiamo mai stabilito”.

Yemen a rischio carestia

Si prevedono infatti nuove carestie, che si aggiungono ai conflitti già in corso e alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Le zone più a rischio sono Afghanistan, Nigeria nordorientale, Sud Sudan, Repubblica democratica del Congo e Burkina Faso. Particolarmente grave è la situazione in Yemen, dove “c’è un pericolo chiaro e presente di una carestia di scala davvero larga”, perché alcuni dei Paesi donatori non hanno sostenuto il Paese come il biennio precedente.

Interventi in 56 Paesi

Per il prossimo anno le Nazioni Unite e le loro agenzia hanno preparato 34 piani umanitari per aiutare 56 Paesi nel mondo. Già quest’anno è stata stanziata una cifra record da 17 miliardi di dollari che hanno raggiunto il 70% delle persone previste. “Insieme”, è l’appello del Segretario generale dell’Onu Guterres, “dobbiamo mobilitare risorse ed essere solidali con la gente nella loro ora più buia”.

Manca la volontà politica di agire

In generale, tuttavia, i Paesi più ricchi non donano neanche l’obiettivo prefissato dello 0,7% del Pil in aiuti. “Purtroppo non è una novità quella della disparità tra le risorse che servirebbero da un lato e che dall’altro lato vengono messe a disposizione. Questo è uno degli “scandali” – non ci sono altre parole – del mondo in cui viviamo”, afferma a Vatican News il professor Riccardo Moro, docente di Politica dello Sviluppo all’Università di Milano e presidente mondiale del Gcap, la coalizione internazionale contro la povertà. “Nonostante le condizioni di vita in molte parti del pianeta siano straordinariamente faticose”, ribadisce, “le società e i Paesi dove il benessere è diffuso non si sentono chiamate in causa a intervenire. Eppure, le risorse che esistono nel pianeta sarebbero nettamente sufficienti. Credo che non ci siano dei problemi di risorse, quanto dei problemi di cultura e di volontà politica. Non si percepisce l’esigenza di intervenire”.

Serve una cultura della solidarietà internazionale

Come ha ricordato Papa Francesco nel suo messaggio ai giudici membri dei Comitati per i diritti sociali di Africa e America, infatti, donare ai poveri è una questione di giustizia sociale e anche la proprietà privata è un diritto naturale secondario. “Non si può rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza di qualcuno e perfino la proprietà privata viene in secondo ordine rispetto all’esigenza di tutelare la dignità delle persone”, ribadisce il professor Moro. “In fondo le società moderne e le democrazie mature sono basate su questo principio di solidarietà”. “La corresponsabilità fiscale, ad esempio, interviene per servire tutti i membri della comunità e tutti facciamo cassa comune per questo”, spiega, “ma questa maturità, questa sapienza giuridica a livello nazionale non ce l’abbiamo a livello internazionale”.

Vatican News

 

 

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