martedì 12 maggio 2020

INSEGNARE NEL TEMPO DELLA PANDEMIA. CONFRONTO DI ESPERIENZE E UNO SGUARDO AL FUTURO

INVITATION AU WEBINAIR

ENSEIGNER AU TEMPS DU CORONAVIRUS.
 COMPARER LES EXPÉRIENCES, UN REGARD SUR L’AVENIR


Webinaire international -  Vendredi 22 mai 2020 de 17h00 à 19h00 (Roma)

Ce webinair de l’UMEC-WUCT vise à réfléchir et à échanger sur des expériences et compétences relatives aux problèmes de l’éducation et de l’enseignement face aux multiples crises provoquées par la pandémie du COVID-19, et sur les perspectives, aux niveaux mondial et local.

Langue de l’événement : français

Intervenant.e.s

Introduction et salutations :   Guy Bourdeaud’hui, Président UMEC-WUCT
Emmanuel Banywesize, Professeur à l’Université de Lubumbashi et Directeur Gén. de l’EcoPo - RD Congo
Elizabeth Boddens  Hosang, Identity Advisor at St. Confessioneel Onderwijs Leiden - NL
Elena Rodica Miron, Directrice du Licée  Sf Iosif – Bucuresti – Ro
Pasquale Moliterni, Professeur à l’Université de  Roma 4 - I -
Conclusions : Msg  Vincent Dollmann, Archevêque de Cambrai, A.E. UMEC-WUCT
Coordination : Giovanni Perrone, secrétaire général de l'UMEC-WUCT

Le webinaire est réservé à un maximum de 500 personnes, selon l'ordre de réservation.
Avant le webinaire, les informations nécessaires à la connexion (via Zoom) seront envoyées  .




A webinar on the same theme will be held in June

Courriel /Mail: Umec.wuct@gmail.com

SVP, veuillez diffuser l'invitation

lunedì 11 maggio 2020

RAGAZZI IN ITALIA: CRISI ECONOMICA E POVERTÀ' EDUCATIVA


Appello di Save the Children: ripartiamo dai bambini e dagli adolescenti fortemente penalizzati dalla pandemia per radicare la ripresa del Paese. 100 firme autorevoli a sostegno del Manifesto “Riscriviamo il futuro”.

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

“Riscriviamo il futuro”, il titolo della Campagna lanciata oggi in Italia dall’organizzazione internazionale umanitaria Save the Children, per chiedere al Governo, al Parlamento e alle Regioni di ripartire dai bambini e dagli adolescenti fortemente penalizzati dalle misure restrittive della pandemia, con la chiusura delle scuole e di ogni attività sportiva e ricreativa e la crescita di  disagi economici e sociali, anche gravi in molte famiglie, in tutto il Paese, con la sospensione, riduzione o perdita di lavoro da parte dei genitori.
Gli effetti del Covid19 sui minori
Un allarme rosso sull’Italia, supportato da una ricerca condotta, alla fine di aprile, attraverso un questionario on line rivolto a circa mille minori tra gli 8 e i 17 anni e i loro genitori. Non un campione molto esteso, che ha però confermato nel 40 per cento dei casi la povertà economica ed educativa  diffusa e aggravata dalle misure restrittive della pandemia.
Povertà economica
Sono quasi raddoppiati i nuclei familiari che necessitano di sussidi dello Stato per andare avanti. Quasi la metà delle famiglie intervistate ha dovuto infatti ridurre le spese alimentari e il consumo di carne e pesce, tutte private del servizio mensa scolastico per i figli, che era esente da pagamenti per i nuclei più disagiate. Un milione di bambini in più  – stima Save the children - rischia di scivolare nella povertà assoluta.
Povertà educativa
1 su minore su 5 incontra maggiori difficoltà a fare i compiti e tra gli 8 e gli 11 anni, 1 su 10 non segue mai le lezioni a distanza o lo fa meno di una volta a settimana. C’è pericolo che molti ragazzi abbandonino gli studi, condannati all’ignoranza, già oggi 1 su 2 non legge libri al di fuori della scuola, e siano privati ulteriormente della possibilità di fare sport, già oggi 4 su 10 non lo praticano. Dispersione scolastica, scarsità di opportunità educative, culturali, sportive e ricreative per bambini e ragazzi, fenomeni già ampiamente presenti prima della pandemia, soprattutto nel regioni del centro sud, rischiano di estendersi al resto d’Italia.
Ripartire subito in vista dell’estate
 “Nell’immediato – spiega Daniela Fatarella direttrice generale di Save the Children Italia – puntiamo ad affrontare educazione, opportunità e speranza a 100 mila bambini e ragazzi che vivono nei contesti più deprivati del Paese, all’indomani della grande emergenza sanitari e socio-economica che ha colpito il Paese”. Ma dopo mesi di lockdown, di mancanza di socialità, di assenza dalle aule con una didattica a distanza non sempre efficace e fruibile da tutti, incombe per tutte le famiglie italiane il periodo estivo, vuoto di proposte per i figli, che rischiano di essere perfino abbandonati in casa dai genitori obbligati a tornare al lavoro.
C’è bisogno di tutti per aiutare bambini e ragazzi
“Ora più che mai – sollecita Fatarella è necessario un impegno collettivo che veda tutti coinvolti – cittadini, famiglie, scuole, terzo settore, aziende e istituzioni – per una ripartenza che identifichi i diritti dei minori come bussola per intervenire sul presente  e riscrivere il futuro”. Oltre 100 personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, dell’impresa e dello sport hanno già firmato il Manifesto “Riscriviamo il futuro”, cui è possibile aderire sul sito 








domenica 10 maggio 2020

LA RETE E LE PAROLE - SI E' CIO' CHE SI COMUNICA


Anche in versione online, torna il festival di Parole O_stili sulla comunicazione rispettosa delle persone. Oggi la presentazione del nuovo Manifesto, con dieci buone pratiche da osservare sul web
La rete accorcia le distanze, ma le parole vanno “curate”

di MATTEO MARCELLI

Se è vero che il web è il luogo di elezione per molti “odiatori da tastiera” e per i loro insulti, il lockdown imposto dal Covid19, dilatando lo spazio di utilizzo del digitale, ha aumentato il rischio di amplificare il fenomeno. Ed è stata anche questa consapevolezza ad aver convinto l’associazione Parole O_stili a non rinunciare al quarto appuntamento con il festival annuale sulla comunicazione rispettosa delle persone. Un’edizione «fatta in casa», per usare le parole della presidente Rosy Russo, e per questo pensata con ancor più cura: «La distanza è una realtà, soprattutto in questo momento, ma anche una percezione. Il web non permette di misurare l’empatia fino in fondo, ma la rete è un luogo che va abitato con tutti i nostri sensi – esorta Russo –. Vogliamo accorciare queste distanze, ma abbiamo anche bisogno di dilatare lo sguardo e credere che il web possa fare la differenza quando si porta dietro l’umanità come accade adesso. La cura, alla Don Milani per intenderci, è anche cura delle parole, dentro e fuori la rete».
L’associazione lotta da tre anni per ridefinire lo stile con cui le persone interagiscono nel digitale, nella convinzione che le parole usate in spazi virtuali abbiano conseguenze reali e che quindi, anche sul web, vadano pesate con attenzione.
Oggi, nel corso della seconda giornata di festival, sarà presentato il nuovo Manifesto per la comunicazione non ostile. Una lista di dieci principi a cui ispirarsi per scegliere parole giuste, in grado di superare le differenze, oltrepassare i pregiudizi e abbattere i muri dell’incomprensione. Il decalogo è già stato sottoposto e approvato da centinaia di sindaci, decine di aziende e alti rappresentanti delle istituzioni. Parole O_stili ne ha accompagnato la diffusione facendo formazione nelle scuole, producendo libri destinati agli studenti e organizzando decine di workshop sul territorio. A settembre sarà ospitato in alcuni testi scolastici e in un diario che l’associazione realizzerà con Pigna. Ma cosa ha comportato il lockdown per la missione dell’associazione? In realtà, la distanza sociale sembra aver offerto alcune opportunità. Dagli incontri con gli esperti e gli ospiti dei panel, è emersa una maggiore attenzione tra i ragazzi e una rinnovata capacità di valutare il digitale come parte della vita di tutti. «Viviamo un’esperienza dura. Alcune persone sembrano avere sospetto e risentimento nei con- fronti del digitale – ragiona lo scrittore Alessandro Baricco, ospite della sessione di apertura del festival –. Occorre un bilanciamento fra il nostro usare la tecnologia digitale e il nostro continuare a essere umani. Questa è la sfida del domani, perché la realtà resta un sistema unico, siamo reali ovunque».
Il lavoro di Parole o_Stili è stato seguito con attenzione dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, che anche da sottosegretaria, ha sempre difeso l’utilizzo del digitale nella scuola: «Il cyber bullismo si può combattere con educazione e cultura. Ma bisogna capire che le parole possono far male più di uno schiaffo – ha ricordato la Ministra –. Siamo all’interno di una bolla virtuale al momento ed è necessaria una maggiore sensibilità nel modo di comunicare».
Una nuova etica da sviluppare in un momento in cui il Covid offre nuove prospettive: «A scuola utilizziamo un modello di apprendimento passivo. Dobbiamo avere coraggio educativo – spiega Daniela Lucangeli , docente di psicologia evolutiva e membro del comitato ministeriale per la ripresa della scuola, guidato da Patrizio Bianchi –. Questo momento potrebbe servire ad andare oltre, non ci vuole un comitato tecnico per decidere che la distanza educativa va colmata con un messaggio sullo smartphone, serve profondità».

www.avvenire.it

MANIFESTO DELLA COMUNICAZIONE NON OSTILE
  1. Virtuale è reale

    Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.
  2. Si è ciò che si comunica

    Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.
  3. Le parole danno forma al pensiero

    Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.
  4. Prima di parlare bisogna ascoltare

    Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.
  5. Le parole sono un ponte

    Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.
  1. Le parole hanno conseguenze

    So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.
  2. Condividere è una responsabilità

    Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.
  3. Le idee si possono discutere.
    Le persone si devono rispettare

    Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.
  4. Gli insulti non sono argomenti

    Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.
  5. Anche il silenzio comunica

    Quando la scelta migliore è tacere, taccio.


Scarica il Manifesto



sabato 9 maggio 2020

FACCI VEDERE IL PADRE !


Per vedere Dio
 basta vedere Gesù 

10 maggio 2020
V domenica di Pasqua (anno A)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a preparare un luogo per voi”? Quando sarò andato e avrò preparato un luogo per voi, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».  Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che dimora in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
(testo dell'evangeliario di Bose)

Commento di Enzo Bianchi

Nelle ultime domeniche del tempo pasquale ascoltiamo alcune parole tratte dai «discorsi di addio» del quarto vangelo, quelli pronunciati da Gesù al termine della sua ultima cena con i discepoli. Attraverso questi discorsi ci parla il Signore glorioso risorto e vivente, con parole che condensano tutto il messaggio del vangelo e gettano un ponte tra la vita terrena di Gesù e la sua venuta nella gloria.

La separazione tra Gesù e i suoi «amici» (cf. Gv 15,13-15) è vicina, ed egli ha appena preannunciato il tradimento di Giuda (cf. Gv 13,21) e il rinnegamento di Pietro (cf. Gv 13,38). Affinché i discepoli non si rattristino di fronte alla separazione, Gesù si rivolge loro con grande tenerezza – «Non sia turbato il vostro cuore» – e li invita alla fede: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Gesù aveva già detto che la vera opera gradita a Dio è la fede (cf. Gv 6,29); qui, in un contesto di crisi per la sua comunità, smarrita per il futuro che l’attende, rinsalda la sua fiducia con una promessa: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore, io vado a prepararvi un posto». Gesù sta per entrare nella casa del Padre, il Regno, ma prima promette ai suoi discepoli che la separazione da loro sarà solo temporanea: «quando vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io». Ecco la grande consolazione riservata a quanti aderiscono a Gesù e vivono con lui un rapporto di intimità: niente e nessuno può rapirli dalla sua mano (cf. Gv 10,28-29), già ora e poi alla fine del tempo, quando egli verrà nella gloria e li prenderà con sé.
Gesù però sa bene che non basta indicare la meta, occorre mostrare anche la strada per raggiungerla. Per questo aggiunge: «Del luogo dove io vado, voi conoscete la via». Ma Tommaso non comprende e gli chiede: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Eppure proprio lui poco prima aveva esortato gli altri discepoli a fare strada con Gesù, ad andare a morire con lui (cf. Gv 11,16)… Gesù allora gli risponde: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Queste parole così solenni esprimono la singolarità del cristianesimo: da quando Dio si è fatto uomo in Gesù, quest’uomo ha aperto un sentiero unico per andare a Dio; ormai per conoscere Dio si deve conoscere Gesù, per credere in Dio si deve credere in Gesù. La verità è una persona, Gesù Cristo: è lui che con la sua vita ci ha mostrato la via per andare al Padre, dunque la via è il modo di vivere di Gesù, e vivendo come lui noi possiamo partecipare alla sua vita, che è vita vera in pienezza, “vita eterna”!.
Ecco perché subito dopo, a Filippo che gli chiede: «Mostraci il Padre e ci basta», Gesù replica: «Chi ha visto me ha visto il Padre … Io sono nel Padre e il Padre è in me». «Chi vede Dio muore» (cf. Es 33,20), recita l’adagio biblico: è questo il modo per esprimere la santità di Dio, la verità del Dio che non può ricevere un volto dall’uomo, ma che alza lui stesso il velo su di sé. Il credente dell’Antico Testamento chiede ripetutamente a Dio di mostrargli il suo volto, è questo il desiderio più profondo che lo abita: è la domanda di Mosè (cf. Es 33,18), è l’invocazione del salmista (cf. Sal 43,3); eppure il volto di Dio appare al di là della morte… Ma l’umanizzazione di Dio in Gesù ha reso possibile questa visione, sicché il prologo del quarto vangelo ha potuto affermare: «Dio nessuno l’ha mai visto ma il Figlio unigenito ce lo ha raccontato» (cf. Gv 1,18). Sì, Gesù è l’ultimo e definitivo racconto di Dio, e chi vede il volto di Gesù vede il Padre.
Ma cosa vedevano i discepoli se non un uomo, nient’altro che un uomo, che con la sua vita raccontava Dio? Quanti hanno visto Gesù vivere e morire in quel modo hanno dovuto credere che quell’uomo aveva davvero narrato Dio: e Dio, resuscitandolo dai morti, ha dichiarato che nell’esistenza vissuta da Gesù era stato detto tutto ciò che è essenziale per conoscere lui. Quando il nostro Dio ha voluto rivelarsi compiutamente, senza opacità, lo ha fatto in un uomo, Gesù, «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15): questa è la nostra fede salda e il cammino sul quale andiamo incontro al Signore Gesù, nell’attesa della sua venuta nella gloria, quando egli ci prenderà con sé.




MATTARELLA: LA RESPONSABILITÀ' DI ESSERE CITTADINI EUROPEI

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
«Il 9 maggio 1950, Robert Schuman, uno dei padri dell’Europa, in una dichiarazione divenuta celebre, immaginava un continente unito sul piano economico e - in prospettiva - sul piano politico, per superare la pesante eredità della guerra e come punto di partenza di un ambizioso processo di integrazione fra Paesi.
Il cammino dell'Unione europea è passato attraverso fasi di fiducia e periodi di difficoltà, ma non venendo mai meno alla sua fondamentale promessa di pace, stabilità e prosperità per i popoli europei.
La visione di una generazione di intellettuali e uomini politici che per il bene comune della famiglia europea seppe superare divisioni antiche ci deve sostenere anche nelle attuali difficili circostanze.
Ci troviamo di fronte a una sfida che non ha precedenti per ampiezza e profondità, e dobbiamo saper dare risposte all'altezza di quella lungimiranza che, ancor oggi, rappresenta il patrimonio più prezioso che i Padri fondatori ci hanno lasciato in eredità.
Non è in gioco soltanto la risposta alla crisi epidemica, ma si tratta di un banco di prova fondamentale per il futuro dei nostri popoli e per la stessa stabilità del continente.
Il progetto europeo ha saputo dimostrare l'elasticità e la resilienza necessarie a propiziare fondamentali e positivi cambiamenti. È ora la volta, ineludibile, del rafforzamento della solidarietà politica dell'Unione.
Solo più Europa permetterà di affrontare in modo più efficace la pandemia - sfida di dimensioni realmente globali - sul piano della ricerca e della assunzione di misure per la difesa della salute e sul piano della ripresa economica e sociale. Saremmo tutti più in difficoltà se non potessimo disporre di quella necessaria rete di condivisione che lega i nostri popoli attraverso le istituzioni comuni.
Avvertiamo tutti la responsabilità di unirci nel sostegno alle vigorose misure di risposta alla crisi e alle sue conseguenze. Alle misure già decise e a quelle ancora da assumere.
Il cammino europeo ha prodotto enormi progressi, in questi settant'anni, verso quella "fusione di interessi necessari all'instaurazione di una comunità economica" immaginata da Schuman.
Ora l'emergenza in corso non fa che confermare l'urgenza di rispondere alle istanze di cambiamento espresse dai cittadini europei, per sviluppare ancora di più il "fermento di una comunità più profonda".
Tessere le fila del nostro destino comune è un dovere al quale non possiamo sottrarci».





EUROPA: IL PERICOLO DEI VIRUS DEL NAZIONALISMO E DELL'EGOISMO


Hollerich: combattiamo i virus del Covid, del nazionalismo e dell’egoismo

In occasione del 70° anniversario della Dichiarazione di Schuman, giorno della festa dell’Europa, il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Comece, ribadisce la necessità di una grande rete di solidarietà per sconfiggere la pandemia, costruire la pace e non tradire i valori che fondarono il Vecchio continente

di Massimiliano Menichetti

Settant'anni dopo che il ministro degli Esteri francese Robert Schuman diede il primo impulso alla costruzione del progetto europeo, l’arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece, la Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea, il cardinale Jean-Claude Hollerich, sarà a Schengen, città dove nel 1985 fu firmato l'Accordo che regola l'apertura delle frontiere tra i Paesi firmatari. Un segno importante per ribadire la necessità di solidarietà, unità e pace, in questo tempo in cui la pandemia del Covid-19 flagella il mondo. “Abbiamo bisogno di un altro virus, il virus della solidarietà e della carità - ribadisce il porporato ai media vaticani - per capire che l’uomo non vive da solo”, perché “noi possiamo essere “umani” soltanto insieme con gli altri”.
La festa dell'Europa celebra la pace e l'unità. Molti sono gli appelli e gli auspici affinché questo continente sappia tornare allo spirito dei Padri fondatori, sappia riscoprire le proprie radici cristiane. Accogliendo le parole del Papa: come si aggiorna l’idea di Europa?
R. - Penso che sia un momento veramente di gratitudine, perché grazie all’Unione Europea abbiamo avuto la pace. Ieri si è ricordato il 75° anniversario della sconfitta del regime nazista: abbiamo fatto comunque un grande progresso. Ma bisogna mantenere questo spirito, e per questo bisogna tornare allo spirito dei Padri fondatori. Penso a Schuman, penso ad Adenauer, a De Gasperi, che erano uomini pronti alla riconciliazione, uomini che non vedevano il mondo in bianco e nero, ma vedevano tutte le sfumature tra il bianco e il nero. Erano uomini impegnati per la pace e l’unità, basate sulla loro fede cristiana. E il Papa è un po’ la coscienza dell’Europa: è un grande piacere, penso, per tutti gli europei vedere come il Papa venuto da lontano – come ha detto lui stesso – abbia il “senso europeo”, ha capito veramente in profondità quello che è l’ideale europeo: la solidarietà. E la solidarietà non si ferma ai confini dell’Europa. Abbiamo problemi con i confini: confini in Europa e confini dell’Unione Europea con gli altri Paesi. C’è gente che muore ai confini dell’Unione Europea e noi non possiamo tollerare questo.
In questo periodo drammatico a causa del Covid-19, lei ha più volte lanciato un appello all’Europa affinché mostri piena empatia e piena solidarietà ai Paesi più colpiti dalla pandemia. Una sollecitazione che è stata accolta? Cosa bisognerebbe attuare?
R. - Credo che sia stata accolta, non soltanto perché l’ho detto io, ma perché la gente è convinta degli ideali dell’Unione Europea. C’è però un po’ una ferita che rimane: le grandi discussioni prima di arrivare a un compromesso, in un certo senso sono normali in politica; ma in momenti nei quali una grande parte dell’Unione Europea soffre – pensiamo soltanto alle persone morte in Italia, Spagna, Francia … è stata una strage! – allora bisogna dare segnali forti, con empatia. Non soltanto soluzioni teoriche: gli aiuti devono arrivare presto perché altrimenti le persone perdono la fiducia nell’Europa.
Il Papa invita al coraggio “di una nuova immaginazione”, a sviluppare “anticorpi della solidarietà” capaci di dare soluzioni durature, non temporanee. C’è dunque una reale opportunità in questo tempo così difficile?
R. - Sì e lo penso veramente, perché noi siamo divenuti nuovamente consci della fragilità dell’essere umano, della fragilità delle nostre società. E la fragilità può portare a due reazioni: chiudersi in sé, aver paura, e chiudere anche le nostre società, i nostri Paesi. Un’altra reazione – e qui abbiamo bisogno di un altro virus, il virus della solidarietà e della carità, per capire che l’uomo non vive da solo: noi dovremmo saperlo, oggi, perché abbiamo sofferto del fatto di vivere da soli – è che c’è bisogno di una grande rete di solidarietà, perché noi possiamo essere “umani” soltanto insieme con gli altri. Abbiamo bisogno degli altri per realizzare la nostra umanità, per realizzare la chiamata che Dio ci fa.
Qual è il messaggio dunque, la sfida, che la Chiesa in Europa vuole lanciare?
R. - Bisogna avere più solidarietà e più empatia; bisogna essere dalla parte dei più poveri; bisogna avere un realismo basato sull’idea dell’Europa e questa idea non si può pensare senza solidarietà, senza pace. Tutte le altre visioni dell’Europa sarebbero contrarie all’idea dei Padri fondatori. È tanto importante mostrare al mondo che la società umana può essere solidale, che una tale crisi globale, questa pandemia può essere combattuta soltanto a livello mondiale, e che l’Unione Europea è uno strumento per la pace nel mondo. Dunque, combattiamo il virus del Covid e combattiamo il virus del nazionalismo e dell’egoismo.






UN DILEMMA: SALUTE O ECONOMIA?

In tempi di coronavirus, e soprattutto adesso che in molti Paesi, tra cui l’Italia, comincia la cosiddetta “fase 2”, è frequente sentir proporre l’alternativa tra la necessità di far ripartire l’economia e quella di garantire la tutela del diritto fondamentale delle persone, che è quello alla salute e alla vita.

-  di Giuseppe Savagnone  -  

Due possibili strategie
A questo proposito, fin dall’inizio, erano possibili due strategie  per affrontare la pandemia. Una, adottata dalla Cina e, poco dopo, dall’Italia – seguita successivamente dalla Spagna e via via dagli altri Paesi europei – incentrata sul contenimento del contagio e quindi sul confinamento della popolazione: il cosiddetto lockdown, con la conseguente chiusura delle attività commerciali e produttive, allo scopo di impedire la trasmissione del virus.
L’altra, teorizzata dal premier inglese Boris Johnson – che poi però l’ha rinnegata – e dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump – il quale continua ancora oggi a riproporla –, consiste nel lasciare che la vita della collettività continui il suo corso normale, accettando di pagare il prezzo di un certo numero di vittime e puntando sulla cosiddetta “immunità di gregge”, che alla lunga rende il virus meno pericoloso.
La svolta tardiva del Regno Unito
Quest’ultima posizione non partiva affatto da una sottovalutazione del pericolo. Ha fatto il giro di tutti i mass media del mondo la drammatica previsione del premier britannico: «Molte famiglie perderanno i loro cari». Ma si reputava questo costo accettabile. Finché uno studio dell’Imperial College non ha segnalato, numeri alla mano, la sua insostenibile drammaticità, costringendo Johnson a cambiare linea, prima di ammalarsi lui stesso gravemente. Quando però ormai le conseguenze del mancato lockdown erano irreparabili: oggi il Regno Unito, pur avendo subìto l’impatto della pandemia due settimane dopo l’Italia, è il primo Paese d’Europa per numero di decessi.
Le resistenze di Trump al lockdown
Analogo, per certi versi, ma ancora più ondivago, il percorso di Trump. Il presidente americano ha a lungo ignorato le pressanti richieste del team di scienziati e medici guidato dal virologo Anthony Fauci e solo con un mese di ritardo ha accettato a malincuore che venissero prese misure di contenimento, diversificate peraltro da Stato a Stato, e senza nascondere la sua simpatia per gli americani che contestavano in piazza il lockdown.
Fino alla recente dichiarazione, seguita alle notizie sulle pesantissime perdite dell’economia, con cui ha annunziato che «l’America deve ripartire dopo i lockdown per il coronavirus anche se ci saranno dei morti». E morti ce ne sono davvero tanti, negli Stati Uniti, dove il numero di casi di coronavirus ha superato quota 1,2 milioni, mentre i decessi si avvicinano rapidamente alla cifra dei 100.000, a un ritmo di oltre 2000 al giorno.
Il dibattito in Italia
In questo scenario internazionale si situa anche il dibattito in corso in Italia, dove i sindacati, nella cosiddetta “fase 1”, si sono battuti strenuamente per una chiusura totale delle fabbriche, per scongiurare il pericolo che gli operai pagassero sulla propria pelle la mancata interruzione della macchina produttiva. Adesso, all’inizio della “fase 2”, sono invece in primo piano le tensioni fra governo e Confindustria e governo e regioni, sulla ripartenza o meno delle attività commerciali e produttive, con i virologi e i medici che insistono sulla prudenza e i gestori di industrie, negozi e servizi che, sostenuti dai governatori regionali, chiedono a gran voce di poter riaprire.
Economia vs vita delle persone?
Siamo dunque davvero davanti alla scelta tra una linea che privilegia la vita delle persone, tutelando la loro salute, anche a costo di gravissime perdite economiche, e una che, in nome delle esigenze dell’economia, è disposta a sacrificarle?
A mettere in discussione, però, questo modo – forse un po’ troppo semplicistico – di porre il problema, c’è la considerazione, inconfutabile, che la difesa della vita e della dignità degli esseri umani esige anche il buon funzionamento dell’economia, in particolare del lavoro. Ora, è un dato di fatto che milioni di persone in tutto il mondo sono state precipitate, dal lockdown e dal conseguente blocco delle attività economiche, in una condizione drammatica di indigenza.
Sembra dunque più appropriato constatare che siamo davanti a una di quelle situazioni in cui due valori – entrambi fondamentali per la persona umana – entrano in conflitto, rendendo in ogni caso traumatica la scelta.
Non siamo tutti nella stessa barca
Ma in realtà la questione è ancora più complessa. Perché, a guardare più attentamente ciò che sta accadendo, nel mondo e in Italia, si scopre che dietro i termini comunemente usati per indicare questo conflitto – salute, lavoro – il coronavirus ha fatto emergere una galassia estremamente variegata di situazioni molto differenti.
È stato rilevato giustamente, a questo proposito, che la confortante espressione usata da papa Francesco nel suo discorso del 27 marzo, con riferimento alla tempesta sedata – «siamo tutti nella stessa barca» –, è vera per certi versi, ma per altri non risponde alla reale situazione delle nostre società. Siamo nella stessa tempesta, ma non nella stessa barca.
Il costo del mancato lockdown per gli anziani…
A evidenziarlo è il fatto che il prezzo da pagare, rinunziando al lockdown per proteggere l’economia, non è equamente distribuito. Innanzi tutto fra le generazioni. Le vittime della pandemia sono in larga maggioranza persone anziane – nelle sole  case di riposo, secondo l’Oms, costituiscono, nel mondo circa la metà! I «cari» a cui pensava Johnson, prima di essere colpito lui stesso, erano probabilmente i nonni.
La scelta del primato dell’economia acquista in questa luce, al di là delle intenzioni di chi la propone, il sinistro significato di una liquidazione della fascia meno produttiva, per età e disabilità, della popolazione.
…e per tutti i marginali
Ma non è solo una questione generazionale. Le statistiche dicono che nei Paesi più colpiti dal coronavirus – gli Stati Uniti e l’Inghilterra – sono di gran lunga più esposti alla morte per coronavirus le persone di colore. Così in America i più colpiti sono di gran lunga gli afro-americani. Quanto al Regno Unito, è recentissima la segnalazione del quotidiano «The Guardian» secondo cui le persone di colore hanno probabilità di morire per il coronavirus quattro volte superiori alle persone bianche.
Il mancato lockdown per difendere l’economia, dunque, non è pagato da tutti nello stesso modo. Quali che possano essere gli altri fattori discriminanti, coloro che lo pagano sono quelli che la stessa economia rende marginali. Ma a questo punto il servizio alle persone rischia di capovolgersi nella difesa dell’interesse del sistema.
Il diverso costo del lockdown
Ma anche il lockdown, dove è stato attuato con maggiore coerenza, come in Italia, non è stato affatto egualitario. C’è chi ha potuto viverlo nella sicurezza  di condizioni economiche ampiamente consolidate, e chi, invece, si è visto interrompere l’attività da cui traeva di che vivere. Senza parlare di quanti, specialmente al Sud, “si arrangiavano” lavorando “in nero”…
E le sue ricadute umane sono state molto diverso per chi è restato chiuso nella propria villa o in uno spazioso appartamento, e per quelli – secondo l’Istat, oltre un quarto degli italiani! – che l’hanno dovuto gestire all’interno di case anguste e sovraffollate. (Si è scoperto, a questo proposito, che le abitazioni, nel nostro Paese, in media misurano 81 metri quadrati, meno dei 95 del Giappone e dei 97 della Spagna, o dei 109 della Germania e dei 112 della Francia). E se la salute è, secondo la famosa definizione dell’Oms, non solo l’assenza di malattie, ma «il pieno benessere fisico, psichico e sociale delle persone», anche questo è una minaccia alla salute, questa volta provocata proprio dal lockdown.
Il vero problema: quale economia e quale salute?
Qui il problema del lockdown non è, allora, il conflitto tra economia e salute, bensì a quale economia e a quale salute le persone abbiano diritto. Abbiamo visto che entrambe, in realtà, possono appellarsi ai diritti delle persone. Ma il coronavirus è piombato a scoperchiare – nelle nostre progredite società – una situazione diffusa di profonde disuguaglianze che vanificano il senso di questo appello.
L’economia che si vuole tutelare, invocando l’apertura delle attività produttive e commerciali, si svolgeva già prima in un contesto culturale e sociale che ora rende inevitabile che siano i più deboli a pagare con le loro vite la sopravvivenza della macchina produttiva. Ma anche la salute, che ora si cerca di difendere arroccandosi nella chiusura, è in ultima istanza quella dei privilegiati che non sono frustrati e esasperati dalla disoccupazione e dal confinamento in spazi angusti. Se lavoro e salute sono in contrasto, allora, non è perché una delle due sia dalla parte della dignità della persona, ma perché, allo stato attuale, non lo sono nessuna delle due.
La colpa non è del coronavirus. Esso sta solo facendo emergere, acuendole, le ferite nel cuore delle nostre società. E il pericolo più grande è forse quello di credere che l’importante sia lasciarcelo alle spalle, per dimenticare queste ferite e tornare ad essere come eravamo prima.