lunedì 4 maggio 2020

LE FATTORIE DIDATTICHE, UNA RISORSA PER LE SCUOLE


Scuola in campagna, 
Coldiretti: “Lezioni in fattoria possono aiutare adulti e bambini”

"Sono oltre 120 le fattorie didattiche, presenti nelle campagne liguri, che potrebbero supportare il lavoro di mamme e papà accogliendo i bambini in sicurezza"

 “Sono oltre 120 le fattorie didattiche, presenti nelle campagne liguri, che potrebbero supportare il lavoro di mamme e papà accogliendo i bambini in sicurezza con giornate didattico-educative svolte a contatto con la natura nei grandi spazi all’aria aperta”.
E’ come commenta Coldiretti Liguria la proposta avanzata al Governo e alle Regioni da Coldiretti, con una lettera indirizzata, nello specifico, ai ministri dell’istruzione, delle politiche agricole, pari opportunità e famiglia, ed agli assessori competenti, in occasione dell’inizio della Fase 2 dell’emergenza Coronavirus, con il ritorno di 4,4 milioni di italiani al lavoro e con i figli a casa per la chiusura della scuole.
“Le fattorie didattiche sono aziende agricole autorizzate a fare formazione sul campo, puntando sull’educazione ambientale attraverso la conoscenza della campagna con i suoi ritmi, l’alternanza delle stagioni e la possibilità di produrre in modo sostenibile. Per questo Coldiretti mette a disposizione, delle autorità sanitarie, politiche e amministrative competenti, la sua rete di fattorie didattiche in costante crescita anche nella nostra regione, la propria esperienza, le proprie competenze in ambito educativo e didattico, per offrire sostegno alle famiglie per i prossimi mesi – affermano da Coldiretti Liguria – Quella in fattoria è una pedagogia attiva dell’imparare facendo, attraverso attività pratiche ed esperienze dirette (seminare, raccogliere, trasformare, manipolare) a contatto con la natura, attraverso l’incontro con animali e la conoscenza delle coltivazioni locali”.
“Le nostre fattorie didattiche – affermano il presidente di Coldiretti Liguria Gianluca Boeri e il delegato confederale Bruno Rivarossa – sono un patrimonio di esperienze e potenzialità da non sprecare in un momento cruciale in cui il Paese ha necessità di forme alternative di sostegno alle famiglie e dove, anche i più piccoli, hanno bisogno di vivere una Fase 2 all’aria aperta”.
“Le imprese agricole autorizzate si possono rivelare il luogo ideale in cui accogliere piccoli gruppi tenendo conto delle norme di sicurezza, distanza e igiene previste per la Fase 2 dopo la chiusura forzata delle scuole. Imparare in fattoria vuol dire toccare con mano quelle che sono le varie realtà produttive locali e quindi l’origine dei prodotti alimentari. Con progetti quali l’Educazione alla campagna amica di donne impresa Coldiretti, da anni si porta avanti questo genere di educazione indirizzato ai più piccoli, e, anche durante il lockdown generale, le nostre imprese non si sono fermate e hanno cercato di raggiungere i bambini nelle case attraverso video che mostrassero la nostra agricoltura e le sue peculiarità” aggiungono Boeri e Rivarossa.
“Ora è importante che si valuti la possibilità di tornare a vedere come si coltiva l’orto o ci si prenda cura degli animali direttamente in azienda. L’obiettivo è sia aiutare i genitori in questo momento particolare sia continuare a formare futuri consumatori consapevoli sui principi della sana alimentazione e della stagionalità dei prodotti, per valorizzare i fondamenti della dieta mediterranea e ricostruire il legame che unisce la nostra agricoltura con il cibo che raggiunge ogni giorno la nostra tavola” concludono Bieri e Rivarossa.



sabato 2 maggio 2020

PER QUALI SENTIERI PUOI TROVARMI?


-    VANGELO  IV Domenica di Pasqua (Anno A) 

(3 maggio 2020)



Commento di don Mario Simula

Gesù guarda la gente che lo segue. Ne prova compassione, fino a sentire il bisogno di attardarsi sulla storia di ciascuno.
Sicuramente, per Lui che non conosce l'anonimato, tutte quelle persone hanno un nome, una vicenda umana, una povertà da portare, un conto aperto con la vita.

E' una umanità vera, rugosa, affaticata e sfruttata.
Ha bisogno di Lui fino a sentire la necessità di toccarlo. Gesù è ai loro occhi la novità assoluta dell'amore. L'amore senza aggettivi, essenziale, diretto. L'amore di cui ciascuno di noi ha sete e che solo Lui, Gesù di Nazareth, può far sperimentare a quei volti segnati dalla fatica della vita.
In questi incontri instancabili e diuturni, Gesù intuisce che cosa fa soffrire quella gente.
Si ferma per guardarla intensamente. La osserva oltre le apparenze, poi, ad alta voce, esclama: “Ho compassione di tutta queste persone: sono come pecore senza pastore. Hanno le loro guide, ma sono mercenari e ladri. Sfruttano le pecore grasse e non curano quelle deboli. Per loro non esiste il gregge da servire. Esiste un capitale ignaro da usare per il proprio tornaconto. Ho davanti a me tanta umanità che si sente come gregge senza pastore”.
Il dolore di Gesù è questo. Un dolore che lo fa sanguinare. Un dolore che lo fa indignare.
Non può resistere oltre.
“Io sono il buon pastore!”.
Gesù il nostro pastore, la nostra certezza, il vincastro dei nostri percorsi accidentati.
Sento la sua presenza di pastore buono con gioia, se penso alle sue attenzioni.
Sento la sua presenza di pastore buono con rimorso, se penso alla mia attitudine di mercenario.
Al culmine della com-passione Gesù sente l'urgenza di esclamare: “Sono come pecore senza pastore!”.
Gesù sarà e sarà sempre il Pastore buono.
Me ne accorgo perché conosce ciascuno per nome. Ha scritto i nostri nomi sulle sue mani.
Quando ci cerca entra per la porta con delicatezza e trepidazione. Non vuole farci violenza. Non vuole violare il segreto della nostra casa. Entra con così dolce attenzione che la sua presenza ci illumina.
Può esistere un gregge, una comunità che non si lasci visitare dal Pastore immolato e Risorto?
Abbiamo bisogno di Lui.
I suoi pascoli sono fecondi e saporiti. Le sue fonti sono genuine e salutari.
Se ci smarriamo viene a cercarci. Se ci dividiamo si dona tutto per ricomporre l'amore. Se rimaniamo feriti e sanguinanti, Gesù, il Pastore buono, diventa samaritano delle nostre sofferenze.
Gesù, Pastore crocifisso e immolato, entra nella nostra vita come ospite atteso, che rispetta come un segreto la spontaneità del nostro cuore.
Gesù conosce le notti interminabili dei pastori che amano il gregge.
Sa che se cammina davanti a noi ci incoraggia e ci dà energia.
Non ha tregua nell'amore. Dura sempre. Brucia sempre. E' sempre all'erta, senza farcelo pesare.
Gesù, il Pastore buono, è la tenerezza che si rivela ad ogni passo. Anche quando è stanco e vuole passare all'altra riva. Si trova immancabilmente la gente ad aspettarlo.
Allora tra Gesù e le folle esiste una comunicazione intensa e intima. Non dichiarata. Vissuta.
Sembra che quella comunità dai molti volti, dai molti odori, dalle molte abitudini sia la sua vera famiglia.
Il buon Pastore non può fare a meno delle sue pecore.
Non ne deve perdere una.
A volte, guardando le nostre comunità, mi chiedo dove sia il pastore o chi sia il pastore.
Gesù prepara per la sua famiglia una mensa di amore. Ci vuole tutti attorno. Un cuore solo, un'anima sola.
Un solo pane. Un solo Padre. Una sola appartenenza.
Dov'è il pastore? Chi è il pastore delle nostre comunità?
Non ha fisionomia perché fa il mestiere di pastore.
Non ha sorrisi, perché non ama il gregge.
Non trova parole di vita, perché esistono sempre faccende più importanti.
Non spreca il tempo, perché è troppo faticoso il ritmo delle pecore.
Adesso capiamo cosa ci dice Gesù: “Sono come pecore senza pastore!”.
Adesso capiamo cosa vuole dirci Gesù: “Io sono il buon pastore. Impara da me. Segui me. Ascolta me. Ama me. Ti troverai immerso nella vita di ogni uomo e di ogni donna. Scoprirai soprattutto che molte pecore non sono ancora nell'ovile. Quelle devo ricondurre nel recinto aperto dell'amore. Tutte. Tutte quelle che io ti ho affidato!”.
Gesù, non ho mai capito cosa significhi pascolare. Oggi la memoria del cuore mi aiuta ad intuire che pascolare significa nutrire.
Oggi mi folgora questo pensiero e diventa una domanda: nella mia esperienza di prete ho nutrito o mi sono nutrito?
Gesù, una volta ho letto che il prete è un uomo mangiato. Che nutre. Che si offre come nutrimento.
La mia storia! Ad ogni pagina il rimpianto diventa dolore. Il ricordo diventa amarezza.
Se piango davanti a te, le lacrime diventano verità che mi libera.
Gesù, dimmelo francamente: sono stato mai un uomo mangiato? Ho nutrito con la mia vita tanta fame di amore che ho incontrato? Ho sfamato bisogni immediati, essenziali, urgenti o li ho rimandati perché pensavo che il piatto apparecchiato bastasse per uno solo: e quell'uno ero io?
Tu hai sempre saputo il mio problema. Per questo motivo non si contano le notti nelle quali ti ho obbligato a venirmi a cercare. Passando da un burrone all'altro, andavi dietro il mio lamento forte o tenue; ma sempre distinguibile. Lo avevi imparato a memoria. Sapevi di quale argilla ero impastato. Sapevi quali erano i miei rifugi pericolosi. Di notte, anche per te era difficile rintracciare le mie orme. Confondevo, per volermi far male, i segnali del mio nascondiglio.
Gesù, come sei riuscito a trovarmi?
Ricordo: hai pronunciato il mio nome ed io, anche se lontano, ho riconosciuto la tua voce. Ho vibrato nell'anima come la sposa che cerca lo sposo. Il nome che pronunciavi aveva l'armonia delle dichiarazioni di amore. Non era un rimprovero. Non raccontava durezza. Un po' di dolore sicuramente.
Gesù, io conosco il sapore dei tuoi pascoli. Conosco la limpidezza delle tue fonti. Ho memoria dei tuoi gesti. Ho seguito le tue indicazioni. Quando riuscirò a far gustare agli altri la mensa che per me tu prepari? Desidero diventare pane spezzato e vino versato. E' l'unico sentiero per ritrovarmi o per farmi ritrovare.
Gesù, concedimi di gustare la voce del Pastore Buono. Concedimi di sentire il sapore del Pastore Bello.
Gesù, metti nel mio cuore il bisogno irresistibile di rimanere nel tuo recinto. Con gli altri. Come pastore penitente, proverò gioia ad essere cibo per qualcuno. Anche per uno solo. Per quell'uno tu, ancora oggi, vai peregrinando finché non lo ritrovi. 

Fino a quando non sarà al sicuro nel tuo cuore.




Tratto da Qumran2.net | www.qumran2.net

OLTRE LA PANDEMIA. VOLTI CHE SI INCONTRANO


Con quale sguardo torneremo a incontrarci?


Padre Lombardi ci invita a guardare oltre, al futuro che ci attende: Gesù non è stato una manifestazione virtuale di Dio, ma la sua incarnazione, proprio perché lo potessimo incontrare. E ci ha detto che Lui è presente e ci aspetta nell’altro.

di p. FEDERICO LOMBARDI

Leggevo in questi giorni l’affermazione di un pensatore russo: “Il semplice rapporto fra la gente è la cosa più importante del mondo!”. Mi ha fatto tornare in mente una bella canzone piena di gioia di qualche decennio fa, lanciata da un simpatico movimento di giovani che promuoveva l’amicizia e la fraternità fra i popoli: “Viva la gente!”. Qualcuno la ricorda certamente. Parlava delle tantissime persone che incontriamo ogni mattina andando a lavorare; diceva fra l’altro: “Se più gente guardasse alla gente con favor, avremmo meno gente difficile e più gente di cuor…” e ispirava molti sentimenti saggi e positivi. Vi avevo ripensato molte volte negli ultimi anni camminando per strada, incontrando tante persone indaffarate e come chiuse in sé, e molte altre con dei fili che escono dalle orecchie, che erano completamente concentrate sullo schermo del loro cellulare o parlavano nell’aria ad alta voce con chissà chi, senza tener alcun conto delle persone che erano sull’autobus a pochi centimetri da loro. Mi sembrava che il gusto di guardare agli altri con benevolenza e attenzione stesse diventando più raro e l’intrusione sempre più pervasiva delle nuove forme di comunicazione nella vita quotidiana ce li rendesse quasi estranei.
Dopo varie settimane chiuso in casa sento un grande desiderio di incontrare di nuovo per strada volti diversi. Spero che prima o dopo, a tempo debito, ciò possa avvenire anche senza mascherina e senza divisori di plexiglass, e spero di poter scambiare con loro una parola cordiale, o anche solo un sorriso sincero. Moltissimi di noi in questi mesi hanno sperimentato con sorpresa positiva le possibilità offerte dalla comunicazione digitale e speriamo di farne tesoro anche per il futuro, ma con il prolungarsi degli isolamenti abbiamo capito che non bastano.
Come torneremo dopodomani a incontrarci per la strada o sulla metro? Riusciremo a ripopolare con serenità gli spazi comuni delle nostre città? Saremo condizionati da paura e sospetto, o con l’aiuto dell’auspicata saggezza di scienziati e governanti sapremo bilanciare la giusta prudenza con il desiderio di ritrovare e ritessere quella qualità di convivenza quotidiana che – come dicevamo all’inizio – “è la cosa più importante del mondo”, la tela stessa del mondo umano?  Ci renderemo conto (di più o di meno di prima?) che siamo famiglia umana in cammino nella casa comune che è il nostro unico pianeta Terra?
Ora che la pandemia ci avrà fatto sperimentare un aspetto problematico della globalizzazione di cui tutti dovremo tener conto in futuro, sapremo ritrovare lo slancio della fraternità fra i popoli aldilà e al di sopra dei confini, l’accoglienza benevola e curiosa della diversità, la speranza del vivere insieme in un mondo di pace?
Come vivremo il nostro corpo e come vedremo quello degli altri? Una via possibile di contagio, un rischio da cui stare in guardia, o l’espressione dell’anima di una sorella o di un fratello? Perché questo è in fondo ogni corpo umano: la manifestazione concreta di un’anima - unica, degna, preziosa, creatura di Dio, immagine di Dio … Che meraviglia il timbro della voce, il ritmo dei passi, soprattutto il sorriso delle persone care!… Ma di più, questo non dovrebbe valere per tutte le persone che incontriamo?  Allora, recuperare la libertà dal coronavirus ci aiuterà a liberarci anche dagli altri virus del corpo e dell’anima che ci impediscono di vedere e incontrare il tesoro che sta nell’anima dell’altro, o saremo diventati ancora più individualisti?
La tecnologia digitale può mediare e accompagnare utilmente il nostro rapporto, ma la presenza fisica vicendevole delle persone, dei loro corpi come trasparenza delle anime, la loro prossimità e il loro incontro, rimangono punto di partenza e di riferimento originario della nostra esperienza e del nostro cammino. Gesù non è stato una manifestazione virtuale di Dio, ma la sua incarnazione, proprio perché lo potessimo incontrare. E Gesù ci ha detto che Lui è presente e ci aspetta nell’altro, nel povero (e chi non è povero in qualche modo, lo sappia o no?), e che nel volto dell’altro possiamo e dobbiamo sapere in fondo riconoscere il suo.
Con quali occhi, con quale cuore, con quale sorriso torneremo a camminare per le strade e a incrociare il cammino di tante persone, che anche se apparentemente sconosciute in fondo in questi mesi ci sono mancate, e che come noi hanno sentito il desiderio di incontrarci di nuovo sulle strade quotidiane della loro vita, del nostro mondo comune?



giovedì 30 aprile 2020

INSEGNARE NEL TEMPO DELLA PANDEMIA. UN'ESPERIENZA DALLA ROMANIA


La prima volta nella vita?...
La mia esperienza di insegnamento durante il tempo del Coronavirus


-      Adrian Podar
Collegio Teoretico Nazionale
Bucarest

Un insegnante è sempre  anche uno studente, un professionista in crescita. 
In questo tempo di pandemia, nonostante le gravi difficoltà e incertezze che stiamo vivendo, ci è data l'opportunità  di acquisire, assieme ai nostri alunni, nuove competenze. C'è, infatti, molto da imparare e sperimentare nel nuovo contesto di vita.  Ma anche di pensare al futuro. Io cerco di fare del mio meglio.
Dall'undici marzo, quando sono state applicate le restrizioni in Romania, ho insegnato online. Questa non solo è una nuova sfida, ma è anche un'ottima opportunità per migliorare noi stessi e gli alunni. Ho proficuamente usato tutta la mia ventennale esperienza di insegnamento in classe per far entusiasmare i miei studenti nell'apprendimento dell'inglese.
La scuola ove insegno, il Collegio Teoretico Nazionale, si trova nel centro di Bucarest. È una delle istituzioni educative che ha utilizzato molto la tecnologia e, perciò, il passaggio alle lezioni online è stato molto fluido. La nostra scuola fornisce tutte le App di G Suite.
Per me, insegnante, la nuova sfida professionale è stata la preparazione del nuovo scenario didattico, che – forse-  può essere usato con successo come modello per altri colleghi. Sono stato invitato dal preside a prepararne uno, e ci sono aspetti mi hanno permesso di riflettere sulla nuova esperienza da vivere e fare vivere. Uno di questi è la necessità di riconnettersi. Mancano i contati umani diretti, così come quotidianamente avviene nella classe, ma gli studenti hanno bisogno di questo. Essi sapere che ci importa ancora di loro; che - anche se siamo separati - stiamo insieme. Così ho introdotto un momento speciale, obbligatorio, nel progresso della lezione. Sapere come loro stanno è rilevante per coinvolgerli nell’attività e favorire un buon apprendimento.  Una lezione per avere successo  si deve basare su contatti tra persone,  sull'essere "connessi" anche emotivamente, sul non dimenticare che ci incontreremo presto.
Al fine di migliorare il messaggio, la mia esperienza di insegnamento, durante il periodo di chiusura delle scuola per la pandemia, si è concentrata principalmente sulla revisione e sul rafforzamento delle conoscenze precedenti. Ho incontrato i miei studenti per interagire e offrire loro il supporto di cui ciascuno aveva bisogno. Nella nostra scuola, l’insegnamento di tutte le lezioni si svolge “regolarmente” nell'orario normale, come se gli alunni fossero nell'aula fisica, pur essendo i collegamenti virtuali. L'insegnante vede i propri studenti in videoconferenza ogni giorno  e per ogni classe. Insegnanti e alunni maturiamo insieme le necessarie competenze informatiche per rendere sempre migliori i percorsi di apprendimento.
Gli incontri si svolgono tre volte alla settimana, e siamo anche in grado di prevedere possibili ostacoli o impedimenti nel processo di insegnamento. Non è un compito facile per me come insegnante. A volte trascorro otto ore al giorno seduto davanti allo schermo, ma considerando i benefici per i miei alunni, penso è bene fare ciò che deve essere fatto.
Il Ministero della Pubblica Istruzione in Romania ha deciso che le lezioni si svolgeranno online fino alla fine dell'anno scolastico. Ora tutto accade in un modo diverso, ma ritengo che questo modo di insegnare, e di apprendere, non sarà dimenticato, e ciò che ha funzionato bene dovrebbe essere preso in considerazione nell'aula reale, a settembre.
Mi piacerebbe confrontarmi con altre esperienze: come sta cambiando la didattica? quali esperienze stiamo facendo? quali risorse? quali nuovi apprendimenti per noi e  per i nostri alunni? che cosa prevediamo per il dopo virus? come possiamo prepararci ai "nuovi tempi"? .....  




NOTES - AUDIZIONE AIMC IN SENATO

mercoledì 29 aprile 2020

CELEBRAZIONI EUCARISTICHE IN TEMPO DI PANDEMIA. CHE COSA FARE?


Una lacerazione 
ricucita a fatica

-        Giuseppe Savagnone
-         
Non è bastata neppure la precipitosa retromarcia di Conte, dopo il duro comunicato della Cei, a placare le polemiche suscitate dalla sua conferenza stampa di domenica sera, in cui aveva annunciato il mantenimento della sospensione sine die delle celebrazioni eucaristiche. Immediata la risposta della Conferenza Episcopale Italiana, che aveva denunciato la violazione dell’«esercizio della libertà di culto». Un’accusa grave, foriera di una rottura che il presidente del Consiglio sicuramente non prevedeva e non voleva. Da qui la nota con cui palazzo Chigi, nella tarda serata dello stesso giorno, tentava di recuperare annunciando l’elaborazione di un protocollo per la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche.
Si è saputo, dopo, che la decisione del governo era stata presa su indicazione del Comitato tecnico-scientifico, in base alla considerazione che le chiese sono frequentate soprattutto da persone anziane, particolarmente esposte al contagio.
Ora si parla di una ripresa delle celebrazioni liturgiche per domenica 10 maggio, privilegiando le messe all’aperto e mettendo in atto una serie di precauzioni per evitare il contagio.
Le reazioni favorevoli alla Cei
Questi i fatti. Ma, al di là dell’episodio, resta il vespaio di reazioni e di commenti, che hanno delineato una netta spaccatura nell’opinione pubblica, prima di tutto in quella cattolica.
La netta maggioranza di quest’ultima si è schierata con la Cei. Da un capo all’altro d’Italia vescovi, parroci, semplici fedeli, hanno salutato la presa disposizione della Conferenza Episcopale come una salutare reazione a un provvedimento che rischiava di perpetuare la situazione di disagio che la sospensione delle messe aveva creato.
A colpire sono stati soprattutto l’unilateralità della decisione e lo scarso valore attribuito alla dimensione religiosa. Per quanto riguarda la prima, in un’ intervista al «Giornale» il cardinale Camillo Ruini, ex presidente della Cei, ha accusato il governo di essersi arrogato «competenze non sue riguardo alla vita della comunità cristiana».
Sullo sfondo, l’art.7 della Costituzione, dove si dice che «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». O, ancora più monte, la famosa risposta data da Gesù ai dottori della legge che lo interrogavano sulla liceità del pagamento del tributo a Cesare: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21).
Quanto al misconoscimento della dimensione religiosa, un altro ex presidente della Cei, il card. Angelo Bagnasco, ha fatto notare che «la persona ha desideri non solo materiali, ma anche spirituali. Assicurare il pane della tavola è doveroso, ma non riconoscere anche il pane dello spirito significa non rispettare l’uomo e impoverire la convivenza. L’esperienza della fede genera energia morale, e questa è la vera forza di una società».
Le reazioni critiche
Non sono mancate le reazioni contrarie alla presa di posizione dei vescovi, anche da parte di cattolici. Emblematica la posizione di don Giovanni Ferretti, noto filosofo: «Libertà di culto non è libertà di infettare la gente. La nota Cei mi ha profondamente amareggiato, come cittadino, come cattolico e come prete, mi pare un errore politico e pastorale». I motivi: «Siamo in grado oggi di assicurare che non vi sarà pericolo di contagio? Sapremo sanificare le chiese? Sapremo obbligare la gente a tenere le distanze le mascherine?. E il prete celebrerà con la mascherina? Che Messe con il popolo sarebbero mai queste?».
Ci sono stati anche commenti più aspri, come quella del teologo Alberto Maggi, che ha esortato a non dare troppa importanza all’opinione dei vescovi, incapaci, a suo avviso, di percepire le vere esigenze della società e degli stessi cristiani.
Convergendo così, paradossalmente, con la posizione di Antonio Socci, instancabile critico di Francesco e della Chiesa da lui guidata, secondo cui «da sempre la Cei – su ordine del papa argentino, mosso dalla precisa intenzione di attaccare la Lega di Salvini – era stata più che collaborativa: servile». Tardiva, dunque, secondo Socci, la protesta per la decisone di Conte: «La Cei raccoglie quello che ha seminato. Da servi si sono comportati, da servi vengono ora trattati».
L’ammonimento di papa Francesco
Grande rilievo i mezzi di comunicazione hanno dato alle parole del papa, durante una messa a Santa Marta: «In questo tempo nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni».
Una preghiera interpretata da molti come un segnale di sostegno alla posizione del governo nello scontro con la Cei, tanto da far parlare a un quotidiano di «una vistosa mancanza di comunicazione» e di «forti incomprensioni tra papa Francesco e la Conferenza episcopale italiana»
Così del resto hanno interpretato le parole del papa quei cattolici che già da tempo vedono in Francesco un dissacratore della genuina tradizione cattolica e che hanno commentato con giudizi del tipo: «Il primo Papa ateo della storia», «Papa comunista», «Ritorni in Argentina».
Il punto di vista dell’altro
Cosa pensare di questa vicenda e, soprattutto, delle prese di posizione che essa ha suscitato? La prima cosa appare evidente è che ci sono state delle difficoltà a mettersi nel punto di vista dell’ “altro”.
È stato sicuramente l’errore di Conte che, pur avendo delle importanti ragioni scientifiche e sanitarie a favore della sua soluzione iniziale, non ha tenuto affatto conto della grande fatica con cui il mondo cattolico e i suoi pastori avevano vissuto questo periodo, con sincero spirito di collaborazione col governo, ma attendendosi anche una adeguata comprensione, da parte di quest’ultimo, delle proprie esigenze.
Il premier non si è neppure reso conto che i vescovi si trovavano pressati da una base inquieta e perplessa, a cui i “conservatori” e i partiti di destra – con in testa Salvini, il quale aveva fatto la proposta (lasciata cadere dalla Cei) di riaprire le chiese per la Settimana Santa – offrivano continue sollecitazioni, accusando la gerarchia di “resa” di fronte al potere politico.
Le esagerazioni del comunicato e di molte reazioni dei cattolici
Anche da parte della CEI, è vero, l’accusa rivolta a Conte di voler violare la libertà di culto, è suonata in sé esagerata. E il tono appare troppo rivendicativo e quasi minaccioso. È mancata – nel comunicato dei vescovi, ma soprattutto in tanti commenti provenienti dal mondo cattolico – una sfumatura di comprensione nei confronti del governo, alle prese con una sollevazione generale, da parte di tutte le categorie che vogliono riaprire le rispettive attività, in un momento in cui i medici dicono che la riapertura è un grosso rischio.
Le ragioni della Cei
Alla Cei bisogna tuttavia riconoscere l’impatto della delusione, davanti a una decisione bruscamente unilaterale, mentre era ancora in corso un dialogo rispettoso col governo. Tanto più che il decreto prevedeva, entro i primi di giugno, la data di riapertura di musei e ristoranti. Finché si era trattato, come finora, di farmacie e tabaccai, era stato facile rispondere ai critici interni che una veloce compravendita non è comparabile alla partecipazione di una folla a una messa domenicale. Ma i musei e i ristoranti? Possibile che non ci fosse neppure par condicio fra i McDonald’s e le chiese?
Resta la violenza di una frangia consistente di cattolici che hanno dato l’impressione di pensare il problema solo in termini confessionali, contraddicendo l’etimologia di “cattolico”, che indica una pienezza e universalità di visione. Giusta la richiesta della ripresa delle funzioni, non sempre il tono.
Il bilanciamento negato
Altrettanto unilaterale appare l’atteggiamento di coloro che si sono indignati per la presa di posizione dei pastori. Fermo restando il valore primario della salute, oggi si sente giustamente l’urgenza di bilanciarlo con altri, per tentare una difficile ma non impossibile conciliazione. Lo si fa per il lavoro e la produttività, senza cui si rischia di morire di fame, invece che di coronavirus. Lo si fa per la cultura, riaprendo le librerie e i musei. È giusto chiedere che si faccia anche per le funzioni religiose. A meno di dare per scontato, come purtroppo accadeva anche prima del coronavirus (quando le chiese erano aperte!), che ciò che non muove il Pil sia irrilevante e venga dopo.
Che significa essere cattolici “praticanti”?
Soprattutto però appare preoccupante la scarsa percezione, dall’una e dall’altra parte, che questa società potrà risollevarsi, anche dal punto di vista materiale, solo reinterpretando la dimensione spirituale. Non lo capiscono coloro che mettono in secondo piano, come optional, la sfera religiosa. Ma sembrano non capirlo neppure coloro che, per recuperarla, si pongono soltanto il problema di ripristinare il culto pubblico.
In questi giorni, in un articolo apparso su «Settimananews», Ivo Seghedoni ha fatto notare che il coronavirus ha fatto saltare lo spartiacque tra cattolici “praticanti” e “non praticanti” a cui eravamo assuefatti da secoli, e che indicava nei secondi coloro che non vanno in chiesa la domenica.
Oggi ci siamo trovati tutti ad essere, in quel senso, “non praticanti”. Ma questo ci costringe a chiederci se davvero la “pratica” che caratterizza il cristiano si possa ridurre alla frequenza ai riti, o se non dobbiamo prendere coscienza che essa oggi esige un ripensamento più profondo, che non escluda il culto ma riproponga aspetti dimenticati del Vangelo.
Perché ora a messa ci torneremo, ma, così come non abbiamo cessato di essere “praticanti”, nel senso evangelico per il solo fatto di essere esclusi dai riti, non è detto che lo saremo davvero perché la domenica ci presenteremo a prendere l’eucaristia.




SIAMO PIÙ' FRAGILI. SERVE PIÙ' UMANITÀ'


A colloquio col filosofo Mauro Ceruti su pandemia e conseguenze: «Il morbo del nostro tempo è la semplificazione. 
Siamo figli dell’abitudine moderna a pensare che le cose abbiano una spiegazione semplice. 
E questa si accompagna alla droga della quantificazione 
Dietro calcoli e diagrammi non si vedono le sofferenze umane»


-         di MARCO RONCALLI

Mauro Ceruti risponde al telefono da Bergamo. Due anni fa nel libro Il tempo della Complessità (Cortina), per certi versi, aveva delineato lo scenario di questa crisi, riflettendo sulla possibilità di fatti inattesi in grado di ribaltare situazioni su scala planetaria. La voce è triste: «Mi mancano persone che in questi giorni se ne sono andate. E tuttavia, in questo tempo pasquale, la loro assenza si fa, strappando le parole al poeta, più acuta presenza …».
Professore dicevano che gli algoritmi prevedono tutto. Per Nassim Nicholas Taleb quanto accaduto era prevedibile...
Il problema è un altro: è prevedibile che accada l’imprevedibile. Ma ciò non lo rende comunque prevedibile. Per questo bisogna sviluppare la capacità di affrontare l’intreccio di concause, l’incerto, l’aleatorio, l’imprevisto.
Soprattutto nel caso dei virus …
La pandemia ci pone di fronte ai rischi della condizione globale. Il virus rivela che viviamo in un mondo in cui tutto è connesso. I fili della globalizzazione biologica, antropologica, economica, politica sono aggrovigliati e inestricabili.
Bernard–Henri Levy dice che bisogna liberarsi dall’idea di causa–effetto tra globalizzazione ed epidemia: lei?
Ma ciò, in partenza, significa ammettere che tutto è connesso. Che non bastano risposte tecniche a singoli problemi. Il morbo del nostro tempo è la semplificazione. Siamo figli dell’abitudine moderna a pensare che le cose abbiano una spiegazione semplice. E questa si accompagna alla droga della quantificazione. Dietro i calcoli, le simulazioni, i diagrammi, non si vedono le sofferenze umane. Ma, detto con Foucault, le sofferenze umane mai devono essere lo scarto muto della politica.
Siamo solo all’inizio dei guai, o c’è luce in fondo al tunnel? La storia è costellata di crisi, pandemie, catastrofi...
La metafora del tunnel non funziona. Dà per scontata l’idea che siamo in una parentesi. Che all’uscita del tunnel troveremo lo stesso mondo, seppure impoverito. Dobbiamo invece scommettere in un cambiamento di paradigma. Dobbiamo assume- re la fragilità come condizione di opportunità e come condizione permanente. È dalla cura della fragilità, non dalla forza della guerra al nemico, che si genera la creatività umana.
La fragilità è ora. Conviviamo con la paura del contagio. Martini diceva che non aveva paura della morte, ma dell’atto di morire senza nessuno a tenergli la mano ….
Il dramma della solitudine del morire, in questi giorni, ci spinge a voler ritrovare questo grande rimosso della nostra civiltà: proprio il morire. Che abbiamo sempre più confinato e sterilizzato fuori dalla nostra cura, fuori dalla necessità di tenere e farci tenere la mano. Il bisogno di riappropriazione della morte può essere una via per riappropriarsi della vita…
Viviamo questo tempo trascinati da quanto passa sui nostri schermi, la tv, la rete sembrano le grandi soccorritrici…
C’è un paradosso nella nostra società: più si comunica e meno si comunica, più piovono informazioni e meno siamo informati, più siamo interdipendenti e meno siamo solidali. Il morbo della semplificazione è andato di pari passo con la frammentazione dei saperi e delle discipline, che ha isolato gli “esperti” nelle rispettive “specialità”.
Quali le priorità appena si riapriranno le porte di casa?
È necessario riformare i sistemi di educazione e di istruzione. C’è ancora poca interdisciplinarità e molta burocratizzazione, tecnicizzazione nelle
scuole e nelle università! Usiamo la Rete, ma non mettiamo in rete fra loro i saperi, i problemi, le crisi.
E’ da ripensare anche la medicina?
Può darsi che questa pandemia abbia costretto a far comunicare di più tra loro medici infettivologi, microbiologi, virologi. Per affrontare le prossime epidemie dovrà emergere una scienza e una figura di scienziato polidisciplinare. Certo, anche la medicina deve essere ripensata. Aumenta l’imprevedibilità di nuovi fattori patogeni esterni e, dal momento in cui compare e minaccia la salute, si può allungare il tempo tra la conoscenza e la cura della malattia provocata dal nuovo fattore patogeno.
Quale ruolo avrà l’Europa? Chiediamo unità, ma in Italia i partiti accantoneranno le logiche di consenso immediato?
La ricerca del consenso immediato? Ma è la fine della politica! Quanto all’ Europa la crisi sanitaria ne ha aggravato la crisi. Di fronte al pericolo comune, lo spirito di solidarietà è mancato. Si sono rinvigoriti gli egoismi nazionali. Certe parole della politica sono proprio inconsistenti e pericolose: ad esempio prima noi, solo noi… Ma l’Europa o si unirà o soccomberà.
C’è chi dice che le frontiere aperte saranno viste come pericoli, chi pensa saremo più umani, chi si ricomincerà come prima. Cosa potremmo avere imparato?
Che è necessaria un’altra globalizzazione, più umanizzata, più solidale, non dominata dalla potenza anarchica di profitto e tecnoscienza. Sembra un’utopia: ma, alla prova dal Coronavirus, è diventata più concreta, non differibile. Per affrontare crisi globali, c’è bisogno di mettere insieme risorse e conoscenze al di là delle frontiere nazionali. Il virus ignora i confini territoriali. Lo devono fare anche gli Stati.
Tutti dentro una condizione inedita?
Tutti legati dagli stessi problemi di vita e di morte, dallo stesso destino. La fraternità non è più solo un’aspirazione etica. È necessità inscritta nella nuova condizione umana. Come ha detto Papa Francesco: tutti sulla stessa barca e nessuno che può salvarsi da solo.