lunedì 22 aprile 2019

AIMC - CONFERENZA NAZIONALE 2019

Conferenza nazionale 2019 

 L'AIMC OLTRE LE FRONTIERE

Roma, 11-12 maggio 2019 

Centro nazionale AIMC 

Clivo di Monte del Gallo, 48



domenica 21 aprile 2019

CRISTO, NOSTRA SPERANZA E NOSTRA GIOVINEZZA



Papa Francesco: " .....«Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun giovane [e a ciascun] cristiano sono: Lui vive e ti vuole vivo! Lui è in te, Lui è con te e non se ne va mai. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il Risorto, che ti chiama e ti aspetta per ricominciare. Quando ti senti vecchio per la tristezza, i rancori, le paure, i dubbi o i fallimenti, Lui sarà lì per ridarti la forza e la speranza» (Christus vivit, 1-2).
Cari fratelli e sorelle, questo messaggio è rivolto nello stesso tempo ad ogni persona e al mondo. La Risurrezione di Cristo è principio di vita nuova per ogni uomo e ogni donna, perché il vero rinnovamento parte sempre dal cuore, dalla coscienza. Ma la Pasqua è anche l’inizio del mondo nuovo, liberato dalla schiavitù del peccato e della morte: il mondo finalmente aperto al Regno di Dio, Regno di amore, di pace e di fraternità.
Cristo vive e rimane con noi. Egli mostra la luce del suo volto di Risorto e non abbandona quanti sono nella prova, nel dolore e nel lutto. .......... 
Davanti alle tante sofferenze del nostro tempo, il Signore della vita non ci trovi freddi e indifferenti. Faccia di noi dei costruttori di ponti, non di muri. 
Egli, che ci dona la sua pace, faccia cessare il fragore delle armi, tanto nei contesti di guerra che nelle nostre città, e ispiri i leader delle Nazioni affinché si adoperino per porre fine alla corsa agli armamenti e alla preoccupante diffusione delle armi, specie nei Paesi economicamente più avanzati. Il Risorto, che ha spalancato le porte del sepolcro, apra i nostri cuori alle necessità dei bisognosi, degli indifesi, dei poveri, dei disoccupati, degli emarginati, di chi bussa alla nostra porta in cerca di pane, di un rifugio e del riconoscimento della sua dignità.
Cari fratelli e sorelle, Cristo vive! Egli è speranza e giovinezza per ognuno di noi e per il mondo intero. Lasciamoci rinnovare da Lui! Buona Pasqua!"


PASQUA DI PACE A VOI TUTTI…….




Andrò in giro per le strade sorridendo,
finché gli altri diranno:- è pazzo!
E mi fermerò soprattutto
Coi bambini a giocare in periferia,
poi lascerò un fiore ad ogni finestra
e saluterò chiunque incontrerò per via,
stringendogli la mano.
E poi suonerò con le mie mani
le campane della torre a più riprese
finché sarò esausto,
e dirò a tutti: PACE!
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso,
ma tutti capiranno.

David Maria Turoldo


sabato 20 aprile 2019

POPULISMO ? UNA PAROLA CHE DIVIDE

Il termine nasce a fine Ottocento ma non è legato a un concetto bene definito. 
Federico Finchelstein propone un legame con il fascismo ma non convince.
Lo storico argentino cerca le esperienze comuni tra le esperienze populiste passate e recenti, arrivando a definire il fenomeno «democrazia autoritaria» e «teologia politica» Gli strumenti concettuali appaiono labili e i confini così ampi da divenire evanescenti

di DAMIANO PALANO

«Dove i concetti mancano, ecco che al punto giusto compare una parola », diceva Mefistofele nel Faust.
E qualcosa del genere è accaduto probabilmente per la parola “populismo”: un vocabolo nato sul finire dell’Ottocento negli Stati Uniti, ma a lungo rimasto circoscritto a un ambito piuttosto limitato, prima di conoscere una straordinaria fortuna nell’ultimo quarto di secolo. A dispetto di un utilizzo quantomeno inflazionato, al termine non è però legato un concetto chiaramente definito. E anche per questo il dibattito condotto dagli studiosi su cosa sia davvero il “populismo” – se si tratti cioè di un’ideologia, di una mentalità, di uno stile retorico, di una modalità organizzativa, o altro – è ben lontano dall’aver raggiunto una conclusione. E ovviamente la discussione è diventata ancora più accesa dopo la conquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump, da molti considerato il portabandiera del nuovo “populismo globale”.
Il libro di Federico Finchelstein Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale si inserisce proprio in questo dibattito. In particolare, il lavoro dello storico argentino – da quasi un ventennio trasferitosi negli Stati Uniti – nasce dall’insoddisfazione nei confronti della gran parte della riflessione recente, accusata di due limiti: per un verso dalla convinzione che il populismo sia un fenomeno nuovo, innescato soprattutto dalla vittoria di Trump; per l’altro, dall’assenza di riferimenti ai precedenti storici del populismo, e in particolare al regime di Juan Domingo Perón in Argentina. Al contrario, sostiene Finchelstein, è indispensabile riconoscere gli elementi comuni tra le esperienze populiste del passato e quelle più recenti. E soprattutto è necessario comprendere il fenomeno con la prospettiva di una «storia globale». A dispetto di queste premesse, senz’altro condivisibili, il quadro che lo studioso dipinge finisce però col ricorrere a categorie interpretative piuttosto evanescenti.
La tesi di fondo è che esista una stretta parentela tra fascismo e populismo: quest’ultimo sarebbe in sostanza una «democrazia autoritaria », oltre che un movimento – né di destra né di sinistra – «portatore di una concezione intollerante della democrazia, in cui il dissenso è ammesso ma viene dipinto come privo di qualsiasi legittimazione«. Dopo il 1945, il populismo avrebbe riformulato gli obiettivi del fascismo adattandoli a un contesto democratico, senza però perdere il carattere autoritario. Pur riconoscendo la variabilità delle forme in cui il fenomeno si è presentato, Finchelstein propone un’articolata griglia definitoria, che considera il populismo, fra l’altro, come «una forma estrema di religione politica», «una visione apocalittica della politica», «una teologia politica fondata da un leader del popolo che ha tratti messianici e carismatici», «una concezione omogenea del popolo». Ma già da questa definizione emerge il limite di un notevole lassismo concettuale.
Desta senz’altro qualche perplessità il fatto che Finchelstein definisca l’ideologia fascista come «parte di una più vasta reazione intellettuale all’Illuminismo » e come una «reazione alle rivoluzioni progressiste del lungo
XIX secolo». In questo modo si fornisce una visione monolitica del fascismo, trascurandone l’infatuazione per il progresso, le ambizioni di radicale modernizzazione della società, gli elementi di affinità con il socialismo. Qualche ulteriore perplessità è sollevata dalla stessa categoria di «fascismo globale», che riconduce a un’unica matrice ideologica regimi e movimenti in realtà piuttosto eterogenei. Ma problemi ancora più evidenti emergono quando lo storico passa a considerare il populismo. Contestando i tentativi di ridurre i fenomeni a ideal-tipi costruiti astrattamente, Finchelstein ritiene si debba cominciare dalla storia, e cioè dai caratteri delle esperienze populiste, a partire dal primo caso di regime populista, individuato nel peronismo argentino. In altre parole, a suo avviso non si deve tentare di definire teoricamente il concetto di populismo. Si devono invece registrare gli elementi principali dei regimi e dei movimenti populisti emersi nella storia. E proprio dall’osservazione di tali casi risulterebbe una straordinaria affinità – che non è però un’identità – tra populismo e fascismo. Ma, se il peronismo rappresentò davvero una riformulazione di alcune componenti del fascismo, simili legami risultano quantomeno più deboli per molti di quei leader che Finchelstein annovera nella famiglia populista, come – per fare solo alcuni nomi – Carlos Menem, Alberto Fujimori e Silvio Berlusconi. Le difficoltà non sono comunque solo queste. Il populismo viene dipinto infatti in modo impressionistico, al tempo stesso, come un’ideologia, un tipo di regime politico, uno stile, una visione del mondo e molto altro. I confini del populismo diventano così davvero molto evanescenti. Fra l’altro, Finchelstein sembra inconsapevole del fatto che il peronismo venne definito “populismo” solo a posteriori, che quella categoria è il risultato di una rielaborazione compiuta dalle scienze sociali, e che, più in generale, non esistono testi fondativi della visione del mondo populista: e proprio queste circostanze rendono quantomeno problematico definire il populismo come un’ideologia, al pari di quella fascista e socialista. Ma altrettanto critica è la definizione del populismo come “democrazia autoritaria”, soprattutto perché non viene chiarito quali sarebbero gli elementi “empiricamente osservabili” tali da rendere “autoritaria” una democrazia (senza al tempo stesso trasformarla in un regime non competitivo e dunque non democratico). Il rompicapo diventa così davvero insolubile. E la parola “populismo” rischia di diventare una sorta di passepartout che promette di spalancare tutte le porte, ma che non ne apre davvero nessuna.


Federico Finchelstein - Dai fascismi ai populismi - Storia, politica e demagogia nel mondo attuale
Donzelli. Pagine 278. Euro 28 ,00






venerdì 19 aprile 2019

SPIRITUALITA' E POLITICA, INSIEME IN CAMMINO PER COSTRUIRE IL BENE COMUNE

Spiritualità e politica possono camminare insieme?  

''Debbono farlo'' secondo Luciano Manicardi priore di Bose

di Corona Perer

Costruire una società solida richiede individui risolti. Occorre anche mettere a questa costruzione mattoni solidi di pensiero, impegno, preparazione umana. Essere pronti 'dentro' per 'darsi' alla comunità, rimanda alla dimensione spirituale di chi "fa" politica.
Luciano Manicardi biblista, divenuto priore di Bose dal 2017 dove ha raccolto la pesantissima eredità di Enzo Bianchi, ha scritto un piccolo e preziosissimo saggio "Spiritualità e Politica" (Edizioni Qiqajon) in cui risuonano suggestioni importanti a partire da Max Weber il quale ebbe a dire della politica “...chi è interiormente debole si tenga lontano da questa carriera...”
Partendo  da una domanda del gesuita Paul Valadier, dottore in teologia e in filosofia (“...e se la vita spirituale fosse una delle condizioni fondamentali di un’intensa vita sociale e politica?”), Manicardi tenta una risposta affermando che una politica mite, giusta, sensata e in una parola umana, necessita di uno sforzo fondamentale: l'ascolto. Lo si esercita al meglio se il politico ha una sua dimensione spirituale.
Da monaco e biblista, spiega cosa sia (e come ci si possa dire) “comunità”, analizza la dimensione del bene comune ed il valore della parola che nel politico si esprime di sovente di promessa ed afferma che la qualità della politica è legata alla qualità umana di chi si impegna in essa, alla sua capacità di governare se stesso: come i profeti biblici che, spesso in situazioni storiche di tenebra, hanno saputo creare futuro e dare speranza.
Manicardi spiega l'importanza di una vita interiore come pre-requisito per donarsi agli altri e affrontare  le sfide della politica oggi, indicando nella immaginazione, nella creatività e nel coraggio le tre facoltà da sviluppare per costruire una interiorità. Tre vie che un buon politico deve percorrere, guardandosi bene dalla tentazione della vanità.
“La straordinaria forza sprigionata da alcuni uomini politici è connessa alla loro profondità spirituale" scrive il Priore, che cita solo Gandhi (ma en-passant) e lo svedese Dag Hammarskjöld segretario delle Nazioni Unite che cambiò per sempre l'organizzazione, morto cinquant'anni fa in un incidente sospetto il quale ebbe a dire: “Le domande che sono alla base di una vita spirituale non sono affare privato, ma possono e anzi debbono alimentare un impegno pubblico”.
Che legame ci può essere allora tra politica e spiritualità? Attraverso un percorso che tocca  Simone Weil, Max Weber, Hanna Arendt e Blaise Pascal, il priore di Bose spiega che ogni azione, ogni impegno sociale e politico trovano il loro fondamento nell’interiorità, nel profondo di noi stessi.  Capire se stessi permette quindi di andare verso gli altri.
Spiritualità e politica possono quindi camminare insieme. Anzi, debbono. Il che impone avere percezione del limite, ma anche dell'immenso potere della parola. E poi la dimensione del coraggio che – scrive Manicardi - “...si nutre di orizzonti vasti ed estesi” ed agisce “malgrado”, cioè nonostante i pericoli e le difficoltà dell'azione. “Il coraggio è proprio della persona che sa decidere. Anzi il coraggio stesso consiste in una decisione, un atto risultato che vince le resistenze che indurrebbero alla inazione”.
Non occorre essere eroi, ma di fatto lo si diventa. Perchè, indica ancora il Priore, il coraggio si vive nella normalità che è anzitutto il coraggio civico di fare il proprio dovere.
E' la dimensione dell'homo civicus. E spiega - in pagine ispirate che dovrebbero essere lezione per chiunque amministra - che il mondo tecnologico tende ad escludere sia il coraggio (inibito dentro procedimenti freddi e tecnici) che la stessa immaginazione fondamentale a prefigurare e creare la realtà. Anzi l'immaginazione è addirittura sovversiva, per questo il mercato crea prodotti ancor prima che possiamo immaginarli o desiderarli. E' anche in questo modo che si addomestica la libertà di immaginare: tutto è pronto all'uso non occorre nemmeno pensarlo. L'homo emptor (compratore) non immagina: usa.
Particolare importanza viene data alla parola in politica. Citando Hanna Arendt (“la polis è il corpo politico più d'ogni altro basato sulla parola...”), Manicardi pone la parola al cuore di un processo che da “io” diventa “noi”. Ed è bello lo sdoganamento della parola promessa, o meglio di quelle parole che spesso suonano di “promessa elettorale”, o lo sono.
“La promessa non è arrogante, è volontà umile. Nel promettere io so di affrontare l'incognito in me e negli altri. E mi dispongo a pagarne il prezzo”  scrive Manicardi che riconosce nella promessa sia potenza che estrema delicatezza, tanto sul piano spirituale che politico. “In essa è implicata la responsabilità verso se stessi, verso gli altri, verso il futuro e verso la parola pronunciata al cui servizio, colui che promette, si pone”.
Magistrale, infine, l'analisi di ciò che è “comunità” termine che deriva (e contiene) il sostantivo latino “munus”: cioè il dono che si fa, non quello che si riceve. Ebbene la comunità è l'insieme di persone donanti, l'uni agli altri, radunati attorno a beni comuni. Prima di affrontare la lezione del limite (la morte) che porta ogni individuo o società a creare per sopravvivere a sé, Manicardi ci dona una definizione illuminante. “L'umanità conosce il desiderio di comunità perchè essa è una comunità di desiderio. Perchè è il desiderio ciò che accumuna gli umani”.








mercoledì 17 aprile 2019

CHE SIA PASQUA PER TUTTI! AUGURI DALL'AIMC


Insegnanti, salute negata e verità nascoste, 100 storie di Burnout a scuola

100 storie vere, sofferte, vissute che meglio di ogni altra cosa rappresentano un sistema scolastico malpagato, disprezzato, umiliato e troppo spesso illuso da una classe politica affetta da “riformismo” inutile. Il testo si propone di schiacciare i nefasti stereotipi e far conoscere le situazioni reali a docenti e dirigenti per affrontarle con i pochi ma efficaci strumenti a disposizione. Un libro che si pregia di raccogliere i casi di vita scolastica più interessanti offrendo spunti e soluzioni a docenti e dirigenti che, nonostante tutto, sono chiamati a remare nella stessa direzione.
Resta la speranza che la lettura del testo faccia comprendere – anche a genitori e medici – l’importanza di una scuola sana sulla cui cima è posto il regista che i latini sapientemente chiamavano magister. Siamo all’alba del terzo millennio ma ancora oggi non sono state riconosciute ufficialmente le malattie professionali degli insegnanti. Eppure, gli studi a disposizione ci dicono che le cause di inidoneità all’insegnamento presentano diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi, con un’incidenza 5 volte maggiore rispetto alle comprensibili disfonie. In Europa, noi italiani, siamo poi gli unici a non presentare risultati di studi su base nazionale, pur disponendo di dati completi presso l’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze (MEF) che, da oltre tre anni, si rifiuta di metterli a disposizione di Università e sindacati. Un semplice incontro operativo MIUR-MEF sbloccherebbe la situazione e avremmo in pochi mesi il riconoscimento ufficiale delle malattie professionali della categoria permettendo l’attivazione di un serio programma di prevenzione basato su diagnosi collegiali e non su termini equivoci di nessun valore medico quali burnout, rischi psicosociali, stress lavoro correlato”. Nonostante ciò il DL 81/08 (Testo Unico sulla tutela della salute dei lavoratori) nelle scuole non è mai stato finanziato con un solo euro, lasciando lettera morta l’indispensabile prevenzione di legge delle malattie professionali.
La salute dei lavoratori è sempre stata all’origine della ragione di nascita del sindacato ma forse siamo tutti caduti nell’errore di considerare usuranti solamente i lavori fisici (miniere, altoforni, catene di montaggio, fabbriche) trascurando quelli psichicamente usuranti nonostante queste abbiano un’incidenza 5 volte maggiore. L’83% del corpo docente è donna con un’età media di 50 anni con ciò che questo comporta: quintuplicazione dell’esposizione al rischio depressivo in periodo perimenopausale oltre alla professione psicofisicamente usurante.
Nelle azioni di governo si ricade troppo spesso nel solito errore di voler riformare le pensioni “al buio”, cioè senza considerare variabili fondamentali quali età anagrafica, anzianità di servizio e malattie professionali. Queste ultime invece dipendono direttamente dall’anzianità di servizio che comporta un aumento progressivo dell’altissima usura psicofisica del docente che è stata riconosciuta parimenti alta in tutti i livelli d’insegnamento. Nel giro di 20 anni (1992-2012) siamo passati dalle insostenibili baby-pensioni agli intollerabili 67 anni della Monti-Fornero. Restare in cattedra oltre i 60 anni, alle condizioni odierne, appare davvero incompatibile con l’attuale condizione di salute dei docenti. Prorogare un simile sistema di maestre-nonne equivale a calpestare l’art.28 del DL 81/08 che esige la tutela della salute del lavoratore commisurato a genere ed età del lavoratore.
Di questi tempi diviene sempre più caldo il fronte dei Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) che sembrano essere strettamente collegati all’elevata anzianità di servizio (56,4 anni di età con anzianità di servizio media > dei 30) che si riflette negativamente sull’usura psicofisica dell’insegnante. Non passa oramai giorno in cui non si annunciano casi di PMS di alunni da parte delle maestre, scatenando l’opinione pubblica in sterili dibattiti sul posizionamento o meno di telecamere che non rappresentano una vera soluzione.
La responsabilità dell’incolumità degli alunni rientra di diritto tra le incombenze medico-legali dei dirigenti scolastici che dovrebbero gestire tali situazioni senza dover scomodare Forze dell’Ordine, magistrati, avvocati e periti ingolfando ulteriormente il sistema giudiziario. Non è altresì tollerabile l’altissimo numero di aggressioni fisiche e verbali di docenti da parte di genitori e/o studenti.
Anche per queste ragioni, oltre che per il fenomeno dei PMS occorre la costituzione immediata di un tavolo interministeriale MIUR-MGG (Ministero di Grazia e Giustizia) per affrontare con criterio le suddette emergenze. Per dirla in una frase: la salute professionale è il punto critico del sistema scuola perché la miglior garanzia per l’incolumità e la crescita degli alunni passa attraverso la tutela della salute degli insegnanti.

da Orizzonte Scuola