sabato 7 luglio 2018

IL FIGLIO DEL FALEGNAME

Lo scandalo di vedere 
Dio come uno di noi 
 In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».  
Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando. [...].

 Di seguito il commento di Enzo Bianchi.
    Il brano evangelico di questa domenica ci interroga soprattutto sul nostro atteggiamento abituale, quotidiano: atteggiamento che in profondità non spera nulla e dunque non attende nessuno; e soprattutto, atteggiamento che non riesce a immaginare che dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui che conosciamo possa scaturire per noi una parola veramente di Dio.
     Non abbiamo molta fiducia nell’altro, in particolare se lo conosciamo da vicino, mentre siamo sempre pronti a credere allo “straordinario”, a qualcuno che si imponga. Siamo talmente poco muniti di fede-fiducia, che impediamo che avvengano miracoli perché, anche se questi avvengono, non li vediamo, non li riconosciamo, e dunque questi restano eventi insignificanti, segni che non raggiungono il loro fine.
       Questo, in profondità, il messaggio del vangelo odierno, una pagina che riguarda la nostra fede, la nostra disponibilità a credere. Gesù era nato da una famiglia ordinaria: un padre artigiano e una madre casalinga come tutte le donne del tempo. La sua era una famiglia con fratelli e sorelle, cioè parenti, cugini, una famiglia numerosa e legata da forti vincoli di sangue, come accadeva in oriente.
      Da piccolo, come ogni ragazzo ebreo, Gesù ha aiutato il padre nei lavori, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e con le sue sorelle, ha condotto una vita molto quotidiana, senza che nulla lasciasse trasparire la sua vocazione e la sua singolarità.
      Poi a un certo punto, non sappiamo quando, sono iniziati per lui quelli che Robert Aron ha chiamato “gli anni oscuri di Gesù”, presso le rive del Giordano e del mar Morto nel deserto di Giuda, dove vivevano gruppi e comunità di credenti giudei in attesa del giorno del Signore, uomini dediti alla lettura delle sante Scritture, alla veglia e alla preghiera.
      Gesù a una certa età raggiunse questi luoghi e qui divenne discepolo di Giovanni il Battista (il quale lo definì “colui che viene dietro a me”: cf. Mc 1,7). Poi la chiamata di Dio e l’unzione dello Spirito santo lo spinsero a essere un predicatore itinerante del Regno veniente, dando inizio al suo ministero in Galilea, la terra in cui era stato allevato (cf. Mc 1,14-15).
      E quando ormai Gesù ha un gruppo di discepoli che vivono con lui (cf. Mc 3,13-19), passando di villaggio in villaggio per predicare, in giorno di sabato entra nella sinagoga di Nazaret, “la sua patria”, la terra dei suoi padri. Torna dopo molto tempo trascorso altrove, e gli abitanti del villaggio lo ricordano come “figlio di” e “fratello di”.
      Al momento della lettura del brano della Torah (parashah) e dei profeti (haftarah), Gesù, essendo un credente in alleanza con Dio, come ogni altro ebreo, e avendo più di dodici anni, dunque in qualità di bar mitzwah, figlio del comandamento, sale sull’ambone, legge le Scritture e commenta la Parola. Non è sacerdote, non è un rabbi ufficialmente riconosciuto – “ordinato”, diremmo noi – ma esercita questo diritto di leggere le Scritture e tenere l’omelia.
    A differenza di Luca (cf. Lc 4,16-30), Marco non specifica né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. D’altronde la sua fama lo ha preceduto: torna a Nazaret come un rabbi, un “maestro” dai tratti profetici, capace di operare guarigioni, azioni miracolose con le sue mani.
     La prima reazione è di stupore e ammirazione: è un bravo predicatore, ha autorevolezza, la sua parola colpisce e appare ricca di sapienza. La domanda che suscita è: “Da dove (póthen) gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi operati dalle sue mani?”.
     Si interrogano dunque sull’identità di Gesù, come già avvenuto nella sinagoga di Cafarnao (cf. Mc 1,27), e la risposta potrebbe essere un’adesione a Gesù nella fede, riconoscendo che in lui opera lo Spirito santo (cf. Mc 1,10; 3,29-30); oppure un rigetto di Gesù, attribuendo al demonio la sua forza nell’annunciare la Parola e nell’operare prodigi (cf. Mc 3,22).
     E in questo stupore superficiale ecco emergere un’altra domanda: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Si tratta in realtà di un interrogativo che contiene in sé una sfumatura denigratoria. Gesù – si pensa – ha esercitato soltanto il mestiere di falegname, dunque non è autorizzato a insegnare; inoltre è il figlio di Maria, di lui si conosce il padre, che non viene nominato, e i suoi familiari sono ben conosciuti, risiedono tuttora nel villaggio.
     Dunque che cosa pretende, che cosa vuole? Perché dovrebbe essere “altro”, o qualcuno con una missione speciale? Sì, Gesù era un uomo come gli altri, si presentava senza tratti straordinari, appariva fragile come ogni essere umano. Così quotidiano, così dimesso, senza qualcosa che nella sua forma umana proclamasse la sua gloria e la sua singolarità, senza un “cerimoniale” fatto di persone che lo accompagnassero e lo rendessero solenne e munito di potere nel suo apparire in mezzo agli altri.
    No, troppo umano! Ma se non c’è in lui nulla di “straordinario”, perché accogliere il suo messaggio? Con ogni probabilità, Gesù non aveva neppure una parola seducente, non si atteggiava in modo da essere ammirato o venerato. Era troppo umano, e per questo “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô), cioè sentivano proprio in quello che vedevano, in quella sua umanità così quotidiana, un ostacolo ad aver fede in lui e nella sua parola.
     Per questo lo omologano a loro stessi, lo riducono alla loro statura e Gesù diventa per loro un inciampo, uno scandalo che impedisce un incontro di salvezza. Costoro sono fieri di conoscere Gesù umanamente, “secondo la carne” (2Cor 5,16), ma in realtà impediscono a se stessi la sua vera conoscenza.
     Dunque quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Sì, questo è avvenuto: proprio chi pretendeva di conoscerlo, in quanto concittadino, vicino o familiare, giunge a non riconoscere la sua vera identità e finisce per disprezzarlo.
      Marco aveva già annotato che all’inizio della sua predicazione i suoi familiari erano venuti per prenderlo e portarlo via, dicendo che egli era pazzo, fuori di sé (éxo: cf. Mc 3,21); ma ora è tutta la gente di Nazaret a emettere questo giudizio negativo su di lui: il suo atteggiamento è troppo umano, poco sacrale, poco rituale; non risponde ai canoni previsti per discernere in lui un inviato di Dio, il Messia atteso.
     Gesù allora si mette a curare i malati là presenti, impone loro le sue mani e ne guarisce solo qualcuno, ma è come se non avesse operato prodigi, perché il miracolo avviene quando il testimone è disposto a passare dall’incredulità alla fede. A Nazaret invece sono restati tutti increduli, per questo Marco sentenzia: “non poteva compiere nessuna azione di potenza ” (dýnamis). Gesù è ridotto all’impotenza, non può agire nella sua forza, non può neanche fare il bene, perché manca il requisito minimo, la fede in lui da parte dei presenti.
      Che torto aveva Gesù? Rispetto a quei “suoi”, camminava troppo avanti agli altri, teneva un passo troppo veloce, vedeva troppo lontano, aveva la parrhesía, il coraggio di dire ciò che gli altri non dicevano, osava pensare ciò che gli altri non pensavano, e tutto questo restando umano, umanissimo, troppo umano!
    In questo episodio del vangelo marciano Gesù appare la sapienza misconosciuta; il profeta non accolto proprio da coloro ai quali è inviato, disprezzato da quanti gli sono più vicini; il guaritore che non può fare il bene perché ciò gli è impedito dalla non accoglienza della sua azione che dona salvezza.
      Ecco ciò che attende chiunque abbia ricevuto un dono da Dio, anche solo una briciola di profezia: diventa insopportabile, e comunque domina la convinzione che è meglio non fargli fiducia… Gesù “si stupisce della loro mancanza di fede (apistía)”, e tuttavia resta saldo: continua con fedeltà la sua missione in obbedienza a colui che lo ha inviato, andando altrove, sempre predicando e operando il bene. Ma senza ricevere fede-fiducia, Gesù non riesce né a convertire né a curare, e neppure a fare il bene.

(tratto da www.monasterodibose.it)



SILENZIO e ARTE dell'ASCOLTO .... per orientare se stessi

Ascoltare sembra un’operazione abituale, quasi “banale”, eppure l’ascolto autentico è raro e difficile. Costantemente immersi come siamo in rumori di vario tipo, sollecitati da messaggi “multiformi”, non conosciamo più il silenzio come ambiente e condizione indispensabile all’ascolto, ascolto della nostra coscienza e all’ascolto dell’altro, ascolto della parola di Dio.

Silenzio e ascolto, infatti, pur non identificandosi, si nutrono “reciprocamente” ed è nel silenzio che la parola può “risuonare” nitidamente. Solo lasciando che il nostro silenzio sia abitato da quanto abbiamo ascoltato in profondità che evitiamo di cadere nel “mutismo” o nella chiacchiera e nel “non senso”. Così, sempre più incapaci di silenzio “fecondo”, finiamo per smarrire anche l’arte dell’ascolto.
 
La capacità di ascolto nasce dalla capacità di silenzio: questo è il principale accento cha ha sempre avuto la tradizione monastica parlando della’ascolto. Una buona pedagogia dell’ascolto che può prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può sembrare un ossimoro, invece è la chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente.
 
Se nella nostra società “l’uomo è diventato un’appendice del rumore” (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. Impresa certo non semplice, se già Eraclito di Efeso (VI sec. A.C.) definiva i propri simili come “incapaci di ascoltare e di parlare”: da allora forse abbiamo l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto sembriamo ancora bambini.
 
La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica. Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio della profondità, della pre­senza all’altro e anche dell’amore dell’altro. Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole.
 
Purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra interiorità e le parole stesse vengono immiserite dal loro essere urlate, ridotte a slogan o invettive. Abbiamo bisogno del silenzio! Ci è necessario da un punto di vista pret­tamente antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio.
 
Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò “la voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia, (padre della chiesa del III sec.) dirà che Cristo è “la Parola che procede dal silenzio”.
 
Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale. “Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali” (Dietrich Bonhoeffer).
 

Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa” di sobrietà, di­sciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giu­dizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. È il difficile  ........




CATTOLICI IN POLITICA. UN APPORTO NECESSARIO E ORIGINALE

Meno enfasi sui diritti civili e più sulla giustizia

I cristiani impegnati possono con buone ragioni ricordare il compito pedagogico della legge civile perché nella città liberal-libertaria e nella cultura che la nutre questo punto notevole è stato messo seccamente da parte.
L’irrilevanza dei cattolici in politica è tema antico. Senza un’unità di intenti, di proposta, di azione su nuclei centrali non si può incidere, e pare che da tempo i cattolici versino in questa situazione. Su che cosa dovrebbero concentrarsi?
Spesso si risponde volgendosi alla dignità della persona come stella orientatrice, e non vi è nulla da eccepire in linea di principio, salvo poi aggiungere che il richiamo rischia di essere flebile e declinante, tanto il tessuto di questa idea si è slabbrato e soggetto alle interpretazioni più diverse. Vi è urgente bisogno di ridare sostanza a essa, e in ciò l’insegnamento sociale della Chiesa ha le carte in regola. Il mio compito di docente mi ha condotto ad esaminare le principali filosofie politiche della modernità, e a concludere che quella che si esprime in quell’insegnamento è la più integra ed ispirante tra quelle circolanti a livello planetario. Essa dista rispetto al liberalismo politico di Rawls o alle posizioni di Hayek e naturalmente rispetto a quella del marxismo, ormai quasi defunto. Dossetti, La Pira, Moro, Mortati, Lazzati, Fanfani poggiavano su tale pensiero. Non è feconda l’idea che i cattolici debbano limitarsi a proporre visioni del mondo compatibili con le situazioni etico-politiche dell’oggi.
Ciascuno di noi come cittadino è titolare del diritto a esporre la posizione che ritiene migliore, di dialogare con chi obietta e di mettere in atto tutti i mezzi leciti per far prevalere nel dibattito democratico e nelle leggi la posizione meglio fondata e più solida, senza che ci si spaventi troppo della critica tante volte ripetuta secondo cui difendere valori fermi e saldi è ipso facto un attentato al criterio di non discriminazione. Molti invitano a dedicarsi a proteggere in sede di etica pubblica anzitutto l’umano che ci è comune. Condivido senza riserve, ma poi chiedo: che cosa significa questa espressione, dal momento che sull’idea dell’umano vi è profonda diversità tra una cultura personalistica e una materialistica e le rispettive etiche? L’idea di proteggere l’umano merita approfondimenti. In primo luogo, occorre dissipare l’equivoco della domanda polemicamente sollevata tante volte: 'Se tu, cattolico, non vuoi, perché io non posso?'
Questione mal posta, che non considera la differenza tra interessi e princìpi: gli interessi hanno un prezzo, possono essere contrattati e ammettono punti medi nel corso del negoziato: pensiamo a una trattativa per l’acquisto di un appartamento, o a un contratto sindacale. I princìpi, al contrario, hanno una dignità e non un prezzo, e di per sé non ammettono punto medio: non c’è punto medio tra uccidere e non uccidere. Quindi è molto difficile risolvere le divergenze tra posizioni di principio senza punto medio.
Uno. Un importante esempio è offerto da leggi che non vietano né ordinano, ma che consentono alcuni comportamenti: pensiamo alle leggi sull’aborto e la fecondazione eterologa. La critica elevata contro le persone a favore della vita si fonda appunto sulla domanda di cui sopra. Il problema però resta: le persone contrarie all’aborto lo sono in quanto è una violazione del diritto alla vita, e non una mera possibilità che essi non scelgono. Con una legislazione abortista le persone pro-life portano un fardello più gravoso di quello che sopporterebbero i pro-choice con una legge antiabortista, come ha rilevato anche Habermas. È un equivoco che i cattolici mirino, e anzi debbano mirare, a rendere obbligatori per tutti i cittadini, i valori propri del cattolicesimo, facendo approvare leggi che li tutelino. A parte l’impossibilità pratica e storica di un simile disegno, del tutto utopico se mai qualcuno volesse nutrirlo, la questione è malposta, per la profonda diversità tra proporre e imporre. È piuttosto l’opinione – diciamo così – liberal-libertaria, egemone nei media, che mira a ricondurre la proposta umanistica entro un recinto confessionale e privato. E invece occorre un pensiero pubblico che colga i nuclei permanenti della convivenza politica che sono in seria crisi.
Per stare vicino alla concretezza considero tre punti. Uno. Di grande e problematica portata è la netta supremazia dei diritti civili su quelli sociali, verificatasi ampiamente in Italia e in tutto l’Occidente: la creazione di lavoro è crollata, la finanza domina e le diseguaglianze sociali sono cresciute. Si ha l’impressione che la posizione libertaria prema per sempre nuovi ’diritti’ in campo civile, che costano poco, per distogliere l’attenzione dalla grave situazione dei diritti sociali. Avere una società giusta è grande compito perché la giustizia è la stella orientatrice di ogni società e della giustizia fa parte l’avere buone leggi. In ordine al rispetto dei diritti sociali fondamentale è la tassazione, la cui progressività è scritta nella nostra Carta: «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53). Il fisco raccoglie risorse necessarie all’attuazione dei diritti; specialmente dei diritti più costosi, quelli sociali.
Due. L’impatto delle biotecnologie e la secolarizzazione della società, per quanto poderosi, non costringono ad accettare l’utero in affitto, il commercio di gameti e di embrioni, il loro congelamento (che li priva del diritto primordiale allo sviluppo e alla crescita), la fecondazione eterologa, e ritenere che ogni forma di unione sia famiglia. La famiglia è stata ricondotta a una sfera esclusivamente privata, in cui tende a prevalere la volontà degli adulti, si è infatti parlato di 'adultocentrismo'. La legge sul divorzio breve (2015) spinge a non dimenticare che l’educazione dei figli rimane obbligo primario (naturale e costituzionale), e che esso perdura a lungo, e in certo modo non viene meno con la maggiore età.
Tre. I cattolici impegnati in politica possono con buone ragioni ricordare il compito pedagogico della legge civile anche perché nella città liberal-libertaria e nella cultura che la nutre questo punto notevole è stato messo seccamente da parte. Non vi è possibilità di un’autentica res publica là dove la legge positiva consente quasi ogni atto, per cui niente si può fare (formalmente) contro la legge, mentre tutto si può con la legge, dal momento che questa può avere qualsiasi contenuto. Sarebbe un errore trascurare l’ambito normativo della legge e il Parlamento titolare della potestà legislativa: qui avviare processi significa anche essere presenti con impegno per orientare la legislazione in senso più consono alla persona e al bene comune. I princìpi primari della Carta rimangono validi, sebbene da vario tempo sia stata svolta un’opera di reinterpretazione che lascia perplessi.
Basti pensare alla sentenza della nostra Corte sulla legittimità della fecondazione eterologa (2014), su cui sono intervenuto motivando l’opinione che su tale tema, che concerne addirittura la linea fondamentale della filiazione, la Corte si sia espressa difformemente dalla lettera e dallo spirito della nostra Carta, mostrando una inquietante subordinazione al pensiero tecnico, che acquista un predominio sempre più marcato. Al tempo della sentenza vi furono voci perplesse e francamente critiche, ma poi perlopiù l’eterologa è stata accettata come evento normale.
Un professore di diritto costituzionale in un editoriale sul 'Corriere della Sera', tre anni fa, scrisse che la nostra Carta è pienamente reinterpretabile secondo le nuove opinioni emergenti nella popolazione. Il tema era quello della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio (art. 29): l’autore intendeva asserire che i concetti di naturale e di matrimonio sono soggetti ad essere reinterpretati secondo i voleri e le pretese del momento, ed anzi addirittura che la Carta avrebbe rinunziato sin dall’inizio a definirli, affidandosi così al mutevole spirito dei tempi. Un ottimo esempio di come sia purtroppo possibile far dire alla Carta quasi tutto quello che si vuole.

da "Avvenire"





venerdì 6 luglio 2018

PROVE INVALSI 2018 - LA SCUOLA DELLE DIFFERENZE

La pubblicazione del rapporto sui test Invalsi 2018 conferma che in Italia le differenze tra scuole del Nord e del Sud sono ancora marcate. Ancora, come avvenne per i test del 2017, ci sono esiti molto diversi tra le prove di italiano e quelle di matematica, a riprova che il nostro Paese ha un deficit di preparazione tecnico-scientifica.
I numeri
Le prove hanno riguardato quest'anno 29.337 classi di seconda primaria per un totale di 551.108 alunni; 29.520 classi di quinta primaria per un totale di 562.635 alunni, 29.032 classi di terza secondaria di primo grado per un totale di 574.506 alunni; 26.361 classi di seconda secondaria di secondo grado per un totale di 543.296 alunni.    
Al Sud sistema "meno equo"
Saltano agli occhi alcune considerazioni contenute nel rapporto. Scrivono infatti gli esperti del Miur "Il sistema scolastico nell'Italia meridionale e insulare non solo appare meno efficace in termini di risultati conseguiti rispetto all'Italia centrale e soprattutto settentrionale, ma anche meno equo" "La variabilità dei risultati tra scuole e tra classi nel primo ciclo d'istruzione è consistente - si legge - e in ogni caso più alta che al Nord e al Centro, così come sono più alte le percentuali di alunni con status socio-economico basso che non raggiungono livelli adeguati nelle prove. In particolare, sono preoccupanti gli esiti di alcune regioni: Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna".
Le osservazioni
Nel documento, presentato questa mattina al ministero dell'Istruzione, si legge: "Nel corso dell'itinerario scolastico, dalla seconda classe della scuola primaria alla seconda secondaria di secondo grado, i risultati nelle prove di Italiano e Matematica delle macro-aree si allontanano progressivamente". Nella scuola primaria si sottolinea che le differenze "sono piccole e in generale non significative statisticamente". In terza secondaria di primo grado, invece, i risultati medi delle macro-aree "tendono a divergere significativamente tra loro, tendenza che si consolida ulteriormente nella scuola secondaria di secondo grado, riproducendo il quadro che emerge anche dall'indagine internazionale Pisa (Programme for International Student Assessment)".
Il divario tra Nord e Sud
Le prove della terza secondaria di primo grado confermano anche che "il nord ottiene risultati superiori sia alla media italiana che alla media Ocse, il centro ha un risultato in linea con la media dell'Italia, più bassa della media Ocse, e il sud e le isole hanno risultati inferiori sia alla media italiana che alla media Ocse". Differenze simili a quelle che si riscontrano fra le macro-aree in Italiano e in Matematica si osservano, si legge ancora nel documento, "sia nei punteggi numerici delle prove d'Inglese sia nella distribuzione degli studenti tra i livelli di conoscenza della lingua. Nel grado 5, nella prova di ascolto, la percentuale di alunni che non raggiunge il livello previsto (A1) dalle Indicazioni Nazionali per il primo ciclo d'istruzione in quinta primaria è del 30 per cento circa nelle due macro-aree meridionali e insulari, mentre è al di sotto del 20 per cento nelle due aree settentrionali e nel centro-Italia; nella prova di lettura le percentuali sono rispettivamente del 10 per cento e del 5 per cento circa".
Il flop delle superiori.
Le differenze tra Nord e Sud diventano ancora maggiori alle superiori. Segnala infatti il rapporto: "Nel grado 8 le differenze tra le macro-aree si ampliano: la percentuale di alunni che non raggiunge il livello previsto (A2) dalle Indicazioni Nazionali nella prova di ascolto è del 67 per cento nel Sud e Isole, del 62 per cento nel Sud, del 38 per cento nel Centro, del 30 per cento nel Nord Ovest e del 27 per cento nel Nord Est; nella prova di lettura le cose vanno meglio, ma le distanze tra le varie zone d'Italia restano marcate: non arriva al livello A2 il 41 per cento degli alunni nel Sud e Isole, il 38 per cento nel Sud, il 21 per cento nel Centro, il 18 per cento nel Nord Ovest e il 16 per cento nel Nord Est".
 (da Repubblica)


ASSISI - GIORNATA MONDIALE PER IL CREATO - INVITO

   
Il Movimento Cattolico Mondiale per il Clima (di cui FOCSIV è membro particolarmente attivo in Italia) e il Comitato direttivo di “Tempo del Creato” (composto da World Council of Churches, Movimento Cattolico Mondiale per il Clima, Lausanne/World Evangelical Alliance Creation CareNetwork (LWCCN), Anglican Communion Environmental Network, Act Alliance, Lutheran World Federation, Christian Aid) sono lieti di invitarla al primo incontro di preghiera ecumenico congiunto per il Creato che si terrà ad Assisi in occasione della Giornata mondiale di preghiera per il Creato e dell’apertura del Tempo del Creato.   
L’incontro di preghiera ecumenico per il Creato 2018 (qui il programma provvisorio)​ sarà realizzato congiuntamente con i partner locali: la Diocesi di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino, la Diocesi di Gubbio, Il Sacro Convento di Assisi e l’Istituto Serafico. La preghiera inizierà venerdì 31 agosto alle ore 17.00 e si concluderà sabato 1 settembre alle ore 11 con​ la Dichiarazione Ecumenica Congiunta sul Sagrato della Basilica di San Francesco d’Assisi.​ La invitiamo a partecipare a tutte le tappe della preghiera.​
            Alla luce del tema di quest’anno del Tempo del Creato “Camminare insieme”, l’incontro di preghiera ecumenico costituirà anche l’avvio del pellegrinaggio “Il Sentiero di Francesco” da Assisi a Gubbio,​ giunto al 10° Anniversario, ​attraverso cui lo “Spirito di Francesco” giungerà in pellegrinaggio fino in Polonia,​ in vista dell’importante Conferenza internazionale sul clima COP 24, appuntamento internazionale cruciale per la reale implementazione dell’Accordo di Parigi. Per sottolineare ulteriormente la chiamata all’unità tra le diverse fedi cristiane alla luce dell'attuale crisi ecologica, il 1 settembre, Giornata Mondiale di Preghiera per il Creato, verrà rilasciata una Dichiarazione Ecumenica congiunta sul creato invitando tutti i cristiani e gli uomini di buona fede a celebrare il Tempo del Creato e ad agire coraggiosamente per il clima. Al termine della preghiera ecumenica il proseguimento del pellegrinaggio dalla Basilica di San
Francesco d’Assisi sarà un momento simbolico molto importante. La sua partecipazione ai primi passi del pellegrinaggio sarà molto significativa. I pellegrini proseguiranno poi nel loro cammino verso Gubbio.
 Il Tempo del Creato - che ricorre annualmente tra il 1 Settembre ed il 4 Ottobre ed è il tempo dell’anno in cui 2,2 miliardi di Cristiani sono invitati a pregare e a prendersi cura del Creato - è supportato quest’anno anche da una lettera​ congiunta dei leader delle diverse fedi cristiane tra cui anche il Card. Turkson (link) e da un appello della CEI/Ufficio Nazionale Problemi Sociali ed il lavoro (link). Informazioni aggiornate sul “Tempo del Creato” ed il sussidio 2018 sono disponibili sul sito inglese (link) e presto saranno tradotte in italiano (link) nel sito dedicato. Per mettere davvero “in movimento” le nostre comunità, abbiamo bisogno del suo impegno attivo: le chiediamo di diffondere il Tempo del Creato nella​ sua rete promuovendo eventi  e registrandolisul sito. 

Vi preghiamo di compilare la seguente registration form (link).

mercoledì 4 luglio 2018

IL LIBERANTE SUSSURRO DELL'AUTORITA'

A PROPOSITO          DI 
OBBEDIENZA



Visto che la mia esperienza d’insegnamento si svolge in Germania, mi piace iniziare la riflessione sul rapporto scuola-obbedienza con la parola tedesca che sta per obbedire: gehorchen. Al prefisso ge segue horchen, verbo di uso corrente che significa porgere l’orecchio, ascoltare attentamente.
            In tedesco quindi l’obbedienza viene sorretta dal bisogno essenziale di un ascolto concentrato e presente, presupponendo che la fonte dell’interesse sia un po’ nascosta, immersa nel silenzio, difficile da percepire. Proprio il contrario di quello che l’obbedienza sembra sottintendere: pretesa, azzeramento della volontà o della capacità di pensare dell’altro.
            A scuola il termine obbedienza sembra essersi dissolto. Non sento mai dire: «I bambini non ubbidiscono», ma piuttosto: «Non fanno quello che dico, non mi seguono, fanno quello che vogliono, fanno finta di non sentire». Non è una peculiarietà relativa alla scuola. Nella Germania di oggi la parola obbedienza assieme a ordine, diligenza, autorità, potere, provoca una sorta di disagio, ha un retrogusto sospetto.
            È ancora troppo vicino il passato del nazionalsocialismo che, abusando di tutti questi termini, ha cercato di giustificare i suoi orrendi crimini. Quelle che una volta erano le migliori qualità indiscusse, peculiari e fondamentali di una nazione hanno dovuto essere ripensate, creando all’inizio un certo disorientamento.
A questo ripensamento corrisponde in ambito pedagogico la messa al bando definitiva della cosiddetta «pedagogia nera» improntata sulla paura e che tende a vedere l’alunno come un oggetto, un contenitore da riempire con le varie discipline, che porta in sé tendenze potenzialmente pericolose da raddrizzare nel caso si manifestino.
            Ecco quindi, influenzata dal [Sessantotto, la pedagogia antiautoritaria, che mette al centro il bambino con i suoi diritti e le sue potenzialità ma soprattutto si scaglia contro l’obbedienza, il criterio guida della pedagogia nera. Un’obbedienza che serve interessi sociali e di potere e che soddisfa anche chi richiede una sottomissione psicologica. Il nuovo ideale dunque è l’individualità al posto del conformismo e un’educazione che rende se stessa superflua.
In concreto però si registrano spesso perdita di valori, mancanza di rispetto e di disciplina, incapacità di sopportare la frustrazione e un fiorire di piccoli o grandi despoti incapaci di rapportarsi alle più semplici regole della convivenza. Le più moderne riflessioni pedagogiche sottolineano oggi il concetto di responsabilità al posto dell’ubbidienza, accompagnata dal rispetto incondizionato e della presa di coscienza da parte dell’educatore della dignità del bambino. Quindi la parola obbedienza a scuola è davvero superata?
            Dopo una breve inchiesta sul tema che ho fatto rivolgendomi a diversi miei colleghi, sono giunta alla conclusione che l’obbedienza si basi indissolubilmente sulla fiducia, ne sia una sorta di sinonimo dal suono leggermente più antipatico. Soprattutto i bambini piccoli danno quasi sempre alla maestra una fiducia incondizionata, una sorta di accredito; un grande regalo e una grande responsabilità per l’educatore; un dono a volte anche fragile, che con la crescita viene periodicamente ricontrollato, riaggiustato.
            Crescendo, l’accredito molto spesso cala, vuole poter essere messo in discussione, anche criticato. I veri professionisti di questa critica sono gli adolescenti. E il concetto di autorità? Come la Chiesa, anche la scuola è un’istituzione gestita secondo un modello gerarchico autoritario. Non dispotico ma, si spera, basato su valori come la collegialità ed il dialogo e arricchito dall’autorevolezza di tanti, cioè dalla loro capacità carismatica di coinvolgere e convincere.
Nel quotidiano scolastico l’obbedienza è presupposta ma non data per scontata; rappresenta il comportamento adeguato dell’alunno in risposta all’insegnante, la regola del gioco di squadra senza la quale il gioco non può funzionare, una regola a volte faticosa da fare rispettare. Vive del contrasto tra imposizione come mezzo e libertà come fine.
            Serve per semplificare, per dare una struttura, rende possibile un ordine in cui ognuno sappia come muoversi e possa crescere. Poi, è ovvio, obbedire non è sempre bello e non è sempre facile. Non tutto quello che l’insegnante dice viene sempre messo in pratica da tutti gli studenti e non tutte le mancanze di obbedienza hanno la stessa gravità.
Alcuni esempi pratici e antitetici, il primo molto nordico. Se fuori c’è la neve i ragazzi nell’intervallo non possono fare le pallate. Un certo pericolo è evidente, soprattutto con la lungimiranza di chi sa che qua la neve quasi sempre in inverno ghiaccia e se a qualcuno arriva in faccia una palla di ghiaccio misto a neve non fa decisamente bene. Ma non c’è niente da fare.
            Il fascino di questo freddo e bianco materiale e la gioia sportiva di lanciarla fa sempre dimenticare l’obbedienza. Altro caso è il bullismo: la disubbidienza alla regola fondamentale del rispetto reciproco richiede tempo, dialogo e sanzioni di ben altra dimensione. A seconda del carattere dell’alunno e del tipo di educazione ricevuta dai genitori ci sono bambini che non hanno problemi a dare fiducia e quindi ad obbedire e altri che sembrano volere disobbedire a qualsiasi regola per partito preso.
            Chi ha sempre bisogno di mettere in discussione ogni piccolezza o deve porre sempre se stesso e il proprio piccolo mondo al centro di ogni situazione, chi non è mai in grado di sottostare ad un’autorità, chi non sa farsi prendere per mano e aiutare non si rende semplice la vita. A scuola anche l’insegnante deve ubbidire. Al dirigente scolastico o a chi fa parte della squadra di direzione.
 Come l’alunno, anche l’adulto lo fa più o meno volentieri, a seconda del carisma e della competenza del dirigente, del tipo di mansione da svolgere, del senso che vede o meno nella mansione. A volte si sceglie attivamente di dare fiducia e si scopre che è stato un bene, altre volte si subisce e si agisce controvoglia. Entrambe le esperienze sono fonte di crescita.
              Oggi è chiaro che l’obbedienza è uno strumento educativo e non un fine; che ubbidire non mi rende un burattino nelle mani di qualcuno che mi manovra, ma mi aiuta a muovermi sicuro e senza pericolo su un sentiero che non conosco. A scuola obbedendo imparo appunto anche a tendere l’orecchio, a rimanere in ascolto, a discernere, fino al momento in cui mi sentirò sicuro e comincerò a muovermi con responsabilità e libertà.
 Monica Catani

 (articolo tratto da www.messaggerocappuccino.it)