mercoledì 8 febbraio 2017

AIMC FIRENZE - Incontro con don Paolo Arzani


AIMC - sezione di Firenze

RITROVIAMOCI IN A.I.M.C.
SABATO 25 febbraio 2017 ORE 09,30 – 11,30

 PER SCAMBIARSI
RIFLESSIONI,  PENSIERI, EMOZIONI,
  UN LIBRO, UN CAFFE'......

SEDE AIMC FIRENZE
CHIESA DI SANTA LUCIA SUL PRATO
(via Santa Lucia sul Prato,10-zona Stazione SMN)

  

Vuoi guarire?

·      Quando siamo come paralizzati
·      Voler guarire, per guarire
·      La paura della guarigione

Discussione

Con Don Paolo Arzani. Parroco in S.Lucia sul Prato in Firenze e assistente spirituale dell'A.I.M.C. Firenze. 
Don Paolo ha pubblicato Parabole di trasformazione 2002, Quando la preghiera ti sorprende 2013,Ritrovare la vita (2013) Il sogno del cantico (2014) ,Se mi prendi nelle tue mani (2015) La brezza leggera( 2015), Cose nuove e cose antiche (2016)


Le iscrizioni si raccolgono entro tre giorni prima da ogni incontro, agli indirizzi di posta appresso indicati: stefanopagnifedi@alice.it; catiamax.dg@libero.it; info@aimcfirenze.it . Per informazioni tel. a Stefano Pagni Fedi 3474162620 o Catia Rossi 3491049114



domenica 5 febbraio 2017

PARLARE E SCRIVERE IN BUON ITALIANO. Un problema per molti. Che cosa fare?

“Gli studenti non sanno l’italiano”.
 La denuncia di 600 prof universitari
Appello accorato dei docenti che chiedono un intervento urgente al governo e al Parlamento. «Nelle tesi di laurea, errori da terza elementare. Bisogna ripartire dai fondamentali: grammatica, ortografia, comprensione del testo»

di Orsola Riva

Possibile ritrovarsi a correggere una tesi di laurea dovendo usare la matita rossa e blu come in un temino della scuola elementare? Purtroppo sì. Basta leggere alcune delle testimonianze drammatiche dei 600 professori universitari che in pochi giorni hanno sottoscritto un accorato appello al governo e al Parlamento per mettere in campo un piano di emergenza che rilanci lo studio della lingua italiana nelle scuole elementari e medie. Ripartendo dai fondamentali: «dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano». Può sembrare un ritorno indietro ma, come spiega Giorgio Ragazzini, uno dei quattro docenti di scuola media e superiore del Gruppo di Firenze che hanno promosso la lettera, «forse stiamo risentendo anche di una svalutazione della grammatica e dell’ortografia che risale agli anni 70». E invece, come già si diceva in un film diventato di culto dopo gli anni del riflusso, «chi parla male pensa male». O, come preferisce ricordare il professor Ragazzini citando Sciascia, «l’italiano non è l’italiano, è il ragionare».

«E’ chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente - si legge nella lettera -. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana». La notizia non è nuova, ma non per questo è meno drammatica. Anche dall’ultimo rapporto Ocse-Pisa che misura le competenze dei quindicenni di mezzo mondo i nostri ragazzi sono usciti con le ossa rotte. E a sorpresa è soprattutto in italiano che andiamo male. Con buona pace della stanca retorica anti-crociana. Dal 2000 a oggi non abbiamo recuperato mezza posizione, mentre in matematica, dove pure eravamo molto più indietro, abbiamo fatto enormi passi avanti.

In  “Corriere della Sera”




sabato 4 febbraio 2017

Domenica 5 febbraio: SALE DELLA TERRA e LUCE DEL MONDO

Nel Vangelo di questa domenica Cristo dice ai suoi discepoli di sempre: “Voi siete il sale della terra…Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13 e 14). Con queste parole Gesù non ci invita a sforzarci di diventare sale e luce, ci rivela quello che siamo. Non ci dice che cosa dobbiamo fare, ci ricorda quello che siamo già: sale e luce. Certo all’essere segue l’agire e, quindi, prendendo coscienza che siamo come il sale, che conserva e dà sapore, e come la luce illumina, che dà sicurezza, riscalda, noi abbiamo il compito di donare nuovo “sapore” al mondo, e di preservarlo dalla corruzione, con la sapienza di Dio, che risplende pienamente sul volto del Figlio, perché Egli è la “luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9).

Dicendo: “siete il sale della terra”, Gesù ci spiega che tutta la natura umana corrotta dal peccato è diventata insipida, ma per mezzo del nostro ministero di testimonianza, la grazia dello Spirito Santo rigenererà e conserverà il mondo. Per questo il Redentore ci insegna le virtù delle Beatitudini, quelle che sono le più necessarie, le più efficaci per noi che vogliamo assomigliare a Lui. Chi è mite, umile, misericordioso, giusto, non rinchiude in se stesso le buone opere che ha compiute, ma  ha cura  che queste  sorgenti zampillino anche per il bene degli altri. Chi ha il cuore puro, chi è operatore di pace, chi soffre la persecuzione per la verità, ecco la persona che consacra la vita al bene di tutti. Se ci sciogliamo come il sale diamo sapore alla vita del mondo, costruiamo una cultura della vita ed una civiltà dell’amore.

Dicendo:siete luce del mondo”, Cristo ci insegna che, uniti a Lui, noi possiamo diffondere in mezzo alle tenebre dell’indifferenza e dell’egoismo la luce dell’amore di Dio, vera sapienza che dona significato all’esistenza e all’agire degli uomini, A questo insegnamento sul fatto che siamo luce Gesù aggiunge subito queste parole: “Non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 15 – 16).....


venerdì 3 febbraio 2017

EDUCAZIONE, CITTADINANZA, GENDER


Educare non al gender, 
ma alla cittadinanza

        La scuola italiana, afflitta da mancanza di risorse e di continuità didattica, necessita di tutto tranne che di battaglie culturali a suon di ideologie. Il comma 16 della legge 107 (la 'buona scuola') aveva scatenato molte polemiche.
       Il testo, in cui si assicurava «l’attuazione dei princìpi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni» in base alla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne, era stato interpretato come un via libera alle 'teorie del gender' che, estremizzate, affermano il primato della scelta culturale sul sesso biologico. Una circolare dell’allora ministra Giannini nel 2015 aveva chiarito che «tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né 'ideologie gender' né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo».
       Precisazione che però non era bastata a tacitare i dubbi di tante famiglie, messe in allarme dalla diffusione nelle classi italiane di progetti più o meno validi sul tema, a volte senza il consenso dei genitori.       Si discutono ora alla Camera ben 11 proposte di legge su cui si è raggiunto un testo base provvisorio, su temi e con titoli molto vari: educazione alla parità di genere, alle differenze di genere, socio-affettiva, sentimentale... Si parla dunque di educazione, uno dei compiti fondamentali della scuola, che non può limitarsi a istruire. Ma dove finisce il dovere dello Stato? Qual è il ruolo della famiglia? E soprattutto, si 'insegnano' le emozioni? Le proposte affrontano la violenza contro le donne, il bullismo, l’uso di parole ed espressioni odiose (in inglese hate speech). 
     Il motivo è legittimo: cresce oggi una nuova coscienza dei diritti delle donne, accanto a uno sguardo con meno pregiudizi su differenze e omosessualità. Sentiamo il bisogno di uomini più gentili accanto a donne più sicure, di far crescere ragazzi consapevoli e capaci di dominare le emozioni negative esprimendo quelle positive, di rispettarsi reciprocamente, di non escludere o schernire chi non è eterosessuale. Una legge che pretenda di affrontare tutto questo sarebbe - e forse è - inutile. Ma ogni tornante culturale di una società, come quello che vede oggi la necessità di riaffermare la parità dei sessi e di non giudicare gli omosessuali, ha bisogno dei suoi simboli. 
      E le leggi hanno una funzione di pedagogia culturale anche quando ribadiscono compiti e obiettivi che si dovrebbero raggiungere attraverso un’alleanza educativa di tutti e un forte senso del ruolo della scuola nel difendere la dignità umana. Una proposta come quella in discussione, di conseguenza, non deve spaventare ma neanche illudere. Può far dire a molti, non a torto, che il Parlamento avrebbe cose più importanti da fare, e creare diffidenza in chi vi legge il cavallo di Troia per progetti culturali indebiti. Per un passo avanti, dunque, servono alcune condizioni. Il mondo degli ......






giovedì 2 febbraio 2017

EDUCAZIONE SCIENTIFICA. . COME?

Recuperare il potenziale educativo dell’insegnamento delle scienze.

     Una Cenerentola si aggira nel panorama didattico della scuola italiana. Come la talentuosa fanciulla della fiaba di Perrault resterà tale se non arriva un principe azzurro a scoprirla e impalmarla. Si tratta di un insegnamento, più specificamente di una disciplina, che ha meriti non commensurabili nel miglioramento del benessere dell’umanità, ma è confinata a ruolo di Cenerentola, sottovalutata, quasi emarginata, comunque non riconosciuta per le straordinarie potenzialità che racchiude. 
       Come appare evidente, infatti, mentre la qualità dell’insegnamento in lingua e matematica ha fatto e può ancora fare notevoli miglioramenti, in particolare nel 1° ciclo della scuola italiana, lo stesso non può dirsi per l’insegnamento delle scienze, che resta un insegnamento,appunto, e non si qualifica in educazione scientifica.
      I docenti di lingua e matematica, infatti, possono ottenere eccellenti risultati di apprendimento dai propri alunni, sol che lo vogliano adottando i metodi della moderna didattica e sono sempre più numerosi quelli che lo fanno.
     Ma nell’insegnamento delle scienzequesto per lo più non accade, per una serie di ragione che miterebbero una disamina ben approfondita.
       Se pensiamo alle condizioni di vita degli uomini nel mondo contemporaneo e a come esse sono migliorate in modo spettacolare dal 1600 a oggi non possiamo che riferirci al fatto che dall’inizio di quel secolo l’umanità ha ricevuto il dono di avere a disposizione un nuovo strumento, potente e estremamente generativo, che ha consentito di moltiplicare vertiginosamente i suoi poteri sulla natura fisica e biologica e di conseguenza di incrementare le risorse per il proprio benessere.
     Questo strumento fu riconosciuto nella sua decisiva valenza già dal filosofo inglese Francis Bacon, che infatti lo teorizzò e divulgò definendolo novum organum.
     Comprese, infatti, e ne rese consapevole il mondo colto, che era accaduto qualcosa di straordinario, di nuovo,cioè di mai visto prima, una specie di mutazione genetica nell’uomo, che prefigurava nuovi e imprevedibili cambiamenti per l’avvenire: l’umanità disponeva di un nuovo organo,non anatomico beninteso, ma mentale, un dono ricevuto da quel moderno mitico Prometeo che è Galileo Galilei, e si chiama METODO  SCIENTIFICO.
      Anche se Bacone si riferiva a Leonardo da Vinci, non considerando l’interazione indispensabile tra esperimento e matematica, con il metodo adottato da Galileo lo studio e la conoscenza del mondo fisico e biologico si è liberata del dogmatismo paralizzante del passato introducendo azioni di ricerca, sperimentazione, elaborazione e interpretazione dei dati, verifiche per corroborare o falsificare le ipotesi, imboccando così la strada del miglioramento permanente della conoscenza del mondo fisico e naturale.
      Questo nuovo organo, ma a questo punto è meglio dire questa nuova facoltà,si conquista mediante l’educazione alle scienze sperimentali.
     È a questo evento che bisogna tornare e a tale metodo che bisogna ispirarsi quando si progetta l’insegnamento delle scienze a scuola. Privilegiando il metodo rispetto ai contenuti bisogna imporsi di introdurre pratiche didattiche di osservazione, di scoperta, mediante sperimentazioni basate su ipotesi, raccolta dati, misurazioni, interpretazioni critiche, confronto con le esperienze degli altri e riconoscendone le eventuali ragioni, 
riconoscendo la distinzione tra quello che è certo da quello che è probabile, fino a condurre l’alunno ad abbozzare ragionamenti ipotetico-deduttivi (come ci insegna Popper, superando l’impostazione teorica di Bacone).
   Perché ciò sia possibile è necessario rinnegare un insegnamento delle scienze di tipo prevalentemente, talvolta esclusivamente, trasmissivo (la lezione ex cathedra), perché ciò è la negazione dell’educazione scientifica, cioè la negazione della natura intrinseca di quella parte della cultura costituita dalle scienze sperimentali. Introducendo, al suo posto, una didattica laboratoriale (anche nei compiti per casa, perché no), per la quale necessita  ripensare fondamentalmente spazi appropriati e tempi meno sacrificati per realizzarla efficacemente.

      L’AIMC,Associazione Italiana Maestri Cattolici di Ragusa, propone a tale scopo la costituzione di gruppi di docenti di diverse Istituzioni scolastiche che, con l’approccio dell’autoformazione tra pari (peer education) ma anche supportati da sollecitazioni da parte di esperti, curino la propria formazione professionale mediante il riconoscimento di questa Cenerentola che è l’EDUCAZIONE SCIENTIFICA non più solo insegnamento.

mercoledì 1 febbraio 2017

INSEGNAMENTO DELLA STORIA IN CRISI

STORIA. ORMAI LA CRONACA SI È MANGIATA IL PASSATO

Giuseppe Galasso compie un’analisi della storiografia contemporanea in cui si rivela l’incapacità degli specialisti di sistemare e interpretare i troppo veloci eventi sociali ed economici



di Eugenio Mazzarella

I saggi raccolti da Giuseppe Galasso in Storiografia e storici europei del Novecento (Salerno, pagine 432, euro 32,00) riprendono un filo già dipanato in una precedente raccolta del 2008, Storici italiani del Novecento (Il Mulino). E di Galasso attestano la costante prassi di accompagnare sempre la ricerca con un’accurata ricostruzione e analisi della tradizione storiografica relativa ai temi affrontati. 
        Un approccio che, da testi ormai classici alla storiografia italiana, da Croce, Gramsci e altri storici del 1969 a nient’altro che storia del 2000, torna a mostrare la sua fecondità. Non è possibile rendere conto delle considerazioni svolte sulle Annales, sui modelli d’interpretazione nel ’900 di un momento topico dell’800, il 1848, (Kohn, Palmer, Hobswam, Namier) e sulle urgenze teoretiche poste alla storia nel ’900 (da Kelsen a Heidegger, da Popper alla Arendt, alla Metahistory, dall’antropologia di Vernant alla riflessione di Isaiah Berlin). O su determinate opzioni della storiografia del secolo (da Furet, a Mosse e a Nolte); e poi su Maravall, Braudel, Dupront, Fumaroli, Hazard, Le Goff a rileggere il transito tra Medioevo e Moderno in cui affonda le sue radici la modernità che ha costruito l’Ottocento e il Novecento europei: 'il secolo storico' per eccellenza, il XIX, e il secolo, il XX, che di quell’identità 'storica' della coscienza europea – legata alla 'coscienza storica', nel nesso 'storicistico' di storia e storiografia, a leggere insieme il suo passato fino alle radici elleniche e romane, e a dare conto di sé nel suo presente – vede la crisi.......

 Leggi:  QUALE STORIA?

IMPORTANZA DELL'ARTE PER LE GIOVANI GENERAZIONI

UN MINORE SU TRE MAI HA VISITATO
 UNA MOSTRA O UN MUSEO

di Giusi Andolina

In Italia, secondo i dati contenuti nell’Atlante dell’infanzia di Save the Children, 2 minori su 3 di età compresa tra i 6 e i 17 anni, non hanno visitato una mostra o museo, un sito archeologico, non sono andati a concerti o a teatro, non hanno letto un libro, durante l’ultimo anno.
Eppure, il nostro è il Paese della cultura e della bellezza per eccellenza. Che, più di ogni altro, potrebbe puntare sull’arte come risorsa per affrontare questa povertà educativa, culturale e sociale. Una povertà educativa che porta spesso all’apatia, alla perdita di valori e di significato nella vita dei nostri ragazzi.
Questi dati fanno riflettere e dimostrano che in Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, c’è una situazione che penalizza i ragazzi delle aree svantaggiate.
Ma perché, in concreto, l’arte è così importante per lo sviluppo emotivo, cognitivo e comportamentale di bambini e ragazzi?
I programmi educativi tradizionali sono prevalentemente incentrati sulle “risposte corrette” e sulle “regole”, mentre attraverso l’arte ci si allena ad esprimere le proprie opinioni e i propri giudizi. L’arte sviluppa il senso critico, permettendo fin da bambini di elaborare una prospettiva multipla che influenza il modo di osservare e interpretare la realtà attraverso il coinvolgimento dell’individuo in un processo del “come” e del “perché”. Inoltre, la fruizione artistica sviluppa il libero giudizio, favorendo l’autonomia, intesa come l’indipendenza emotiva dal giudizio degli altri.
Attraverso l’arte si possono sviluppare altre due abilità indispensabili per migliorare la qualità della vita di bambini e ragazzi, ovvero il pensiero creativo e la capacità di problem solving. L’arte, infatti, aiuta a comprendere che i problemi possono avere più di una soluzione e che le soluzioni raramente sono fisse, ma cambiano in base alle circostanze e alle opportunità.
L’arte educa all’intelligenza emotiva, favorendo l’ascolto di se stessi e degli altri, sviluppando l’empatia. Osservare e sentire un’opera d’arte, è, in un certo senso, sentire noi stessi. Nell’arte ci si sposta da un atteggiamento di mera osservazione esterna, al come ci si sente interiormente mentre si sta facendo quella esperienza. Bambini e ragazzi imparano così ad ascoltare se stessi, le proprie sensazioni e emozioni. E non solo. Attraverso l’ascolto di se stessi imparano ad ascoltare l’altro, ad andare verso l’altro sviluppando un rapporto di empatia.
Nell’incontro con l’altro, la prospettiva dei ragazzi si amplia e si arricchisce e permette loro di aprirsi verso cose che non conoscono o che sono lontane dalla loro sfera abituale. Il linguaggio dell’arte, fatto di tempi e di forme emotive proprie, ha, infatti, la capacità di colmare le lacune di lingue, culture e generi, favorendo così l’integrazione e il superamento delle “diversità”.
Il semplice guardare un’opera d’arte è un impegno che a sua volta diventa esperienza e che entra a far parte integrante della costruzione dell’identità di bambini e ragazzi. L’esperienza dell’arte è, dunque, un processo creativo che favorisce l’attivazione e quindi il cambiamento. Attivazione e cambiamento che possono svilupparsi, ad esempio, verso una maggiore consapevolezza e sensibilità alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico-monumentale delle loro città.

Giova ricordare, in questo senso, quanto detto da Peppino Impastato: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».