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venerdì 27 settembre 2024

RISCOPRIRE IL CUM


 Dionigi: 

riscopriamo 

con il linguaggio

 la bellezza del “cum”

 

 


Il latinista invita a una purificazione delle parole. 

«Oggi sono social, che è il contrario di sociale. 

Viviamo nell’isolamento, soprattutto i giovani, 

che vanno affascinati

 -         di Gianni Santamaria

-          

Prosegue con l'intervista a Ivano Dionigi il dibattito su cattolicesimo e cultura, avviato da PierAngelo Sequeri e Roberto Righetto. Sono intervenuti Gabriel, Forte, Petrosino, Ossola, Spadaro, Giaccardi, Lorizio, Massironi, Giovagnoli, Santerini, Cosentino, Zanchi, Possenti, Alici, Ornaghi, Rondoni, Esposito, Sabatini, Cacciari, Nembrini, Gabellini, Vigini, Timossi, Colombo, De Simone, Arnone, Bruni e Postorino.

«Dobbiamo riscoprire le parole con il “cum”. Comunicare, che per noi vuol dire altro, viene da cum-munus, è “mettere in comune i doni”, cum-testari, contestare, non è andare in giro con i cartelli a fare casino, ma è “testimoniare insieme”, cum-petere, competere, non è usare i muscoli, ma “andare tutti insieme nella stessa direzione”. Abbiamo stuprato il linguaggio». Ivano Dionigi, docente emerito di Letteratura latina dell’Università di Bologna, di cui è stato rettore, in questi anni ha rivolto la sua passione educativa soprattutto ai giovani. Che sono, come emerso dal dibattito innescato su queste pagine da Pierangelo Sequeri e Roberto Righetto, gli attori principali a cui guardare per un nuovo rapporto tra cattolici e cultura contemporanea. «Quando vado in giro, parlo delle parole che sono la cosa più concreta del mondo», dice il filologo classico. Parole che oggi sui social sono degradate a fake news, contro le quali la scuola deve fornire «non una cassetta, ma un’intera officina di attrezzi».

Per citare Isaia, come lei ha fatto di recente incontrando 500 laureati magistrali a Bergamo, «a che punto è la notte»? Quali sono le principali sfide che la cultura odierna pone al pensiero credente?

«Assistiamo all’eclissi delle grandi visioni, socialista, liberale e cattolica, per cui manca un orizzonte. Queste visioni camminavano sulle gambe di istituzioni come famiglia, Chiesa e partiti, che - quando ci sono - oggi sono fragili e in affanno. Il risultato è l’immanenza nel presente, siamo all’ossessione dell’uno e del medesimo. Non c’è la memoria del passato, né una prospettiva futura. E c’è un triplice deficit di alterità».

In cosa consiste?

«Il primo deficit è quello della comunità. Come ha scritto il filosofo Roberto Esposito siamo tutti preoccupati dell’immunità e poco della comunità. Parole anche etimologicamente opposte. Cum-munus vuol dire condividere con gli altri la propria identità, il proprio dono, avere un destino comune. In questo il Covid ha creato una cesura. C’è una grande solitudine, anche se oggi le parole sono social: con la caduta di un solo fonema si dice il contrario di “sociale”. Le parole “confinamento” e “distanziamento sociale” sono gas nervino. Si pensi ai danni dello smart working e della “didattica a distanza”. La solitudine, come diceva il cardinal Martini, ha un valore positivo, ma qui siamo all’isolamento, che è una pessima cosa. Secondo deficit è quello che accennavo: manca la dimensione del tempo, che riconduce alla memoria dei trapassati e al progetto dei nascituri. Va recuperata la memoria. Per cui bisogna capire il dentro e la profondità delle cose, intus-legere».

Il terzo deficit?

«Riguarda l’oltre, sia esso laico-razionale o cristiano-spirituale. Bisognerebbe semplicemente annunciare il Vangelo, la Risurrezione. Da quando non sono più all’Università ho incontrato circa 20mila giovani in 100 scuole superiori. Non ce n’è uno che sia contento della propria vita. La crisi oggi è economica perché è politica, è politica perché è culturale, è culturale perché è spirituale».

Questa è la diagnosi, quale la cura?

«La traversata di questo deserto spirituale è lunga. Va riscoperto il valore dei piccoli gruppi, quelli che Achille Ardigò chiamava i “nuclei vitali”. Va ricostruito un lessico fondamentale della comunità, della politica, a partire dal basso, perché la salvezza non è calata dall’alto. Serve poi che gli intellettuali, che stanno sparendo, facciano il loro dovere. A differenza dei politici, che badano al consenso, e ai capitani d’industria, che badano ai bilanci, non possono fare i notai: dicano come deve andare il mondo. I giovani li muovi con la testimonianza».

Uno dei compiti culturali urgenti. Come intercettare le loro domande di senso?

«Vanno resi protagonisti. Non basta dare dei messaggi sul senso della vita. Con il cardinale Ravasi e lo psichiatra Lingiardi abbiamo realizzato, insieme a 800 studenti di tutta l’Emilia-Romagna, degli incontri sul tema dell’identità, a partire dalla domanda di Agostino Tu quis es?, “Tu chi sei?”. Ravasi è rimasto colpito dal fatto che, durante gli interventi, non ha squillato un cellulare e nessun ragazzo ne aveva uno in mano. Erano sedotti. Bisogna parlare con loro e di loro. Cercare insieme una strada, fidarsi di loro e responsabilizzarli. Una volta, nella pausa di un incontro di orientamento alla scelta del liceo, una ragazzina di 13 anni mi ha avvicinato per farmi vedere sul cellulare la “faccia” del suo fidanzatino. Allora ho lasciato il mio discorso e ho parlato della differenza tra “faccia” e “volto”. Ho detto che oggi viviamo in un’epoca di facce, di maschere. Mentre “volto” viene dal latino volvere, cambiare. Cos’è che ci dice il dolore o la gioia, la bellezza o la bruttezza, la faccia o il volto? Successivamente, e per me è stata un’agnizione, ho trovato che l’aveva già detto Isidoro di Siviglia.

Uno che è vissuto tra VI e VII secolo. Ma il fenomeno attuale che pone molti interrogativi etici, come ha di recente sottolineato papa Francesco, è l’ “intelligenza artificiale”. Come non farsene fagocitare?

«Ho davanti a me un libro di Reid Hoffman (cofondatore di LinkedIn, ndr), scritto a quattro mani con ChatGpt4. È il mondo verso cui andiamo, guai a essere luddisti. Abbiamo fatto cittadino l’uomo agricolo, poi quello industriale, quello elettronico adesso dobbiamo fare cittadino l’uomo dell’intelligenza artificiale. Sia benvenuta, se produce più libertà e più giustizia. La mia paura è che creeremo macchine che ridurranno l’umanità a un gregge. Dobbiamo perciò tenere il pallino della tecnologia, che è parola bellissima, composta da tèchnel’ars latina, e logos. Ma sarà tecnologia o tecnocrazia? A prevalere sarà Prometeo o il fratello Epimeteo, quello che ha aperto il vaso di Pandora. Uno è pro, prima, l’altro epì, dopo, quello che ritarda. Infine, chi stabilirà il bonum comune?».

Lei ha intitolato un suo fortunato saggio Benedetta parola. C’è una dimensione religiosa della parola, comune tra cattolici e laici?

«A ispirarmi è stata la Lettera di Giacomo. L’uomo è parola, diceva Aristotele. Don Milani nella lettera a Bernabei del 1956 dice che chiama uomo chi è padrone della parola. È il punto d’incontro di tutti. Anni fa in un colloquio con l’arcivescovo Lorefice ho detto che abbiamo bisogno di una “Pentecoste laica”. Con il rispetto dobbiamo capire la parola di ciascuno. Tucidide dice di aver capito lo scoppio della guerra del Peloponneso, perché “avevano cambiato il significato delle parole”. Oggi se ci fosse la parola della politica non ci sarebbe la guerra».

 

www.avvenire.it

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giovedì 9 aprile 2020

PANDEMIA, FORZA E QUALITA' DELLE RELAZIONI, I RISCHI DI UNA DERIVA SELETTIVA

La pandemia di Covid–19 ci ha mostrato in maniera drammatica l’importanza delle relazioni sociali.


 L’eredità del coronavirus potrebbe essere una cultura tecnocratica e anti solidale in un mondo di fantasmi e cyborg Servirà un altro modello di sviluppo sociale

Contro un sistema che crea disuguaglianze occorre una “conversione” radicale, che è innanzitutto un nuovo apprezzamento spirituale dei legami

di PIERPAOLO DONATI

Senza relazioni, il virus non esiste. Il che significa che le relazioni contano, e contano più del denaro. Il Covid–19 ci ha costretti, dunque, a misurare le relazioni. La relazione non è soltanto un veicolo, un canale dentro cui passa qualcosa e che dunque “porta” il virus, così come le tubazioni portano l’acqua. In un certo senso, possiamo dire che “il virus è nella relazione”, è la stessa relazione, quando la relazione non è compresa nella sua portata. Ma nello stesso tempo, la relazione “è il suo rimedio”, se siamo capaci di capirlo.
P rendere o meno il virus dipende dalle qualità e proprietà della relazione sociale, nella sfera pubblica come nella famiglia. Dobbiamo misurare la distanza e la forza della relazione, le sue qualità e le sue proprietà causali. Saper prender le distanze giuste tra Sé e l’Altro, coinvolgerci e distaccarci, diventa fondamentale perché la distanza cambia la forza di ciò che è trasmesso, così come determina la sua bontà, neutralità o dannosità. Ma come si fa a vivere senza relazioni per non prendere il virus? Delle relazioni abbiamo assoluto bisogno, ma dobbiamo saper distinguere fra relazioni buone e non buone. D unque, la pandemia ci ha mostrato che le relazioni sono la stoffa del sociale, nel lavoro, nella vita associativa, in famiglia, in ospedale, nella comunità ecclesiale, in tutte le attività con altri. Le relazioni decidono della qualità della nostra vita, e del nostro destino. Lo fanno nel bene e nel male. Mica poco! Infatti, da un lato le relazioni sociali fra amici, colleghi, familiari, parenti, sono state il veicolo del virus e hanno prodotto una catastrofe mondiale. Dall’altro, per combattere il virus, si è dovuto ricorrere alle buone relazioni in famiglia. La soluzione additata è stata quella di isolare le persone in famiglia, rivitalizzando le relazioni di compagnia fra genitori e figli, e magari connettendosi a distanza con i nonni su internet.
Il messaggio è stato: se non fate attenzione alle relazioni, dentro e fuori della famiglia, rischiate di ammalarvi. I nonni sono stati isolati. Nello stesso tempo, l’isolamento richiesto alle singole persone e alle famiglie ha costretto le famiglie a una vita in comune mai sperimentata in precedenza, e così ha messo sotto stress le loro relazioni interpersonali. Lo stress (tensioni, disagio, ansia) ha avuto e avrà anche in seguito effetti selettivi: alcune famiglie si sentiranno più unite, altre e- sploderanno in vari modi. Questo è un tema di future ricerche.
Q ualcuno osserverà che c’è stata una grandecondivisione di informazioni, messaggi, conversazioni su internet. Ma è tutto da dimostrare che queste connessioni abbiano rafforzato la cultura delle relazioni. Sono certamente state un ulteriore passo nella alfabetizzazione delle persone e delle famiglie al mondo digitale, che nella nostra realtà era molto indietro rispetto agli altri Paesi europei. In poche settimane, smart working, didattica a distanza, servizi su internet, e così via, hanno addestrato le famiglie italiane al mondo del digitale come nessun altro avrebbe potuto fare in molti anni. Ma qualcuno potrebbe argomentare
che si tratta di un ulteriore passo verso la sorveglianza e la colonizzazione della popolazione. E allora ritorna il tema di quali relazioni sociali abbiamo bisogno per non farci colonizzare dalla grande Matrice Digitale che sta governando il mondo.
Durante la pandemia, tutti hanno dovuto aggiornarsi nell’uso delle tecnologie, soprattutto le Ict, le app, le piattaforme, e capire qualcosa di più di come funzionano gli algoritmi e le intelligenze artificiali. La pandemia è stata una spinta incredibile a entrare nella infosfera.
La tecnologia cambierà radicalmente le nostre relazioni. Ne può venire molto di buono, ma anche molto di male se le tecnologie saranno usate senza una cultura adeguata delle relazioni. Bisognerà capire come dare più potere e capacità alle persone affinché non diventino ancora di più i terminali di un sistema tecnocratico che tutti sorveglia e tutti condiziona verso scopi non detti, o comunque non decisi dalle persone e dalle famiglie. Su questo terreno, i due modelli leader nel mondo, il regime autoritario della Cina e la democrazia americana che poggia sul mercato, non promettono nulla di buono. L’Italia sarà stretta fra questi colossi che utilizzeranno le tecnologie digitali per condizionare con strumenti penetranti la vita della gente. Il coronavirus ha dato una grande mano in questa direzione. O ccorre potenziare la nostra cultura delle relazioni. Le relazioni sono ambivalenti ed enigmatiche perché possono generare il bene o il male, e dunque ri- chiedono un’osservazione competente, capace di vederle (sono una realtà diversa dai nostri sentimenti o idee) e gestirle. Di norma noi non vediamo, né tantomeno gestiamo le relazioni, le quali, invece, – sotto la forma delle connessioni virtuali sui media – vedono e gestiscono noi come persone. Le relazioni non sono comunque mai ciò che desideriamo che siano, non sono proiezioni dei nostri interessi. Incidono sulle nostre vite senza che ne siamo consapevoli.
Quando la pandemia sarà finita, il posto di questo virus sarà preso da altri agenti patogeni, quelli di una cultura darwiniana che usa consumi e tecnologie per selezionare la popolazione e creare un mondo di fantasmi e di cyborg. È qui la sfida per avviare un altro modello di sviluppo sociale, in cui la cultura delle relazioni dovrebbe essere oggetto di una cura speciale. Per evitare il rischio di una evoluzione darwiniana che privilegia il più forte e crea disuguaglianze, serve una “conversione” radicale, che è innanzitutto un nuovo apprezzamento spirituale delle relazioni umane (in latino cum–vertere significa fare sì che una cosa divenga altra da quella che è, trasmutare, trasformare).

*Sociologo, membro dell’Accademia Pontificia di Scienze Sociali



mercoledì 8 agosto 2018

TEMPO DI TRASFORMAZIONI RADICALI.

Comprenderle per non restare disorientati

È indispensabile segnalare, sia pure in modo sommario, alcuni cambi di paradigma socio-culturale. Il primo riguarda lo stesso concetto di cultura che non ha più l’originaria accezione intellettuale illuministica di aristocrazia delle arti, scienze e pensiero, ma ha assunto caratteri antropologici trasversali a tutti i settori del pensare e agire umano, recuperando l’antica categoria di paideia e humanitas, i due termini che indicavano nella classicità la cultura (vocabolo allora ignoto se non per l’“agri-cultura”). Per questo il perimetro del concetto è molto ampio e coinvolge, ad esempio, la cultura industriale, contadina, di massa, femminile, giovanile e così via.
 
Essa si esprime, poi, oltre che nelle civiltà nazionali e continentali, anche in linguaggi comuni e universali, veri e propri nuovi “esperanto”, come la musica, lo sport, la moda, i media. Conseguenza evidente è nel fenomeno del multiculturalismo, che è però un concetto statico di pura e semplice coesistenza tra etnie e civiltà differenti: più significativo è quando diventa interculturalità, categoria più dinamica che suppone un’interazione forte con cui le identità entrano in dialogo, sia pure faticoso, tra loro.
 
Questo incontro è favorito dall’urbanesimo sempre più dominante. Al dato positivo dell’osmosi tra le culture si associano alcuni corollari problematici tra loro antitetici. Da un lato, il sincretismo o il “politeismo dei valori” che incrina i canoni identitari e gli stessi codici etici personali; d’altro lato, la reazione dei fondamentalismi, dei nazionalismi, dei sovranismi, dei populismi, dei localismi (tant’è vero che ora si parla di “glocalizzazione” che sta minando l’ancora dominante globalizzazione).
 
L’erosione delle identità culturali, morali e spirituali e la stessa fragilità dei nuovi modelli etico-sociali e politici, la mutevolezza e l’accelerazione dei fenomeni, la loro fluidità quasi aeriforme (codificata ormai nella simbologia della “liquidità” prospettata da Bauman) incidono evidentemente anche sull’antropologia.
 
Il tema è ovviamente complesso e ammette molteplici analisi ed esiti. Indichiamo solo il fenomeno dell’io frammentato, legato al primato delle emozioni, a ciò che è più immediato e gratificante, all’accumulo lineare di cose più che all’approfondimento dei significati. La società, infatti, cerca di soddisfare tutti i bisogni ma spegne i grandi desideri ed elude i progetti a più largo respiro, creando così uno stato di frustrazione e soprattutto la sfiducia in un futuro.
 
La vita personale è sazia di consumi eppur vuota, stinta e talora persino spiritualmente estinta. Fiorisce, così, il narcisismo, ossia l’autoreferenzialità che ha vari emblemi simbolici come il selfie, la cuffia auricolare, o anche il “branco” omologato, la discoteca o l’esteriorità corporea.
 
Ma si ha anche la deriva antitetica del rigetto radicale espresso attraverso la protesta fine a se stessa, il bullismo, la violenza verbale sulle bacheche informatiche o l’indifferenza generalizzata ma anche con la caduta nelle tossicodipendenze o con gli stessi suicidi in giovane età. Si configura, quindi, un nuovo fenotipo di società.
 
Per tentare un’esemplificazione significativa – rimandando per il resto alla sterminata documentazione sociologica elaborata in modo continuo – proponiamo una sintesi attraverso una battuta del filosofo Paul Ricoeur: «Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’atrofia dei fini». Domina, infatti, il primato dello strumento rispetto al significato, soprattutto se ultimo e globale.
 
Pensiamo alla prevalenza della tecnica (la cosiddetta “tecnocrazia”) sulla scienza; oppure al dominio della finanza sull’economia; all’aumento di capitale più che all’investimento produttivo e lavorativo; all’eccesso di specializzazione e all’assenza di sintesi, in tutti i campi del sapere, compresa la teologia; alla mera gestione dello Stato rispetto alla vera progettualità politica; alla strumentazione virtuale della comunicazione che sostituisce l’incontro personale; alla riduzione dei rapporti alla mera sessualità che emargina e alla fine elide l’eros e l’amore; all’eccesso religioso devozionale che intisichisce anziché alimentare la fede autentica e così via.
 
Un altro esempio “sociale” (ma nel senso di social) che anticipa il discorso più specifico, che svolgeremo successivamente, è quello espresso da un asserto da tempo formalizzato: «Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni», asserto che coinvolge un tema fondamentale come quello di verità (e anche di “natura umana”).
 
Il filosofo Maurizio Ferraris, studiandone gli esiti sociali nel saggio Postverità e altri enigmi (Il Mulino 2017), commentava: «Frase potente e promettente questa sul primato dell’interpretazione, perché offre in premio la più bella delle illusioni: quella di avere sempre ragione, indipendentemente da qualunque smentita».
 
Si pensi al fatto che ora i politici più potenti impugnano senza esitazione le loro interpretazioni e postverità come strumenti di governo, le fanno proliferare così da renderle apparentemente “vere”. Ferraris concludeva: «Che cosa potrà mai essere un mondo o anche semplicemente una democrazia in cui si accetti la regola che non ci sono fatti ma solo interpretazioni?».
 
Soprattutto quando queste fake news sono frutto di una manovra ingannatrice ramificata lungo le arterie virtuali della rete informatica? Infine affrontiamo solo con un’evocazione la questione religiosa. La “secolarità” è un valore tipico del cristianesimo sulla base dell’assioma evangelico «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio», ma anche della stessa Incarnazione che non cancella la sarx per una gnosi spiritualistica.
 
Proprio per questo ogni teocrazia o ierocrazia non è cristiana, come non lo è il fondamentalismo sacrale, nonostante le ricorrenti tentazioni in tal senso. C’è, però, anche un “secolarismo” o “secolarizzazione”, fenomeno ampiamente studiato (si veda, ad esempio, l’imponente e famoso saggio L’età secolare di Charles Taylor, del 2007) che si oppone nettamente a una coesistenza e convivenza con la religione.
 
E questo avviene attraverso vari percorsi: ne facciamo emergere due più sottili (la persecuzione esplicita è, certo, più evidente ma è presente in ambiti circoscritti). Il primo è il cosiddetto “apateismo”, cioè l’apatia religiosa e l’indifferenza morale per le quali che Dio esista o meno è del tutto irrilevante, così come nebbiose, intercambiabili e soggettive sono le categorie etiche.
 
È ciò che è ben descritto da papa Francesco nell’Evangelii gaudium: «Il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede posto all’apparenza... Si ha l’invasione di tendenze appartenenti ad altre culture, economicamente sviluppate ma eticamente indebolite» (n. 62).
 
Il pontefice introduce anche il secondo percorso connettendolo al precedente: «Esso tende a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo; con la negazione di ogni trascendenza ha prodotto una crescente deformazione etica, un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, dando luogo a un disorientamento generalizzato» (n. 64).
 
Concludendo è, però, importante ribadire che l’attenzione ai cambi di paradigma socio-culturali non dev’essere mai né un atto di mera esecrazione, né la tentazione di ritirarsi in oasi sacrali, risalendo nostalgicamente a un passato mitizzato.
 
Il mondo in cui ora viviamo è ricco di fermenti e di sfide rivolte alla fede, ma è anche dotato di grandi risorse umane e spirituali delle quali i giovani sono spesso portatori: basti solo citare la solidarietà vissuta, il volontariato, l’universalismo, l’anelito di libertà, la vittoria su molte malattie, il progresso straordinario della scienza, l’autenticità testimoniale richiesta dai giovani alle religioni e alla politica e così via. Ma questo è un altro capitolo molto importante da scrivere in parallelo a quello finora abbozzato.

 Gianfranco Ravasi
 

(articolo tratto da www.avvenire.it)