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giovedì 24 ottobre 2024

PREDA DELLE SIRENE

 


In occasione dell’uscita del film Parthenope di Paolo Sorrentino, Sette del Corriere mi ha chiesto di raccontare chi erano le Sirene, dato che Parthenope, si narra fosse una di loro.

 

-        di Alessandro D’Avenia

 

La vita è un’odissea, diciamo, perché l’Odissea è l’unica opera che ha la dignità di sinonimo della vita stessa. E non perché il poema assomigli alla vita, ma il contrario: la vita cerca di assomigliare all’Odissea, un viaggio con biglietto di solo ritorno in cui nella prima metà l’eroe deve liberarsi sia della guerra a cui non avrebbe voluto partecipare, sia del mare, elemento liquido e pericoloso, il divenire, lo scorrere del tempo, tutto ciò che porta alla morte; e nella seconda metà deve provare a conquistare la terra ferma, ciò che non è soggetto al corrompersi di tutte le cose, ma resta “fermo”, vincendo il tempo e quindi la morte. Se questo è vero, come ho cercato di narrare in Resisti, cuore – L’Odissea e l’arte di essere mortali, allora tutti noi incontreremo prima o poi e più volte le Sirene. 

 Appollaiate, in attesa

Non è un caso che una delle avventure del poema che tutti ricordano è quella delle Sirene, appollaiate su un’isola in attesa. “Appollaiate” in senso stretto perché a differenza di un immaginario posteriore a Omero, definitivamente consacrato negli ultimi due secoli da Andersen e Disney, le Sirene sono rapaci con il solo volto femminile. Niente di eroticamente seducente come siamo abituati a immaginare: la loro pericolosità è tutta nella voce e in ciò che promette. In una società come quella omerica in cui la donna è subalterna all’uomo, che delle donne agiscano da sole, non siano integrate nel sistema e abbiano un proprio messaggio privato le rende pericolosissime. Non è un caso che la tradizione successiva abbia identificato una di esse in Parthenope, nome che significa “dal volto di vergine”, ragazza che appartiene a un mondo selvaggio e da controllare, non ancora funzionale alla comunità. 

 Che cosa ci fanno allora questi avvoltoi canori in mezzo al mare e perché dovrebbero catturare Ulisse, che si è fatto legare all’albero della nave e ha reso sordi i suoi compagni con la cera nelle orecchie? Le Sirene sono controfigura delle Muse. Quando Ulisse si avvicina alla loro isola il mare precipita nel silenzio e la loro promessa suona così: «Noi sappiamo tutto ciò che accade sulla terra», una frase che nella tradizione letteraria viene pronunciata solo dalle Muse, essendo figlie di Zeus, colui che stabilisce i limiti del mondo, le cose così come devono essere e rimanere, e Memoria, colei che custodisce la vita che non muore. E questo connubio comporta una filiazione, la Musa, onniscienza che ispira e dà energia attraverso la bellezza, manifestazione della vita che non tramonta mai. Per questo i poeti epici chiedevano alla Musa ispirazione o addirittura il canto: «Cantami, o Musa, dell’uomo multiforme». E non è un caso che la Musa sia sempre donna, anche in altre culture, perché l’uomo non può dare la vita, se non per procura. 

 La seduzione della bellezza

La bellezza, che è generare vita che non muore, in questo mondo è allora pericolosa, perché può diventare mera seduzione. Le Sirene sono infatti, a differenza delle Muse, figlie di divinità primordiali del mare, e qualsiasi sia il significato originario del loro nome (attrarre, splendere, incatenare, suonare…) è certo che, come il mare per il mondo omerico, sono un pericolo mortale. Le Sirene fanno professione di sapere tutto come le Muse, cosa che in una cultura orale significa conoscere la verità. A chi si ferma ad ascoltarle promettono il mondo intero, il tempo intero. Ma è incantesimo, non canto. E aggiungono che possono cantare proprio le vicende dell’eroe (nel mito c’è già l’algoritmo delle piattaforme che canta per noi tutto quello che vogliamo e proprio quello che ci piace): «Noi sappiamo tutto ciò che accadde a Troia». 

 Strano concerto e strana seduzione per uno che ha passato 10 anni a combattere una guerra a cui non voleva partecipare e da altri 10 tenta di tornare a casa. Che seduzione è sentirsi raccontare esattamente ciò che ha vissuto e da cui sta fuggendo? Le Sirene stanno promettendo a Ulisse l’immortalità: se l’eroe è entrato nel canto epico, che in un mondo del tutto orale è la verità, la vita memorabile, la vita che non muore, allora Ulisse è già diventato immortale. La seduzione è quella di essere eterni, di non poter più morire, ma si tratta solo di un’illusione a cui resistere: legarsi all’albero della nave per non essere legati dal nulla. Tutto il viaggio di Ulisse si scontra col grande incantesimo che ci impedisce di fiorire: la paura della morte e quindi la fame di immortalità. Ma Ulisse porta avanti un’altra ipotesi: l’immortalità non è “isolata”, in mezzo al mare, non è un incantesimo, ma è terraferma, è Itaca. È nella vita reale e mortale, scelta e vissuta sino in fondo, che si trova la via per l’immortalità: il divenire non si vince perdendosi dentro ad esso, in mare, ma facendo emergere la terraferma dal mare. 

 Sfracellarsi sugli scogli

Chi ascolta le Sirene dimentica ogni cosa e va a sfracellarsi contro gli scogli su cui sono appollaiate, un’isola non cosparsa da fiori, come pare a distanza, ma dalle ossa di uomini naufragati e divorati da questi avvoltoi canori. Un incantesimo che invece di dare la vita la toglie, a differenza del canto delle Muse che ispira la vita. I Greci sapevano che la bellezza è un’aporia senza soluzione: ci sono le Sirene e ci sono le Muse, e l’uomo ne subisce il fascino senza scampo. Se Ulisse riesce a salvarsi non è per merito suo, ma di un’altra donna, Circe, che appartiene allo stesso mondo magico di donne isolate e pericolose, che gli svela come vincere l’incantesimo. C’è quindi una magia che seduce, lega e uccide: paradisi artificiali, sostanze senza sostanza. A questo inganno che diventa disinganno ci si può sottrarre solo facendosi sordi o legandosi. C’è però anche una magia che incanta senza ingannare, quella delle Muse. Sta a noi scegliere. 

 Narrazioni successive all’Odissea ci dicono che le Sirene, incontrate e superate da Ulisse proprio nei pressi del golfo di Napoli, si suicidarono e il corpo di una di loro, Parthenope, venne depositato dal mare alla foce del fiume Sebeto, dove sorgerà la città omonima, poi ribattezzata “Città nuova”, Neapolis, Napoli, dove è ricordata dalla statua pisciforme in piazza Sannazzaro, a Mergellina. Se la città sorge sul corpo di una Sirena ha allora fondamenta di incanto e di morte. Purtroppo, dietro a miti di città fondate su corpi femminili, si nascondono spesso storie di sacrifici di vittime innocenti, poi divinizzate. Parthenope è tutto questo: creatura divina del mare e del divenire, voce che incanta e promette un’impossibile immortalità («vedi Napoli e poi muori» non nasconde forse questa ambigua promessa?), vergine che si sottrae al controllo dell’uomo che vuole dominarla, corpo esanime che dà vita a una città fatta di tormento ed estasi.

Però se la vita è un’odissea a noi forse è concesso, come al suo eroe, di ascoltarne l’incanto, la promessa, il miracolo, senza impazzire e morirne, e proseguire verso casa. Chissà. 

 Alzogliocchiversoilcielo

 

giovedì 17 ottobre 2024

EDUCARE o SEDURRE ?

 Qualche giorno fa leggevo a mia nipote storie di paperi ambientate nel mondo antico. Le ho chiesto: «Preferisci i Greci o gli Egiziani?». Mi ha detto: «Gli Egiziani, perché ci sono più cose da scoprire».

La risposta mi ha spiazzato. Io avrei detto i Greci proprio per tutto quello che hanno scoperto e ci hanno lasciato, e che continua a stupirci. Per una bambina di 7 anni invece è più attraente ciò che spinge alla scoperta, ciò che fa venire al mondo. 

Non è forse questo «educare»? 

 

-         -di Alessandro D’Avenia

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Non ho mai voluto ridurre il verbo «educare» all'interpretazione dell'etimologia latina e-ducere (trarre fuori) come un mero processo di estrazione, come un filone aureo da una miniera, operazione che implica non solo una certa passività e violenza, ma anche l'idea che il contesto in cui quel filone si trova sia soltanto un contenitore che ostacola. In realtà il verbo significava «portar fuori», «far uscire» nel senso di lasciare un luogo, e quindi metaforicamente «allevare»: «far venire al mondo», «far crescere». Infatti, il contrario di educare (educere) è sedurre (seducere), che significa mettere in disparte, separare: l'educatore porta al mondo e a se stessi, il seduttore separa dal mondo e da se stessi. Educare non è «estrarre» né «sedurre» ma «aiutare a venire al mondo», «in-coraggiare (svegliare il coraggio) a crescere». Ma che cosa significa tutto questo oggi e quando/dove accade o meno? 

 Nel recente bel libro La generazione ansiosa lo psicologo Jonathan Haidt ha documentato l'effetto del cellulare dato ai ragazzi prematuramente. Gli studi ormai consistenti dimostrano che è causa di: dipendenza, frammentazione dell'attenzione, diminuzione della socialità e perdita del sonno. Per un cervello (che è in tutto il corpo) in formazione questi quattro elementi compongono la kryptonite per «l'uscita» che è propria di questa tappa: l'energia della pubertà ha evolutivamente lo scopo di trovare il coraggio di uscire di casa per farne una nuova, infatti diciamo che una vita felice è una vita «ri-uscita». 

 Fin qui nulla di nuovo se non che gli effetti del seduttore digitale sono ora scientificamente provati. L'aspetto più interessante del libro è però il non aver ridotto la causa dell'ansia, tipica delle generazioni cresciute a latte e telefonino, all'uso precoce dello strumento ma alla combinazione con uno stile educativo iperprotettivo. Il mondo è percepito come un luogo spaventoso da cui tenersi alla larga (anzi spesso il cellulare è usato dagli adulti come mezzo di localizzazione). L'ansia è figlia quindi della paura (non si «educe», porta fuori, ma si «in-trattiene», si tiene dentro) combinata con l'essere investiti, senza limiti, dal mondo, via schermo (non si «educe», porta fuori, ma si «seduce», separa). In-trattenuti e sedotti i corpi non vengono al mondo: le quattro conseguenze descritte sopra sono sintomi di es-corporazione. L'esperienza, che è scoperta dei confini (per disegnare qualcosa ne tracciamo il perimetro) evapora, siamo illimitati nei giga ma paralizzati nelle scelte (libero non è chi può scegliere tutto, ma chi può scegliere il meglio). Un mondo senza peso, odore, gusto, dimensioni, diventa un fantasma emotivo impossibile da elaborare e ordinare in un sé. 

 L'ansia è quindi la sacrosanta ribellione del «corpo remoto» (rimosso): un soggetto insonne, dipendente, distratto, isolato non può che essere ansioso. Ansia viene infatti dal latino angere, restringere, da cui: angolo, ascella, angoscia, angina... e tutto ciò che «ci mette all'angolo» e paralizza (geniale nel film animato Inside Out 2 che Ansia sostituisca Gioia al comando delle emozioni della protagonista adolescente). Il contrario di questo verbo in latino è augere: ampliare, accrescere, da cui parole come autore, auguri, augusto... tutto ciò che ci «mette al mondo». Angusto (stretto, claustrofobico) VS Augusto (ampio, libero): chi vince si impossessa della vita. 

 Lo rappresentano bene tre recenti film sulla scuola, molto diversi ma legati non solo dal fatto di essere storie vere. 

 Il maestro che promise il mare narra la drammatica vicenda di Antoni Benaiges, maestro di un paesino della Spagna rurale degli anni '30. 

Radical ambientato nel 2011 nella scuola ghetto di un quartiere disperato della cittadina di Matamoros in Messico, dove il professor Sergio Juarez Correa compie un miracolo giunto alle cronache globali grazie all'articolo «A Radical Way of Unleashing a Generation of Geniuses» («Un modo radicale di liberare una generazione di geni»), apparso su Wired nel 2013. 

E infine Maria Montessori: la nouvelle femme, film biografico sulla dottoressa e pedagogista che ai primi del '900, a Roma, inaugura un metodo rivoluzionario partendo dai bambini fragili. 

 Che cosa hanno in comune il maestro spagnolo, il professore messicano, la dottoressa italiana? Educano. Fidandosi dei ragazzi e del mondo, creano una relazione di fiducia tra i ragazzi e il mondo, essenziale per una vita «ri-uscita»: autonoma e libera. Portano a esplorare e scoprire, proprio perché attenti allo svantaggio iniziale: ignoranza, povertà, delinquenza, disabilità... 

Il maestro spagnolo promette di portare al mare bambini che non lo hanno mai visto, culmine didattico di un crescendo esplorativo; il professore messicano porta i suoi studenti delle medie a scoprire le leggi della fisica proprio dove vivono, a partire dalle loro inclinazioni o storture; la dottoressa Montessori salva bambini che allora venivano richiusi in strutture per malati mentali, portandoli al mondo attraverso il gioco, il tatto, la musica... e grazie ai loro sorprendenti risultati mette a punto un metodo educativo universale, ostacolato allora (Montessori dovette andar via dall'Italia) dal fascismo che voleva il controllo dell'educazione (uniforme e uniformità contro libertà e scoperta) e ancora oggi guardato con sospetto in Italia (ci sono più scuole montessoriane in Giappone che da noi), forse perché continuiamo a volere, in modi diversi, una scuola controllata e uniformante. Nei tre film c'è «educazione»: portare «fuori» i ragazzi, metterli di fronte alle cose, spirito e corpo, il resto lo fanno loro stessi, perché scoprire il mondo è un gioco entusiasmante per chi viene messo in gioco. Tre maestri che, pagando in prima persona le loro rivoluzioni, incidono sulla grande storia a partire da una stalla trasformata in aula, da una scuola senza computer, da un centro per bambini con disabilità. Tre che non «seducono» (separano) ma «educano» (portano fuori), non «in-trattengono» (chiudono dentro) ma «in-augurano» (ampliano dentro), perché hanno fiducia nei ragazzi e nel mondo, il combinato contrario a ciò che rende ansiosa una generazione (paura del mondo e sottomissione dei corpi al digitale). L'esito è infatti opposto all'ansia: il coraggio. Bambini e ragazzi si tirano fuori dall'angolo: fuori-escono e fioriscono. Il problema non è quindi il digitale in sé ma il digitale che in-trattiene e se-duce: riduce il mondo a schermo e mette i corpi all'angolo. Rimango dalla parte dei Greci, ma ha ragione mia nipote: si cresce dove c'è più mondo da esplorare. Non siamo fatti per essere messi all'angolo ma al mondo, non siamo chiamati a una vita «angusta», ristretta e ansiosa, ma «augusta», ampia e coraggiosa.

 Alzogliocchiversoilcielo

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