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lunedì 24 giugno 2024

AUTONOMIA e PREMIERATO

 


 La Costituzione, 

i principi e le riforme

NELLA CARTA 

TUTTI E CIASCUNO

 

-         di  BRUNO FORTE

Riguardo alle recenti votazioni parlamentari che hanno aperto la strada alla cosiddetta “autonomia differenziata” e al “premierato” deve far riflettere il fatto che centottanta costituzionalisti di peso abbiano lanciato un appello tanto rigoroso, quanto documentato, in cui tra l’altro si legge: «La creazione di un sistema ibrido, né parlamentare né presidenziale, mai sperimentato nelle altre democrazie, introdurrebbe contraddizioni insanabili nella nostra Costituzione. Una minoranza anche limitata, attraverso un premio, potrebbe assumere il controllo di tutte le istituzioni, senza più contrappesi e controlli. Il Parlamento correrebbe il pericolo di non rappresentare più il Paese e di diventare una mera struttura di servizio del Governo, distruggendo così la separazione dei poteri. Il Presidente della Repubblica sarebbe ridotto ad un ruolo notarile e rischierebbe di perdere la funzione di arbitro e garante». 

La Costituzione è in realtà un testo di singolare saggezza, nato dalla confluenza delle grandi anime culturali, che cooperarono alla ricostruzione fisica e morale del Paese dopo la tragedia della guerra e della dittatura che ad essa aveva condotto l’Italia: l’anima cattolica, quella liberale e quella socialista. È tuttavia in modo particolare al personalismo di ispirazione cristiana che la legge fondamentale dello Stato repubblicano deve… sua fonte più ricca in materia di valori. Questa fonte era stata compendiata nel Codice di Camaldoli, testo programmatico di politica economica, elaborato al termine di una settimana di studio (18-23 luglio 1943), tenutasi nel monastero di Camaldoli, cui avevano partecipato una cinquantina di giovani dell’Azione Cattolica e della Fuci, per stabilire le linee dello sviluppo futuro del Paese, una volta finita la guerra.

Fra di essi non pochi sarebbero stati fra i protagonisti centrali della nuova Italia. Nei 99 punti del testo emergeva l’idea della centralità della persona umana nella futura organizzazione dello Stato e della sua economia, congiunta a quelle della corresponsabilità, della cooperazione, della mutualità e della solidarietà nazionale. Ora, se si guarda ai principi ispiratori della Costituzione non può non nascere la domanda se siano compatibili con essi le riforme che si vorrebbero tradurre in legge: un primo principio è quello della singolarità e dell’uguaglianza di ogni cittadino, fondato sull’irripetibile dignità di ogni persona umana. 

La Costituzione recepisce questo principio nell’art. 2, dove si afferma che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Questi diritti sono considerati naturali, non creati, cioè giuridicamente dallo Stato, ma ad esso preesistenti. Tale interpretazione è suggerita dall’uso della parola “riconoscere”, che implica la preesistenza di essi rispetto al loro riconoscimento giuridico. Si avverte qui il sintomo della reazione al totalitarismo e alla sua concezione dello Stato come fonte assoluta del diritto: ma non si può escludere la riserva espressa verso forme costituzionali in cui una singola persona verrebbe ad assommare in sé vastissimi poteri, come accadrebbe appunto nel caso del “premierato”. L’intero equilibrio dei poteri è fondato nella nostra Costituzione sul rifiuto di una tale concentrazione e sulla distribuzione articolata delle funzioni e delle potestà decisionali. La stessa figura del Presidente della Repubblica, oggi mirabilmente rappresentata da Sergio Mattarella, si profila soprattutto come quella di un garante di un tale equilibrio, senza minimamente assommare in sé i poteri sapientemente distribuiti e articolati.

L’altro principio alla base della Costituzione è quello della responsabilità di ciascuno verso sé stesso e verso gli altri. Di qui deriva l’importanza dell’appartenenza plurale, che non solo non esclude la pluralità delle differenze, ma la suppone come base di un’unità non formale né forzata, ricca della complessità del Paese reale e della necessaria interrelazione fra le sue componenti. La domanda che qui nasce è quella intorno alla proposta dell’autonomia differenziata: se non v’è alcun dubbio che la Costituzione recepisca il principio di responsabilità affermando il non meno importante principio del pluralismo, tipico degli stati democratici, l’intero edificio costituzionale è pensato sulla feconda articolazione della pluralità economica, sociale, culturale, territoriale.

Proprio perché la Repubblica è dichiarata senza mezzi termini una e indivisibile, è riconosciuto e tutelato il pluralismo delle formazioni sociali (art. 2), degli enti politici territoriali (art. 5), delle minoranze linguistiche (art. 6), delle confessioni religiose (art. 8), delle associazioni (art. 18), di idee ed espressioni (art. 21), della cultura (art. 33, comma 1), delle scuole (art. 33, comma 3), delle istituzioni universitarie e di alta cultura (art. 33, comma 6), dei sindacati (art. 39) e dei partiti politici (art. 49). In altre parole, la garanzia del pluralismo è coniugata a livello costituzionale alla non meno importante e necessaria affermazione dell’unità del Paese, decisiva e fondante rispetto alle differenze.

Non può non porsi allora la domanda se la differenziazione delle autonomie proposta dalla riforma in cantiere rispetti adeguatamente quest’unità fondamentale: saranno le regioni del Sud nelle loro varietà e articolazioni tutelate in modo analogo a quelle del Nord più produttivo ed economicamente più avanzato? Il sapersi responsabili verso sé stessi e verso gli altri, cardine del personalismo che ispira la nostra Carta costituzionale, fonda non solo l’esigenza del rispetto del diverso, ma esige anche il farsi carico da parte della Nazione intera del bisogno e della tutela dei diritti di tutti. Nessun cittadino è un’isola, né lo sono le componenti locali della nostra Italia, e a nessuno è lecito anteporre egoisticamente il proprio bene al bene comune. Sarà tutelata nell’eventuale attuazione della riforma proposta l’urgenza di coniugare il bene di ciascuno e delle singole parti col bene di tutti?

 Fra di essi non pochi sarebbero stati fra i protagonisti centrali della nuova Italia. Nei 99 punti del testo emergeva l’idea della centralità della persona umana nella futura organizzazione dello Stato e della sua economia, congiunta a quelle della corresponsabilità, della cooperazione, della mutualità e della solidarietà nazionale. Ora, se si guarda ai principi ispiratori della Costituzione non può non nascere la domanda se siano compatibili con essi le riforme che si vorrebbero tradurre in legge: un primo principio è quello della singolarità e dell’uguaglianza di ogni cittadino, fondato sull’irripetibile dignità di ogni persona umana.

La Costituzione recepisce questo principio nell’art. 2, dove si afferma che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Questi diritti sono considerati naturali, non creati, cioè giuridicamente dallo Stato, ma ad esso preesistenti. Tale interpretazione è suggerita dall’uso della parola “riconoscere”, che implica la preesistenza di essi rispetto al loro riconoscimento giuridico. Si avverte qui il sintomo della reazione al totalitarismo e alla sua concezione dello Stato come fonte assoluta del diritto: ma non si può escludere la riserva espressa verso forme costituzionali in cui una singola persona verrebbe ad assommare in sé vastissimi poteri, come accadrebbe appunto nel caso del “premierato”.

L’intero equilibrio dei poteri è fondato nella nostra Costituzione sul rifiuto di una tale concentrazione e sulla distribuzione articolata delle funzioni e delle potestà decisionali. La stessa figura del Presidente della Repubblica, oggi mirabilmente rappresentata da Sergio Mattarella, si profila soprattutto come quella di un garante di un tale equilibrio, senza minimamente assommare in sé i poteri sapientemente distribuiti e articolati. L’altro principio alla base della Costituzione è quello della responsabilità di ciascuno verso sé stesso e verso gli altri. Di qui deriva l’importanza dell’appartenenza plurale, che non solo non esclude la pluralità delle differenze, ma la suppone come base di un’unità non formale né forzata, ricca della complessità del Paese reale e della necessaria interrelazione fra le sue componenti.

La domanda che qui nasce è quella intorno alla proposta dell’autonomia differenziata: se non v’è alcun dubbio che la Costituzione recepisca il principio di responsabilità affermando il non meno importante principio del pluralismo, tipico degli stati democratici, l’intero edificio costituzionale è pensato sulla feconda articolazione della pluralità economica, sociale, culturale, territoriale. Proprio perché la Repubblica è dichiarata senza mezzi termini una e indivisibile, è riconosciuto e tutelato il pluralismo delle formazioni sociali (art. 2), degli enti politici territoriali (art. 5), delle minoranze linguistiche (art. 6), delle confessioni religiose (art. 8), delle associazioni (art. 18), di idee ed espressioni (art. 21), della cultura (art. 33, comma 1), delle scuole (art. 33, comma 3), delle istituzioni universitarie e di alta cultura (art. 33, comma 6), dei sindacati (art. 39) e dei partiti politici (art. 49). In altre parole, la garanzia del pluralismo è coniugata a livello costituzionale alla non meno importante e necessaria affermazione dell’unità del Paese, decisiva e fondante rispetto alle differenze.

Non può non porsi allora la domanda se la differenziazione delle autonomie proposta dalla riforma in cantiere rispetti adeguatamente quest’unità fondamentale: saranno le regioni del Sud nelle loro varietà e articolazioni tutelate in modo analogo a quelle del Nord più produttivo ed economicamente più avanzato? Il sapersi responsabili verso sé stessi e verso gli altri, cardine del personalismo che ispira la nostra Carta costituzionale, fonda non solo l’esigenza del rispetto del diverso, ma esige anche il farsi carico da parte della Nazione intera del bisogno e della tutela dei diritti di tutti. Nessun cittadino è un’isola, né lo sono le componenti locali della nostra Italia, e a nessuno è lecito anteporre egoisticamente il proprio bene al bene comune.

Sarà tutelata nell’eventuale attuazione della riforma proposta l’urgenza di coniugare il bene di ciascuno e delle singole parti col bene di tutti?

www.avvenire.it

  


giovedì 16 maggio 2024

IL BISTURI E L'ACCETTA

 Premierato, sovranità e consenso

 

-di AGOSTINO GIOVAGNOLI

 

È sempre più diffuso l’equivoco secondo cui sovranità popolare (il popolo come fonte di ogni potere) coincide con consenso elettorale (che misura la forza dei partiti). Ma non è così: se la prima è il fondamento della democrazia, il secondo è compatibile anche con regimi non democratici.

 Sovranità popolare vuol dire potere di tutti e per questo la sua espressione fondamentale è il Parlamento che rappresenta non la voce del popolo – che non ha mai una voce sola! – ma le tante voci diverse di tutti i cittadini. Non solo quelle di chi ha più voti alle elezioni. Il governo, invece, esprime la volontà di una parte: quella che, di volta in volta, ha la maggioranza. Per formare il governo, dunque, è giusto tener conto dei consensi raccolti. Ricordando però che l’esecutivo non esprime la sovranità popolare, come invece finiscono per affermare, più o meno esplicitamente, molti sostenitori del premierato. Oggi il Parlamento non gode di buona fama, ma domani potremmo scoprire che, screditandolo e maltrattandolo, abbiamo preparato la strada al downgrading, il declassamento dell’Italia da democrazia a simil-democrazia.

 La confusione tra sovranità popolare e consenso emerge ad esempio quando si discute dell’aspetto più controverso della proposta di premierato: l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Come si è detto, in democrazia è regola ferrea che qualsiasi governo sia subordinato al Parlamento. Persino se il suo capo è eletto dal popolo. Tale elezione, infatti, mostra che ha più consensi di altri, ma ciò non lo rende espressione della sovranità popolare. Non a caso, anche in repubbliche presidenziali come gli Stati Uniti, Congresso e Senato hanno poteri fortissimi che controbilanciano quelli del Presidente, come è particolarmente evidente oggi. Invece, la riforma del premierato – così come è attualmente formulata – mette in discussione la subordinazione del governo al Parlamento. Eletto dal popolo, il presidente del Consiglio acquisterà sul Parlamento potere di vita e di morte, mentre la fiducia parlamentare al suo governo diventerà una formalità. In questo modo il consenso (raccolto da una parte) prevarrà sulla sovranità (che appartiene a tutti). Il problema non sarà risolto neanche dall’eventuale introduzione di una legge elettorale a doppio turno, che avrà il vantaggio di rendere necessario un consenso più ampio per chi guiderà il governo ma non ne farà un rappresentante del popolo.

Un parlamento da avvilire 

Il modo in cui si sta procedendo la discussione sul premierato evidenzia già questa tendenza ad avvilire il Parlamento (oltre a svuotare il ruolo del Presidente della Repubblica, anch’egli espressione della sovranità popolare, attraverso la sua elezione parlamentare). Maggioranza e opposizione puntano fin da ora sul referendum (la prima ha già arruolato attori e cantanti per la campagna referendaria). Il messaggio è chiaro: la discussione in Parlamento non ha importanza, la maggioranza approverà e l’opposizione boccerà, poi il popolo sarà convocato per un grande scontro frontale. Che, da solo, non garantisce la democrazia. Usato per bypassare il Parlamento, infatti, il referendum diventa uno strumento per delegittimarlo. La discussione sul premierato parte male anche perché a presentarla è il governo in carica. Non è bene, infatti, che chi ha in mano il potere esecutivo proponga o addirittura imponga una riforma costituzionale così importante. De Gasperi non è mai intervenuto nei lavori dell’Assemblea costituente – tranne che sull’articolo 7 – e Matteo Renzi è stato giustamente criticato per aver fatto approvare, da presidente del Consiglio, una riforma costituzionale (poi bocciata dal referendum). Svilisce il Parlamento, inoltre, che una riforma così importante sia decisa da uno scontro pugilistico tra maggioranza e opposizione.

 La sovranità popolare violata

Chi ha il potere di imporre una riforma così importante ha il dovere non solo di ascoltare le critiche, ma anche di accoglierne le più importanti e non mancano oggi le voci sagge e competenti – anche all’interno della maggioranza – che ne evidenziano gli aspetti problematici. Quando si arriverà al referendum non sarà più possibile correggere errori o contraddizioni: si dovrà scegliere tra il Sì o il No, tagliando con l’accetta una materia che invece richiede il bisturi. Viola la sovranità popolare, infine, che discutendo di questa riforma non si faccia anzitutto riferimento alla Costituzione: massima espressione di tale sovranità è infatti il potere costituente, che entra in campo quando si devono gettare le fondamenta della vita comune (e non è questo il momento). Si argomenta che la Costituzione è stata frutto di un compromesso, che non ha un’impostazione unitaria, che tanti la interpretano in modi diversi... Insomma, poco più che buoni principi espressi in forma generica. Non è così, come ha ricordato il Presidente Mattarella pochi giorni fa. Il nucleo del compromesso costituzionale fu l’intesa raggiunta, tra tutte le più importanti forze politiche, sul primato della democrazia rispetto alle loro diverse ideologie: è questa la sostanza dell’antifascismo della Carta. Per la Costituzione la sovranità popolare non è solo un punto di partenza, ma anche un obiettivo da raggiungere, la democrazia non è solo un insieme di istituzioni, norme e procedure, ma anche un processo per affermare l’uguaglianza non solo formale ma anche sostanziale di tutti i cittadini, rimuovendo gli ostacoli che impediscono l’inclusione di chi è più emarginato, svantaggiato, in difficoltà. Una spinta che ha fatto crescere enormemente la società italiana ma che oggi sembra affievolirsi sempre di più.

 

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