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mercoledì 18 giugno 2025

LA "'SCONFITTA" DI SINNER

 


IL VALORE SI MOSTRA

 NEL LIMITE



Alessandro D’Avenia

 

David Foster Wallace ha scritto che veder giocare Roger Federer era un'esperienza religiosa, cioè l'esperienza del sacro, che è quando la vita dà e dice se stessa, una densità di realtà capace di farci esistere di più. Il sacro infatti dà fondamento, senso e valore al vivere, perché noi non ci diamo la vita da soli. Essere religiosi non è primariamente aderire alle credenze storiche che strutturano il sacro in miti, riti e regole, ma essere umani, cioè, aver bisogno di una vita significativa e autentica, che resiste alla morte e alla noia. 

Nessuno può vivere senza il sacro, e tutti traduciamo in miti, riti e regole, ciò che riteniamo dia vita: senso, valore e stabilità all'esistenza. Domandare in chi o cosa credi è chiedere chi e cosa ti rende reale. 

Come facevano gli antichi con divinità come Giustizia o Vendetta, ciascuno di noi attribuisce la maiuscola agli dèi per cui è disposto a far «sacrifici»: Lavoro, Bellezza, Potere, Salute, Famiglia, Denaro, Popolo, Successo, Conoscenza... e naturalmente Sport (essere esclusi dai Mondiali è un «sacrilegio» che ha richiesto il «sacrificio» di un uomo). 

Wallace lo sa e intitola Roger Federer come esperienza religiosa le pagine da inviato del New York Times a Wimbledon 2006: il tennis dell'atleta svizzero manifestava un altro mondo. 

Dopo la recente finale del Roland Garros, vinta in quasi sei ore da Alcaraz, vado oltre: «Jannik Sinner come esperienza di salvezza». Perché? Proprio perché è il numero uno ad aver perso. 

La perfezione

Wallace identificava l'estasi religiosa nella perfezione del gesto tennistico di Federer al culmine della sua carriera. Un'eredità greca: il divino si mostra in Terra come armonia che vince il tempo, canone di perfezione che non conosce tramonto, come il Discobolo o il Partenone. 

Ma nella sconfitta di Sinner, che ai punti resta il numero uno, c'è qualcosa di diverso. Sconfitto significa etimologicamente «incompiuto» non «perdente». Di cosa è allora esperienza la sconfitta? Del limite e quindi di ciò che è veramente reale: de-finire è porre i «fines», i confini, quelli che traccereste se vi chiedessi di disegnare l'Italia e che citavamo alle elementari per definirla (confina a nord con...). 

Dove finisci è chi sei e con chi sei. L'umano è come le funzioni in matematica: il valore si mostra nel limite. Ettore sa che morirà, ma affronta lo stesso Achille: è lui l'eroe dell'Iliade perché è uomo, l'altro, non fosse per il segreto del tallone, sarebbe un dio. Nella nostra cultura la perfezione è diventata una regola sacra con miti e riti: è reale solo chi è perfetto, chi raggiunge certi standard, chi non fallisce, chi nasconde il tallone d'Achille... 

Una religione severa basata sul successo, in cui solo il «divo» (divino) esiste veramente, la sua vita ha valore, e stargli vicino, in foto o in community, rende reale anche me, che altrimenti sono solo apparenza. Per questa religione la sconfitta è irreale (scandalosa, da nascondere) e il «loser» una categoria bandita. 

Ma se la perfezione è estasi, l'imperfezione è salvezza. Guardate i corpi. La vittoria fa levare le mani al cielo, in applausi, in abbracci. La sconfitta mostra corpi contratti, isolati, disfatti. Eppure, ha un potere di verità maggiore, perché ha bisogno dell'altro. Ciò che è perfetto è completo, non manca di niente, si può solo ammirare, per questo gli dèi stanno in alto, distanti, invece se sei finito in un buco o stai annegando soltanto la mano altrui può salvarti. 

Fateci caso. Dopo un fallimento restano le amicizie vere e l'amore autentico, chi rimane non lo fa perché gli siamo utili ma perché ci vuole al mondo a prescindere dalla classifica, ama il nostro essere «finiti», limitati. Solo dopo la sconfitta ci liberiamo dell'illusione di essere padroni della vita, e cominciamo a essere grati, e la riconoscenza è la misura della felicità. 

Solo la sconfitta fa scoprire il potere del silenzio e la libertà dal consenso, impossibile per chi deve essere virale. Solo la sconfitta regala la verità, perché essere umani è mettersi alla prova con la vita e quindi sbagliare di continuo, solo chi ne fa esperienza comprende sé e gli altri, i perfetti invece sono rigidi e implacabili con gli errori. Solo dalla sconfitta nasce la creatività e nuove soluzioni, perché è come la potatura che concentra la linfa e quindi i frutti proprio sulla ferita. 

La sconfitta educa il coraggio

Solo la sconfitta educa il coraggio, perché ci porta a chiedere aiuto, superando la vergogna di non essere all'altezza. Solo nella sconfitta scopro che non mi basto, che il fondamento del mio vivere è altrove. 

Solo la sconfitta insegna il buon umore, perché la smettiamo di prenderci troppo sul serio: comunque ci aspetta una lapide. Tutto questo è vietato dal primo comandamento dei perfetti che massacra i giovani o li fa impazzire: «non avrai altro dio all'infuori di te», sii il numero uno, il solo. E solo. Aristotele, riferendosi alla vita in società, diceva infatti che chi è del tutto autosufficiente o è un dio o una bestia. 

Invece l'umano è limitato, quindi in relazione: quando il re Priamo va a chiedere il corpo straziato del figlio Ettore, Achille intuisce da quel padre prostrato che l'amore più del trionfo rende eroi. Tutte le religioni donano salvezza. La perfezione «salva» perché rende inarrivabili, il limite invece perché lega ad altro. 

La seconda via è più vera perché la vita non ce la diamo da soli, accade in noi come trama, puzzle: sono i limiti a permettere l'incastro e la tenuta (la stretta di mano, l'abbraccio, la carezza...), mentre il perfetto non ha irregolarità, non lega e non si lega, non tocca e non è toccato, è «di un altro pianeta». Non è la morale dei vinti, né l'elogio del partecipare per digerire la disfatta, ma amore per la vita com'è: un intreccio di legami orizzontali e verticali che regge perché ciascuno sostiene ed è sostenuto. 

Federer, Maradona, Jordan ci ricordano che gli dèi possono fugacemente manifestarsi sulla Terra, e li chiamiamo «miti». La loro presenza ci stupisce, ci rallegra, ci dà energia, ci ispira, ma non ci basta. A noi serve sapere se si può perdere senza perdersi, fallire senza morire, non essere all'altezza senza sprofondare, perché è nel limite che troviamo «altro», l'altro: i legami che salvano. 

Forse per questo Sinner ha detto che sarebbe tornato nel suo paesino: «per staccare». O per riagganciarsi? La vittoria ci rende regali, la sconfitta reali.

 

Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 22 febbraio 2024

EDUCARE ALLA SPERANZA


LA PERFEZIONE 

E' 

NEMICA DEL BENE

 

L’esperienza in un quartiere “difficile” aiuta a comprendere come dovremmo immergerci nella realtà, senza alcun timore.

Così un prete di periferia ci insegna che la perfezione è nemica del bene: Don Giorgio mi ha fatto capire che lavorare con i poveri è una grande sfida e che bisogna convivere con molti limiti. Così deve essere anche per i docenti, che non devono mai arrendersi

 

-         di MARCO ERBA

 Da diversi anni, grazie anche a Papa Francesco, si è tornati a parlare di periferie come luoghi da cui ripartire in quanto predilette dal Vangelo. Più che situazioni di predilezione, lo confesso, mentre guidavo verso la casa di don Giorgio notai molte difficoltà, che mi inquietarono parecchio. Don Giorgio è un prete di periferia per vocazione. Ha sempre svolto il suo ministero nei quartieri più difficili di una grande città. Lo avevo conosciuto quasi per caso, lui mi aveva invitato a cena e quella sera stavo andando per la prima volta nel suo quartiere. Tra i palazzoni c’era un gruppo nutrito di ragazzi ubriachi appollaiato sulle panchine vicino a un’area cani, che infastidiva pesantemente i passanti. Più avanti, i venditori di mimose (era l’8 marzo) commerciavano fianco a fianco con gli spacciatori, senza che nessuno intervenisse. 

Erano situazioni inconsuete per me, che da sempre vivo in un Comune benestante e che non ho mai lavorato in scuole di estrema frontiera. P archeggiai l’auto, suonai il citofono. Don Giorgio mi aprì, sorridente. Don Giorgio è una persona estremamente accogliente. Ha la passione della cucina: quella sera servì per cena a me e a una comune amica, anche lei ospite da lui, piatti prelibati: risotto giallo con ossobuco e una strepitosa torta fatta in casa. Parlammo a lungo di molte cose. Gli chiesi della periferia, di com’era essere prete lì. Mi raccontò del suo ministero sempre sul campo, della sua casa sempre aperta, degli orari che spesso saltavano, perché i bisogni impellenti di chi è davvero in difficoltà non si possono programmare in un’agenda. Parlammo dei poveri: mi colpì molto il suo punto di vista. Io, da esterno a quel mondo, da un lato ne ero impaurito, dall’altro tendevo a idealizzarlo. 

Don Giorgio fu estremamente concreto: disse che lavorare coi poveri era una grande sfida, che la povertà culturale e quella sociale andavano spesso di pari passo, che bisognava convivere con molti limiti, che non si doveva pensare a chissà quali cambiamenti repentini e miracolosi, né ci si doveva sentire eroi per essere impegnati lì. Però disse anche, senza nessuna retorica, che quei quartieri potevano essere un terreno fertile, che si creavano relazioni dirette e autentiche, senza alcuna finzione, che chi era in difficoltà era capace talvolta di profondissima riconoscenza e che potevano sbocciare cammini di autentico riscatto.

 Oltre alle parole di don Giorgio, mi colpirono tantissimo i suoi coinquilini. Il primo in cui mi imbattei fu un gioviale gatto bianco e arancione che aveva l’encefalite: camminava tutto storto, sbagliava mira quando doveva saltare sul divano e sbatteva contro i cuscini. “L’ho trovato così, non posso mandarlo via” commentò don Giorgio. Il secondo coinquilino era un cagnolone nero a pelo lungo, che mi fece mille feste non appena entrai in casa. Mi chinai e lo accarezzai: mi lasciò fare, compiaciuto: “Meno male che gli sei simpatico: altri non vengono accolti così bene, anzi” commentò don Giorgio. Rabbrividii: meno male, già. Scoprii che il cagnolone era un randagio di cui nessuno si curava, raccattato durante un viaggio all’estero da don Giorgio, al quale il cane si era avvicinato. Erano diventati subito amici: don Giorgio lo aveva fatto salire in macchina e lo aveva portato in Italia. Pensavo che le sorprese fossero finite: mi sbagliavo. Mentre ci sedevamo a tavola, la porta di casa si aprì ed entro un giovane coi capelli corti, la carnagione scura e una voce profonda e melodiosa. Parlava perfettamente l’Italiano, ma capii subito che era di origini straniere: quando ci stringemmo la mano e ci presentammo, il suo nome me lo confermò. La sua storia era incredibile. Era cresciuto in una zona di guerra. Entrambi i suoi genitori non c’erano più. Aveva vissuto senza punti fermi, aveva commesso errori, compiuto azioni dannose per sé e per gli altri.

Poi i cammini di don Giorgio e di quel giovane si erano incrociati. Don Giorgio l’aveva accolto in casa, si era preso cura di lui, era diventato un punto di riferimento fondamentale. Gli aveva dato fiducia: aveva colto la scintilla di bellezza che c’era in lui e le aveva dato spazio. Gli aveva donato un’altra occasione, credendo in ciò che quel giovane avrebbe potuto fare, senza restare inchiodato al suo passato. Q uel giovane aveva ritrovato la strada, prima smarrita a causa del dolore. Il dolore era rimasto, ma non gli aveva impedito di andare avanti. La fiducia incondizionata di don Giorgio, una fiducia a perdere, aveva permesso a quel giovane di compiere passi avanti, uno dopo l’altro, prendendo un ritmo sempre più spedito. Lo si vedeva dal suo sguardo, segnato dalle ferite, ma anche pieno di una luce potente, di una indistruttibile forza.

 « Aspetta», mi disse il giovane, « voglio farti vedere una cosa». Tornò con un volume rilegato. Era la sua tesi di laurea in Scienze dell’educazione, nella quale parlava anche di un pezzo della sua storia. Scoprii che quel giovane faceva l’educatore in periferia. Incontrava molti ragazzi difficili e riusciva a intercettarli: li capiva, era sulla loro stessa lunghezza d’onda: il suo vissuto complicato gli permetteva di entrare in sintonia con loro e di accompagnarli. Il suo dolore era diventato un ponte verso di loro, uno strumento di condivisione. Le sue ferite erano fiorite per altri. Don Giorgio gli aveva dato fiducia e gli aveva permesso di salvarsi: ora quel giovane dava fiducia ad altri e permetteva loro di salvarsi. T ornando a casa alla fine di quella incredibile serata pensai che, davvero, la periferia poteva essere un luogo prediletto. Prediletto con tutti i suoi limiti, proprio per i suoi limiti, che mostrano la tenacia della vita e come il futuro, comunque, possa riuscire a farsi strada. La grande tentazione di chi educa è l’ideale di perfezione che troppo spesso abbiamo in testa. Vorremmo studenti impegnati e diligenti, classi silenziose e partecipi, scuole pulite e ordinate, adulti dialoganti e disponibili. Ma le cose non vanno mai così, e allora ci lamentiamo.

 La lamentela prolungata però spinge ad alimentare quell’ideale di perfezione irraggiungibile di cui diventiamo dipendenti, ci toglie forza, ci fa credere che tanto tutto sia inutile. Finiamo così con il non vedere la ricchezza che c’è per rimpiangere una perfezione che non esiste. Per questo la periferia è un luogo prediletto: perché ci costringe, volenti o nolenti, a immergerci nella realtà così com’è, a contaminarci positivamente con essa, a sporcarci le mani per scovare le perle nel fango. La periferia ci mette duramente alla prova, ma riaccende la voglia di futuro, togliendo dal nostro orizzonte i mondi perfetti che sono solo miraggi fuorvianti nella nostra testa. L a periferia è salutare e riguarda tutti. Quel giorno mi resi conto di molte periferie che sono dentro e fuori di me, nei miei atteggiamenti e nelle persone o situazioni che incontro. Le vidi distintamente: nella nuova luce di don Giorgio e della sua strana famiglia, almeno per quella sera, mi parvero opportunità straordinarie, sfide avvincenti. Perché la salvezza è proprio lì: in un quartiere difficile, in una casa dove un prete dal cuore grande, un ragazzo che ha trasformato il dolore in dono, un gatto con l’encefalite e un cane randagio vivono insieme, in un equilibrio strano, ma armonioso.

La salvezza non sta nei nostri ideali astratti, ma abita nelle nostre splendide imperfezioni.

 *Insegnante e scrittore

 www.avvenire.it

 

 

 

lunedì 15 maggio 2023

I.A. RICERCA DI PERFEZIONE SENZA AMORE

 «Il rischio della IA? 

È la perfezione senza amore»

 

Secondo la neuroscienziata e scrittrice, Maryanne Wolf, “L’intelligenza artificiale è alla ricerca di una perfezione che non esiste. Ciò che è perfetto non ha la capacità di comunicare una mancanza, quindi di creare qualcosa di nuovo”.

-di Eugenio Giannetta

   

Con una serie di balzi si può passare dalle neuroscienze a Maria Maddalena e Gesù, attraversando l’importanza della memoria, la ricerca della verità, l’intelligenza artificiale, il Covid e l’amore come collante. Maryanne Wolf, una delle più note neuroscienziate cognitiviste del cervello che legge, nel suo nuovo libro Maria Maddalena e Gesù. Storie di consolazione (pagine 288, euro 19,00), da poco uscito per Vita e Pensiero, questa volta si presenta come scrittrice di narrativa, con tre racconti ispirati proprio all’incontro tra i due. Ogni storia, narrata in prima persona da Maddalena, propone una figura diversa di giovane donna nella Palestina del I secolo, ma tutte partono dalla difficoltà di essere donna in quel tempo storico e tratteggiano la crescita della protagonista grazie alla sua intelligenza e all’incontro con Gesù. Senza pretese teologiche o storiche, Wolf scrive con la speranza, dice, di condividere con i lettori la grande consolazione che ha provato nel contemplare la persistenza dell’amore in diverse forme. Ne abbiamo parlato con lei in occasione del suo arrivo in Italia, prima a Roma, dove è stata impegnata con la Pontificia Accademia della scienza, e poi a Milano, per la Scuola di lettura promossa da Vita e Pensiero.

L’altro ieri è stata impegnata nell’evento “Lost in reading: sommersi e salvati dalla lettura”. Crede nel potere salvifico della lettura?

«Rispondo con il termine “santuario”. Questo perché il santuario è un luogo in cui si può andare a pensare e sentire meglio i propri pensieri, ma non tutti sono a conoscenza di un luogo simile. Spero che eventi come la Scuola di lettura diano alle persone l’opportunità di conoscere luoghi per avvicinarsi alla lettura che siano simili a un santuario, per sentire meglio sé stessi. Credo che oggi molte persone abbiano perso la sensazione di immersione profonda nella lettura. La lettura dovrebbe allora aiutare a ripristinare ciò che abbiamo perduto. Perdiamo, soprattutto nel nostro mondo, il senso del tempo, il senso della bellezza. Possiamo anche perdere il senso della verità. La verità talvolta è effimera e non dovrebbe esserlo, ma oggi siamo bombardati da migliaia di informazioni che possono essere o non essere vere».

Cosa ne pensa della manipolazione della verità, ad esempio con l’intelligenza artificiale?

«L’intelligenza artificiale è alla ricerca di una perfezione che non esiste. Ciò che è perfetto non ha la capacità di comunicare una mancanza, quindi di creare qualcosa di nuovo. L’intelligenza artificiale, in un certo senso, sta cercando di mettere tutto lì, nella creazione di una perfezione, ma senza la capacità unica di crescere oltre noi stessi, vengono meno, dal mio punto di vista, altre capacità, come per esempio la base della creatività, di un pensiero nuovo e laterale, dell’attenzione, nonché la capacità di pensare che ci può essere anche un’intelligenza sempre più grande. Riguardo alla manipolazione della verità, credo possa portare le persone in luoghi terribili. Gli Stati Uniti, per esempio, sono pieni di violenza in questo momento, in parte a causa di persone fuorviate che pensavano che quello che stavano facendo fosse basato su qualcosa di vero e non lo era. Certo, non vale per tutte le cause di violenza, ma ve ne sono alcune che sono state innescate dalla manipolazione intenzionale della verità».

Nell’introduzione a Maria Maddalena e Gesù lei dice che la speranza è quella di riuscire a condividere con i lettori la consolazione nel contemplare la persistenza dell’amore. Prima le ho chiesto se la lettura è salvifica, ora le chiedo se lo è l’amore. Anche quello per la lettura.

«Durante il Covid la lettura ha tenuto vivo il mio spirito, quindi sia la lettura che la scrittura per me hanno un effetto salvifico. La lettura è un miracolo. Uno degli aspetti poco conosciuti che emerge dal mio lavoro nelle neuroscienze e dalla mia esperienza è che la lettura non è come l’amore per un’altra persona, ma un’esperienza d’amore. Si attivano aree diverse, una cognitiva, l’altra emotiva. Queste forme diverse ci insegnano tutte a capire qualcosa, dal punto di vista fisiologico, psicologico, oppure esperienziale. Penso che sia una cosa meravigliosa quando ci si permette di provare queste emozioni»

Nel secondo racconto del suo ultimo libro nel finale scrive che «le imperfezioni possono essere una benedizione».

«La perfezione non è umana. È umano invece un assortimento di imperfezioni alla ricerca di qualcosa d’altro, di meglio. Penso ci sia una ragione se Gesù si è rivolto a coloro che erano più in difficoltà, ai ciechi, ai sordi, perché, in sostanza, ci ha accettato tutti nelle nostre imperfezioni».

Cosa hanno rappresentato e cosa rappresentano per lei le figure di Maria Maddalena e di Gesù?

«Gesù ci ha dato esempi di come amarci l’un l’altro in modi diversi. Maria Maddalena, per me, è uno dei modi in cui Gesù può guardare ognuno di noi in modo diverso. I loro due esempi mostrano il desiderio del cuore, il desiderio di confortare un altro essere umano attraverso la mente, il cuore e l’anima. È così che ciascuna Maria Maddalena nei racconti del mio libro ha un rapporto leggermente diverso con Gesù. Per tornare alla domanda, credo entrambi rappresentino diverse forme di noi e dell’amore necessario. Maria Maddalena è simbolo di ciascuno di noi mentre Gesù il modello per cui l’umanità continua a essere una fonte di conforto e speranza al di là della religione, per i credenti come per i non credenti».

Nei racconti parla di memoria. Qual è l’importanza della memoria nel nostro tempo?

«Stiamo perdendo la memoria perché la memoria richiede attenzione. E tutti noi siamo così distratti che non prestiamo sufficiente attenzione alle rappresentazioni stesse della memoria. La memoria invece è fondamentale, anche per verificare la verità. Credo che gli esseri umani oggi utilizzino meno la loro memoria rispetto a un tempo, perché si affidano molto a fonti esterne di memoria, ma tutti noi, me compresa, credo dovremmo stare molto attenti a cercare di preservare il più possibile la memoria e custodirla».

 

www.avvenire.it

 

lunedì 1 maggio 2023

ADULTI. PERFETTI o FELICI ?


Che cosa significa essere adulti oggi?  
E come diventarlo?

 Se negli ultimi decenni l’identità adulta è stata principalmente fondata sul lavoro e sulla possibilità di costruire un proprio ruolo sociale e professionale, oggi quel modello appare in crisi e non più in grado di offrire le certezze fornite finora. 

Anche per questo, nella “stanza delle parole” dove la psicoterapeuta Stefania Andreoli riceve i suoi pazienti, negli ultimi anni ha cominciato a emergere una istanza generazionale comune: quella dei venti-trentenni e dei trenta-quarantenni, in cerca di aiuto per capire come trovare il proprio posto in un mondo sempre più schiacciato sul presente e che sembra aver perso ogni slancio verso il futuro. 

Partendo dalle storie di chi si rivolge a lei ogni giorno, Andreoli mostra a tutti noi cosa voglia dire essere adulti in quest’epoca di disorientamento, e prova a tessere un filo per ricucire lo strappo che oggi separa i più giovani dai loro genitori e dalle generazioni che li precedono. 

Perché, in un momento in cui le accuse reciproche prevalgono sul dialogo e la richiesta di omologarsi a un irraggiungibile ideale di perfezione vince sul guardarsi davvero, potrebbero essere proprio i giovani adulti, e i nuovi modelli di cui sono portatori in quanto figli del loro tempo, a indicare la soluzione rivoluzionaria capace di aiutare tutti a essere più in ascolto di se stessi e degli altri e, finalmente, anche più felici.


Perfetti o felici. Diventare adulti in un'epoca di smarrimento

 
Rizzoli, 2023

venerdì 17 febbraio 2023

UNA STORIA NUOVA


- Mt 5,38-48

Dal Vangelo secondo Matteo

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Avete inteso che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste".

Commento di Paolo Curtaz

Tutto è nostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro.

 Papa Francesco, o Papa Benedetto, il movimento che mi ha accompagnato a Cristo, quel maestro di vita spirituale, quella straordinaria esperienza in parrocchia, il mio cammino di fede, diremmo oggi. Tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio.

Questo possiamo fare per tornare ad essere credenti credibili.

Discepoli. Cioè seguire gli insegnamenti del Maestro. Senza infingimenti, senza glosse, senza “ma”, senza annacquare, senza ridurre l’incontro a dottrina, a etica, a ragionamento, a politica.

E Cristo, a conclusione dell’immenso discorso delle Beatitudini, dopo avere chiesto a chi cerca la felicità di fidarsi, di crederci, alza il tiro.

Ha ragione, il Signore: se facciamo quello che fanno tutti, se amiamo chi ci ama, se perdoniamo chi poi ci perdona, se prestiamo a chi sappiamo di restituirà, che facciamo di straordinario?

Se il cristianesimo diventa una scipita ricetta per fare i bravi ragazzi, chi mai ne sarà sedotto?

Il mondo è pieno di buon senso. Più o meno. Il cristiano, quindi, sarebbe solo un brav’uomo più ragionevole degli altri? In cosa consiste, se esiste, la differenza cristiana? Non basta il buon senso. Non mi basta il buon senso.

Il mondo ha bisogno (urgente) di santità.

Della santità di Dio che si rifletta nel nostro sguardo, nelle nostre parole, nei nostri gesti. Di diventare santi perché il Signore nostro Dio è il Santo (Lv 19,1).

Il taglione

Diversamente da come appare, la cosiddetta legge del taglione era una forma di giustizia primitiva ma efficace. Contenuta anche nel Codice di Hammurabi, è una limite alla barbarie, alla vendetta privata. La troviamo nella Torà (Es 21): Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.

L’idea era quella della proporzione e al tempo di Gesù era previsto un risarcimento (come scrive il rabbino medievale Rashi di Troyes: Non si intende che si deve privarlo a sua volta dell’organo menomato).

Alla vecchia legge del taglione Gesù ne contrappone una inversa: invece della vendetta suggerisce di accettare un altro torto maggiore di quello ricevuto.

Di porre la guancia destra, quindi ad un manrovescio, più brutale del solo schiaffo, a chi ti schiaffeggia.

Alla Torà (Es 22,25-26) che afferma che alla sera occorre restituire il mantello, la sopravveste, Gesù dice di lasciargli anche quello, restando in mutande.

 Di ascoltare gli angari, da cui viene angheria, i corrieri del re che avevano il potere di costringere chiunque a mettersi a loro servizio, percorrendo più strada di quanta richiesta.  Di concedere prestiti a vuoto. Sul serio?

Paradosso

In questo brano Gesù raggiunge certamente il vertice del linguaggio paradossale. Ma, come fanno notare gli esegeti, non dobbiamo prendere alla lettera le parole del Signore, quanto capirne l’intenzione profonda.

Non occorre presentare materialmente l’altra guancia ai persecutori ma dare possibilità al malvagio di riflettere sui suoi errori. Non si tratta di subire passivamente i soprusi, di rimanere inerti davanti alle ingiustizie ma di rinunciare ad ogni rivincita, anche a qualche diritto pur di cercare di salvare chi ci perseguita. Gesù propone un’ascesi paradossale, che disarma l’avversario.

“Gesù non offriva l’altra guancia quando lo schiaffeggiavano, però morì in croce per i malvagi, un sacrificio immensamente superiore. I santi del cristianesimo, salvo casi aneddotici, non si sono esercitati in ingenuità nel regalare il proprio vestito ad un mendicante o nel raddoppiare il tempo del servizio militare, ma in ben più ardue rinunce a favore dei perseguitati e dei nemici” (I.Goma).

La logica del paradosso è sempre presente nell’annuncio evangelico, anche nel nostro, non è certo tenendo le porte della canonica aperte ai poveri che risolveremo la questione dell’immigrazione ma i segni che proponiamo sono credibili e profetici. Questa carica di sovversione evangelica ha caratterizzato la storia della Chiesa anche se, a dire il vero, a volte la Chiesa si è piegata alla logica comune, tradendo il Vangelo.

Non violenza

Rispetto alla non-violenza il cristiano proclama la possibilità del dialogo, lo esercita fino in fondo ma, alla fine, pone il bene della vita altrui prima di ogni altra cosa, ammettendo la difesa personale e di chi sia ha intorno.

Da qui è nata la querelle dell’intervento umanitario, anche violento. Da qui la guerra giusta di agostiniana memoria, che tentava di porre un freno alla violenza (De Civitate Dei, IV, 6).

Per quel che mi riguarda voglio affrontare l’origine della rabbia e della volenza che trovo in me, che pongo nei miei piccoli gesti quotidiani, che avvelenano le relazioni.

Per amare il prossimo, come chiede il Levitico, devo anzitutto imparare ad amare me stesso.

Costruire attorno a me un metro quadrato di sguardo e di parole pacificate, in questa settimana, qui e ora. Non ci sono soluzioni semplici, non scherziamo, ma solo la potente soluzione della conversione, del cambiamento radicale, dell’osare crederci.

Anche per questo la Chiesa si sta interrogando nel Sinodo, per capire quanto il camminare insieme possa portare ad un cambiamento nel modo di esercitare l’autorevolezza che, in questo momento, si è incartata in una autorità poco credibile.

 La perfezione dell’amore

Alla fine, capitolo delle Beatitudini, Gesù pone un’autentica rivoluzione: invita ad amare i nemici (agàpe) con l’amore che ci proviene da Dio, non per simpatia, non per folle idealità.

Ed esemplifica il modo di amare: pregare per quelli che ci perseguitano (Matteo sta scrivendo ad una comunità di perseguitati!).

Emotiva: questo è possibile perché imitiamo l’atteggiamento di Dio che fa piovere sui giusti e i malvagi. E invita noi discepoli a riflettere: in cosa i nostri atteggiamenti non diversi rispetto a chi non crede?

L’amore resta un vertice ma corriamo il rischio di interpretarla come se fosse il risultato di uno sforzo. È possibile sforzarsi di amare? Non è solo un sentimento? No, certo, l’amore ha anche una componente di volontà soprattutto nei confronti dei nemici, di chi ci ha fatto del male.

Non un amore di affetto, o mieloso, ma una scelta consapevole, dettata dalla nostra vicinanza a Cristo. Questo amore nasce come imitativo (fare come il Padre che fa sorgere il sole e fa piovere) ma, in Giovanni, diventa contagioso: sono capace di amare con l’amore con cui il Padre mi ama!

Scoprendomi amato lascio che il mio cuore si riempia di amore e tracimi. Così facendo sono in grado di amare (desiderare il bene) per coloro che mi hanno fatto del male. E iniziare una storia nuova. Mamma mia se mi piace questa cosa!

P. Curtaz


 

sabato 22 febbraio 2020

CHIAMATI ALLA PERFEZIONE

Più in alto, ancora

Dal Vangelo secondo Matteo  - Mt 5, 38-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Commento di p. Paolo Curtaz

Tutto è nostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro.
Papa Francesco, il movimento che mi ha accompagnato a Cristo, quel maestro di vita spirituale, il mio cammino di fede, diremmo oggi.
Tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio.
Questo possiamo fare per tornare ad essere credenti credibili.
Discepoli. Cioè seguire gli insegnamenti del Maestro. Senza infingimenti, senza glosse, senza “ma”, senza annacquare, senza ridurre l’incontro a dottrina, a etica, a ragionamento, a politica.
E Cristo, a conclusione dell’immenso discorso delle Beatitudini, dopo avere chiesto a chi cerca la felicità di fidarsi, di crederci, alza il tiro.
Ha ragione, il Signore: se facciamo quello che fanno tutti, se amiamo chi ci ama, se perdoniamo chi poi ci perdona, se prestiamo a chi sappiamo di restituirà, che facciamo di straordinario?
Il mondo è pieno di buon senso. Più o meno.
Il cristiano, quindi, sarebbe solo un brav’uomo più ragionevole degli altri?
No. Non basta il buon senso.
Ciò che il mondo ha bisogno è di santità.
Della santità di Dio che si rifletta nel nostro sguardo, nelle nostre parole, nei nostri gesti.
Il taglione
Diversamente da come appare, la cosiddetta legge del taglione era una forma di giustizia primitiva ma efficace. Contenuta anche nel Codice di Hammurabi, è una limite alla barbarie, alla vendetta privata. La troviamo nella Torà (Es 21): Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.
L’idea era quella della proporzione e al tempo di Gesù era previsto un risarcimento (come scrive il rabbino medievale Rashi di Troyes: Non si intende che si deve privarlo a sua volta dell’organo menomato).
Alla vecchia legge del taglione Gesù ne contrappone una inversa: invece della vendetta suggerisce di accettare un altro torto maggiore di quello ricevuto.
Di porre la guancia destra, quindi ad un manrovescio, più brutale del solo schiaffo, a chi ti schiaffeggia.
Alla Torà (Es 22,25-26) che afferma che alla sera occorre restituire il mantello, la sopravveste, Gesù dice di lasciargli anche quello, restando in mutande.
Di ascoltare gli angari, da cui viene angheria, i corrieri del re che avevano il potere di costringere chiunque a mettersi a loro servizio, percorrendo più strada di quanta richiesta.
Di concedere prestiti a vuoto.  Sul serio?
Paradosso
In questo brano Gesù raggiunge certamente il vertice del linguaggio paradossale. Ma, come fanno notare gli esegeti, non dobbiamo prendere alla lettera le parole del Signore, quanto capirne l’intenzione profonda, non occorre presentare materialmente l’altra guancia ai persecutori ma dare possibilità al malvagio di riflettere sui suoi errori. Non si tratta di subire passivamente i soprusi, di rimanere inerti davanti alle ingiustizie ma di rinunciare ad ogni rivincita, anche a qualche diritto pur di cercare di salvare chi ci perseguita.
Gesù propone un’ascesi paradossale, che disarma l’avversario.
“Gesù non offriva l’altra guancia quando lo schiaffeggiavano, però morì in croce per i malvagi, un sacrificio immensamente superiore. I santi del cristianesimo, salvo casi aneddotici, non si sono esercitati in ingenuità nel regalare il proprio vestito ad un mendicante o nel raddoppiare il tempo del servizio militare, ma in ben più ardue rinunce a favore dei perseguitati e dei nemici” (I.Goma).
La logica del paradosso è sempre presente nell’annuncio evangelico, anche nel nostro, non è certo tenendo le porte della canonica aperte ai poveri che risolveremo la questione dell’immigrazione ma i segni che proponiamo sono credibili e profetici. Questa carica di sovversione evangelica ha caratterizzato la storia della Chiesa anche se, a dire il vero, a volte la Chiesa si è piegata alla logica comune, tradendo il Vangelo.
Non violenza
Rispetto alla non-violenza il cristiano proclama la possibilità del dialogo, lo esercita fino in fondo ma, alla fine, pone il bene della vita altrui prima di ogni altra cosa, ammettendo la difesa personale e di chi sia ha intorno.
Da qui è nata la querelle dell’intervento umanitario, anche violento. Da qui la guerra giusta di agostiniana memoria, che tentava di porre un freno alla violenza (De Civitate Dei, IV, 6).
Per quel che mi riguarda voglio affrontare l’origine della rabbia e della volenza che trovo in me, che pongo nei miei piccoli gesti quotidiani, che avvelenano le relazioni.
Per amare il prossimo, come chiede il Levitico, devo anzitutto imparare ad amare me stesso.
La perfezione dell’amore
Alla fine capitolo delle Beatitudini, Gesù pone un’autentica rivoluzione: invita ad amare i nemici (agàpe) con l’amore che ci proviene da Dio, non per simpatia, non per folle idealità.
Ed esemplifica il modo di amare: pregare per quelli che ci perseguitano (Matteo sta scrivendo ad una comunità di perseguitati!).
E motiva: questo è possibile perché imitiamo l’atteggiamento di Dio che fa piovere sui giusti e i malvagi. E invita noi discepoli a riflettere: in cosa i nostri atteggiamenti non diversi rispetto a chi non crede?
L’amore resta un vertice ma corriamo il rischio di interpretarla come se fosse il risultato di uno sforzo. È possibile sforzarsi di amare? Non è solo un sentimento? No, certo, l’amore ha anche una componente di volontà soprattutto nei confronti dei nemici, di chi ci ha fatto del male.
Non un amore di affetto, o mieloso, ma una scelta consapevole, dettata dalla nostra vicinanza a Cristo. Questo amore nasce come imitativo (fare come il Padre che fa sorgere il sole e fa piovere) ma, in Giovanni, diventa contagioso: sono capace di amare con l’amore con cui il Padre mi ama!
Mamma mia se mi piace questa cosa!

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