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lunedì 6 aprile 2026

DIO VUOLE LA PACE


 La forza "non violenta" della Pasqua negli appelli di pace di Papa Leone XIV

Dalle mani che “grondano sangue” della Domenica delle Palme, a quelle che depongono le armi, invocate nel messaggio per l’Urbi et Orbi. I richiami alla pace del Pontefice invitano a non lasciarsi sopraffare da indifferenza e assuefazione, ma a credere con fermezza nel “Dio che rifiuta la guerra”.

-di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’.

Le mani cosparse di quella linfa vitale ormai versata, invocate dal Papa nella Domenica delle Palme. Le stesse mani del Pontefice, strette intorno alla Croce nel Venerdì santo. Un "segno importante", per sua stessa ammissione, come "leader spirituale oggi nel mondo", che abbraccia idealmente "madri", "parenti" e "amici dei condannati", costretti “a umiliarsi davanti all'autorità per vedersi restituire i resti martoriati” di una persona loro cara. E infine quelle stesse mani chiamate a deporre le armi e a risplendere della stessa luce celebrata la mattina di Pasqua dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro.

“Rimetti la tua spada al suo posto”

La concretezza dei gesti, la tenerezza dei sentimenti. C’era tutto questo negli appelli che, durante la Settimana Santa, Papa Leone XIV ha dedicato alla pace e al cessare dei conflitti che imperversano nel mondo. Il primo fotogramma è quello della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, davanti a 40mila fedeli e 120mila ramoscelli d’ulivo innalzati per simboleggiare quella pace mite di cui Gesù, ha ricordato il Pontefice, è sia "re" che "carezza", mentre "altri impugnano spade e bastoni". A loro il Pontefice si è rivolto con le stesse parole pronunciate da Cristo quando uno dei suoi discepoli, secondo il racconto evangelico, aveva estratto un'arma per difenderlo.

Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno.

Il rosso del sangue che gronda, contrastato da quello stesso colore che spiccava nei paramenti liturgici, celebrazione di quel Dio che "non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra", ha affermato il Pontefice.

Invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell'umanità.

“Il bene non può venire dalla prevaricazione”

La pace invocata dal Papa, specialmente in quest'"ora oscura" per un mondo "conteso tra potenze che lo devastano", ha toccato tutto lo scibile dell'esistenza umana. Nella Messa crismale del Giovedì santo, presieduta nella Basilica di San Pietro, Leone XIV ha ricordato come "il bene non può venire dalla prevaricazione" in qualsiasi ambito, non solo pastorale ma anche sociale e politico.

L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova.

“Cristo ci dà un esempio di dedizione, di servizio e di amore”

La terza immagine immortala le mani, ancora quelle del Pontefice, che, nella Messa in Coena Domini nella Basilica di San Giovanni in Laterano, hanno lavato i piedi ai giovani preti da lui stesso consacrati. Un gesto che, nelle parole di Leone XIV, ha richiamato il potere purificatore di Dio. Egli lava non solo il sangue grondante dei conflitti, ma anche l'immagine distorta che essi restituiscono: le "idolatrie" e le "bestemmie" che lo sporcano. E con esse il Signore ripulisce anche l’uomo stesso.

Che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto. Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore.

Sulle “orme” di Gesù

Gli appelli del Papa sulla pace rimandano alla continua dicotomia tra male e amore. Allo stesso modo, le meditazioni scritte da padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, per la Via Crucis presieduta dallo stesso Pontefice, hanno individuato una simile ambivalenza, ripercorrendo quella stessa strada percorsa da Gesù tra persone che ne condividevano “la fede” e “altri che deridono e insultano”. "Così è la vita di tutti i giorni", ha scritto il frate minore: così è il cammino tracciato seguendo "le orme" di Gesù, come affermato dal Pontefice recitando la Preghiera Omnipotens composta da san Francesco d'Assisi, insieme ai circa 30mila fedeli presenti al Colosseo nella notte del Venerdì santo.

“Dio non vuole la nostra morte”

È ancora il buio, questa volta preludio al mattino pasquale, che ha accompagnato la veglia nella Basilica di San Pietro gremita di 6mila persone. Dio "non vuole la nostra morte": questo è stato l'appello del Papa, impellente di fronte alla narrazione dei conflitti che riduce le vittime a freddi numeri.

L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare.

Leone XIV ha esortato a dare vita a un "mondo nuovo, di pace, di unità", partendo dai fallimenti dell’umanità, con un riferimento al mare attraverso cui Dio ha liberato gli israeliti dalla schiavitù dell'Egitto. Un elemento che il Pontefice ha definito "porta d'ingresso" per l'inizio di una vita "libera", ma anche "luogo di morte", proprio mentre la cronaca restituiva l'ennesima tragedia del Mediterraneo: il naufragio di un barcone partito dalla Libia, che ha causato oltre 70 dispersi, e i racconti dei superstiti, sotto choc, a Lampedusa. Il luogo dove Leone XIV si recherà il prossimo 4 luglio.

Urbi et Orbi, il Papa: "Chi ha le armi, le deponga. L'11 aprile veglia di pace a San Pietro"

Leone XIV dalla Loggia centrale della Basilica vaticana, pronuncia il tradizionale messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, in cui implora Dio “che doni la sua pace al mondo ...

“Il Signore è vivo e rimane con noi”

La notte, l'alba e poi la Messa nel giorno di Pasqua. Il cielo limpido di Piazza San Pietro, 60mila fedeli presenti. Certo, il male non si cancella in un giorno: la guerra "uccide e distrugge" e la minaccia è sempre in agguato:

La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge.

Ma si può e si deve raccogliere l'invito pasquale ad "alzare lo sguardo", scorgendo lo "spazio per una nuova vita che sorge", oltre i sepolcri e il dolore.

Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita.

“La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta”

È l'invito finale del Pontefice, che riecheggia anche nel tradizionale messaggio per l’Urbi et Orbi.

Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo.

Perché se nel mondo ci sono battaglie, l’esempio per vincerle scaturisce dalla Pasqua: mani che abbracciano, e che non imbracciano armi.

La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta.

Un'esortazione che riecheggia nell'appello rivolto martedì scorso a Castel Gandolfo da Leone XIV al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e ai leader del mondo:

Tornate al tavolo per dialogare, cerchiamo soluzioni ai problemi, cerchiamo modi per ridurre la violenza che stiamo alimentando. E che la pace, soprattutto a Pasqua, sia nei nostri cuori

Vatican News

giovedì 4 dicembre 2025

PROFETESSA INASCOLTATA

 


HANNA ARENDT, 

"UNA DONNA CHE PENSA"


"Sono pensata, dunque sono!"




 

 - di Roberto Righetto


 

 

 

 

 «Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane dalla sua normale, naturale rovina è in definitiva il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. 

Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’Antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la lieta novella dell’avvento: “Un bambino è nato per noi”». Così Hannah Arendt conclude il capitolo di Vita Activa dedicato all’azione. 

Julia Kristeva la descrive come «una donna che pensa» e durante tutta la sua vita non ha fatto altro. Al Cogito ergo sum cartesiano contrapponeva il motto: «Sono pensata, dunque sono». Non stupisce perciò che nel 1965 abbia avuto parole di elogio verso la figura di Papa Giovanni. Nell’arti­colo The Chri­stian Pope, apparso sulla New York Review of Books e poi inserito nel volume Men in Dark Times, scrive fra l’altro: «Generazioni di intel­let­tuali moderni, quando non erano atei – cioè scioc­chi che fin­ge­vano di sapere ciò che nes­sun uomo può sapere – hanno impa­rato da Kier­ke­gaardDostoe­v­skijNie­tzsche e dai loro nume­ro­sis­simi seguaci, den­tro e fuori il movi­mento esisten­zia­li­sta, a con­si­de­rare “inte­res­santi” le que­stioni teo­lo­gi­che. Senza dub­bio per tutti costoro sarà dif­fi­cile com­pren­dere un uomo che, sin dalla tenera età, aveva “fatto voto di fedeltà” non solo alla “povertà mate­riale”, ma a quella di “spirito”». Così manifestava il suo stupore per il richiamo alle origini del cristianesimo che il papa del Concilio rappresentava ai suoi occhi. 

Lungi da noi, a 50 anni dalla morte, avvenuta il 4 dicembre 1975 a New York, fare di Hannah Arendt una filosofa cristiana: anzi a più riprese scrisse parole dure verso la Chiesa cattolica per la sua ambiguità sulla Shoah e sull’antisemitismo. «Pensatrice senza balaustra»: così amava definirsi lei stessa per far capire che la sua posizione voleva prescindere dai “parapetti” delle ideologie preconfezionate. È stata senza dubbio una delle intellettuali più influenti del Novecento: ebrea, tedesca e americana. Sostanzialmente un’apolide. «Una fanciulla straniera» l’aveva chiamata il suo maestro Karl Jaspers. Tutta la sua opera non è stata altro che il tentativo di fare i conti con la catastrofe che ha investito l’umanità nel secolo scorso e che aveva colpito anche lei, costretta a fuggire nel 1933 dalla Germania per riparare in Francia e poi negli Stati Uniti. Quella catastrofe aveva il sembiante del totalitarismo. Al quale dedicò una delle sue opere più importanti, scritta negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, Le origini del totalitarismo. Libro citato di recente anche da papa Leone XIV, il quale, rivolgendosi a un gruppo di giornalisti il 9 ottobre e invocando la necessità di un’informazione libera e obiettiva in tempo di fake-news, ne ha sottolineato un passaggio cruciale: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto oppure il comunista convinto, ma la persona per la quale non c’è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso». 

La celebrità della Arendt è dovuta alle polemiche seguite ai suoi articoli sul processo Eichmann a Gerusalemme, pubblicati sul New Yorker, nei quali coniò il concetto di “banalità del male” che l’ha resa famosa. La figura del boia nazista nella sua terribile normalità rappresenta per lei l’espressione più inquietante del nazismo, l’individuo che sacrifica la sua coscienza al mito della collettività e dell’organizzazione e che ne diventa mero esecutore, un ingranaggio della macchina dello sterminio. La sua interpretazione provocò reazioni polemiche di molti suoi amici ebrei che l’accusavano di voler minimizzare l’Olocausto. Ma anche i tedeschi, che tendevano a fare del Terzo Reich un’eccezione brutale della loro storia, ne furono disturbati: la Germania intera veniva in tal modo accusata di complicità e finiva sul banco degli accusati. 

Negli ultimi anni continuano a uscire in Italia nuove edizioni dei suoi libri. Come L’umanità in tempi bui curato da Laura Boella, o Democrazia sorgiva a cura di Adriana Cavarero, entrambi usciti presso Raffaello Cortina Editore; oppure Antisemitismo e identità ebraica (Einaudi) per la cura di Enzo Traverso. «La questione è sapere – dice Arendt in L’umanità in tempi bui– quale misura di realtà occorre mantenere anche in un mondo divenuto disumano, se non si vuole ridurre l’umanità a vuota frase o fantasma». 

L’oscurità in cui la civiltà occidentale era precipitata ai tempi del nazismo, per essere ribaltata con i valori della ragione, non poteva eludere il confronto con la realtà, nel bene e nel male. Ed è quanto essa ha costantemente fatto nel tentativo di «rischiarare l’oscuro». 

In Antisemitismo e identità ebraica scrive: «Il XIX secolo ha prodotto la coincidenza di Stato e nazione. Poiché gli ebrei erano dovunque fedeli allo Stato si sono dovuti preoccupare di liberarsi della loro nazionalità, si sono dovuti assimilare. Il XX secolo ci mostra, nei terribili trasferimenti di popolazione e nei vari massacri – iniziati dai pogrom dell’Armenia e dell’Ucraina – le conseguenze ultime di questo nazionalismo». Siamo nel gennaio 1940 e Hannah Arendt, dopo essere fuggita dalla Germania nel 1933, si trova in Francia in attesa di riparare negli Stati Uniti per sottrarsi alle persecuzioni naziste. In quel periodo, pur soffrendo per la sua condizione di apolide, visto che era stata privata di quella tedesca nel 1937 come conseguenza delle leggi di Norimberga, elabora lucidissime analisi sulla situazione politica dell’Europa e sulla condizione delle minoranze, sempre più oppresse. Solo nel 1951 ricevette la cittadinanza americana e in una lettera all’ex marito Günther Anders poteva esclamare: «Ho il passaporto (il libro più bello che conosca, un passaporto)». 

Parole che denotano il suo sollievo dopo anni in cui lei, come i rifugiati ebrei espatriati dalla Germania e scampati all’orrore del nazismo, aveva vissuto l’esperienza angosciosa di essere priva di cittadinanza. 

Nella sua lotta contro l’antisemitismo Arendt trova alleati nel mondo cristiano e cita positivamente figure come Maritain, Tillich e Bernanos, i quali si erano espressi duramente contro le persecuzioni feroci attuate un po’ ovunque, dalla Germania alla Francia alla Polonia. Per questo continuava a sperare che il destino degli ebrei non fosse disgiunto da quello dell’Europa e immaginava per il Vecchio Continente una federazione di popoli liberi in cui anche quello ebraico trovasse spazio. Una speranza che con l’avvio della soluzione finale venne sempre più scemando. 

Nei suoi scritti spesso polemici con il mondo sionista, anche riguardo alla Palestina Hannah Arendt esprime posizioni di tono liberaldemocratico. Nel dibattito che si apre riguardo al futuro, si affaccia l’ipotesi di uno Stato binazionale in cui tutti gli abitanti, arabi ed ebrei, potessero godere degli stessi diritti: «La verità è che – scrive nel dicembre 1943 – la Palestina può essere salvata come sede nazionale per gli ebrei solo se viene integrata in una federazione». Anche in questo caso, parole profetiche e inascoltate. 

Fonte: Vita e Pensiero

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giovedì 28 novembre 2024

NON VIOLENZA e GUERRA

 La non violenza 

e la tradizione 

della guerra giusta:

 verso il futuro


*by David Hollenbach*

All’interno della comunità cattolica, negli ultimi anni, c’è stato un vivace dibattito attorno al quesito se i cristiani debbano sempre preferire risposte non violente alle ingiustizie, o se piuttosto la reazione armata sia talvolta una maniera legittima di reagire a gravi torti subiti. In questo dibattito, da un lato si pongono coloro che nella non violenza vedono un’esigenza del discepolato cristiano; dall’altro, si schierano quanti continuano a sostenere quel concetto di «guerra giusta» che è stato centrale nella tradizione cattolica fin dai tempi di sant’Agostino. Ne derivano importanti questioni politiche e teologiche.

Alla base del dibattito ci sono gli interrogativi sull’effettiva efficacia della non violenza nel resistere all’ingiustizia. Gli atti non violenti possono assicurare la pace e la giustizia che si propongono? Possono farlo con successo in qualsiasi circostanza? Oppure, purtroppo, per ottenere la giustizia in modo efficace è talvolta necessario fare ricorso alla forza?

A dire il vero, in questa discussione l’efficacia della resistenza non violenta all’ingiustizia non è l’unica preoccupazione: sono in ballo anche importanti questioni teologiche ed etiche. Dalla Bibbia apprendiamo l’importanza, per una vita cristiana autentica, di evitare il ricorso alla violenza. Il comandamento biblico «Non uccidere» vincola tutti i cristiani, e anzi tutti gli uomini, cristiani o meno. Questo comandamento obbliga con certezza a evitare il ricorso alla forza letale quando l’azione non violenta può raggiungere l’obiettivo sociale di promuovere la giustizia.

Per i cristiani, l’importanza di astenersi dall’agire con violenza viene rafforzata dall’insegnamento di Gesù, secondo cui i suoi seguaci devono adoperarsi per la pace. Gesù lo ha proclamato nel Discorso della montagna: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Egli stesso ha radicalizzato l’imperativo a cercare la pace con l’appello: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45).

Quanto sia profonda la vocazione cristiana a uno stile di vita non violento risalta chiaramente, in particolare, nella disponibilità di Gesù ad accettare la propria morte sulla croce in conseguenza del suo ministero, rinunciando a perseguire i suoi obiettivi con qualsiasi forma di coercizione che minacci la vita umana.

Promozione cristiana della giustizia

Accanto a questo appello alla non violenza, il messaggio biblico esorta i cristiani a lavorare per la promozione della giustizia. Dal libro dell’Esodo, che è la narrazione fondamentale della Bibbia ebraica, apprendiamo che, di fronte ai patimenti inflitti a Israele sotto l’ingiusta oppressione degli egiziani, Dio si avvicinò al popolo per liberarlo da quell’ingiustizia.

Egli si rivolse così a Mosè dal roveto ardente: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto» (Es 3,7-8). Aggiunse tuttavia che quell’intervento di liberazione, affinché fosse fatta giustizia, avrebbe potuto comportare un certo uso della coercizione: «Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire, se non con l’intervento di una mano forte. Stenderò dunque la mano e colpirò l’Egitto» (Es 3,19-20).

I profeti d’Israele hanno attestato ininterrottamente il fermo impegno di Dio per la giustizia, chiamando più volte il popolo a praticarla sia nella vita comunitaria sia nelle relazioni interpersonali. Così il profeta Amos dichiarava doveroso che in Israele «come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Am 5,24). Queste testimonianze che troviamo nell’Antico Testamento riguardo all’importanza della giustizia per il popolo d’Israele continuano a essere molto rilevanti per la vita dei cristiani. All’impegno cristiano per la non violenza, quindi, deve accompagnarsene uno altrettanto intenso per la giustizia.

Questi testi biblici, che ovviamente non vanno letti in modo semplicistico o fondamentalista, suggeriscono che la comunità cattolica è chiamata a perseguire la pace e la giustizia. Il regno di Dio, quando verrà in pienezza, porterà a compimento le speranze umane su entrambi gli aspetti. L’etica cristiana, quindi, attribuisce grande valore all’impegno non violento per la pace, e così pure a un serio sforzo per la rettitudine e la giustizia.

Nel regno di Dio, quando giungerà il compimento escatologico della speranza cristiana, sia la pace sia la giustizia verranno realizzate pienamente. Così la liturgia della festa di Cristo Re proclama il regno di Dio come un «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace»[1]. I seguaci di Cristo, quindi, sono chiamati a promuovere al tempo stesso la giustizia e la pace.

Ma ovviamente nelle sfere della politica interna e internazionale, a volte, gli obiettivi della pace e della giustizia possono entrare in tensione. Per i cristiani, la via che persegue la giustizia attraverso l’azione non violenta, inclusa una vigorosa resistenza non violenta, è sicuramente quella da adottare allo scopo di superare abusi e oppressione. Tuttavia, le divisioni che segnano la condizione umana talvolta possono rendere difficile o addirittura impossibile che si raggiunga la giustizia con mezzi non violenti.

La realtà umana del peccato può talora comportare che la società degli uomini, nella storia, non riesca a raggiungere quella pienezza di giustizia, amore e pace che è caratteristica del regno di Dio. In simili circostanze, ci troveremo costretti a determinare se l’intento di porre fine agli abusi e alle prepotenze comporti come sua priorità la rinuncia non violenta all’uso della forza letale. Il dibattito attuale, dunque, riguarda la questione su quale fine sia più obbligante tra l’impegno cristiano alla non violenza e il dovere di operare per la giustizia.

In un mondo distorto dai conflitti e dalle ingiustizie derivanti dal peccato umano, è prioritario l’impegno cristiano per la giustizia su quello per la non violenza o, al contrario, la non violenza viene prima della giustizia? Queste domande sono venute a occupare lo scenario della discussione sulle odierne forme appropriate di impegno ecclesiale nella vita sociale e negli affari internazionali.

Addio alla tradizione della «guerra giusta»?

Alcuni cattolici ritengono che quel rifiuto cristiano a usare la forza e a partecipare alle attività militari che era presente nel primo periodo della storia della Chiesa oggi andrebbe ripristinato con un valore normativo. Essi sostengono che la presenza dei cristiani nell’esercito, inaugurata nell’era post-costantiniana, fu una sorta di cooptazione da parte dei poteri dominanti e un tradimento del Vangelo.

Ciò li porta a riconoscere la non violenza come l’unica opzione cristiana legittima. In questo senso, un Convegno tenutosi a Roma nel 2016 con il patrocinio del gruppo cattolico «Pax Christi» ha sostenuto che la tradizione della guerra giusta, presente nel cattolicesimo sin dai tempi di sant’Agostino, dev’essere rimpiazzata da un fermo impegno per la non violenza.

Il documento conclusivo della Conferenza affermava che «è giunto il momento per la nostra Chiesa di essere una testimonianza vivente e di investire risorse umane e finanziarie molto maggiori nella promozione di una spiritualità e di una pratica della nonviolenza attiva e nella formazione e addestramento delle nostre comunità cattoliche a pratiche nonviolente efficaci. In tutto questo, Gesù è la nostra ispirazione e il nostro modello».

L’appello proseguiva: «Noi crediamo che non vi sia alcuna “guerra giusta”. […] Suggerire che una “guerra giusta” è possibile compromette anche l’imperativo morale di sviluppare strumenti e capacità per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. Abbiamo bisogno di un nuovo quadro che sia coerente con la nonviolenza evangelica»[2].

Il Convegno era imperniato su alcuni insegnamenti papali e conciliari. Per esempio, nell’enciclica Pacem in terris, Giovanni XXIII ha affermato che il potere distruttivo delle armi nucleari dispiegate oggi da un certo numero di nazioni significa che «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia»[3].

Questa dichiarazione è stata ripresa dal Concilio Vaticano II, che nei pericoli delle armi moderne ha visto una crisi del pensiero morale classico in tema di guerra. Di conseguenza, il Concilio ha ritenuto che le caratteristiche degli odierni conflitti obblighino la Chiesa «a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova»[4]. Inoltre, ha approvato l’impegno della non violenza come messa in atto dello spirito di Cristo e ha elogiato «coloro che rinunciano alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti»[5].

Anche insegnamenti ecclesiali più recenti inducono a ritenere che la Chiesa cattolica stia accrescendo il suo impegno per la non violenza e si stia discostando dalla tradizione della guerra giusta. Subito dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, Giovanni Paolo II mise in dubbio la legittimità dell’uso della forza. Dichiarò che il vero cammino di pace «mai passa per la violenza e sempre per il dialogo. È ben noto – lo sanno in particolare coloro che vengono dalle terre insanguinate dai conflitti – che la violenza genera sempre violenza». Soggiunse che la guerra «è da considerarsi sempre una sconfitta: una sconfitta della ragione e dell’umanità. Venga presto, allora, un sussulto spirituale e culturale che porti gli uomini a bandire la guerra»[6].

Papa Francesco, a sua volta, si chiede se la guerra possa essere legittima nelle circostanze contemporanee, e sostiene con forza l’impegno per la non violenza. In diverse occasioni egli ha messo in dubbio che la tradizione della guerra giusta sia stata interpretata in maniera adeguata. Nella sua enciclica Fratelli tutti asserisce che «non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”»[7].

Francesco ha ribadito questa posizione nel colloquio con il patriarca ortodosso di Mosca Kirill sulla guerra in Ucraina, quando ha affermato che «un tempo si parlava anche nelle nostre Chiese di guerra santa o di guerra giusta. Oggi non si può parlare così»[8]. Già nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2017, intitolato La nonviolenza: stile di una politica per la pace, il Papa ha sostenuto con forza la non violenza come mezzo per affrontare le questioni che insorgono nei contesti internazionali. Queste le sue parole: «Possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme»[9].

Dichiarazioni come queste, tratte dagli insegnamenti ufficiali della Chiesa, inducono a ritenere che l’autorità cattolica si stia orientando all’adozione di un fermo impegno per la non violenza, e dunque ad abbandonare quella tradizione della guerra giusta che per molti secoli ha plasmato il pensiero cattolico riguardo all’etica della guerra e della pace.

Il diritto a una legittima difesa

Tuttavia, il fatto che questo mutato atteggiamento si stia effettivamente verificando è stato negato da numerosi commentatori all’interno e all’esterno della comunità cattolica. Per esempio, i teologi cattolici Mark J. Allman e Tobias Winright hanno sostenuto che la dichiarazione conclusiva della Conferenza romana di «Pax Christi» del 2016 legge in modo selettivo le Scritture, la tradizione cattolica e i recenti insegnamenti della Chiesa. Allo stesso modo, essi si dicono convinti che quell’appello non presti sufficiente attenzione ai casi in cui la forza è necessaria affinché vi sia un’efficace difesa delle persone nei confronti di gravi ingiustizie.

A loro avviso, esso traccia un’errata dicotomia tra l’impegno per la non violenza e la precisazione compiuta dalla tradizione della guerra giusta circa il fatto che la forza andrebbe usata al fine di promuovere quel tipo di pace che è costruito sulla giustizia e che andrebbe usata solo come estrema risorsa quando sono stati esauriti gli altri mezzi per raggiungere una pace giusta[10].

Per esempio, quell’appello non tiene conto del fatto che sant’Agostino pensava che la forza armata potesse essere un mezzo per ottenere la pace. Agostino ha affermato che «anche la crudeltà di coloro che fanno la guerra e tutti i turbamenti degli uomini vogliono giungere al fine della pace»[11]. Per il santo di Ippona, ovviamente, scopo della guerra può essere una pace buona o una cattiva, una pace giusta o una ingiusta. Ma egli riteneva sbagliato intraprendere una valutazione morale e religiosa della guerra senza riconoscere che una forma di pace può essere uno degli obiettivi del conflitto.

Allman e Winright sottolineano inoltre come la dichiarazione diffusa dalla Conferenza di «Pax Christi» trascurasse il fatto che, quando il Vaticano II ha elogiato la non violenza, presupponeva che l’azione non violenta dovesse essere attuata «senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri o della comunità»[12]. Il Concilio ha anche dichiarato che, «una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa»[13].

Dal canto suo, un illustre storico della tradizione della guerra giusta come James Turner Johnson ha chiesto: «La Chiesa cattolica sta per abbandonare la dottrina della guerra giusta?»[14]. Per quanto Johnson non sia cattolico, i suoi studi accademici sulla tradizione della guerra giusta lo hanno convinto che l’abbandono da parte cattolica di questa tradizione sarebbe un grave errore. Egli osserva: «Alcune ingiustizie possono essere contrastate solo con l’uso della forza militare, e questa consapevolezza è sempre stata al centro dell’idea di guerra giusta».

Secondo Johnson, la tradizione della guerra giusta non pone difficoltà insormontabili, ma in compenso può contribuire, in alcune circostanze, a superare gravi problemi di ingiustizia. Quindi non sorprende che egli, associando l’analisi politica e gli studi storici, si opponga all’idea che il cattolicesimo dovrebbe rinunciare al principio secondo cui la guerra a volte può essere moralmente giustificata.

Le condizioni di moralità

Ma allora, dove conduce la questione? Nonostante papa Francesco si sia espresso in termini fermi sul fatto che la guerra oggi non è più giustificabile, alcune altre sue dichiarazioni suggeriscono che la posizione da lui assunta non è assoluta.

Nel suo messaggio al Convegno indetto nel 2016 da «Pax Christi», il Papa ha affermato che l’abolizione della guerra è «lo scopo ultimo e più degno» della comunità umana. Ma nello stesso discorso ha anche citato l’affermazione del Vaticano II secondo cui i governi detengono comunque il diritto all’autodifesa legittima, una volta che gli sforzi non violenti per resistere all’ingiustizia siano stati esauriti[15]. E in una significativa conferenza stampa durante il volo di ritorno dal viaggio in Kazakistan del 2022, quando gli è stato chiesto se l’Ucraina dovesse ricevere armi per difendersi, Francesco ha risposto affermativamente: «Questa è una decisione politica, che può essere morale, moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità […]. Difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore alla Patria»[16].

Quando qui il Papa parla di «condizioni di moralità», si riferisce senz’altro alle norme della tradizione sulla guerra giusta. In effetti, in quella stessa conferenza stampa egli ha suggerito che «si dovrebbe riflettere ancora di più sul concetto di guerra giusta»[17]. Francesco sembra dire che occorre una più attenta riflessione su come vadano intese le norme per l’uso legittimo della forza proposte dalla tradizione della guerra giusta, e su come queste norme vadano applicate.

In altre parole, si può ritenere che papa Francesco stia esortando i cristiani affinché assumano un fermo impegno per prodigarsi a superare l’ingiustizia in modi non violenti, ma non che stia suggerendo che la Chiesa dovrebbe abbandonare la tradizione della guerra giusta. L’importanza di un impegno per la non violenza scaturisce chiaramente dal comandamento di non uccidere e dall’appello di Gesù ai cristiani a essere costruttori di pace.

Recenti eventi politici hanno dimostrato che l’azione non violenta può essere piuttosto efficace nel resistere all’oppressione e nell’assicurare la giustizia. Adam Roberts e Timothy Garton Ash, storici di Oxford, hanno evidenziato una serie di esempi di successo che hanno avuto campagne non violente contro l’ingiustizia.

Vi rientrano la feconda resistenza di Gandhi al dominio coloniale britannico, che alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso portò all’indipendenza indiana; il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti negli anni Sessanta; il movimento del «potere al popolo» nelle Filippine negli anni Ottanta; le lotte avviate in Polonia che portarono alla fine dell’Unione Sovietica nel 1991; e l’abbandono dell’apartheid a favore della democrazia multirazziale in Sud Africa nel 1994[18].

Da parecchio tempo, le cronache italiane sono colme di delitti perpetrati contro le donne. Il fenomeno riguarda tutte le età e condizioni sociali, tanto da sembrare endemico nella nostra società. A questo tema è dedicato un episodio monografico di Ipertesti Focus, il podcast de «La Civiltà Cattolica».

Infatti, alcuni recenti studi socio-scientifici hanno dimostrato che, nel resistere all’ingiustizia, la non violenza può spesso essere più produttiva dell’uso della forza. Le politologhe Maria Stephan ed Erica Chenoweth portano numerose prove empiriche per dimostrare che, nei movimenti interni contro l’ingiustizia dei governi oppressivi, le campagne non violente hanno avuto spesso più successo delle lotte che hanno utilizzato mezzi violenti[19]. Questa evidenza suggerisce che l’appello di papa Francesco affinché la Chiesa adotti un’etica animata da un forte impegno per la non violenza non è né ingenuo né politicamente irrealistico per quanto riguarda la ricerca della giustizia.

Allo stesso tempo, appare chiaro che Francesco non esorta al mero abbandono della tradizione della guerra giusta. Piuttosto, egli invita i cristiani, e in definitiva tutti gli esseri umani, a riconoscere l’enorme distruttività della guerra e a provare una profonda riluttanza a ricorrere alla forza. Vuole evitare un’interpretazione della tradizione della guerra giusta che porti a utilizzarla secondo modalità inclini a legittimare prontamente la guerra.

Rifacendoci al titolo dell’ormai classico libro di Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste, potremmo definire questa tradizione come «la tradizione della guerra giusta e ingiusta», perché essa spiega quando e perché il ricorso alla forza armata sia molto spesso ingiusto e da evitare.

Papa Francesco, infatti, sostiene un’interpretazione così stringente delle norme morali per il ricorso legittimo alla forza armata che molti, se non la maggior parte, dei conflitti odierni dovrebbero essere giudicati illegittimi. Poiché non sono giustificati, essi non avrebbero dovuto neppure essere scatenati. Tuttavia, in circostanze estreme e come ultima risorsa, Francesco sembra non rifiutare l’uso della forza quando è necessario difendere persone innocenti.

Un’autentica costruzione della pace

Letto in questo modo, l’insegnamento del Papa sull’etica della guerra si avvicina a quanto affermato dai vescovi cattolici statunitensi nella dichiarazione del 1993, The Harvest of Justice is Sown in Peace, pubblicata nel decimo anniversario della loro precedente lettera pastorale The Challenge of PeaceGod’s Promise and Our Response.

La dichiarazione del 1993 ribadiva che la valutazione morale del conflitto dovrebbe iniziare dal riconoscimento dei «terribili costi umani e morali della violenza». Questa constatazione ha indotto i vescovi statunitensi a sottolineare il fatto che difendere la vita umana ovunque sia minacciata è «il punto di partenza per un’autentica costruzione della pace»[20].

Tale riconoscimento della sacralità della vita umana, così come l’accento posto dai vescovi sulla chiamata che Gesù rivolge ai cristiani a essere operatori di pace, li ha portati a sostenere con forza la non violenza nel contesto di un’etica cristiana[21]. In effetti, a partire da qui sia i vescovi statunitensi sia papa Francesco giungono a suggerire che l’impegno per la non violenza dovrebbe essere il punto di partenza dei cristiani desiderosi di difendere persone innocenti da gravi ingiustizie.

Come affermano i vescovi statunitensi: «Nelle situazioni di conflitto, il nostro impegno costante dovrebbe essere, per quanto possibile, di tendere alla giustizia con mezzi non violenti. Ma quando i continui tentativi di azione non violenta non riescono a proteggere gli innocenti da una radicale ingiustizia, in tal caso alle autorità politiche legittime è consentito come ultima risorsa di impiegare una forza limitata per salvare gli innocenti e stabilire la giustizia»[22].

Pertanto, sia i vescovi statunitensi sia papa Francesco considerano la non violenza il fulcro di un approccio cristiano alle politiche internazionali. Tuttavia i vescovi statunitensi, riconoscendo anche che il mondo è segnato dal peccato che porta al conflitto, ritengono che un uso strettamente limitato della forza possa talvolta essere necessario se è per una giusta causa, perseguita con retta intenzione, con mezzi proporzionati, con probabilità di successo e come ultima risorsa[23].

Possiamo leggere così anche il modo in cui Francesco considera la guerra. Solo quando i mezzi non violenti per ottenere giustizia sono stati esauriti, il Pontefice consente di scavalcare il «presupposto contro la forza», alla ricerca di una pace che protegga la dignità umana e i diritti umani.

Alcuni autori recenti, tra i quali James Turner Johnson, hanno sostenuto che il primato accordato agli approcci non violenti all’ingiustizia nell’attuale insegnamento papale ed episcopale costituisce di fatto un abbandono della tradizione della guerra giusta[24]. Johnson ritiene che la tradizione cattolica ponga una pregiudiziale favorevole alla tutela della giustizia, anche mediante l’uso della forza, piuttosto che una presunzione a favore della non violenza. Quindi, a suo parere, l’accentuazione del presupposto che, se possibile, si dovrebbe cercare la giustizia attraverso metodi non violenti è da leggere come un abbandono della tradizione della guerra giusta e ingiusta. Noi pensiamo, però, che l’argomentazione di Johnson sia errata. San Tommaso d’Aquino sviluppa la sua trattazione dell’etica della pace e della guerra in risposta alla questione «se fare la guerra sia sempre un peccato» (in latino: utrum bellare semper sit peccatum)[25].

Chiedere se la guerra sia sempre peccaminosa significa indubbiamente presupporre che la guerra debba essere evitata, per quanto è possibile. In effetti, lo stesso Johnson lo riconosceva in un articolo scritto nel 1979. In quell’occasione faceva notare che le quaestiones iniziali di Tommaso d’Aquino sull’etica della guerra, che egli definiva la «questione originaria della guerra giusta», suggeriscono «la scoperta alquanto sorprendente che i cristiani pacifisti e quelli non pacifisti della guerra giusta hanno qualcosa di sostanziale in comune: una profonda sfiducia nei confronti della violenza»[26]. Purtroppo, nei suoi scritti più recenti, lo storico statunitense sembra aver dimenticato la sua precedente opinione sulla stretta relazione tra non violenza ed etica della guerra giusta, soprattutto quando critica i recenti dibattiti cattolici.

Le prospettive di papa Francesco e dei vescovi statunitensi implicano quindi che la non violenza e l’etica della guerra giusta vadano considerate in una relazione complementare. Seguendo tale prospettiva, diventa chiaro che il Vangelo e il rispetto per la vita umana spingono i cristiani a cercare la giustizia in modi non violenti. E se la giustizia non può essere efficacemente assicurata con mezzi non violenti, le norme sulla guerra giusta andrebbero applicate con grande rigore. Ciò significa che la pregiudiziale a favore della non violenza ci aiuta sia a interpretare sia ad applicare correttamente le norme sulla guerra giusta-ingiusta.

In primo luogo, il presupposto di una risposta non violenta all’ingiustizia rafforza il rigore con cui dovrebbe essere applicata la norma della guerra giusta di «ultima istanza». Solo quando i mezzi non violenti sono stati pienamente perseguiti, si dovrebbe prendere in considerazione l’uso della forza armata.

In secondo luogo, il presupposto a sostegno della non violenza era evidente quando la Commissione internazionale sull’intervento e la sovranità dello Stato formulò per la prima volta la dottrina della «responsabilità di proteggere». I «princìpi di precauzione» della Commissione sottolineano che per proteggere le persone da gravi abusi, come il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra, dovrebbero essere usati la diplomazia e altri mezzi non militari. L’uso della forza armata dovrebbe essere preso in considerazione solo quando diventa chiaro che gli sforzi diplomatici non sono in grado di proteggere le persone da questi gravi crimini[27].

Infine, l’impegno per la non violenza dovrebbe rafforzare la costruzione della pace all’indomani del conflitto, compresi gli sforzi per realizzare la riconciliazione attraverso la ricostruzione e persino il perdono[28]. In tale prospettiva, sembra ancora più importante continuare ad approfondire e a valorizzare le potenzialità degli strumenti della non violenza sia nel contribuire alla risoluzione dei conflitti, come già affrontato anche dal punto di vista empirico negli studi citati di Ash – Roberts e di Stephan – Chenoweth, sia nel processo di ricostruzione post-conflitto finalizzato a consolidare le fondamenta di quell’«edificio da costruirsi continuamente» (GS 78) che è la pace.

L’impegno per la non violenza può apportare quindi un grande contributo nelle attuali situazioni politiche che ci troviamo ad affrontare e non dovrebbe essere considerato irrealistico. L’importante contributo del presupposto a favore della non violenza è evidente negli sforzi di papa Francesco per contribuire a portare la pace nel conflitto tra Russia e Ucraina.

Il Pontefice ha ripetutamente invitato entrambe le parti a lavorare per la fine del conflitto, sedendosi al tavolo per negoziare la pace. Questi appelli mostrano il suo profondo impegno nel cercare sia la pace sia la giustizia attraverso sforzi diplomatici che evitino e superino la violenza. Un impegno evidenziato non solo dalle dichiarazioni del Papa che sollecitano il cessate il fuoco e il negoziato diplomatico, ma anche dal suo proporsi come mediatore in prima persona di una pace giusta.

Francesco, dunque, incarna un forte impegno cristiano per la non violenza e, insieme, per la tradizione della guerra giusta-ingiusta. Nel regno di Dio si realizzeranno sia la totale non violenza sia la pienezza della giustizia. Nei limiti dell’esistenza storica, tuttavia, le nostre società e la nostra politica non saranno all’altezza del pieno raggiungimento della non violenza e della giustizia proprie del regno di Dio realizzato. Quando si daranno casi del genere, saremo costretti a prendere sagge decisioni politiche su come bilanciare i valori della non violenza e della giustizia.

Guardando al futuro, possiamo sperare che i capi delle nazioni seguano papa Francesco nell’impegno sia per la non violenza sia per la giustizia. Questo li aiuterà a cogliere l’importanza della non violenza mentre perseguono la giustizia e la pace attraverso l’azione politica e la diplomazia. Consentirà loro altresì di scorgere che la non violenza e le norme della guerra giusta sono complementari. La complementarità di un’etica della non violenza e della giustizia può orientare in modo moralmente efficace l’attività futura dei capi delle nazioni. Contribuirà anche a plasmare la missione della Chiesa nella vita pubblica, dove essa cerca di rispondere alla promessa di Cristo sulla venuta del regno di Dio.

CIVILTA' CATTOLICA


*David Hollenbach

Professore presso la School of Foreign Service della Georgetown University di Washington DC (Usa).

 

martedì 26 novembre 2024

DANILO DOLCI, UN PROFETA DEI NOSTRI TEMPI

 

Ricordando DANILO DOLCI 


a cento anni dalla nascita





-         di Italo Bassotto

 Strana facoltà umana è la “memoria”: ci porta a ricordare solo chi vogliamo e a dimenticare chi ci dà o ha dato fastidio… Tra i tanti “memento” della storia, noi educatori e pedagogisti abbiamo celebrato il centenario della nascita di Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana e i due lustri dalla morte di Mario Lodi, il maestro del Po di Piadena: entrambi monumenti e colonne dell’educazione scolastica democratica e “umana” (nel senso di rispettosa ed attenta alla dignità dei bambini e dei ragazzi nell’esercizio del loro diritto allo studio). E, insieme a noi, gente di scuola, si sono accodati nelle celebrazioni i media nazionali (e non solo), gli opinion leaders e, naturalmente i politici più attenti e sensibili. Si sono realizzati più di 400 convegni, seminari, giornate di studio per approfondire il pensiero e le opere dei due “maestri”; molte Università hanno dedicato i corsi monografici dei due anni accademici recenti alla presentazione delle due figure emblema della pedagogia contemporanea; sono stati pubblicati non meno di una decina di testi e centinaia di articoli che approfondivano i diversi aspetti dei metodi educativi di Don Lorenzo e di Mario Lodi…

 Al contrario dei cento anni dalla nascita di Danilo Dolci, poeta, sociologo, educatore, sostenitore delle cause dei poveri contadini della Sicilia, propugnatore del metodo non violento nella politica e nelle rivendicazioni sociali, antifascista e nemico della mafia nessuno ha fatto cenno: né i media, né gli epigoni delle lotte per il riscatto dei poveri (contadini, operai, giovani disoccupati), né tanto meno gli apparati istituzionali della scuola, dello Stato e della Chiesa si sono mossi per ricordare una persona che ha speso la sua vita per il riscatto degli ultimi.

 Provo a riassumere la storia della sua vita breve, ma intensa (1924-1997); zingaro nella sua infanzia e giovinezza (nato in Slovenia, il padre ferroviere costringe lui e sua madre a vivere in diverse città del Nord) studia a Brescia e a Milano, manifestando uno straordinario interesse per le arti (musica, letteratura e pittura), ma anche una forte avversione al fascismo che lo porta a rifiutare la divisa da repubblichino ed a fuggire nel centro Italia, dove vive gli ultimi due anni della guerra facendo il pastore in Abruzzo, ospite di un contadino. Finita la guerra emigra a Roma dove si iscrive ad Architettura, ma non finisce gli studi perché, tornato a Milano, comincia a frequentare gli ambienti della rivolta culturale e sociale: le fabbriche di Sesto san Giovanni ed il ri-nascente movimento operaio; le lezioni di Ernesto Bonaiuti teologo e filosofo che sostiene le tesi del modernismo e, per questo, sospeso a divinis; ed infine sceglie di andare a vivere l’esperienza di Nomadelfia, una comune di cristiani animata da don Zeno Saltini. Dopo due anni, abbandona la comunità e si trasferisce nella Sicilia occidentale, la più povera e derelitta vivendo fra Partinico e Trappeto. Qui inizi il suo lavoro di alfabetizzazione e di sensibilizzazione dei contadini mettendo a punto i due pilastri della sua “filosofia esistenziale”: il metodo maieutico (o del dialogo sociale e politico con la povera gente) e la pratica della non violenza (he gli varrà il titolo di “Gandhi italiano” insieme ad Aldo Capitini). Tre sono le azioni degne di essere raccontate negli anni della sua testimonianza sociale e politica a favore dei contadini siciliani: i digiuni (diversi e in diverse contesti) per smuovere i politici siciliani e nazionali in favore dei poveri da lui protetti (la prima volta non mangia per giorni adagiato sul letto di un bambino morto di fame); gli “scioperi alla rovescia”, ovvero invece di non andare a lavorare gli operai ed i braccianti si riunivano in gruppi con lui che li guidava a svolgere lavori socialmente utili (come sistemare strade prima impercorribili, edificare dighe per dare acqua alle campagne, costruire case per i terremotati del Belice che vivevano in baracche fatiscenti anni dopo quella immane tragedia…

 Tutto questo gli provocò numerose denunce spesso sostenute da notizie di reato ridicole come quelle che gli vennero mosse per “digiuno pubblico illegale” (sic!), oppure nel caso degli scioperi alla rovescia di “istigazione a disobbedire alle leggi” (negli stessi anni al Nord don Mazzolari e don Milani scrivevano che la disobbedienza era un dovere morale quando le leggi erano ingiuste o contrarie alla propria coscienza!). Fu processato almeno cinque volte e in due fu anche condannato al carcere, ma non smise mai di praticare le sue battaglie in favore degli ultimi con il metodo della non violenza attirando intorno a sé numerosi giovani, che avevano compreso il senso della sua lotta: ricordo Peppino Impastato, Lorenzo Barbera e Goffredo Fofi. Intanto anche la sua produzione letteraria cominciava a dargli notorietà e ad attirare l’attenzione sia degli intellettuali italiani (Vittorini, Levi, Bobbio, Moravia…) sia europei (Russel, Sartre, Piaget, Huxely…); vinse numerosi premi ed ottiene riconoscimenti sia in Italia che all’estero: purtroppo anche in Russia riceve il premio Lenin, che fa gridare i media italiani al fatto che egli era un pericoloso “comunista” …

Intanto avvia altre tre straordinarie iniziative: la prima “radio libera” italiana (Radio Partinico), che viene chiusa dopo meno di 30 ore e lui denunciato, ovviamente!, la seconda è la creazione del Centro Educativo di Mirto (frazione di Partinico) nel quale mette a punto i suoi due principi pedagogici: il dialogo maieutico e la cooperazione scolastica fra gli alunni, partendo dalla distinzione fra “trasmettere e comunicare”(per quanto riguarda il metodo dialogico) e il “potere e il dominio” per quanto riguarda la collaborazione… Infine merita di essere ricordato il suo impegno nella lotta alla mafia con particolare riguardo alle sue commistioni con la politica specie negli anni che dal 1970 vanno fino alla sua morte. Questa battaglia gli portò denunce e processi, ma soprattutto il disprezzo di quella stessa gente che lui cercava di aiutare: infatti veniva tacciato di denigrare la Sicilia ed i suoi abitanti con questo suo voler denunciare continuamente il malaffare e la corruzione legata ai poteri mafiosi, perfino il cardinale Ruffini lo elencava fra i tre malanni che portavano disprezzo alla Sicilia: il romanzo di Tomasi di Lampedusa  (il Gattopardo), il gran parlare di mafia e Danilo Dolci che, con le sue iniziative e le sue polemiche, gettava il discredito sulle istituzioni e su ciò che di buono si andava facendo nell’isola.

Negli ultimi anni di vita il rivoluzionario e animatore sociale lascia il posto al poeta ed allo scrittore: pubblica una raccolta di poesie (tra le quali c’è la bellissima: ciascun bambino cresce solo se sognato…) che gli varrà il premio Viareggio e mette a punto in diversi saggi i pilastri del suo pensiero educativo e sociologico (il dialogo, la non violenza, la cooperazione) con un progressivo allargamento ai temi della pace e della convivenza fra i popoli. Questi lavori, pubblicati dalla fine degli anni ’70 sino alla sua morte, lo porteranno a ricevere in India il premio Gandhi ed a Bologna la laurea honoris causa in scienze dell’educazione.

 Mi sono dilungato sui passaggi salienti della biografia di Danilo Dolci, perché il suo è un caso assai raro nel quale il pensiero si capisce per intero semplicemente guardando alle azioni ed alle scelte di vita del protagonista. Caratteristica tipica dei “maestri”, per i quali il pensiero diventa vita e l’esperienza vissuta riflessione, ma allora mi chiedo (e chiedo ai miei lettori) come mai Mario Lodi ed il priore di Barbiana suscitano tanta attenzione sia all’interno della scuola, sia sui mezzi di comunicazione di massa, mentre, al contrario, Danilo Dolci è caduto nell’oblio quasi totale? Credo che la spiegazione stia nel fatto che la sua testimonianza pedagogica e politica abbia avuto come terreno di coltura la Sicilia dei poveri, dei terremotati, delle vittime delle vessazioni mafiose… e la Sicilia non ha una buona audience sui media nazionali. Si dimentica così che, in realtà, per Danilo Dolci la Sicilia non era altro che un “laboratorio” della sua idea di equità, di giustizia sociale di relazioni istituzionali ed umane ispirate alla pace ed alla non violenza. Ogni volta che una sua iniziativa saliva agli onori della cronaca (spesso quella processuale) egli non perdeva l’occasione per far diventare la vicenda che lo vedeva accusato un prototipo di quello che doveva essere il messaggio di solidarietà da comunicare (non da trasmettere, come diceva lui) a tutte le comunità in lotte per uscire dal degrado e dalla miseria. Ma su questo passaggio era sempre più solo: i suoi amici se ne andarono prima di lui e le mass comunications non amavano il suo messaggio silenzioso e non violento.

 Per quanto riguarda il metodo dialogico in educazione oggi c’è una rinascita della maieutica e della costruzione sociale degli apprendimenti, ma abbiamo dovuto (da inveterati provinciali) passare attraverso le linee metodologiche elaborate nel mondo anglosassone (l’intelligenza emotiva, la flipped classroom, il debate, la philosophy for children…), dimenticando che in Europa le cose che dicono questi autori le facevano già Socrate Platone e Aristotele 400 anni prima di Cristo!