-di Heinrich Angga Indraswara
Direttore della ricerca presso Praksis (Centro gesuita per la ricerca
e l’advocacy in Indonesia) e dottorando in Scienze politiche alla London School
of Economics and Political Science.
«Perché dovrei far
sentire la mia voce? Tanto la mia vita non cambierà mai». A pronunciare queste
parole rassegnate è stata una giovane donna che vive in un quartiere popolare
di Giacarta, in Indonesia. Mentre parlava, gli altri presenti annuivano. È seguito
un lungo silenzio, lo stesso che tanti altri giovani mantengono di fronte a una
politica democratica che sembra più distante da loro.
Il clima cupo di quella
stanza chiusa si estende ben oltre oceani e continenti. In tutto il mondo molti
giovani sono frustrati dal modo in cui la democrazia non è riuscita a mantenere
la sua promessa inclusiva. Alcuni hanno espresso la loro indignazione in grandi
proteste; ma per lo più la maggioranza di loro ha sopportato in silenzio la
propria esasperazione, sfiduciata sul fatto che la democrazia tuteli ancora uno
spazio per la loro voce.
Tra molti giovani che
preferiscono restare in silenzio, la politica rimane comunque una questione
centrale. Se potessero, parteciperebbero. Tuttavia, in assenza di una sicurezza
economica, di canali efficaci di partecipazione e di competenze civiche adeguatamente
coltivate, il voto e la condivisione di contenuti politici sui social media
restano le uniche forme di partecipazione a loro accessibili. Il disimpegno non
nasce necessariamente da apatia personale. Per tanti giovani la politica è
importante, ma essi non credono più che la loro vita e le loro aspirazioni
contino davvero per chi detiene il potere.
Come può, allora, la
democrazia restituire speranza ai giovani? Perché questi possano riporre
fiducia nelle sue istituzioni, la via è una sola: la democrazia deve
necessariamente incarnarsi nella loro vita, con tutte le sue gioie e le sue
fatiche.
Il disimpegno
politico giovanile a Giacarta
Uno studio del 2025
condotto da Praksis (Centro gesuita per la ricerca e l’advocacy
in Indonesia) offre un utile punto di partenza[1].
Basato su un’indagine originale che ha riguardato 400 giovani tra i 16 e i 30
anni residenti a Giacarta e su una serie di focus group svolti con
alcuni partecipanti, lo studio individua tre vincoli interconnessi che
determinano le modalità della partecipazione e del coinvolgimento politico dei
giovani. Per «partecipazione politica» si intendono le attività più formali,
mentre il «coinvolgimento politico» comprende forme più ampie di
coinvolgimento, come seguire le questioni politiche sui social media o prendere
parte a discussioni su temi di rilevanza civile.
In primo luogo, la
politica appare un lusso riservato ai giovani non gravati dalla precarietà
economica. Sebbene più di due terzi degli intervistati abbiano dichiarato di
essere interessati alla politica contemporanea e nove su dieci si dicano
coinvolti in attività sociali, quasi nessuno prende parte a organizzazioni
politiche formali. Interrogato sul perché di un divario così marcato, un
intervistato ha osservato: «Nel mio quartiere il livello di istruzione è basso.
La gente dice: “A che serve mettersi a protestare? Ogni giorno cerco solo di
procurarmi da mangiare e da bere. Il governo non mi dà soldi, devo
guadagnarmeli da solo”». Se la sopravvivenza economica domina le loro
preoccupazioni quotidiane, la politica e la partecipazione democratica
diventano accessibili solo quando non sottraggono tempo al lavoro. Un altro
partecipante ha affermato: «Chi ha un reddito basso fatica anche solo a
mangiare. È ovvio che gli resti poco spazio per la partecipazione politica».
La vulnerabilità
economica influenza anche ciò che i giovani si aspettano dal governo. Tra gli
intervistati, le questioni prioritarie risultano essere la disoccupazione, la
corruzione e l’inflazione. I politici lo sanno, ed è per questo che ogni
campagna elettorale è costellata di promesse in questi ambiti. Ha commentato
ironicamente un intervistato: «Ci avevano promesso lapangan pekerjaan
(“posti di lavoro”), ma a crescere sono stati i lapangan padel (“campi
da padel”)». In queste condizioni, trovano facile accoglienza i programmi
populisti che promettono un sollievo economico immediato. Per i giovani
economicamente vulnerabili i trasferimenti diretti di denaro non solo
alleggeriscono il peso quotidiano, ma consentono anche qualche piccolo margine
di respiro. «Per questo pensiamo che la situazione stia migliorando. Per noi,
gente comune, anche una piccola somma di denaro ha già molto valore», ha
spiegato un partecipante.
In secondo luogo, le
istituzioni politiche esistenti appaiono poco reattive rispetto ai bisogni dei
giovani. Circa il 76% degli intervistati ha dichiarato di aver votato alle
elezioni generali; tuttavia quasi nessuno fa capo a partiti politici, né ha alcun
contatto con i propri rappresentanti. «Come possiamo esprimere le nostre idee?
Non sappiamo in che modo farlo, né dove», si è lamentato uno dei giovani. Un
altro ha aggiunto: «Ci ascoltano solo quando a loro serve farsi fotografare,
quando si avvicinano le elezioni. Poi non si fanno più sentire». Quasi la metà
degli intervistati prova ormai disgusto per la politica. Non per ignoranza, ma
per la ripetuta esperienza di non contare più nulla per chi detiene il potere.
In terzo luogo, i social
media, pur rappresentando l’unico spazio rimasto per l’espressione politica,
sono un terreno pieno di rischi. Contrariamente a quanto si pensa, la maggior
parte dei giovani non produce contenuti politici originali; piuttosto, amplifica
contenuti virali, nella speranza che la viralità supplisca alla mancanza di
accesso. «Se condividiamo contenuti nostri, non succede nulla. Aspettiamo
quindi che qualcuno più influente pubblichi qualcosa e poi lo sosteniamo per
renderlo virale». Tuttavia, chi osa esprimere opinioni rischia di essere
investito da sistematiche molestie digitali: «Sì, l’account è stato chiuso e ci
sono stati molti attacchi coordinati di diffusione di dati personali (doxxing).
Quando ne abbiamo creato uno nuovo, gli attacchi sono ricominciati».
In sintesi, per i giovani
intervistati, soprattutto per quelli economicamente vulnerabili, l’impegno
politico comporta costi elevati e benefìci remoti. Per partecipare, devono
sacrificare tempo lavorativo, che non possono permettersi di perdere. E parimenti,
non possono aspettarsi che il loro impegno sia efficace, ma nel frattempo si
espongono al rischio di subire molestie digitali. I vincoli economici che
gravano su di loro li spingono a dare valore alla democrazia solo nella misura
in cui porta cibo in tavola. In assenza di benefìci concreti, essa finisce per
apparire una realtà estranea alla loro vita con tutte le loro gioie e le loro
fatiche. Purtroppo, questo sradicamento non è un fenomeno esclusivo della
capitale indonesiana…
Il disincanto
globale nei confronti della democrazia
Il distacco dalla
democrazia è un fenomeno che attraversa nazioni e continenti. In tutti i Paesi
del sud-est asiatico è evidente lo stesso paradosso: molto interesse, ma scarso
coinvolgimento. In un’indagine del 2024 condotta su oltre 3.000 studenti universitari
in sei Paesi della regione, circa due terzi si sono detti interessati a entrare
in organizzazioni sociopolitiche[2].
Ancora più significativamente, non più di metà di quegli studenti ha espresso
un sostegno incondizionato alla democrazia. L’altra metà è disposta ad
accettare forme di governo diverse, si mostra indifferente, oppure non sa che
cosa rispondere. Tendenze analoghe si riscontrano anche nelle democrazie più
consolidate del Continente. In Giappone, Corea del Sud e Taiwan, i favorevoli
all’abbandono della democrazia liberale superano in numero i sostenitori, e né
il livello di istruzione né lo sviluppo economico sembrano bastare a invertire
tale tendenza[3].
Per varie ragioni, le democrazie asiatiche non sono riuscite ad affermarsi come
l’unica strada percorribile[4].
In Africa, il disimpegno
politico giovanile rimane diffuso, in un contesto di crescente insoddisfazione
nei confronti della democrazia. In 39 Paesi africani i giovani di età compresa
tra i 18 e i 35 anni partecipano meno delle generazioni più anziane alle
riunioni comunitarie, votano meno alle elezioni e si rivolgono più raramente ai
rappresentanti politici[5].
Pur essendo più inclini delle generazioni precedenti a protestare, solo uno su
dieci lo fa effettivamente. Questi dati si collocano nel quadro di un più ampio
declino del consenso verso la democrazia. Tra il 2011 e il 2023, in 30 Paesi
africani il consenso è sceso dal 50% al 38%, mentre anche il rifiuto del
governo militare è diminuito dal 76% al 65%[6].
Una frase di un giovane sudafricano riassume efficacemente questa tendenza: «La
democrazia non mi interessa. A me importano solo il mio benessere e quello
della mia famiglia. Se la democrazia non è in grado di offrire posti di lavoro
e una vita dignitosa, a che serve?»[7].
In ogni parte del mondo
livelli altrettanto bassi di coinvolgimento caratterizzano anche le democrazie
consolidate. Negli Stati Uniti, le condizioni economiche continuano a
influenzare in modo decisivo la propensione alla partecipazione civica tra i
giovani di oggi[8].
Allo stesso modo dei giovani di Giacarta, quelli statunitensi che non
dispongono di un’istruzione superiore o di un’occupazione stabile sono molto
meno propensi a impegnarsi in attività di promozione sociale o in forme di
organizzazione comunitaria. Inoltre, nonostante l’immagine diffusa di giovani
politicamente attivi – per esempio, nelle proteste contro le politiche
sull’immigrazione –, solo la metà di loro prende parte al voto, e meno di uno
su cinque partecipa a proteste politiche[9].
La ragione è la stessa che si riscontra nei Paesi africani: i livelli limitati
di partecipazione rientrano nel contesto di un calato sostegno alla democrazia
da parte delle nuove generazioni[10].
Nei Paesi Oecd
l’affluenza alle urne dei giovani tra i 18 e i 24 anni è in media inferiore di
12 punti percentuali rispetto a quella degli adulti tra i 25 e i 50 anni[11].
Uno studio del 2018 condotto su popolazioni degli Stati membri dell’Unione
europea ha mostrato con chiarezza che la classe sociale e il livello di
istruzione sono fattori determinanti per il grado di partecipazione: i meno
coinvolti sono coloro che appartengono agli strati socioeconomici più bassi[12].
I giovani che interrompono gli studi a 18 anni hanno una probabilità dimezzata
di entrare in un’organizzazione politica rispetto ai coetanei che proseguono la
formazione. A conferma, un’indagine Eurobarometer del 2025 indica che la
familiarità con i processi decisionali partecipativi dell’Unione europea varia
dal 10% tra coloro che hanno terminato l’istruzione formale a 15 anni al 24%
tra coloro che hanno studiato fino ai 20 anni o oltre[13].
Il quadro è coerente: quanto più i giovani sono lontani dall’istruzione e dalla
sicurezza economica, tanto più si allontanano dalla partecipazione democratica.
Ma il disincanto e il
disimpegno nei confronti della democrazia non riguardano soltanto i giovani:
nell’ultimo decennio la fiducia nella democrazia si è indebolita in tutte le
generazioni[14].
Tuttavia, tra i giovani questo declino appare più marcato.
Nonostante le profonde
differenze che sussistono tra i singoli contesti nazionali, molti Paesi
sembrano condividere un medesimo sintomo: le loro democrazie concedono spazio
formale ai giovani cittadini tramite il voto, ma essi non si sentono coinvolti
nei processi che ne plasmano le vite. È questa distanza istituzionale a
spiegare il disimpegno dei giovani. Come osserva la studiosa Intifar Chowdhury,
«il disimpegno giovanile non è la causa, ma il sintomo della crisi della
democrazia»[15].
Ogni anno, in Italia, più
di mille persone muoiono sul lavoro. Un «bollettino di guerra», come lo ha
definito papa Francesco nel 2023, i cui numeri risultano più elevati rispetto a
quelli delle vittime del crimine organizzato. Ne parliamo con Bruno Giordano,
magistrato presso la Corte di Cassazione, e Alberto Verzulli, presidente per la
regione Lazio dell’Anmil.
La disincarnazione
delle democrazie contemporanee
Il disimpegno politico
dei giovani è solo uno dei molti sintomi di una crisi più ampia che affligge le
democrazie del XXI secolo. Oggi quasi tre quarti della popolazione mondiale
vive in regimi autocratici[16].
Secondo la classificazione di Regimes of the World, se ne possono
distinguere due tipi (le autocrazie chiuse e quelle elettorali), così come si
possono distinguere due tipi di regimi democratici (democrazie elettorali e
democrazie liberali)[17].
Nell’ultimo quarto del XX secolo il numero delle democrazie è cresciuto da 37 a
85[18].
Dopo aver raggiunto il picco di 96 nel 2016, è sceso a 88 nel 2024, mentre le
autocrazie sono aumentate da 83 a 91. In genere, non è un crollo diretto a
trasformare i sistemi democratici in forme autoritarie chiuse, ma un
progressivo scivolamento dallo stato di democrazie elettorali a quello di
autocrazie elettorali. E poiché gli autocrati cercano ovunque di ampliare il
proprio potere, è improbabile che un simile riflusso democratico si arresti in
breve tempo.
Alcuni analisti
descrivono il processo di trasformazione come segue: a guidare tale tendenza
sono aspiranti autocrati che sfruttano i meccanismi democratici per portare
avanti ambizioni autoritarie. A differenza dei loro predecessori che giungevano
al potere tramite colpi di Stato militari, gli autocrati di oggi procedono per
tappe graduali all’interno delle istituzioni democratiche[19].
Il primo passo consiste nel porre limiti all’indipendenza della magistratura,
riempiendo i tribunali di fedelissimi. Una volta messa sotto controllo questa
garanzia, ricorrono a strategie sofisticate per distorcere la percezione
pubblica, disinnescare il dissenso, soffocare gli oppositori politici e
ostacolare l’azione della società civile[20].
Poiché tali interventi vengono introdotti progressivamente, i processi di
autocratizzazione spesso passano inosservati all’opinione pubblica. Quando il
mutamento diventa palese, gli autocrati si trovano già in una posizione
difficilmente contestabile.
Per quanto grave sia la
loro responsabilità, simili personaggi non avrebbero potuto smantellare le
istituzioni democratiche senza il sostegno dell’elettorato. Senza il sostegno
popolare, non sarebbero mai riusciti a conquistare il potere né a minare le
garanzie democratiche. Tuttavia il rapporto tra i leader populisti e i loro
sostenitori non si riduce a una mera strumentalizzazione elettorale: si tratta
piuttosto di un processo di identificazione reciproca tra capi e seguaci, oltre
che tra gli stessi seguaci[21].
È questa duplice identificazione a rendere possibile il successo dei movimenti
populisti e il disfacimento delle democrazie. La decadenza di queste ultime
risponde a una sorta di «democidio» compiuto dal loro stesso demos:
l’uccisione dello stesso sistema che pretende di rappresentarlo ma non riesce a
farlo.
Perché, dunque, i
cittadini delle democrazie hanno scelto di sostenere attori politici che non si
curano della democrazia? In primo luogo, lo si può spiegare con il fatto che
sono state le democrazie ad abbandonare loro. Come mostrano chiaramente i giovani
più vulnerabili in tutto il mondo, la democrazia conta solo nella misura in cui
essi sentono che le loro voci vengono ascoltate e le loro condizioni di vita
evidenziano miglioramenti reali. Quando queste due condizioni non si
verificano, la democrazia si riduce a un discorso confinato ai ceti più
elevati. Sebbene qualche filosofo della politica possa ritenere questi criteri
troppo limitati, essi vengono desunti dalle concrete percezioni esistenziali
delle persone. Un’economia fuori controllo si è lasciata alle spalle le loro
condizioni materiali di vita; i loro valori sono stati destabilizzati da un
mondo socioculturale in rapido mutamento; le loro aspirazioni vengono ignorate
dai processi democratici che pretendono di rappresentarli. Per gli ultimi tra
questi esclusi, l’abbandono è ancora più radicale[22].
Nel momento del bisogno, le democrazie non si sono rese presenti concretamente.
La sofferenza di queste persone le induce a rivolgersi a chi promette soluzioni
immediate, anche se gravate da costi a lungo termine.
Alla ricerca di
democrazie che infondano speranza
La crisi delle democrazie
contemporanee è ormai evidente. Per contrastare l’autocratizzazione, esse
devono andare oltre le mere formalità elettorali e incarnarsi nelle esistenze
delle persone, soprattutto quelle che vivono ai margini della società. Esse attendono
da tempo di essere chiamate al grande banchetto, ma chi detiene il potere non
le ha ancora invitate.
L’ampiezza della crisi
richiede un’incarnazione della democrazia su scala globale. Paradossalmente,
però, questo processo deve cominciare dalle comunità locali, attraverso una
rinnovata integrazione tra dimensione economica e politica. Sul piano economico,
si deve riconoscere che l’iperglobalizzazione non solo non ha mantenuto le sue
promesse, ma ha generato diffuse insicurezze in tante comunità locali. Il
fallimento è derivato dall’aver considerato il commercio internazionale non
come un mezzo per una prosperità condivisa, ma come un fine in sé[23].
Ne è risultato un modello uniforme e rigido, simile alla Torre di Babele, che
ha limitato la capacità degli Stati di rispondere ai bisogni dei cittadini. Le
insicurezze economiche si sono così diffuse tra i giovani di Giacarta e Durban,
di Londra e Washington, ma anche tra le generazioni più anziane nelle aree
marginalizzate.
La via da seguire non è
quella dell’autarchia, né dell’isolazionismo, ma una globalizzazione che
consenta agli Stati di promuovere politiche capaci di garantire, soprattutto ai
giovani, posti di lavoro dignitosi. Vale a dire, posti di lavoro che offrano,
con parole dell’economista harvardiano Dani Rodrik, «dignità e riconoscimento
sociale»[24],
perché, come ha ricordato papa Francesco, permettono alle persone di
contribuire realmente alla società e di coltivare «i semi che Dio ha posto in
ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze»[25].
Questo processo inizia nelle comunità locali, attraverso iniziative di
formazione professionale rivolte a chi vive nelle periferie dimenticate. Quando
le persone dispongono di un buon lavoro, si vedono restituire la dignità e
possono riprendere posto nel grande banchetto che è sempre stato anche il loro.
La sicurezza economica
garantita da posti di lavoro dignitosi contribuisce inoltre a prevenire la
deriva delle democrazie verso forme autocratiche. Sebbene possa sembrare
un’affermazione troppo semplicistica, il legame tra lavoro dignitoso e
democrazia è reale[26].
Attraverso il lavoro, le persone sostengono la propria famiglia, ottengono il
riconoscimento e partecipano alla vita sociale. Queste esperienze sono alla
base di uno spirito di «apertura a tutti» e di un «amore capace di accogliere
ogni differenza»[27].
Quando simili atteggiamenti permeano la società, i cittadini non desiderano
partecipare al banchetto da soli, ma cercheranno di condurre con sé anche i più
fragili.
Tuttavia, il lavoro da
solo non basta a incarnare la democrazia. Le democrazie dovrebbero chiedersi
come possono generare un senso autentico di partecipazione. Come il grande
banchetto può avere luogo solo grazie a chi va incontro alle persone là dove si
trovano, così anche le democrazie devono sviluppare forme nuove di relazione
con i cittadini. Ciò implica l’innovazione di meccanismi istituzionali e la
promozione di competenze civiche.
Al centro delle
innovazioni istituzionali vi è l’esigenza di rendere le democrazie realmente
sensibili ai bisogni delle persone. Per molti cittadini il problema principale
è la poca incisività dei canali di partecipazione: a parte il voto, essi non
sanno dove confluiscano le loro aspirazioni né se producano effetti. Perché la
democrazia si incarni davvero, la partecipazione deve essere realizzata «in
tutte le possibili relazioni tra il cittadino e le istituzioni»[28].
Una via consiste nell’istituire meccanismi di consultazione pubblica regolati
da procedure chiare e accompagnati dall’obbligo, per le autorità, di fornire
risposte. Un’altra è la tutela dei cittadini che esprimono pacificamente le
proprie opinioni politiche, proteggendoli da intimidazioni, doxxing e
abuso degli strumenti legali per mettere a tacere le critiche. Insieme, queste
innovazioni possono permettere ai giovani di accedere al grande banchetto senza
attraversare un campo minato.
Allo stesso tempo, è
necessario coltivare le competenze civiche, soprattutto nelle comunità locali
svantaggiate. Per i giovani economicamente vulnerabili l’impegno politico nasce
da pratiche quotidiane e concrete: momenti di confronto su questioni pubbliche
nei contesti abitativi, religiosi ed educativi; percorsi di accompagnamento che
aiutino a formulare le proprie aspirazioni; forme di attivismo radicate nel
territorio. Esse creano spazi che danno modo ai giovani non solo di esprimersi,
ma anche di essere ascoltati. Con tale sicurezza e con competenze civiche
adeguate, i giovani possono partecipare al grande banchetto con la dignità di
essere «protagonisti del cambiamento»[29].
Queste tre iniziative
possono contribuire a rendere la democrazia quel gran banchetto vitale che
promette di essere: uno spazio di autentico dialogo tra Stato e cittadini,
fondato sull’ascolto reciproco. Al suo centro non vi sono procedure formali, ma
persone presenti, coinvolte e riconosciute nella loro dignità. Una democrazia
siffatta permette a tutti di prosperare e, così facendo, infonde speranza anche
nei più piccoli. Con questo respiro di speranza, forse i più giovani potranno
affermare: «Dovrei far sentire la mia voce. La mia vita cambierà».
La Civiltà Cattolica
**
[1] Cfr A. Indraswara – A. Suryadi – M.
R. Sedjahtera, «Aspiration without Institutions: Dynamics and Causes of
Political (Dis)engagement of Young Jakarta Citizens», in Praksis, 10
dicembre 2025(https://praksis.id/journal-detail/paspirasi-tanpa-institusip). Le citazioni comprendono dati
originali non presenti nel rapporto. Per il rapporto pubblicato, si veda lo
studio citato.
[2] Cfr N. Saat et Al., Youth and Civic Engagement in
Southeast Asia: A Survey of Undergraduates in Six Countries, Singapore,
ISEAS – Yusof Ishak Institute, 2025 (https://www.iseas.edu.sg).
[3] Cfr D. Chull Shin, «Democratic
deconsolidation in East Asia: exploring system realignments in Japan, Korea,
and Taiwan», in Democratization, 28 gennaio 2021, 150.
[4] Cfr J. J. Linz – A. C. Stepan, Problems of
Democratic Transition and Consolidation: Southern Europe, South America, and
Post-Communist Europe, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1996, 5.
[5] Cfr «African Insights 2025: Citizen Engagement,
Citizen Power: Africans Claim the Promise of Democracy», in Afrobarometer
(https://www.afrobarometer.org/feature/african-insights-2025).
[6] Cfr «African insights 2024:
Democracy at risk – the people’s perspective», in Afrobarometer (https://www.afrobarometer.org/feature/flagship-report).
[7] «Political Fatalism
and Youth Apathy in South Africa», in Accord (https://www.accord.org.za/conflict-trends/political-fatalism-and-youth-apathy-in-south-africa), 27 novembre 2019.
[8] Cfr R. B. Booth, «Youth Lack
Community Connections that Are Critical to Civic Engagement», in Circle (circle.tufts.edu/latest-research/youth-lack-community-connections-are-critical-civic-engagement), 3 dicembre 2025.
[9] Cfr O. Hebert, «“This isn’t
America anymore”: Thousands rally against ICE in SF’s Dolores Park», in Sfgate
(https://www.sfgate.com/bayarea/article/sf-dolores-park-ice-rally-21325277.php), 30 gennaio 2026; A. Speri, «Students and faculty at
over 100 US universities protest against Trump’s attacks», in The Guardian,
7 novembre 2025.
[10] Cfr C. Claassen – P. C.
Magalhães, «Public Support for Democracy in the United States Has Declined
Generationally», in Public Opinion Quarterly 87 (2023/3) 719-732.
[11] Cfr OECD, Society at
a Glance 2024: OECD Social Indicators, Paris, OECD Publishing, 20 giugno
2024.
[12] Cfr M. Kitanova, «Youth
political participation in the EU: evidence from a cross-national analysis», in
Journal of Youth Studies (https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13676261.2019.1636951#d1e123), 23 luglio 2020, 819-836.
[13] Cfr European Union, Eurobarometer
Report 2025, «Protecting and Promoting Democracy», Special Barometer, 568 (europa.eu/eurobarometer/surveys/detail/3383).
[14] Cfr R. Wike – J.
Fetterolf – J. Schulman, «Dissatisfaction with democracy remains widespread in
many nations», in Pew Research Center (https://www.pewresearch.org/short-reads/2025/06/30/dissatisfaction-with-democracy-remains-widespread-in-many-nations), 30 giugno 2025.
[15] I. S. Chowdhury, «Are
Young People Turning Away from Democracy? A Comparative Study of Youth
Disengagement in Advanced Democracies», Tesi di dottorato, Australian National
University, 2023, 12.
[16] Cfr M. Nord et Al., Democracy
Report 2025: 25 Years of Autocratization – Democracy Trumped?, University
of Gothenburg, V-Dem Institute, 2025.
[17] Cfr A. Lührmann – M.
Tannenberg – S. I. Lindberg, «Regimes of the World (RoW): Opening New Avenues
for the Comparative Study of Political Regimes», in Politics and Governance
6 (2018/1) 60-77.
[18] Per calcolare queste
cifre ci siamo avvalsi del dataset V-Dem elaborato da M. Coppedge et Al.,
«V-Dem [Country-Year/Country-Date] Dataset v15», in Varieties of Democracy
(V-Dem) Project (v-dem.net/data/dataset-archive), 2025.
[19] Cfr D. Runciman, How
Democracy Ends, London, Profile Books, 2018, 26-28.
[20] Cfr N. C. Curato – D.
Fossati, «Authoritarian Innovations: Crafting support for a less democratic
Southeast Asia», in Democratization, 27 luglio 2020, 1006-1020.
[21] Cfr F. Panizza – P.
Ostiguy – B. Moffitt, «Conclusions: Reflections on the Lessons Learned», in
Idd. (edd.), Populism in Global Perspective: A Performative and Discursive
Approach, New York, Routledge, 2020, 261.
[22] Cfr A. Rodríguez-Pose,
«The revenge of the places that don’t matter (and what to do about it)», in Cambridge
Journal of Regions, Economy and Society 11 (2018/1) 189-209.
[23] Cfr D. Rodrik, Shared
Prosperity in a Fractured World: A New Economics for the Middle Class, the
Global Poor, and Our Climate, Princeton, Princeton University Press, 2025,
55-58.
[24]
Ivi, 126.
[25]
Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti, n. 162.
[26] Cfr D. Rodrik, Shared
Prosperity in a Fractured World, cit., 91-95.
[27]
Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti, nn. 190; 191.
[28]
Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 191.
[29]
Francesco, Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit, n. 174.
