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venerdì 22 maggio 2026

UN COLPO DI STATO

 


IL COLPO

 DI STATO

 PLANETARIO



Ma il mondo non è in liquidazione


-di PASQUALE FERRARA

La metafora che meglio descrive il deliberato e sistematico processo di smantellamento delle relazioni internazionali, guidato dagli Stati Uniti, con attori di primo piano quali la Russia e Israele, è quella del “colpo di Stato” mondiale. Giorgio Agamben aveva esplorato a fondo, sulle orme di Carl Schmitt, l’idea dello stato di eccezione come circostanza temporanea, che però rimane nella permanente disponibilità del sovrano. Il paradosso con il quale siamo confrontati oggi è che la sovranità, carattere fondante dello Stato moderno, diviene essa stessa una forza che cancella le sovranità. E lo stato di eccezione, da condizione provvisoria, diventa il paradigma politico dominante nell’arena mondiale. Per di più, di tratta nella maggior parte dei casi di una sovranità privatizzata, tecnicamente irresponsabile, refrattaria ad ogni controllo e che non intende minimamente rispondere del proprio operato, men che meno a cittadini senza potere e senza poteri.

A differenza dei “catilinari”, cioè congiurati che tramano nell’ombra, gli esecutori del colpo di Stato mondiale in atto agiscono alla luce del sole, anzi proclamano l’avvento di un ordine nuovo (l’“età dell’oro” di Trump, mentre Israele si auto-proclama, con Netanyahu, “più forte che mai”). Creano eventi di massimo impatto, come vertici pomposi e plateali, lanciano proclami di pace eterna, formano consigli di amministrazione privatistici della pace e della guerra, diffondono messaggi pesanti come pietre o vani come bolle di sapone dalle piattaforme digitali planetarie, contraddistinte da un’enigmatica X o dalla denominazione orwelliana di “verità” (Truth).

Nei colpi di Stato tradizionali, tra le prime misure adottate dalle varie giunte che si impadroniscono del potere c’è la sospensione della Costituzione e di tutte le garanzie a tutela dei diritti individuali.

Qualcosa di analogo sta accadendo in ambito internazionale, con la sospensione – sia pure non dichiarata, ma attuata di fatto – del diritto internazionale, specie quello umanitario.

I nuovi poteri dominanti concentrano la loro attenzione sulla dimensione direttamente esecutiva, senza preoccuparsi minimamente di qualunque fonte di legittimazione – per non parlare della conformità all’etica – al di fuori della nuda potenza. L’azione, spesso violenta, non tollera confutazione. Come abbiamo visto per la Russia in Ucraina, per gli Stati Uniti in Venezuela, in Iran – e, chissà, prossimamente a Cuba –, per Israele a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, i nuovi demiurghi globali si arrogano la facoltà di decidere se, come e quando utilizzare lo strumento militare, cambiare regimi con la coercizione esterna, deporre governanti, catturare o eliminare Presidenti.

Decidere di quali territori eventualmente appropriarsi, quali punizioni economiche infliggere a piacimento a entità ritenute ostili, quali enti internazionali tollerare e quali altri sciogliere d’imperio (come l’Unrwa, che assiste e protegge i rifugiati palestinesi), quali “piani di pace” accettare come soddisfacenti o meno (secondo criteri unilaterali e arbitrari), quali fondi tagliare a organizzazioni ritenute superflue, da quali istituzioni revocare l’appartenenza. In questo scenario già molto critico, non mancano nemmeno gli arresti extragiudiziali, l’attacco diretto agli organi di giustizia (come la Corte penale internazionale), le deportazioni, le minacce e le intimidazioni degli oppositori interni ed esterni. A differenza, tuttavia, dei colpi di Stato tradizionali, questo nuovo stato di eccezione mondiale può permettersi persino il lusso di mantenere più o meno intatto – come fosse una facciata fittizia in un set cinematografico – quasi tutto l’apparato normativo e organizzativo preesistente, dal momento che esso è svuotato di ogni significato pratico e implicazione operativa. D‘altra parte, un colpo di Stato differisce strutturalmente da una rivoluzione.

Può sembrare un quadro eccessivamente pessimista, dipinto a tinte fosche. Ammetto che qualche anno fa io stesso non avrei esitato a bollare questa esposizione come la trama di un romanzo distopico dozzinale. Tuttavia, se la storia non è finita con il trionfo della democrazia liberale, come avrebbe auspicato Francis Fukuyama, non finirà nemmeno con il suo definitivo accantonamento. Come tutti i colpi di Stato, anche quello in atto in campo internazionale dovrà fare i conti con la resistenza interna, con la fermezza della non violenza, con la pazienza strategica di chi non intende assistere impotente alla liquidazione della politica internazionale per far posto ad un suo pessimo e deleterio surrogato, vale a dire il dominio o condominio incontrastato gli Stati fuorilegge.

Il mondo non è in liquidazione.

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sabato 9 maggio 2026

LA PAROLA CHE FERISCE


 Fermare quella parola che ferisce

L’odio che entra da fessure piccole


. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. 

Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo

 Gli “attrezzi” che noi usiamo? Precisione, gentilezza, visione panoramica, senso di comunità e racconto lungo»

 -di MARCO GIRARDO

Pubblichiamo un’ampia parte dell’intervento tenuto martedì 5 maggio dal direttore di Avvenire, Marco Girardo, in occasione dell’audizione presso la Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, presieduta dalla senatrice Liliana Segre. L’audizione si è tenuta nell’ambito dell’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione sui discorsi d’odio con particolare attenzione all’impatto del linguaggio pubblico sulla diffusione dei discorsi d’odio.

Vorrei partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza.

I connotati dello spazio pubblico

Questo spazio pubblico, oggi, ha alcune caratteristiche che vorrei brevemente richiamare.

 La prima è la polarizzazione. Il discorso pubblico tende sempre più a trasformare ogni questione in uno scontro binario: di qua o di là, amico o nemico, puro o impuro, traditore o fedele. Il “tifo calcistico” è diventato la modalità con cui affrontiamo problemi sempre più complessi. Piace perché semplifica, non costringe a pensare, conferisce identità “per contrasto”. Ma proprio lì l’odio si prepara: quando l’altro non è più una persona con cui condivido uno spazio comune, ma il segno di ciò che temo e respingo.

La seconda caratteristica è la paura, un materiale comunicativo potentissimo, perché cattura l’attenzione, crea appartenenza e produce reazione. Ma quando diventa il registro ordinario del discorso pubblico, la paura restringe lo sguardo. Non vediamo più persone, storie, cause, responsabilità: vediamo anzitutto minacce. Il migrante diventa così l’invasore, il povero un fastidio, il diverso un rischio. La paura semplifica, e l’odio trova terreno fertile nelle semplificazioni.

La terza caratteristica è la ridondanza.

Non siamo mai stati così informati e, insieme, così disorientati. Ci sentiamo spesso sovraccarichi, “schiacciati”. Ma l’eccesso di informazione non produce automaticamente conoscenza. Anzi: tende a produrre assuefazione, stordimento, paralisi. La quarta caratteristica è la post-verità o, meglio, il groviglio nel quale oggi siamo immersi: disinformazione mirata, clickbaiting, fonti algoritmiche. L’informazione procede spesso per addizione e accumulo, ma non sempre genera senso. E “senso” significa anzitutto “direzione”. Dove manca la direzione, resta il rumore. La quinta caratteristica è il fattore tempo. Vince il mordi e fuggi. Leggiamo titoli, anteprime, frammenti d’informazione, guardiamo video di pochi secondi. Ma il linguaggio in una democrazia ha bisogno di tempo, oltre che di verifica. Quando questo tempo scompare, resta la reazione. E la reazione, soprattutto negli ambienti digitali, tende facilmente a trasformarsi in aggressione.

Ad essersi completamente “snaturato”, dunque, è lo spazio pubblico, prima ancora del “discorso pubblico”.

Come ricorda Zygmunt Bauman ( Il silenzio dell’opinione pubblica, dialogo con Ezio Mauro), nella polis greca tra la casa privata, l’oikos, e la sfera propriamente pubblica, l’ekklesia, si collocava l’agorà, il luogo della traduzione. Traduceva gli interessi privati in questioni comuni e, all’inverso, le questioni pubbliche in doveri e diritti delle persone. Ecco, oggi il punto è proprio questo: abbiamo moltissime opinioni private esposte in pubblico, ma fatichiamo ad avere una vera opinione pubblica. Abbiamo molte, troppe connessioni ma pochi legami. Abbiamo reazioni, non sempre giudizio. Abbiamo flussi, quasi mai “senso” – come si diceva, nella sua accezione originaria di “direzione”. Perché ci manca un’agorà.

Ruolo delle piattaforme: prima e dopo i social

Su tutto questo pesa il ruolo delle grandi piattaforme. C’è un prima e un dopo i social. Nati per connettere, in molti casi hanno finito per alimentarsi di scontro più che di incontro. La giornalista filippina-statunitense Maria Ressa, premio Nobel per la Pace, ha parlato nel suo intervento in Vaticano, in occasione del Giubileo della Comunicazione, di «strumenti di ingegneria comportamentale di massa»: piattaforme che monetizzano indignazione, odio, divisione, sfruttando le nostre vulnerabilità psicologiche. Barbara Kingsolver (Avvenire, 30 aprile) lo dice con grande chiarezza: quando una società si abitua a pensare che la forza sia una soluzione ‒ nelle relazioni internazionali, nella retorica, nella vita quotidiana ‒ prima o poi quella logica entra anche nella politica. E quando qualcosa diventa pensabile, può diventare praticabile. Ecco il punto: le parole non causano meccanicamente la violenza. Ma possono creare le condizioni perché la violenza appaia giustificabile (…).

Ruolo e responsabilità del giornalismo

Non credo che i media siano gli unici responsabili del deterioramento del linguaggio pubblico. Sarebbe ingiusto e troppo comodo dirlo. Ma il giornalismo ha una responsabilità specifica, perché lavora ogni giorno con la materia prima della democrazia: le parole, i fatti, il contesto, la gerarchia delle notizie. Ad Avvenire proviamo a rispondere a questa crisi non con una predica sul linguaggio, ma con un metodo che cerca di privilegiare il fondamentale sul sensazionale e il rilevante sul recente (anche perché recente significa ormai istantaneo...). Ecco alcuni attrezzi che utilizziamo.

Il primo attrezzo è la precisione.

La precisione non è freddezza. È una forma di rispetto. Chiamare le cose con il loro nome, evitare parole che deformano, distinguere, contestualizzare, non confondere casi singoli e fenomeni generali. Non passare arbitrariamente ‒ e provocatoriamente ‒ dalla cronaca alla sociologia. Tutto questo è già un argine ai discorsi d’odio. Perché l’odio vive di indistinto. Il giornalismo, invece, deve saper restituire differenze.

Il secondo attrezzo è la gentilezza. So che questa parola può sembrare fragile, ingenua e quasi inadatta alla durezza del nostro tempo. La gentilezza, tuttavia, non è remissività o rinuncia al giudizio. È una disciplina del linguaggio. La scelta di non aggiungere veleno al veleno e di sfuggire al ricatto ideologico del “se non ti schieri così, se non la pensi come me, allora stai con quelli là”. Una parola pubblica può essere ferma sui principi ma disarmata nei toni.

Il terzo è la visione panoramica. Il buon giornalismo deve fare il contrario dello scrolling. Non aggiungere semplicemente pezzi al flusso, ma aiutare a vedere l’insieme, dare proporzione. Decidere che cosa conta davvero: anche la gerarchia delle notizie, oggi, è linguaggio pubblico. E proprio in questa particolare operazione i giornali quotidiani, per la loro natura e lo stesso processo di “fattura”, assumono a mio parere un ruolo fondamentale: è un direttore di lungo corso come Ezio Mauro, nel suo già citato dialogo con Bauman, a ricordare che «il giornale non è una stazione neutra nel percorso dell’informazione». Il quotidiano è oggi sempre più uno «strumento cognitivo». Se, infatti, in Rete l’informazione scorre come l’acqua di un fiume – contano quindi portata e velocità – il giornale, invece, sta fuori dal flusso perché sceglie, scarta, trattiene, ordina. Attribuisce una misura ai fatti.

Tale gerarchia non è soltanto una tecnica professionale, è un’assunzione di responsabilità.

Il giornale quotidiano è “neghentropia” e cioè la tendenza di un sistema aperto, come gli organismi viventi o le organizzazioni, a generare ordine, complessità e organizzazione opponendosi al naturale decadimento entropico verso il disordine. Il quarto strumento nella cassetta è il giornalismo di comunità. Uso questa espressione con convinzione. Non significa parlare solo a chi la pensa come noi, né chiudersi in una comunità identitaria. Significa pensare il giornale come luogo di legame: piazza e ponte, non curva dello stadio.

Il giornalismo deve parlare ai cittadini, alle persone, non ai clienti o ai follower. Deve costruire comunità, non soltanto community (…). Il quinto “attrezzo” è il racconto lungo. In un ecosistema dominato dalla velocità, il racconto lungo è un atto controcorrente. Significa fermarsi quando tutto scappa, tornare sui luoghi, dare profondità storica ai fatti, cercare cause e non solo effetti. Ci stiamo investendo, ad Avvenire, con campagne giornalistiche della durata di un anno come “ Donne per la pace”, “ Figli di Haiti”, “ Guerre dimenticate”, “ Europa bene comune”. (…).

Una risposta culturale

Ecco perché davanti ai discorsi d’odio non basta una risposta repressiva, pur necessaria quando si oltrepassano i limiti della legge. Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo, tra conflitto democratico e delegittimazione dell’altro.

Una democrazia non vive senza conflitto.

Non dobbiamo avere paura delle parole forti, delle opinioni nette, del dissenso e persino dello scontro. Ma c’è una soglia che non può essere varcata: quella in cui l’avversario diventa nemico assoluto, il diverso diventa una minaccia ontologica e la persona viene ridotta alla categoria che la contiene. Il problema non è il dissenso: è l’espulsione simbolica dell’altro dallo spazio comune (…).

Il filosofo Davide Assael (Avvenire, 30 aprile), riflettendo sui segnali di violenza politica e antisemitismo, ha parlato della necessità di «resistere ai meccanismi di importazione del conflitto e delle propagande organizzate» verso cui l’opinione pubblica mostra un cedimento quasi strutturale. È una definizione utile anche per questa sede: il linguaggio pubblico può diventare il luogo in cui conflitti lontani vengono importati, deformati, radicalizzati, vengono trasformati in identità aggressive. Per questo le istituzioni hanno una responsabilità speciale.

La parola istituzionale pesa più delle altre. Non perché debba essere meno libera, ma perché produce effetti più larghi. Può rassicurare o incendiare. Può riconoscere o escludere. Può aprire un varco di convivenza o legittimare il sospetto. Anche noi giornalisti abbiamo una responsabilità speciale. Non siamo custodi proprietari della verità. Ma siamo chiamati a custodire un metodo: verificare, distinguere, contestualizzare, dare voce, non cedere alla tentazione dell’incendio permanente (…). Vorrei concludere con un’immagine. L’odio non entra quasi mai nella casa comune sfondando la porta. Entra da fessure piccole: una parola detta con leggerezza, una battuta ripetuta, una categoria usata al posto di un volto, una paura trasformata in identità, una notizia privata del suo contesto. Poi quelle fessure si allargano. E a un certo punto ci accorgiamo che l’aria è cambiata, diventando irrespirabile.

Contrastare i discorsi d’odio significa allora riparare il linguaggio pubblico

Non per renderlo più debole, ma per renderlo più giusto. 

Non per cancellare il conflitto, ma per impedire che il conflitto cancelli l’umanità dell’altro.

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mercoledì 24 dicembre 2025

QUALE SOSTEGNO ?


Per il Consiglio d'Europa l'Italia viola i diritti degli insegnanti di sostegno

Il Comitato europeo dei diritti sociali: ci sono miglioramenti, ma ancora troppa precarietà e non sono garantiti i diritti degli alunni con disabilità

 

di Paolo Ferrario

 

L’Italia nega il diritto degli insegnanti di sostegno ad un contratto di lavoro stabile e ad una formazione adeguata alla delicata funzione ricoperta e, allo stesso tempo, viola anche il diritto degli alunni con disabilità ad un’effettiva e compiuta inclusione scolastica e sociale. Lo scrive il Comitato europeo dei diritti sociali, organo del Consiglio d’Europa, accogliendo il reclamo contro l’Italia presentato nel 2021 dal sindacato autonomo Anief. Pur riconoscendo gli sforzi del Governo per migliorare la situazione (come, per esempio, i 50mila insegnanti di sostegno precari confermati nel proprio posto quest’anno per la prima volta), il Comitato ricorda la pesante situazione in cui versa ancora il sostegno scolastico nel nostro Paese.

Sono soprattutto due i dati messi sotto osservazione dal Comitato: l’elevato numero di docenti di sostegno precari (circa il 50% del totale) e l’alta percentuale di insegnanti incaricati seppur privi di specializzazione sul sostegno (il 27% secondo l’Istat). Per queste ragioni, secondo il Comitato europeo dei diritti sociali, l’Italia viola il diritto degli insegnanti di sostegno «a guadagnarsi la vita con un lavoro liberamente intrapreso» perché, appunto, «un’elevata percentuale è assunta con contratti precari» e un terzo circa, come detto, non ha potuto seguire la formazione necessaria per fare questo lavoro.

Contemporaneamente il Comitato, che evidenzia di aver esaminato la situazione fino al 19 marzo 2025, è giunto unanimemente alla conclusione che, proprio per queste problematiche irrisolte, nel Paese è violato anche il diritto a un’istruzione inclusiva degli alunni con disabilità.

Nella decisione il Comitato evidenzia poi che «il Governo riconosce che un gran numero di insegnanti di sostegno hanno un impiego precario», ma che da Roma si «sottolinea che il ricorso a contratti a tempo determinato nel settore dell’istruzione in generale, e nel campo del sostegno in particolare, è in parte inevitabile, data la difficoltà di prevedere in anticipo le esigenze specifiche a causa di numerose variabili quali il numero di alunni con disabilità e bisogni speciali che arrivano e lasciano la scuola, le richieste di trasferimento degli insegnanti, i congedi per malattia, i pensionamenti».

Il Governo italiano, scrive il comitato, «respinge pertanto con forza l’argomentazione secondo cui vi sarebbe una discrepanza tra il numero di posti assegnati e le esigenze effettive».

Nelle sue conclusioni il Comitato europeo dei diritti sociali indica, quindi, che la situazione è migliorata sotto diversi profili, anche quello legislativo, da quando l’Anief ha presentato il ricorso nel 2021. Strasburgo evidenzia che i dati a sua disposizione «dimostrano un impegno significativo da parte del Governo nel soddisfare la richiesta di sostegno per un numero crescente di alunni con disabilità». Facendo riferimento ai dati dell’Istat e quelli forniti dal governo, il comitato scrive che dall’anno scolastico 2010/2011 a quello 2022/2023 gli alunni con disabilità sono aumentati del 243%, passando da 139mila a 338mila e il numero degli insegnanti di sostegno è cresciuto del 248%, aumentando da 94.430 a 234.460.

«Tuttavia – osserva sempre il Comitato – questo aumento degli insegnanti di sostegno è in gran parte dovuto a un forte incremento dei contratti a tempo determinato, passati dal 4,19% nel 2010/2011 al 46,18% nel 2023/2024».

Strasburgo evidenzia anche di aver messo in conto che «per l’anno scolastico 2024/2025 è stata istituita una procedura di assunzione straordinaria per contribuire a ridurre la precarietà dell’occupazione degli insegnanti di sostegno», ma aggiunge che siccome «la nuova procedura non è stata ancora pienamente attuata non ha modo di valutarne l’impatto». Sul fronte della formazione, infine, il Comitato afferma che «pur riconoscendo gli sforzi compiuti dal Governo per aumentare l’offerta formativa e semplificarne l’accesso, secondo i dati ufficiali dell’Istat del febbraio 2024, un insegnante di sostegno su tre non ha completato la specializzazione richiesta».

Alla luce del pronunciamento del Comitato europeo dei diritti sociali, Anief chiede interventi correttivi in tempi brevi.

«Il Parlamento ora autorizzi tutte le immissioni in ruolo sui posti in deroga assegnati da diversi anni alle scuole – dichiara il presidente nazionale, Marcello Pacifico – e non si fermi, per ottenere la continuità didattica, alla conferma delle cattedre da parte delle famiglie. Nell’ultimo anno, infatti, sono stati autorizzati poco meno di 2mila posti in più in organico di diritto, la metà dei posti effettivamente utilizzati per garantire il diritto allo studio mentre, per la prima volta, 50mila supplenti sono stati confermati dalle famiglie. È un risultato che ci inorgoglisce – sottolinea Pacifico – perché rappresenta una risposta fondamentale per vincere, dopo anni di ricorsi e denunce anche all’Unione europea, la nostra battaglia contro l’abuso dei contratti a termine sui posti in deroga, per aumentare il numero di docenti specializzati rispetto all’errato numero programmato degli Atenei, per assegnare tutte le ore di sostegno riconosciute dal Pei».

Sulla decisione del Comitato europeo dei diritti sociali, prende posizione anche la segretaria generale Snals-Confsal, Elvira Serafini: «Non è più accettabile che il diritto allo studio degli alunni con disabilità sia subordinato a un sistema fondato sulla precarietà strutturale. Servono interventi immediati e non più rinviabili».

Per il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, «le conclusioni del comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa», confermano «che la situazione in Italia è migliorata sotto diversi profili, anche quello legislativo, rispetto a quando l’Anief ha presentato il ricorso nel 2021». «Il Consiglio d’Europa – ribadisce Valditara – ha riconosciuto, infatti, un impegno significativo da parte di questo Governo nel soddisfare la richiesta di sostegno per un numero crescente di alunni con disabilità. Il Comitato dà inoltre atto al Governo delle recenti misure sulla conferma del docente supplente di sostegno e sui nuovi percorsi di specializzazione dell’Indire: misure che ho fortemente voluto per dare risposte concrete ai giovani e alle loro famiglie. Tutto questo dimostra che, rispetto al 2021, anno di presentazione del ricorso, il quadro è in netto miglioramento nonostante la situazione di grave inadeguatezza strutturale che abbiamo ereditato».


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domenica 4 maggio 2025

NON ARCHIVIATE LA PACE

 “L'eredità profetica
 di papa Francesco:

perché la pace
 non è un'utopia”




-         di Franco Vaccari

 Non tacete.

Non lasciate che resti solo un tema da omelie domenicali.

È troppo tardi per essere prudenti e troppo presto per essere rassegnati...

L’interesse del mondo per chi sarà il successore di papa Francesco è, in fondo, un buon segno.

Le preghiere silenziose delle comunità claustrali si mescolano alle simpatiche scommesse da bar, al mormorio curioso del popolo di Dio, alla buona attesa della gente di Roma e oltre.

Ma accanto a questo spirito autentico, ci sono anche il chiacchiericcio, le pressioni, i messaggi in codice destinati a “chi deve capire”, le lobby e gli interessi mondani.

E così, il cuore del pontificato rischia – ma non accadrà – di essere archiviato con leggerezza, banalizzato o ridotto a slogan. Specialmente riguardo all’impegno per la pace.

Si sente dire: “Francesco aveva un debole per la pace” oppure: “Che cosa volevate che dicesse?

Ha semplicemente fatto il Papa”. Affermazioni che sembrano innocue, ma che in realtà disinnescano la portata rivoluzionaria di un ministero.

No, il Papa non ha avuto “un pallino” per la pace.

Il Papa – ogni Papa, e quindi anche Francesco – incarna una parola che viene dal Vangelo, lo fa come uomo e come capo di una comunità umano-divina.

Non si tratta di un’opinione personale né di un’idea pastorale un po’ troppo insistente: la pace è il cuore stesso del Vangelo.

È una memoria viva della storia della Chiesa.

Papa Francesco ha semplicemente raccolto una fiaccola che altri prima di lui hanno tenuto accesa.

San Giovanni XXIII lo scrisse nella Pacem in terris, rivolgendosi a «tutti gli uomini di buona volontà». San Paolo VI gridò all’Onu: «Mai più la guerra!».

San Giovanni Paolo II camminò tra le macerie con la croce in mano, e Benedetto XVI ricordò che non c’è pace senza verità e giustizia, iniziando dalla Chiesa.

Francesco ha tolto il punto esclamativo e ha messo i piedi nel fango: Ucraina, Terra Santa, Sudan, Mediterraneo.

E ora ci guarda – sì, ci guarda – e ci chiede una cosa sola: non archiviate la pace.

Non tacete.

Non lasciate che resti solo un tema da omelie domenicali.

È troppo tardi per essere prudenti e troppo presto per essere rassegnati.

Da una parte c’è chi liquida questa insistenza come una “fissazione” ecclesiale, perché “c’è tanto altro da fare”.

Dall’altra, chi la vanifica dicendo, appunto: “Francesco non faceva nient’altro che il Papa, non ha poteri, non è un capo di Stato, facile!”.

Fare il Papa: in certe accezioni fuorvianti potrebbe sembrare un mestiere, tant’è che si candidano anche personaggi con nuovi curriculum ritenuti idonei.

Due narrazioni che normalizzano la profezia e la degradano a utopia, mentre si fanno paladine di un “sano realismo” il cui fallimento è ormai evidente.

Viviamo in un mondo che si occupa di pace solo in funzione della guerra: quando sta per scoppiare (per armarsi), quando è scoppiata (come invocazione sterile), quando è finita (per dimenticarla).

Voi che fareste? 

E poi ci chiede con cinismo: “E voi, che fareste?”.

La risposta è disarmante: faremmo – anzi, cerchiamo di fare – quello che ogni giorno ha ripetuto quel “fissato” di Papa Francesco, e prima di lui, quei “fissati” dei suoi predecessori.

Relegare le parole e i gesti dei Papi sulla pace a livello spirituale, come una gentile ovvietà, svuota la forza dirompente del Vangelo, riducendolo a una religione civile. Ma il Vangelo è ben altro: è l’anima dell’umano, in ogni suo aspetto – civile, economico, politico – e chiede conto a ciascuno di essere incarnato con coerenza nel proprio operato.

E questo Vangelo, proprio perché vivo, sovverte.

Sia dentro che fuori la Chiesa. Gesù stesso ha rotto gli schemi del “dentro” e del “fuori”, mangiando con i peccatori, parlando con i samaritani, guarendo di sabato, riconoscendo miracoli “non autorizzati”.

Ma, nonostante tutto, non ha rinunciato agli apostoli: li ha voluti con sé, a patto che il loro potere fosse servizio, non dominio.

La pace messianica comincia da lì: dal modo in cui si vivono le relazioni dentro la Chiesa, per poi dilagare nel mondo.

E interpella ciascuno – dall’ultimo nato ai vertici delle istituzioni – con la domanda più semplice e più radicale: con chi stai?

Con Erode, con Pilato, con Barabba?

O con Cristo?

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giovedì 17 settembre 2020

ASCOLTARE I GIOVANI PER MIGLIORARE LA SCUOLA

 

L’indagine dell’Osservatorio dell’Istituto Toniolo sull’istruzione in Italia

C’è fiducia nel sistema, ma chiedono più ore di lezione, più tecnologie, più inglese, attenzione al singolo e un legame col mondo del lavoro.

Il nostro modello ha eccellenze, ma molti limiti: gli studenti italiani hanno performance più basse in lettura, matematica e scienze e troppi lasciano gli studi prima di un diploma superiore

 

i DIEGO MESA *

 Anche in questo atipico anno scolastico la scuola sta riaprendo i battenti tra mille timori, incertezze e ipotesi di retromarcia. Alle consuete polemiche sui ritardi delle coperture degli organici si aggiungono, sulle prime pagine dei giornali e sui social, quelle riguardanti le consegne dei banchi, delle mascherine, dei gel, l’incertezza dei protocolli e degli orari. Si tratta di preoccupazioni e questioni di indubbia rilevanza che, tuttavia, se assolutizzate rischiano di alimentare una visione di cortissimo raggio delle sfide che il sistema di istruzione deve affrontare e, soprattutto, di enfatizzare ancora una volta un’idea della scuola come problema e non come risorsa fondamentale. La scuola che riapre in questi giorni è la leva principale per la formazione e lo sviluppo di oltre 8.300.000 ragazzi e ragazze (dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado). Insieme agli oltre 1.800.000 studenti frequentanti l’università e i corsi di alta formazione artistica e musicale stiamo parlando di un investimento strategico sul capitale umano che riguarda il 17% dell’intera popolazione italiana. C om’è noto, rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale, il nostro sistema di istruzione presenta accanto a punte di eccellenza ancora diverse criticità tra le quali, solo per citarne le principali, ricordiamo: performance mediamente più basse nelle prestazioni di lettura, matematica e scienze; un livello più alto di giovani che terminano gli studi prima di conseguire una qualifica o un diploma di secondaria superiore (in Italia sono il 13% dei 18-24enni), un numero significativamente più basso di laureati (sono poco più di un terzo dei 25-29enni) oltre a forti disuguaglianze a livello territoriale.

All’interno di questo quadro le indagini dell’'Osservatorio Giovani' del-l’Istituto Toniolo – l’ente fondatore dell’Università Cattolica, di cui il 20 settembre si tiene la 96ª Giornata, tema: «Alleati per il futuro » – hanno monitorato l’esperienza che i diretti beneficiari, i giovani, hanno avuto del sistema di istruzione, la loro idea di scuola e le loro aspettative di cambiamento. Ne emerge una visione disincantata e al tempo stesso sfidante di una scuola come esperienza formativa fondamentale da rivedere, valorizzare e rilanciare a vari livelli. I n un’indagine dell’Osservatorio Giovani effettuata prima dell’emergenza Covid-19 è stato chiesto a un campione di giovani tra i 18 e i 34 anni a cosa serve secondo loro la scuola. Per almeno sette su dieci serve ad aumentare le conoscenze e le abilità personali (77,7%) a imparare a ragionare (75,1%) e a stare con gli altri (73,4%). Sei su dieci pensano che serve a capire le proprie attitudini e (63,5%) e formare dei cittadini consapevoli (60,4%). Poco più della metà pensa che la scuola serve ad affrontare la vita (52,2%) o a trovare un lavoro migliore (53,4%). Il 44,5% pensa che possa servire a trovare più facilmente lavoro (44,5%) e per meno di un terzo è utile a capire come funziona il mondo del lavoro. Questa graduatoria pone in evidenza i pregi sotto il profilo della crescita personale, culturale e sociale, ma anche le criticità che i giovani rilevano soprattutto nella mancanza di raccordi istituzionali tra il sistema di istruzione e il percorso di orientamento e inserimento nel mercato del lavoro.

I n merito agli insegnanti, la spina dorsale del sistema, i giovani riconoscono loro maggiori competenze nella preparazione sui contenuti della disciplina, nello spiegare e valutare e nella gestione delle relazioni, mentre ritengono meno diffuse le capacità di adattamento e risoluzione di problemi inediti, di supporto individuale e di capacità di motivare allo studio. Rispetto alle ipotesi su cosa andrebbe implementato i giovani individuano una molteplicità di fronti. Limitandoci a quelli più consistenti, segnaliamo che oltre sei giovani su dieci propongono l’aumento dei giorni complessivi di scuola, l’aumento delle possibilità di scelta delle discipline, dell’uso delle nuove tecnologie, delle attività laboratoriali e, poco al di sotto del- la soglia del 60%, l’aumento degli scambi culturali con scuole straniere, l’implementazione delle lingue straniere e degli stage e tirocini lavorativi. A emergere è una richiesta complessiva e pressante di maggiore investimento in una scuola più dinamica e aperta alle innovazioni, all’internazionalizzazione, al dialogo con il mondo del lavoro e alle istanze e attitudini proprie dei singoli studenti.

I n questa prospettiva, l’evento della Pandemia ha rappresentato un’opportunità positiva che non va sprecata, quantomeno sul piano della riduzione del divario digitale tra insegnanti e studenti e della digitalizzazione delle scuole. Va da sé che la didattica a distanza, per quanto possa rappresentare un valido supporto per il processo di apprendimento, può solo in parte favorire lo sviluppo di tutte quelle competenze e attitudini che gli studenti acquisiscono nella relazione in presenza e nei contesti di apprendimento con i pari e con gli insegnanti e non può rappresentare l’unica leva di innovazione del sistema. Il divario tra l’esperienza effettivamente vissuta e ciò che l’istruzione come ascensore sociale e leva di apprendimento dovrebbe o potrebbe essere, si riflette anche nel grado di fiducia che le nuove generazioni dichiarano di riporre nella scuola e nell’università. Fiducia che supera la sufficienza per poco più della metà del campione passando dal 56,8% del 2013 al 53,5% della rilevazione del 2017. Non si tratta tanto, per molti sfiduciati, di dubitare del valore del sapere e della conoscenza in sé, dato che la ricerca scientifica rappresenta in assoluto l’ambito che riscuote il grado più alto di fiducia (77,3% nel 2017), quanto piuttosto di non credere nella capacità che il sistema d’istruzione ha di favorire l’acquisizione e l’effettiva applicazione di tali saperi nei propri contesti di vita. L’ ultima rilevazione internazionale dell’Osservatorio Giovani, effettuata tra aprile e maggio 2020, ha mostrato che la fiducia nei confronti della scuola e dell’università è rimasta invariata rispetto alla fase antecedente al lockdown per il 61% dei giovani italiani, è aumentata per il 21% ed è diminuita per il 17% con una differenza del 4% a favore di coloro i quali l’hanno vista aumentare. Non così negli altri Paesi osservati nei quali si sono registrati lievi scostamenti negativi della fiducia tra il -2% della Spagna e il -5% della Francia. Il giudizio sugli effetti futuri che la pandemia potrà avere sul sistema scolastico rimane in bilico: secondo il 43,4% dei giovani italiani saranno tendenzialmente positivi, secondo il 56,6% negativi. In sintesi, le osservazioni e i giudizi raccolti tra i giovani italiani attraverso le diverse rilevazioni riflettono questa tensione tra il valore e il significato che la maggior parte di essi ancora attribuisce all’istituzione scolastica e i limiti e le frustrazioni che molti di loro sperimentano sul fronte interno nelle modalità di gestione del processo di trasmissione dei saperi e di partecipazione alla vita scolastica e sul fronte esterno nella difficoltà di mettere in gioco ciò che si è appreso nel contesto lavorativo, sociale e culturale italiano. Nella precedente crisi economico- finanziaria l’Italia ha reagito sul piano delle politiche dell’istruzione riducendo la spesa in nome dell’austerity.

Si tratta di capire se, in occasione di questa crisi pandemica, e nel contesto della messa a disposizione di una dotazione straordinaria di fondi europei, ci sarà un investimento mirato e di prospettiva sulla scuola. Lo ha ricordato anche il presidente Mattarella nel suo intervento di inaugurazione dell’anno scolastico 2020/2021 a Vo’: «La nostra partecipazione al programma Next Generation dell’Unione Europea è una straordinaria opportunità che non possiamo perdere. Un’occasione anche per un vero rilancio della scuola italiana». Un’alleanza strategica tra le generazioni non può che ripartire dalla scuola e dall’università. Una volta superata la 'prova d’ingresso' della riapertura saranno dunque altre le 'prove di maturità' che le istituzioni politiche dovranno superare per non disperdere quel credito di fiducia che i giovani ancora ripongono nel valore del sapere e della formazione. Per ridare uno slancio decisivo al Paese, la scuola (e i giovani con essa) più che essere vista come il problema, dovrebbe essere considerata come parte della soluzione.

 *Docente di Sociologia della famiglia e dell’infanzia all’Università Cattolica, membro dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo

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