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giovedì 1 febbraio 2024

INTELLIGENZA ARTIFICIALE e SENSO DEL LIMITE

 «La nostra vita è esistere 

non funzionare come una macchina» 


LO PSICOANALISTA RICHIAMA AI CONCETTI DI ORGANISMO E LIMITE


 

-di STEFANO FILIPPI

 Miguel Benasayag, argentino di nascita e francese di adozione, è psicanalista e neurofisiologo, lavora in particolare sui problemi dell’infanzia e dell’adolescenza e da anni studia i cambiamenti della rivoluzione digitale e il loro impatto sull’uomo. Il rischio che, con lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, l’essere umano venga ridotto a una somma di funzioni è alto, dice. Ma «la vita dell’uomo è esistere, non funzionare come una macchina». Che cosa resta dell’uomo dopo avere delegato certe funzioni alle macchine? «Rimane tutto». Perché l’uomo è «irriducibile agli elementi e ai processi» di cui è fatto. E il transumanesimo che vagheggia un uomo privo di limiti? «Teorie deliranti».

 L’impatto dell’Intelligenza artificiale è stato paragonato a quello della Rivoluzione industriale. Allora l’automazione tolse all’uomo mansioni manuali, ora l’IA gli sottrae parte dell’attività intellettuale. Cos’è allora l’uomo? Non c’è il rischio di definirlo come ciò che resta dopo essersi messo nelle mani delle macchine?

 Questa è la tentazione. Ma noi dobbiamo dire chi è l’uomo in positivo, non dopo che la macchina l’ha spogliato. Oggi l’essere umano è definito come una somma di parti. È un punto di vista debole, originato da una concezione filosofica “modulare” che non considera la differenza fondamentale tra un aggregato e un organismo. Un aggregato è una somma di funzioni, l’organismo viceversa è un’entità unitaria e non si definisce semplicemente per il suo modo di funzionare. Ogni parte di un organismo funziona in base a un doppio principio: secondo la propria natura, ma anche secondo la natura dell’intero organismo. Le macchine possono fare un sacco di cose, possono affascinare o fare paura. Ma il problema di fondo è ricomprendere la differenza tra organismo e artefatto, la singolarità particolare del vivente.

 L’unitarietà dell’uomo, il suo vero “io”.

 L’uomo è un essere unitario, irriducibile agli elementi e ai processi da cui è composto, che però non è concepibile in modo autonomo. Un organismo partecipa alla vita in quanto ha relazioni e appartiene a una specie che dura nel tempo.

 Le piace la parola “intelligenza” per quella che ormai chiamiamo “intelligenza artificiale”?

 Non tanto. La macchina non è intelligente in sé: può prevedere, calcolare, fare un sacco di operazioni, ma l’intelligenza per il vivente – non solo per l’essere umano – è sempre una questione di integrazione tra il cervello e la realtà, non solo la capacità di fare calcoli buoni. La razionalità dell’intelligenza artificiale è molto povera. Per esempio, non può accettare la negatività inerente alla vita, o il fatto che i corpi sono desideranti, sono sottomessi alle pulsioni, non agiscono in modo sempre positivo. Già trent’anni fa, quando cominciai con questi studi, scrissi che parlavamo troppo di “intelligenza” relativa alle macchine, e questo avrebbe avuto conseguenze negative.

 Come la chiamerebbe?

 Sono artefatti interessanti. Macchine. Viceversa, a forza di parlare di intelligenza e vita artificiale, oggi abbiamo una concezione artificiale della vita biologica. Il discorso è stato capovolto. Nel mio campo di ricerca, la maggioranza dice che tra l’intelligenza e la vita artificiale e quella biologica e culturale c’è un’identità di natura mentre la differenza è solo quantitativa. Io dico l’opposto, cioè che c’è una differenza qualitativa, ma questo è molto difficile da affermare nel campo scientifico, dove si ragiona solo in termini di misurabilità, e quelli come me sono considerati come idealisti, “vitalisti”, che vogliono inserire un elemento non scientifico nella definizione della vita.

 Nei suoi studi lei ha sempre fatto un elogio del limite. L’uomo può sbagliare e ha il senso del suo limite, la macchina no.

È così. Per me il limite non ha un’accezione negativa: è quello che definisce il mio modo di essere nel mondo. Siamo limitati perché abbiamo punti di vista, affetti, responsabilità, che sono la condizione della vita. Al contrario, è antiscientifico programmare una macchina con qualche limite: la macchina deve sempre funzionare perfettamente.

 Una vita senza limite è il mito del mondo contemporaneo.

Sembra incredibile, ma tutte queste deliranti teorie transumanistiche, che parlano di una vita senza limite, hanno un ascolto vastissimo. L’idea che i limiti sono arbitrari è una pazzia assoluta.

 Come si spiega il successo di queste teorie?

La vita quotidiana ne è intrisa. La rimozione del limite è alla base, per esempio, del neoliberalismo che vuole deregolare e deterritorializzare tutto.

 Deterritorializzare?

Per esempio, a me piace mangiare i frutti di stagione del mio territorio. Ma c’è chi vuole quei frutti tutto l’anno ed è disposto a farli arrivare dall’estero, oppure impiegare enormi quantità di acqua per coltivarli in località inadatte ma più vicine. Tuttavia, se io dico che questo ha poco senso, che la vita è fatta di cicli, di ritmi e anche di riti, non ho spazio nella postmodernità. Sono considerato un oscurantista perché voglio porre dei limiti. La deterritorializzazione parte dall’idea che l’essere umano non deve accettare nessun limite. E questo è suicidario.

 L’uomo di oggi rifiuta i limiti anche perché non riconosce più di essere stato creato?

L’uomo si ritiene fatto come una macchina. Perché subire il limite dell’organicità? Questa domanda, trent’anni fa, la facevano solamente gli psicotici e i servizi di psichiatria: perché devo accettare il limite, perché devo accettare di morire? Oggi il sentire comune è questo: i limiti sono confini arbitrari. E abbiamo per le mani una potenza enorme, fantastica, ma siccome non sappiamo addomesticarla, per il momento essa provoca cambiamenti che non padroneggiamo.

 Le macchine vanno fermate?

Impossibile. Non si può guardare il futuro con un retrovisore. In realtà siamo già ibridati, anche se non ce ne rendiamo conto. Un’ibridazione non anatomica ma fisiologica, di funzionamento. Ho lavorato anni per capire l’influenza degli apparecchi digitali sul cervello ed è stato facilissimo vedere come è cambiata la struttura cerebrale di chi delega alcune funzioni al navigatore satellitare Gps.

 Se alcune facoltà si perdono, ce ne sono altre che vengono migliorate?

Non è possibile. Il sistema nervoso centrale delega alcune funzioni e ricicla la regione cerebrale liberata. Sono processi lentissimi, lunghi anche centinaia di anni, che però nell’immediato provocano un’atrofizzazione.

 Vuol dire che l’Intelligenza artificiale può provocare un’ottusità naturale?

Un indebolimento, certo. Lo vediamo anche nei bambini che passano molto tempo con i videogiochi o davanti a uno schermo. Non per niente i geni della Silicon Valley mandano i figli a scuola senza computer e fanno studiare loro latino e greco. La neurofisiologia dice che prima dei tre anni non dobbiamo mettere i bambini davanti agli schermi. Ma le famiglie non ne sono al corrente.

 Allora le macchine sono nostre nemiche?

No. Ma bisogna conoscerle e ristabilire un’alterità. Perdere questa distinzione è pericolosissimo. La vita dell’uomo è esistere, non funzionare come una macchina. Che cosa resta dell’uomo dopo avere delegato certe funzioni alle macchine? Rimane tutto. Semplicemente dobbiamo imparare a esistere, coabitando con questa nuova potenza che, non avendone noi il pieno controllo, può essere pericolosa.

 Qual è dunque il nostro compito?

La cosa fondamentale è capire che dobbiamo sapere identificare che cosa noi siamo e riconquistare il terreno lasciato alla macchina. L’invenzione dell’ascensore non ci ha tolto la possibilità e il gusto di camminare.

 Tuttavia, oggi spesso si viene misurati in base alla performance. La macchina corre e l’uomo deve stare al passo.

L’estetica attuale è di diventare una macchina sempre più performante. Dunque, la felicità sarebbe da un lato non fare niente mentre la macchina fa tutto, e dall’altro funzionare come una macchina perdendo anche le angosce legate all’esistere e alla ricerca di senso. È una resistenza attiva che dobbiamo avere tutti, non contro la macchina ma contro la stupidità.

 www.avvenire.it

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lunedì 7 marzo 2022

RIPENSARE IL SENSO COMUNE


 «Ritrovare la sintonia 
con i ritmi del vivente»

 

Parla il filosofo franco-argentino Miguel Benasayag. Nel suo ultimo libro ha messo al centro l’esigenza di un ritorno dell’uomo dall’esilio dalla natura prodotto dalla ratio cartesiana. «Va attivata un’estetica dei cicli della vita, i quali custodiscono fragilità e il negativo, attraverso esperienze concrete»

 

-         di SIMONE PALIAGA

-          

«Assumere la nostra appartenenza al vivente e al campo biologico implica il fatto di riconoscere che ciascuno dei nostri atti si inscrive in una complessità che non possiamo dominare né orientare a nostro piacimento», ammonisce il filosofo e psicoanalista, oggi parigino ma originario dell’Argentina, Miguel Benasayag nel libro, scritto a quattro mani con il giornalista e storico Bastien Cany, Il ritorno dall’esilio. Ripensare il senso comune, appena pubblicato da Vita e Pensiero (pagine 136, euro 16,00).

A quale esilio allude il titolo del suo libro, professore?

Si tratta naturalmente di un esilio immaginario, con conseguenze reali però. Quando parlo di esilio intendo l’esilio promosso da Cartesio, vale a dire l’esilio dell’uomo dalla natura di cui, peraltro, si considera padrone e possessore. Occorre precisare però, a differenza di quanto auspicato dal progetto moderno, che l’uomo in realtà non si è mai separato da essa, ma il suo esilio immaginario ha avuto conseguenze su di lui. Questo modo cartesiano di abitare il mondo ha trovato al giorno d’oggi la sua acme. Mai come ora il massimo di produzione genera il massimo di distruzione. Si tratta di una situazione non più sostenibile. Per questo quasi tutti oramai sostengono che l’uomo appartiene alla natura. Il sentirsi parte di essa è una sfida che non deve ridursi al solo rispetto ma bisogna imparare a coabitarla. Non è un caso che i giuristi oggigiorno riconoscano gli animali, i fiumi, le foreste come soggetti di diritto. Accade perché l’uomo non può più pensarsi da solo e isolato.

Accanto però all’esilio di cui parla oggi emerge quello che nasce dall’uso eccessivo di piattaforme e social network...

In effetti l’esilio è la rottura del legame, che è ciò che ci costituisce. L’essere umano. separandosi dalla natura e dagli altri per l’uso di app, smartphone, social network, ha perduto anche se stesso. Non sono tecnofobo e penso che la rete sia comoda ma la comodità, per il vivente, rischia di tradursi in una trappola. In Africa, per allontanare le formiche dalle proprie abitazioni, si cospargono di zucchero le vicinanze del formicaio. Le formiche però, dopo i primi momenti, anziché rimanere dove c’è abbondanza di zucchero si avventurano più lontano per cercarne altro. Non si accontentano dei comfort. Sanno che è pericoloso per il vivente abbandonarsi alla comodità perché impedisce l’esplorazione del possibile. E quello che avviene sul web, quando si naviga alla ricerca di informazioni, non è esplorazione perché non c’è esperienza.

Perché oggi l’uomo incontra così tanta difficoltà a pensare un futuro e dei possibili praticabili?

All’acronimo Tina, there is not alternative, non dobbiamo rispondere proponendo un’alternativa animata da un progetto politico come in passato è stato il comunismo.

Può spiegare questa idea?

Dobbiamo riflettere sul futuro che, in passato era considerato una promessa oggi invece è una minaccia. È importante che il futuro si pensi come una possibilità del presente e liberarlo dal giogo dell’istantaneità. Va pensato insieme al possibile e non considerarlo solo come uno sviluppo lineare del presente. Solo così è possibile riconoscere che la vita è la trascendenza dentro l’immanenza, o, per dirla diversamente, vivere significa riconoscere l’irreversibile dentro l’effimero e cercare qualcosa oltre l’effimero.

Sembra il sogno dei transumanisti...

Tutt’altro. Occorre rifiutare la trascendenza che la macchina ci offre e che i transumanisti rilanciano agitando davanti gli occhi il miraggio dei cyborg. Dobbiamo ritrovare la familiarità con il fragile e l’effimero e non espellere il negativo dalla vita come la modernità ha tentato di fare. Occorre attivare un’estetica per desiderare i cicli della vita, che custodiscono anche fragilità e il negativo, attraverso esperienze concrete, locali e situate. Le semplici esperienze morali non bastano.

E i riti di cui parla aiutano in questo?

I riti corrispondono ai ritmi del vivente e ai ritmi tellurici. La rapidità delle macchine ha schiacciato il vivente intaccando i suoi ritmi. Ne siamo così condizionati al punto che per noi è impossibile seguire la cerimonia del tè come avviene in Giappone. Spendere due ore per bere l’infuso per gli occidentali è troppo. Come la macchina abbia attaccato i ritmi del vivente lo si riscontra in ambito psichiatrico, dove molti pazienti sono affetti da patologie dovute al fatto che loro funzionano troppo bene ma a scapito dell’esistere.

Reputa che il senso comune sia una via d’uscita da questa situazione?

Per senso comune intendo tutti i saper fare che sono in sintonia con i ritmi del vivente. Sono i saper fare che non possono essere sistematizzati e razionalizzati e nascono dalle esperienze e non dagli esperimenti. Il problema è che l’Occidente ha contrapposto, a differenza di altre civiltà, il senso comune alla razionalità. E in Occidente, alla fine, questa ha soffocato l’esperienza staccandosi dalla realtà. Non dico che si debba tornare al passato ma come Goethe, quando parla del passaggio dall’alchimia alla chimica, credo che sia importante accogliere i contributi della chimica senza però dimenticare gli apporti dell’alchimia. Da qui il nostro compito di riattivare il senso comune come esperienza.

Come farlo?

Intanto occorre promuovere degli atelier sociali locali e situati che aiutino a ricreare un rapporto di legame con la natura e con l’esperienza rompendo così con l’esilio di cui si parlava all’inizio. Un ruolo importante poi lo può giocare la scuola purché resista alla pedagogia delle competenze oggi tanto di moda perché non sono altro che un sapere utile all’industria e al commercio.

E cosa deve fare?

La scuola deve coltivare il tempo dell’inutile e il gusto dell’esplorazione. I bambini non possono conoscere le piante esplorando il web, ma devono farne esperienza in giardino. Per riattivare il senso comune la scuola deve resistere all’idea che gli uomini siano sempre in difetto di qualcosa, sempre in una condizione di mancanza. Non si tratta di modificare se stessi ma di insegnare ai bimbi a esplorare il proprio possibile. A scuola occorre imparare a esistere e non a funzionare, consapevoli che le competenze possono essere sviluppate solo se un bambino è prima strutturato. L’educazione vale se è in grado di renderlo capace di abitare la propria vita, convincendolo che non deve cercare di essere qualcuno perché è già qualcuno.

 

www.avvenire.it