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giovedì 12 marzo 2026

POLI EDUCATIVI TERRITORIALI

 

A Bolzano sono nati i “Poli educativi territoriali”: una nuova infrastruttura sociale che fa bene a tutta la comunità

A Bolzano, i Poli educativi territoriali superano il concetto di "progetto" per diventare infrastruttura sociale. Attraverso figure come lo Youth Worker, scuola e centri giovanili si alleano per offrire ai ragazzi spazi di protagonismo, cura del bene comune e percorsi contro l’emarginazione.

«Dai state un secondo fermi, solo un attimo».

La voce che arriva dall’altra parte del telefono è quella di Davide, 16 anni.

Sta parlando a un gruppo di ragazzi e ragazze poco più giovani di lui, li richiama in modo scherzoso.

Davide studia alla Scuola Professionale CTS L. Einaudi di Bolzano, indirizzo meccanica.

Ed è «un volontario giovani responsabile», come si definisce lui stesso, in uno dei Poli territoriali nati all’interno del percorso più ampio, (lo abbiamo raccontato in questo articolo “Bolzano, quando la co-progettazione crea una Terraferma per i giovani” e in questo “Sono un “Giallone” e vi spiego perché”) finanziato dall’Ufficio Politiche giovanili della Provincia Autonoma di Bolzano come parte di una strategia che mira a coinvolgere ragazze e ragazzi per valorizzare il loro potenziale di trasformazione della società.

Davide, prima di essere una presenza fissa come giovane volontario del Polo territoriale, infatti, quel polo l’ha frequentato. Ed è qui che «ho imparato il rispetto», racconta.

E per lui il rispetto non è un concetto astratto ma «una cosa molto pratica», dice.

«Rispetto significa imparare a parlare nel modo giusto con una persona che non conosci, avere cura degli spazi, degli oggetti.

Saper apprezzare le cose che, se vissute insieme, valgono tantissimo».

I ragazzi e le ragazze agganciati grazie ai Poli Educativi Territoriali sono i futuri “gialloni”, gli stessi che si metteranno in gioco proponendo micro-azioni sul territorio, nella dimensione della sperimentazione.

Oggi c’è una domanda che attraversa le politiche giovanili più lungimiranti: «Come rendere i giovani protagonisti reali della trasformazione sociale?», dicono dall’Ufficio Politiche giovanili della Provincia autonoma di Bolzano.

«La nuova strategia della Provincia – “Trova il tuo spazio” – nasce proprio da qui.

Non come un progetto isolato né come uno slogan motivazionale, ma come una vera infrastruttura pubblica pensata per far emergere il potenziale creativo delle ragazze e dei ragazzi, offrendo loro gli spazi, strumenti e risorse per immaginare – e costruire – scenari di futuro alternativi a un presente sempre più complesso.

Al centro della strategia c’è un’idea semplice e radicale: le visioni dei giovani, soprattutto di quelli rimasti ai margini, sono preziose.

Sono sguardi spesso non allineati, talvolta abrasivi, quasi sempre non convenzionali.

Proprio per questo, quando vengono messi in risonanza con altri diversi, generano immaginari nuovi, capaci di aprire possibilità inedite.

Riconoscere questo potenziale significa, però, ripensare profondamente il modo in cui le istituzioni incontrano i giovani.

Non si tratta di “includere” – termine che in latino porta con sé l’idea del chiudere dentro – ma di creare condizioni affinché gli outsider prendano spazio e parola, affinché possano contribuire alla vita pubblica senza dover rinunciare alla propria unicità. In questo quadro nasce e si rafforza uno degli strumenti più innovativi della strategia per quanto riguarda l’obiettivo di impatto dell’accessibilità: i Poli Educativi Territoriali».

Che cos’è un polo educativo?

I Poli Educativi Territoriali rappresentano un nuovo modo di immaginare il percorso educativo e le politiche giovanili come ecosistema diffuso, in cui scuola, centri giovani, famiglie e territorio non operano più su binari paralleli ma costruiscono un’alleanza educativa strutturata e continuativa.

Ogni Polo nasce dall’incontro tra una scuola e un centro giovanile di prossimità che decidono di condividere obiettivi, risorse, responsabilità e pratiche.

Ma «non usiamo la parola progetto», dice Andrea Natale, educatore responsabile del Centro Giovanile L’Orizzonte, partner attivo della provincia sulle iniziative che coinvolgono i giovani.

«Perché», continua, «il progetto è una cosa che “tendenzialmente inizia e finisce”.

L’idea del Polo Educativo territoriale è invece quella di una “sperimentazione che desidera collaborare” e rimettere al centro i centri giovanili come “responsabilità di connessione tra il fare a scuola e il fare poi nel doposcuola”.

Non si tratta di fare attività estemporanee, ma di creare un sistema, un “modo di vivere il quartiere” che colleghi le scuole e i centri di riferimento.

È un lavoro costante di aggiustamento del tiro per capire le buone prassi e cosa funziona, affinché il Polo diventi una realtà che c’è, una “realtà che mette insieme scuole e centri giovanili di diversi territori”».

Al centro dei Poli c’è la figura dell’operatore giovanile, ponte tra educazione formale e non formale. Il suo ruolo non è replicare dinamiche scolastiche, ma offrire ai giovani uno spazio fiduciario, aperto e non giudicante, dove far emergere interessi, talenti, fragilità e desideri che spesso restano invisibili nei contesti tradizionali.

Lo youth worker, l’educatore come Andrea Natale, diventa così un’infrastruttura mobile del territorio, capace di abitare e connettere contesti diversi, generando prossimità e continuità educativa.

I Poli funzionano come un modello educativo integrato che accompagna le ragazze e i ragazzi lungo l’arco della giornata: al mattino, lo youth worker è presente a scuola: intercetta, osserva, ascolta, costruisce relazioni significative, riconosce bisogni e potenzialità; al pomeriggio, nei centri giovanili, gli stessi ragazzi trovano uno spazio per approfondire interessi, sperimentare attività artistiche, digitali o culturali, partecipare a percorsi di cittadinanza attiva e costruire legami di comunità.

Con 12 Poli Educativi Territoriali oggi attivi, il modello si sta radicando in tutta la provincia.

I 12 Poli sono nati da un processo di coprogettazione che ha visto coinvolti i dirigenti e gli operatori giovanili: insieme hanno definito obiettivi condivisi.

Dopo una prima sperimentazione di tre Poli nella primavera 2025, da settembre 2025 la rete è entrata a regime, coinvolgendo: 12 centri giovanili e 17 istituti scolastici tra elementari, medie e superiori.

Ciò che nasce dentro la scuola può proseguire nel centro giovani, e viceversa, senza soluzione di continuità.

Il sistema quindi garantisce a tutti l’accesso ad attività extrascolastiche di qualità e uno spazio educativo diffuso – che non finisce al suono della campanella. L’operatore socio-culturale – così viene definita la figura educativa del Pet – abita i corridoi, i bagni, gli interstizi della scuola così come i momenti di pausa.

È lì che incontra e aggancia ragazzi e ragazze, spesso attraverso proposte a bassa soglia, coinvolgendoli poi affinché nel pomeriggio possano raggiungere il centro giovani di prossimità e co-creare insieme le attività.

«Nel concreto», continua Natale, «è a scuola che c’è “l’aggancio”, durante la “pausa attiva”: uno spazio dedicato e aperto per due ore e mezza tra le lezioni del mattino e del pomeriggio, dove i ragazzi possono incontrare gli educatori.

Non è un tempo vuoto, ma uno spazio dove i ragazzi possono “svagarsi e aggregare” attraverso attività progettate insieme o spontanee».

Natale sottolinea l’importanza della “cura dello spazio comune”: «Dire a un ragazzo che quella sala è un luogo che lui abita e di cui può prendersi cura perché “sei capace” e perché “renderlo bello insieme è un valore per gli altri e per te” ha un valore incredibile.

Si punta tutto sulle risorse dei ragazzi.

Natale racconta con orgoglio la storia di quel ragazzo di seconda superiore, un po’ agitato e che non riusciva a mantenere l’attenzione, che attraverso la pausa attiva ha iniziato a frequentare il centro, portandosi dietro anche il cugino. «Questo ragazzo», racconta Natale, «si è reso protagonista della festa di Natale recitando una piccola commedia… su un palco, in una situazione dove si è dovuto esporre molto, mostrando un desiderio incredibile di esserci e di sentire quei rapporti come interessanti per lui».

Il senso del Polo territoriale sta proprio qui: un ragazzo che oggi definiremmo “un po’ fragile”, grazie alla relazione di significato costruita con l’operatore ha cominciato a frequentare il centro e ora sta diventando un “giallone”.

Durante le pause attive i giovani e le giovani si dedicano ad attività ludico-sportive e interagiscono direttamente con gli Youth Worker.

Molti ragazzi scelgono di aggregarsi attraverso giochi di società e collaborativi, utili a migliorare la socialità e l’inclusione, oppure si avvicinano a brevi esperienze di media education provando strumenti digitali e creativi portati dagli esperti.

Infine, la pausa viene utilizzata come un momento di orientamento informale, dove gli studenti possono ricevere supporto o informazioni su percorsi specifici pensati per chi attraversa momenti di difficoltà scolastica.

Ed è durante questi momenti che i ragazzi e le ragazze scelgono di lavorare insieme anche all’organizzazione di iniziative di cui beneficerà tutto il quartiere, com’è successo per l’allestimento della festa di carnevale di OItrisarco – Aslago.

«I ragazzi», chiosa Natale, «oggi sono “sfiduciati del mondo dell’adulto”, visti come figure legate solo al profitto o all’interesse personale.

Il compito dello Youth Worker è proprio quello di rimettersi in discussione come “adulti educanti” per ridare ai giovani un “orizzonte di possibilità di incontro con adulti positivi”.

Lo Youth Worker non è un animatore che fa solo divertire, ma un educatore con una specificità sul mondo giovanile che interviene sulle “dinamiche relazionali” e sui bisogni profondi.

Il Polo è un tentativo di colmare quel buco incolmabile che si crea quando non si insegna ai teenager “la possibilità del dialogo con tutti” o il valore del perdono.

Entrare nella scuola con un compito puramente educativo, e non didattico, permette di mettere da parte le nozioni per intervenire su tutto il resto: le risorse della persona, i bisogni della persona e le dinamiche relazionali».

Grazie al Polo il centro giovani diventa un terzo luogo educativo tra casa e scuola, entra nella geografia affettiva del ragazzo.

È uno strumento di accessibilità e approfondimento.

Accessibilità perché aggancia potenzialmente tutti i ragazzi a scuola, approfondimento perché nel centro giovani i ragazzi stessi possono co-costruire delle attività – di cui spesso hanno avuto un “assaggio” a scuola.

I Pet, per loro natura sono un’infrastruttura rivolta a tutte e tutti i ragazzi – in particolare a coloro che restano più invisibili: timidi, riservati, vittime di bullismo che spesso non attirano attenzione. L’orizzonte di riferimento è quello della mixité.

 VITA

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martedì 26 novembre 2024

DANILO DOLCI, UN PROFETA DEI NOSTRI TEMPI

 

Ricordando DANILO DOLCI 


a cento anni dalla nascita





-         di Italo Bassotto

 Strana facoltà umana è la “memoria”: ci porta a ricordare solo chi vogliamo e a dimenticare chi ci dà o ha dato fastidio… Tra i tanti “memento” della storia, noi educatori e pedagogisti abbiamo celebrato il centenario della nascita di Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana e i due lustri dalla morte di Mario Lodi, il maestro del Po di Piadena: entrambi monumenti e colonne dell’educazione scolastica democratica e “umana” (nel senso di rispettosa ed attenta alla dignità dei bambini e dei ragazzi nell’esercizio del loro diritto allo studio). E, insieme a noi, gente di scuola, si sono accodati nelle celebrazioni i media nazionali (e non solo), gli opinion leaders e, naturalmente i politici più attenti e sensibili. Si sono realizzati più di 400 convegni, seminari, giornate di studio per approfondire il pensiero e le opere dei due “maestri”; molte Università hanno dedicato i corsi monografici dei due anni accademici recenti alla presentazione delle due figure emblema della pedagogia contemporanea; sono stati pubblicati non meno di una decina di testi e centinaia di articoli che approfondivano i diversi aspetti dei metodi educativi di Don Lorenzo e di Mario Lodi…

 Al contrario dei cento anni dalla nascita di Danilo Dolci, poeta, sociologo, educatore, sostenitore delle cause dei poveri contadini della Sicilia, propugnatore del metodo non violento nella politica e nelle rivendicazioni sociali, antifascista e nemico della mafia nessuno ha fatto cenno: né i media, né gli epigoni delle lotte per il riscatto dei poveri (contadini, operai, giovani disoccupati), né tanto meno gli apparati istituzionali della scuola, dello Stato e della Chiesa si sono mossi per ricordare una persona che ha speso la sua vita per il riscatto degli ultimi.

 Provo a riassumere la storia della sua vita breve, ma intensa (1924-1997); zingaro nella sua infanzia e giovinezza (nato in Slovenia, il padre ferroviere costringe lui e sua madre a vivere in diverse città del Nord) studia a Brescia e a Milano, manifestando uno straordinario interesse per le arti (musica, letteratura e pittura), ma anche una forte avversione al fascismo che lo porta a rifiutare la divisa da repubblichino ed a fuggire nel centro Italia, dove vive gli ultimi due anni della guerra facendo il pastore in Abruzzo, ospite di un contadino. Finita la guerra emigra a Roma dove si iscrive ad Architettura, ma non finisce gli studi perché, tornato a Milano, comincia a frequentare gli ambienti della rivolta culturale e sociale: le fabbriche di Sesto san Giovanni ed il ri-nascente movimento operaio; le lezioni di Ernesto Bonaiuti teologo e filosofo che sostiene le tesi del modernismo e, per questo, sospeso a divinis; ed infine sceglie di andare a vivere l’esperienza di Nomadelfia, una comune di cristiani animata da don Zeno Saltini. Dopo due anni, abbandona la comunità e si trasferisce nella Sicilia occidentale, la più povera e derelitta vivendo fra Partinico e Trappeto. Qui inizi il suo lavoro di alfabetizzazione e di sensibilizzazione dei contadini mettendo a punto i due pilastri della sua “filosofia esistenziale”: il metodo maieutico (o del dialogo sociale e politico con la povera gente) e la pratica della non violenza (he gli varrà il titolo di “Gandhi italiano” insieme ad Aldo Capitini). Tre sono le azioni degne di essere raccontate negli anni della sua testimonianza sociale e politica a favore dei contadini siciliani: i digiuni (diversi e in diverse contesti) per smuovere i politici siciliani e nazionali in favore dei poveri da lui protetti (la prima volta non mangia per giorni adagiato sul letto di un bambino morto di fame); gli “scioperi alla rovescia”, ovvero invece di non andare a lavorare gli operai ed i braccianti si riunivano in gruppi con lui che li guidava a svolgere lavori socialmente utili (come sistemare strade prima impercorribili, edificare dighe per dare acqua alle campagne, costruire case per i terremotati del Belice che vivevano in baracche fatiscenti anni dopo quella immane tragedia…

 Tutto questo gli provocò numerose denunce spesso sostenute da notizie di reato ridicole come quelle che gli vennero mosse per “digiuno pubblico illegale” (sic!), oppure nel caso degli scioperi alla rovescia di “istigazione a disobbedire alle leggi” (negli stessi anni al Nord don Mazzolari e don Milani scrivevano che la disobbedienza era un dovere morale quando le leggi erano ingiuste o contrarie alla propria coscienza!). Fu processato almeno cinque volte e in due fu anche condannato al carcere, ma non smise mai di praticare le sue battaglie in favore degli ultimi con il metodo della non violenza attirando intorno a sé numerosi giovani, che avevano compreso il senso della sua lotta: ricordo Peppino Impastato, Lorenzo Barbera e Goffredo Fofi. Intanto anche la sua produzione letteraria cominciava a dargli notorietà e ad attirare l’attenzione sia degli intellettuali italiani (Vittorini, Levi, Bobbio, Moravia…) sia europei (Russel, Sartre, Piaget, Huxely…); vinse numerosi premi ed ottiene riconoscimenti sia in Italia che all’estero: purtroppo anche in Russia riceve il premio Lenin, che fa gridare i media italiani al fatto che egli era un pericoloso “comunista” …

Intanto avvia altre tre straordinarie iniziative: la prima “radio libera” italiana (Radio Partinico), che viene chiusa dopo meno di 30 ore e lui denunciato, ovviamente!, la seconda è la creazione del Centro Educativo di Mirto (frazione di Partinico) nel quale mette a punto i suoi due principi pedagogici: il dialogo maieutico e la cooperazione scolastica fra gli alunni, partendo dalla distinzione fra “trasmettere e comunicare”(per quanto riguarda il metodo dialogico) e il “potere e il dominio” per quanto riguarda la collaborazione… Infine merita di essere ricordato il suo impegno nella lotta alla mafia con particolare riguardo alle sue commistioni con la politica specie negli anni che dal 1970 vanno fino alla sua morte. Questa battaglia gli portò denunce e processi, ma soprattutto il disprezzo di quella stessa gente che lui cercava di aiutare: infatti veniva tacciato di denigrare la Sicilia ed i suoi abitanti con questo suo voler denunciare continuamente il malaffare e la corruzione legata ai poteri mafiosi, perfino il cardinale Ruffini lo elencava fra i tre malanni che portavano disprezzo alla Sicilia: il romanzo di Tomasi di Lampedusa  (il Gattopardo), il gran parlare di mafia e Danilo Dolci che, con le sue iniziative e le sue polemiche, gettava il discredito sulle istituzioni e su ciò che di buono si andava facendo nell’isola.

Negli ultimi anni di vita il rivoluzionario e animatore sociale lascia il posto al poeta ed allo scrittore: pubblica una raccolta di poesie (tra le quali c’è la bellissima: ciascun bambino cresce solo se sognato…) che gli varrà il premio Viareggio e mette a punto in diversi saggi i pilastri del suo pensiero educativo e sociologico (il dialogo, la non violenza, la cooperazione) con un progressivo allargamento ai temi della pace e della convivenza fra i popoli. Questi lavori, pubblicati dalla fine degli anni ’70 sino alla sua morte, lo porteranno a ricevere in India il premio Gandhi ed a Bologna la laurea honoris causa in scienze dell’educazione.

 Mi sono dilungato sui passaggi salienti della biografia di Danilo Dolci, perché il suo è un caso assai raro nel quale il pensiero si capisce per intero semplicemente guardando alle azioni ed alle scelte di vita del protagonista. Caratteristica tipica dei “maestri”, per i quali il pensiero diventa vita e l’esperienza vissuta riflessione, ma allora mi chiedo (e chiedo ai miei lettori) come mai Mario Lodi ed il priore di Barbiana suscitano tanta attenzione sia all’interno della scuola, sia sui mezzi di comunicazione di massa, mentre, al contrario, Danilo Dolci è caduto nell’oblio quasi totale? Credo che la spiegazione stia nel fatto che la sua testimonianza pedagogica e politica abbia avuto come terreno di coltura la Sicilia dei poveri, dei terremotati, delle vittime delle vessazioni mafiose… e la Sicilia non ha una buona audience sui media nazionali. Si dimentica così che, in realtà, per Danilo Dolci la Sicilia non era altro che un “laboratorio” della sua idea di equità, di giustizia sociale di relazioni istituzionali ed umane ispirate alla pace ed alla non violenza. Ogni volta che una sua iniziativa saliva agli onori della cronaca (spesso quella processuale) egli non perdeva l’occasione per far diventare la vicenda che lo vedeva accusato un prototipo di quello che doveva essere il messaggio di solidarietà da comunicare (non da trasmettere, come diceva lui) a tutte le comunità in lotte per uscire dal degrado e dalla miseria. Ma su questo passaggio era sempre più solo: i suoi amici se ne andarono prima di lui e le mass comunications non amavano il suo messaggio silenzioso e non violento.

 Per quanto riguarda il metodo dialogico in educazione oggi c’è una rinascita della maieutica e della costruzione sociale degli apprendimenti, ma abbiamo dovuto (da inveterati provinciali) passare attraverso le linee metodologiche elaborate nel mondo anglosassone (l’intelligenza emotiva, la flipped classroom, il debate, la philosophy for children…), dimenticando che in Europa le cose che dicono questi autori le facevano già Socrate Platone e Aristotele 400 anni prima di Cristo!


giovedì 14 novembre 2024

GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

“Il Papa pranza in Vaticano con 1300 bisognosi”


Succederà domenica prossima in occasione della Giornata mondiale dei poveri.

Nel Messaggio di preparazione il richiamo all'esempio di Madre Teresa di Calcutta.

Leggendo e meditando il Vangelo lo diciamo spesso, ma nella vita quotidiana lo dimentichiamo quasi sempre: i poveri hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio.

E ce l’hanno al punto che il Padre è impaziente fino a quando non ha reso loro giustizia.

Questo concetto è il filo conduttore del Messaggio del Papa per l’VIII Giornata mondiale dei poveri, in programma domenica prossima 17 novembre.

Tema della riflessione di Francesco, tratta dal Libro del Siracide, è “La preghiera del povero sale fino sa Dio”.

E se questo è vero, e naturalmente lo è, «abbiamo bisogno di fare nostra la preghiera dei poveri e pregare insieme a loro», spiega il Pontefice.

Specie in quest’anno, il 2024, dedicato alla preghiera in preparazione al Giubileo del 2025, si tratta di «una sfida che dobbiamo accogliere e un’azione pastorale che ha bisogno di essere alimentata».

Perché «la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale».

Significa, anche, che l’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria.

In questo senso la preghiera ci insegna a guardare il mondo e l’umanità con gli occhi di Dio.

A cominciare dagli obiettivi che gli uomini e le donne si pongono come obiettivi della loro vita.

«La mentalità mondana – riflette in proposito il Papa - chiede di diventare qualcuno, di farsi un nome a dispetto di tutto e di tutti, infrangendo regole sociali pur di giungere a conquistare ricchezza.

Che triste illusione!

La felicità non si acquista calpestando il diritto e la dignità degli altri».

Un’evidenza che si manifesta in tutta la sua drammaticità oggi.

«La violenza provocata dalle guerre mostra con evidenza quanta arroganza muove chi si ritiene potente davanti agli uomini, mentre è miserabile agli occhi di Dio.

Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti! Eppure – continua il Pontefice -, non possiamo indietreggiare.

I discepoli del Signore sanno che ognuno di questi “piccoli” porta impresso il volto del Figlio di Dio, e ad ognuno deve giungere la nostra solidarietà e il segno della carità cristiana».

Ma quest’attenzione non può prescindere dall’afflato spirituale, perché la Chiesa è altro rispetto alle tante agenzie filantropiche e solidaristiche, pur estremamente meritorie, che operano nel mondo.

Al tempo stesso, la preghiera non può che «trovare nella carità concreta la verifica della propria autenticità. Infatti, la preghiera e le opere si richiamano a vicenda: se la preghiera non si traduce in agire concreto è vana; (…) tuttavia, la carità senza preghiera rischia di diventare filantropia che presto si esaurisce».

Questa l’eredità lasciata da tanti santi come madre Teresa di Calcutta, che ripeteva sempre come proprio la preghiera fosse il luogo da cui attingeva fede e forza per servire i poveri.

Il 26 ottobre 1985, ha ricordato il Papa, quando parlò all’Assemblea generale dell’Onu mostrando a tutti la corona del Rosario che teneva sempre in mano, madre Teresa disse: «Io sono soltanto una povera suora che prega.

Pregando, Gesù mi mette nel cuore il suo amore e io vado a donarlo a tutti i poveri che incontro sul mio cammino.

Pregate anche voi! Pregate, e vi accorgerete dei poveri che avete accanto».

Assieme a santa Teresa, l’esempio di san Benedetto Giuseppe Labre (1748-1783), povero tra i poveri, la cui urna si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria ai Monti, ed è meta di tanti pellegrinaggi.

«Non avendo nemmeno una piccola stanza dove alloggiare – ha aggiunto Bergoglio - dormiva abitualmente in un angolo delle rovine del Colosseo, come “vagabondo di Dio”, facendo della sua esistenza una preghiera incessante che saliva fino a Lui».

Come detto, la prossima Giornata mondiale dei poveri si terrà il 17 novembre e il Papa alle 10 presiederà l’Eucaristia nella Basilica di San Pietro.

Prima della Messa benedirà 13 chiavi, in rappresentanza dei Paesi in cui la Famvin Homeless Alliance (Fha), della Famiglia Vincenziana, con il Progetto “13 case” per il Giubileo, costruirà nuove abitazioni per persone disagiate.

Tra queste nazioni anche la Siria, le cui case saranno finanziate direttamente dalla Santa Sede come gesto di carità per l’Anno Santo.

Dopo la celebrazione eucaristica il Papa pranzerà in Aula Paolo VI insieme a 1.300 poveri.

A offrire il pasto, organizzato dal Dicastero per il Servizio della Carità, sarà la Croce Rossa Italiana la cui Fanfara garantirà l’accompagnamento musicale.

Al termine del pranzo a ogni persona sarà distribuito uno zaino offerto dai Padri Vincenziani, contenente viveri e prodotti per l’igiene personale.

Inoltre, dall’11 al 16 novembre l’Ambulatorio Madre di Misericordia, struttura collegata al Dicastero per il Servizio della Carità che offre quotidianamente assistenza sanitaria gratuita ai poveri e ai bisognosi, rimane aperto con orario continuato dalle 8 alle 17.

 

www.avvenire.it

 

giovedì 14 dicembre 2023

LA PECORA NERA

 

C’era una volta una pecora diversa da tutte le altre. Le pecore, si sa, sono bianche; lei invece era nera, nera come la pece.

Quando passava per i campi tutti la deridevano, perché in un gregge tutto bianco spiccava come una macchia di inchiostro su un lenzuolo bianco: «Guarda una pecora nera! Che animale originale; chi crede mai di essere? ».

Anche le compagne pecore le gridavano dietro: «Pecora sbagliata, non sai che le pecore devono essere tutte uguali, tutte avvolte di bianca lana?».

 La pecora nera non ne poteva più, quelle parole erano come pietre e non riusciva a digerirle. E così decise di uscire dal gregge e andarsene sui monti, da sola: almeno là avrebbe potuto brucare in pace e riposarsi all’ombra dei pini.

Ma nemmeno in montagna trovò pace. «Che vivere è questo? Sempre da sola!», si diceva dopo che il sole tramontava e la notte arrivava.

Una sera, con il muso pieno di lacrime, vide lontano una grotta illuminata da una debole luce. «Dormirò là dentro » e si mise a correre. Correva come se qualcuno la attirasse.

«Chi sei?», le domandò una voce appena fu entrata.

«Sono una pecora che nessuno vuole: una pecora nera! Mi hanno buttata fuori dal gregge».

«La stessa cosa è capitata a noi! Anche per noi non c’era posto con gli altri nell’albergo. Abbiamo dovuto ripararci qui, io Giuseppe e mia moglie Maria. Proprio qui ci è nato un bel bambino. Eccolo!».

La pecora nera era piena di gioia. Prima di tutte le altre poteva vedere il piccolo Gesù.

«Avrà freddo; lasciate che mi metta vicino per riscaldarlo!».

Maria e Giuseppe risposero con un sorriso. La pecora si avvicinò stretta stretta al bambino e lo accarezzò con la sua lana.

Gesù si svegliò e le bisbigliò nell’orecchio: «Proprio per questo sono venuto: per le pecore smarrite!».

La pecora si mise a belare di felicità. Dal cielo gli angeli intonarono il «Gloria».



giovedì 6 luglio 2023

LA SCUOLA E' FINITA

- UNO SGUARDO

 DALL'ULTIMO BANCO -

- di Alessandro D’Avenia

 

La scuola è finita. L’ultimo banco è vuoto. E noi, orfani di questa postazione che desta sospetti ma che permette di guardare il mondo alla distanza giusta per metterlo a fuoco e di fare altro quando la noia ci opprime, adesso vogliamo portarci a casa questo metro quadro di legno scadente, perché è da qui che si vede chi mente e chi dice la verità, chi è vivo e chi è morto. È venuto quindi il momento di prendere il banco e farne una condizione del cuore e della mente, per poi rimetterlo al suo posto ai primi di settembre.

L’ultimo banco in fondo è un ottimo rifugio per chi si sente nudo di fronte alla vita: non fugge ma partecipa, partecipa ma non è sottomesso, non è sottomesso ma non si sente superiore, apprende e comprende. L’ultimo banco è un fragile baluardo per rimanere liberi, non un sotterfugio ma un rifugio dove tenersi buono il dolore e trasformarlo in pensiero, e mai barattarlo con la menzogna pur di non sentirne il morso. Non è il banco degli amici del potere, né di quelli del complotto: non si ha un’opinione su tutto né tanto meno ragione su tutti.

Da lì si esce quando qualcosa, fuori, ci chiama e possiamo farla solo noi: un’interrogazione, un bisogno, una domanda... Per questo, sin dai tempi delle elementari, ho sempre scelto l’ultimo banco come posizione da cui guardare cose e persone, per rimanere libero di parlare quasi indisturbato e di cercare la verità.

Ma che cosa è la verità? La domanda fu posta da un politico a un uomo al banco degli imputati, per lui veramente l’ultimo. E quell’uomo rispose con il silenzio. Perché? Pilato si indispettì, stupito del silenzio di quel maestro ebreo che invece di spiegare le cose taceva pur essendo a rischio di condanna a morte. Non capì che il silenzio è la risposta al potere che «fa» la verità a suo uso e consumo, credendo che il consenso, la maggioranza, la forza rendano un’opinione «la verità». Pilato fece come tutti quelli che hanno paura di perdere il potere: se ne lavò le mani, e mandò a morte un innocente.

Così fa per mantenersi il potere, di qualunque tipo sia (politico, economico, culturale), anche quello che appare più gentile, tecnico e colto: il potere non cerca il bene o la verità, ma di durare. Il potere tiene banco, non ci fa sedere altri. Dall’ultimo banco invece non si ha alcun potere se non quello di guardare, ascoltare, domandare, studiare, leggere, scrivere, resistere, tacere...

Dall’ultimo banco si vedono i tramonti e sono sempre diversi, ma si vedono anche le albe e sono ancora più sorprendenti perché, essendo sottovalutate dai pigri, esclusive pur essendo gratis. All’ultimo banco si dipingono tutti i quadri del mondo perché l’arte è il modo che abbiamo di dar gloria alle cose senza consumarle, come fece Vermeer: «Finché quella donna del Rijksmuseum/ nel silenzio dipinto e in raccoglimento/ giorno dopo giorno versa/ il latte dalla brocca nella scodella,/ il Mondo non merita la fine del mondo» (Wisława Szymborska, Vermeer).

All’ultimo banco si leggono libri di nascosto, quando la vita con le sue rappresentazioni di cartapesta ci annoia. All’ultimo banco si sta in compagnia di altri che ci finiscono per ragioni diverse: è interessante ascoltare la loro storia e scoprire che è un capitolo non ancora letto della propria. All’ultimo banco ti nascondi quando ti prende un dolore insopportabile che non vuoi far vedere. All’ultimo banco si può anche riposare appoggiando bene il volto di tre quarti su una mano e chiudendo gli occhi senza che si veda. All’ultimo banco si può spaziare con lo sguardo fuori dalla finestra perché il cielo c’è sempre, checché ne dica chi ci informa continuamente sul mondo, e soprattutto perché la vita è molto più grande di quel che «si dice».

All’ultimo banco ogni tanto si trova qualcosa, dimenticato anche da chi fa le pulizie, magari un oggetto che ha dentro la vita che gli abbiamo prestato: ritrovarlo è avere quella vita indietro. A volte si tratta di un foglio accartocciato con un esercizio non riuscito o una brutta copia, ma quella apparente sconfitta mostra che è solo quando non riusciamo che la mente diventa più attenta e il cuore più paziente. Dall’ultimo banco si può suggerire una risposta a chi non la ricorda, qui infatti si sa che vivere non è essere perfetti e sempre pronti.

All’ultimo banco ci sono sempre musica e amici, e si scrivono bellissime lettere d’amore. All’ultimo banco non si è mai soli, ma si coltiva la solitudine. Dall’ultimo banco si scelgono i maestri, sono quelli che hanno nelle parole la vita e nella vita le parole. Per tutti gli altri basta aver compassione e sordità selettiva. Dall’ultimo banco poi si vedono tutti i propri compagni di viaggio (banchi sono anche quelli dei rematori sulle navi) e sperare di arrivare tutti insieme in porto: le loro schiene piegate, anche se a volte non li capisci o sopporti, portano il peso della vita come te. All’ultimo banco poi si ride senza motivo, quelle risate con le lacrime capaci di lavare occhi che hanno preso la vita troppo sul serio. Sono altri i banchi che contano: di chiesa, di Camera e Senato, di credito e d’azzardo... Questo è solo un vecchio ultimo banco, un banco di prova per scoprire dove la vita aumenta e dove invece ci viene tolta.

Io questo banco devo portarmelo via per dedicarmi a preparare un matrimonio estivo e un libro che uscirà al termine dell’estate. Se non lo vedete più qui in fondo alla pagina del lunedì non vi preoccupate, lo riporto a settembre. Spero che anche voi ormai ne abbiate fatto un modo di guardare il mondo, una condizione permanente di curiosità e di grazia. Buon lavoro a tutti e buone vacanze per quando arriveranno. E grazie per il tempo che avete dedicato alle parole nate su questo banco che ha un unico scopo: da qui non si finisce mai di stupirsi e innamorarsi della vita. (E grazie ad Alice e Carlo, compagni fedeli di questo banco).

 

Alzogliocchiversoilcielo




 


venerdì 16 febbraio 2018

IL SUICIDIO DI UNA CIVILTA'

Che società stiamo preparando per i nostri figli? Ci si illude di esorcizzare la presenza dei poveri e degli stranieri tenendoli a distanza. E non ci si rende conto che la logica dell’emarginazione sociale e culturale produce violenza – perché lo è già in se stessa. .... Non abbiamo ancora capito che così stiamo andando verso il suicidio della nostra civiltà.

di Giuseppe Savagnone 
       
         Peccato che il ragazzo che in questi giorni, in una scuola degli Stati Uniti ha massacrato a colpi di fucile 17 persone, tra ragazzi e professori, ferendone altri quindici, non fosse un arabo, un musulmano, o almeno un africano… Avremmo potuto auspicare che i “veri” americani si rifacessero sparando a loro volta a un paio di stranieri.
       Come da noi ha fatto, a Macerata, un altro “bravo ragazzo”, Luca Traini, che, per vendicare l’atroce assassinio di Pamela Mastropietro, non ha trovato niente di meglio che sparare a sei disgraziati nigeriani, rei di essere connazionali del principale sospettato dell’omicidio. Come se il diciannovenne massacratore della scuola della Florida fosse stato italiano, e qualche americano, indignato dell’accaduto, sparasse ora alla cieca sugli italiani che incontra per strada…
     “I matti ci sono sempre stati”, osserverà qualcuno, col sottinteso che non vale pena di drammatizzare. Già. Ma in questo momento della nostra storia sono tanti, i matti. Perfino l’avvocato di Traini ha detto di trovare «allarmante» la quantità di dichiarazioni e messaggi di solidarietà pervenute al suo cliente da tutte le parti d’Italia. Scritte sui muri delle nostre città, striscioni, slogan gridati, inneggiano al suo gesto. E del resto anche Matteo Salvini, il leader della Lega – di cui Traini è stato candidato alle comunali del 2017 –, pur condannando il gesto ha aggiunto che «è chiaro ed evidente che un’immigrazione fuori controllo, un’invasione come quella organizzata, voluta e finanziata in questi anni, porta allo scontro sociale».
       La colpa, insomma, in fondo, è di chi ha permesso che quei nigeriani a cui Traini ha sparato fossero in circolazione nel nostro Paese. Se fossero rimasti nel loro, tutto questo non sarebbe accaduto. E qui il segretario della Lega ha ribadito che, quando andrà lui al governo, nessuno avrà più bisogno di sparare agli stranieri perché essi – almeno quelli poveri, visto che i ricchi sono e saranno sempre i benvenuti – verranno aiutati «a casa loro», più precisamente nei lager libici dove già ora vengono amichevolmente ammassati e torturati per sconsigliare loro il viaggio in Italia.
      I barbari nessuno li vuole. Dove per “barbari”, per la verità, non vanno intesi soltanto gli immigrati, ma anche i poveri e i disabili. Insomma, i “diversi”. A questo proposito, recentemente è stato notato che nei Rapporti di autovalutazione (RAV) che i licei italiani pubblicano ogni anno sul sito del Ministero della Pubblica Istruzione, per farsi conoscere e apprezzare dalle famiglie dei potenziali alunni, le assicurazioni volte ad attirare “clienti” sono tristemente indicative dell’attuale clima culturale in Italia e in tutto il mondo occidentale.
      Così, nel Rapporto di autovalutazione del prestigioso liceo «Visconti» di Roma, si sente il bisogno di precisare che «tutti, tranne un paio, gli studenti, sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile» e si aggiunge che la percentuale di alunni svantaggiati «per condizione familiare è pressoché inesistente».
       Da parte sua, il liceo «Doria» di Genova ci tiene a garantire che ….


venerdì 5 maggio 2017

PARTECIPAZIONE, INCLUSIONE, INTEGRAZIONE per una società partecipativa

           
La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali 
ha svolto la sua sessione Plenaria nei giorni 28 aprile – 2 maggio 2017 sul tema “Verso una società partecipativa: nuove strade per l’integrazione sociale e culturale”. Papa Francesco ha inviato uno speciale messaggio, datato 24 aprile e pubblicato sull’Osservatore Romano il giorno 29 aprile, che ha fatto da sfondo e da linea-guida dei lavori.
I partecipanti alla Plenaria hanno affrontato il tema della società partecipativa definendo innanzitutto i concetti di partecipazione, lotta all’esclusione e integrazione sociale e culturale, per poi prendere in considerazione i fenomeni empirici, le loro cause e le possibili soluzioni. Si tratta di concetti e di processi multidimensionali non identici fra loro e tuttavia connessi in vari modi.
La partecipazione può essere istituzionale o spontanea. La esclusione può essere attiva (voluta, come nel caso delle discriminazioni in base alla etnia o alla religione) o passiva (dovuta a cause non intenzionali, come una forte crisi economica). In entrambi i casi essa è il frutto di processi che sono stati analizzati nei loro meccanismi generativi, dato che l’integrazione sociale e culturale è il frutto della modificazione di questi meccanismi, che sono economici, sociali, culturali e politici. Lo scopo di includere le persone e le comunità nella società non può essere perseguito con misure forzate o in maniera standardizzata (per esempio con sistemi scolastici che non tengono conto delle differenze culturali e delle culture locali). Una reale partecipazione sociale è possibile solo a condizione che vi sia libertà religiosa.
I lavori hanno messo in luce la preoccupazione per il diffondersi della frammentazione sociale da un lato e della concomitante incapacità dei sistemi politici di governare la società. Questi due fenomeni si vanno diffondendo in tanti Paesi e creano situazioni di forte disintegrazione sociale, in cui diventa sempre più difficile realizzare forme di partecipazione sociale ispirate a principi di giustizia, solidarietà e fraternità.
Le cause di queste tendenze disgregative che operano contro una società più partecipativa sono state individuate nella crisi della rappresentanza politica, nelle crescenti disuguaglianze sociali, negli squilibri demografici a livello planetario, le crescenti migrazioni e il numero elevato di rifugiati, il ruolo ambivalente delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, nei conflitti religiosi e culturali.
 Certamente il fattore più significativo che opera contro la partecipazione sociale è la crescente disuguaglianza sociale fra ristrette élites e la massa della popolazione. Le statistiche sulla distribuzione della ricchezza e delle opportunità di vita indicano degli enormi divari fra paesi e paesi e interni ai vari paesi. Preoccupa in particolare il fatto che in Europa e America la classe media si sia notevolmente indebolita, diversamente da altri paesi come l’India e la Cina dove la classe media si è rafforzata. Si deve infatti considerare che, laddove la classe media subisce dei tracolli, la democrazia partecipativa è messa in pericolo.
Nonostante tutto ciò, è possibile operare per una migliore ‘società partecipativa’ qualora si riesca ad instaurare una vera cooperazione sussidiaria fra un sistema politico che si renda sensibile alla voce di chi non è rappresentato, una economia civilizzata e forme associative di società civile basate su reti di reciprocità. Occorre rendere circolari le forme di partecipazione top-down a bottom-up, valorizzando le realtà intermedie basate sul principio di collegialità.
In sostanza, una società partecipativa è quella che afferma e promuove i diritti umani, nella consapevolezza che la legislazione sui diritti umani non può realizzare alcun progetto utopico di trasformazione sociale, ma solo creare le condizioni positive entro cui le persone e i gruppi possono agire in modo etico, cioè avere le opportunità per dedicarsi al bene reciproco l’uno dell’altro nella comunità, e sviluppare nuove iniziative sociali generative di maggiore inclusione sociale.