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venerdì 28 luglio 2023

DISINFORMAZIONE E FAKE NEWS


Disinformazione e fake news 

in Italia

Il terzo Rapporto Ital

 Communications-Censis

Il 76,5% degli italiani ritiene che le fake news siano sempre più difficili da scoprire, il 16.2% della popolazione ritiene che il riscaldamento globale non esista. 

Tutti i dati.

 

Al Senato è stato presentato il terzo Rapporto Ital Communications-Censis “Disinformazione e fake news in Italia. Il sistema dell’informazione alla prova dell’Intelligenza Artificiale”. Dalla ricerca emerge come sia cresciuta la consapevolezza degli effetti devastanti della disinformazione, che può essere arginata da professionisti della comunicazione accreditati come fonti autorevoli e garanti dell’affidabilità e della qualità delle notizie. Di fronte alle insidie che possono venire dal web e dall’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, per distinguere la buona dalla cattiva informazione servono competenze solide sulle nuove tecnologie e regolazioni più stringenti.

Cresce il bisogno di informazione, soprattutto online

Oggi circa 47 milioni di italiani, il 93,3% del totale, si informa abitualmente su almeno una delle fonti disponibili, l’83,5% sul web e il 74,1% sui media tradizionali. Sul versante opposto, sono circa 3 milioni e 300mila (il 6,7% del totale) gli individui che hanno rinunciato ad avere un’informazione puntuale su ciò che accade, mentre 700.000 italiani non si informano affatto.

Le fonti utilizzate e la rassicurante dimensione social

Il 64,3% degli italiani utilizza un mix di fonti informative, tradizionali e online, il 9,9% si affida solo ai media tradizionali e il 19,2% (circa 10 milioni di italiani in valore assoluto) alle fonti online. Social media, blog, forum, messaggistica istantanea sono espansioni del nostro io e del modo di vedere il mondo: è il fenomeno delle echo chambers, cui sono esposti tutti quelli che frequentano il web e soprattutto i più giovani, tra i quali il 69,1% utilizza la messaggistica istantanea e il 76,6% i social media per informarsi. Il 56,7% degli italiani è convinto che, di fronte al disordine informativo che caratterizza il panorama attuale dell’informazione, sia legittimo rivolgersi alle fonti informali di cui ci si fida di più.

Fake news sempre più difficili da scoprire

Aumentano paure e timori di non essere in grado di riconoscere disinformazione e fake news. Il 76,5% degli italiani ritiene che le fake news siano sempre più sofisticate e difficili da scoprire, il 20,2% crede di non avere le competenze per riconoscerle e il 61,1% di averle solo in parte. Ma ci sono anche i negazionisti: Il 29,7% della popolazione nega l’esistenza delle bufale e pensa che non si debba parlare di fake news, ma di notizie vere che vengono deliberatamente censurate dai palinsesti ufficiali che poi le fanno passare come false.

Molta comunicazione e tanta confusione: il caso riscaldamento globale

Il riscaldamento globale è un argomento di cui si parla tanto e in modo confuso, alimentando cattiva informazione, catastrofismo e persino negazionismo. Il 34,7% degli italiani è convinto che ci sia un allarmismo eccessivo sul cambiamento climatico e il 25,5% ritiene che l’alluvione di quest’anno sia la risposta più efficace a chi sostiene che si sta progressivamente andando verso la desertificazione. I negazionisti, che sono convinti che il cambiamento climatico non esista, sono il 16,2% della popolazione. Gli individui più fragili, vale a dire i più anziani e i meno scolarizzati, sono quelli che appaiono più confusi e meno in grado di comprendere il problema nella sua complessità.

Intelligenza Artificiale, rischi e potenzialità

Come si evince dal terzo Rapporto Ital Communications-Censis, il 75,1% della popolazione ritiene che con l’upgrading tecnologico verso l’Intelligenza Artificiale sarà sempre più difficile controllare la qualità dell’informazione, mentre per il 58,9% l’AI può diventare uno strumento a supporto dei professionisti della comunicazione. Le Agenzie di comunicazione, dove lavorano oltre 9.000 professionisti, si sono adattate ai cambiamenti che la vita digitale ha imposto al mondo della comunicazione, ampliando le competenze di chi ci lavora e creando nuove figure a presidio del web. Il risultato è che nell’ultimo anno i professionisti della comunicazione sono aumentati dell’11,3%.

“Uno degli aspetti più importanti che emerge da questo Rapporto è che gli italiani si stanno rendendo conto del valore delle notizie vere e del disvalore che hanno le fake news. Prima la pandemia seguita dal conflitto russo ucraino ci hanno fatto capire quanto sia fondamentale comunicare notizie in maniera rigorosa e irreprensibile. Inoltre, dobbiamo lavorare affinché l’Intelligenza Artificiale sia di supporto al lavoro umano e giornalistico ma non diventi un sostituto”. Lo ha dichiarato Alberto Barachini, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria.

Per Maurizio Gasparri, Vice Presidente del Senato della Repubblica: “I giganti del web devono rispondere al principio democratico. Occorre far pagare le tasse anche ai colossi del web e contrastare l’anonimato in rete. Serve, pertanto, una regolamentazione più stringente per ostacolare e impedire il proliferare delle fake news online”.

Secondo Roberto Marti, Presidente della Commissione Cultura e Patrimonio Culturale, Istruzione Pubblica del Senato della Repubblica: “I dati che emergono da questa analisi sono allarmanti. Formazione e qualità sono due aspetti fondamentali per garantire una corretta informazione. Il legislatore deve normare tale materia. In tal senso, con il Rapporto di oggi state tentando di fare una buona politica comunicativa, cioè iniziare a formare delle agenzie di comunicazione efficienti”.

Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, ha commentato che “occorre essere consapevoli del fatto che la verità nella comunicazione è qualcosa che bisogna conquistare e garantire. In un mondo dominato dall’intelligenza artificiale noi stakeholders della comunicazione dobbiamo mettere in atto un sistema che, partendo dal basso, sia in grado di rinegoziare le regole per salvaguardare una corretta e trasparente informazione”.

Ivano Gabrielli, Direttore Polizia Postale, ha evidenziato che: “L’intervento che si può fare per ostacolare la diffusione di fake news e di disinformazione è quello di costituire un argine. Lo strumento penale tuttavia è limitato. Dal Rapporto emerge che gli italiani e in particolare i giovani si rifugiano nelle piattaforme di comunicazione. È fondamentale, dunque, lavorare sulla prevenzione al fine di far prevalere una corretta informazione per agevolare l’opinione pubblica”.

Giuseppe De Rita, Presidente Censis, ha sottolineato che: “Tanto opinionismo e poca informazione generano confusione e notizie false; lo hanno dimostrato il Covid prima, la guerra poi e oggi il riscaldamento climatico. Gli italiani hanno bisogno di una rete di professionisti dell’informazione di cui fidarsi, che li aiutino anche ad avere maggiore consapevolezza di come riconoscere fonti e notizie di qualità”.

Secondo Domenico Colotta, Founder Ital Communications: “Il terzo Rapporto Ital Communications-Censis offre uno spunto di riflessione sull’Intelligenza Artificiale, che rappresenta una grande opportunità per il futuro, in tutti i campi. Occorre tuttavia che, nel contrasto alle fake news, le sue potenzialità vengano sfruttate unitamente alle abilità umane, in modo da dare un efficace supporto al lavoro dei professionisti della comunicazione. Solo in questo modo si può realizzare una comunicazione affidabile, fondata su fonti verificate e che sia capace di salvaguardare la fiducia nei media e nelle istituzioni”.

Per Ruben Razzante, Docente di Diritto dell’Informazione all’Università Cattolica di Milano: “Dobbiamo evitare due errori. Da un lato il rischio di dogmatizzare la verità, dall’altro quello di delegare a un algoritmo il processo di definizione della verità stessa. La sfida è quella di coltivare il pluralismo e il confronto tra le fonti. L’informazione professionale è quella che acquisisce il dato di realtà con una metodologia simile a quella dello storico, confezionando un prodotto rispettoso della verità sostanziale dei fatti”.

Attilio Lombardi, Founder Ital Communications, ha spiegato che: “Chi fa comunicazione con professionalità e autorevolezza, in un mondo complesso e profondamente mutato come quello di oggi, non deve rinunciare alla serietà e alla veridicità delle notizie da veicolare. Il terzo Rapporto Ital Communications-Censis rileva l’importanza di una comunicazione responsabile e in grado di contrastare la disinformazione, anche attraverso lo sviluppo di valide competenze che sappiano governare i cambiamenti e tutelare i cittadini e le istituzioni dai danni sociali, economici e democratici derivanti da una comunicazione non veritiera”.

Per Roberto Zarriello, Segretario Generale Assocomunicatori: “Occorre colmare il gap sulle competenze digitali che attanaglia il nostro Paese. Bisogna investire sulla formazione dei giovani, sia in ambito scolastico che in quello accademico. Non possiamo più permetterci di avere in Italia un numero così basso di laureati nelle materie Stem e un così alto numero di Neet tra i ragazzi. Allo stesso modo, le aziende necessitano di specialisti nel campo delle Ict che non riescono a trovare. Investire sull’educazione e la formazione digitale, anche utilizzando bene i fondi del PNRR, deve essere una priorità per il sistema-Paese”.

 

Il Faro



 

venerdì 10 aprile 2020

IL VIRUS DELLE FAKE NEWS. ATTENTI ALL'INFODEMIA !

Il virus disinformazione e la modesta verità dei fatti

Come attrezzarsi per contrastare le campagne che mirano a manipolare l’opinione pubblica

Lettera del Commissario AgCom ad Avvenire

Caro direttore, da molti anni a questa parte, il tema delle cosiddette fake news o notizie false ha assunto una certa centralità nel dibattito circa i diritti e i doveri dei giornalisti, delle radio e tv, incluse quelle di servizio pubblico, delle piattaforme online e in particolare dei social.
L’informazione e la disinformazione ai tempi del coronavirus costituiscono un ulteriore banco di prova in questo senso. Ad esempio, l’Agcom ha misurato il tasso di disinformazione medica ed epidemiologica sul virus, evidenziandone l’esplosione nei mesi di febbraio e marzo. Se da un lato la percentuale della disinformazione può apparire bassa (5%) rispetto all’informazione totale, dall’altro va osservato che la singola notizia falsa nelle sue brevi giornate di vita diventa “la notizia del giorno”.
N on a caso molti propongono il termine infodemia al riguardo. E non è un caso che i siti specializzati in disinformazione, dedichino quasi il 50% delle loro “notizie” al virus: abbuffate di vitamine, farmaci giapponesi, ingegnerizzazione del virus in qualche laboratorio, sono tutte notizie “che non ci dicono”, “che vogliono nasconderci”. Loro contro noi. I meccanismi informativi e le reazioni emotive e cognitive che gli strateghi della disinformazione puntano a determinare, sono sempre gli stessi che hanno riguardato, in passato, altri argomenti come la criminalità e l’immigrazione, spesso in combinazione tra di essi. D’ altra parte, la bugia è sempre più forte di un ragionamento scientifico. Come ha scritto Hanna Arendt, «le menzogne sono spesso più plausibili, più attraenti per la ragione di quanto non lo sia la realtà, dal momento che il bugiardo ha il grande vantaggio di sapere in anticipo cosa l’ascoltatore desidera o si aspetta di sentire». Al contrario, «la realtà ha la sconcertante abitudine di metterci di fronte all’imprevisto per cui non eravamo preparati». Il ragionamento scientifico non cerca evidenze che confermino le proprie teorie, ma fatti contrari che le falsifichino in senso popperiano, conferendo alle eccezioni almeno la stessa rilevanza che attribuisce alle regolarità perché sa di aver di fronte una realtà complessa e incerta. Oggi sul coronavirus ab- biamo fretta di risposte di cui ancora non disponiamo. Ma questa incertezza, anziché farci apprezzare la fragilità e la potenza del ragionamento scientifico ci spinge a domandare certezza e verità semplici. Le notizie false sul coronavirus rispondono a quella domanda di certezza e sicurezza dettate dalla paura, dall’ansia e dalla fretta, cui il ragionamento scientifico non può rispondere. E così i complottisti di ieri e di oggi trovano nuova linfa per la diffusione delle proprie tesi, costruendo o selezionando “fatti alternativi” che confermano opinioni pregresse. P resunti “articoli scientifici” che poi si scopre non esser stati pubblicati (e quindi non ancora passati dalla cosiddetta “peer review”) o, se pubblicati, sospesi o ritirati dalla pubblicazione; audio e video, su piattaforme online, su complotti di ogni tipo con l’invito “fai girare”; virologi chiamati a discutere in tv (secondo una nozione distorta di pluralismo) con il diffusore di bufale o con il “divulgatore” (che magari, di mestiere, guadagna con la vendita di vitamine miracolose, in un qualche sito o in qualche tv privata). I l punto, qui non è naturalmentela singola notizia falsa o l’errore. È l’emersione delle cosiddette strategie di disinformazione, cioè di campagne strutturate e organizzate volte a manipolare la cosiddetta opinione pubblica, attraverso
i social, ma non solo, per- ché spesso giornali e tv rincorrono proprio le “notizie” che hanno più successo sui social.
P er molto tempo abbiamo creduto che l’incremento delle fonti informative (attendibili o meno) dal lato dell’offerta, fosse sufficiente a perseguire il diritto all’informazione corretta dell’utente, tante volte ribadito da varie Corti costituzionali, inclusa quella italiana. Oggi sappiamo che ciò accadrà solo se a questa esplosione di contenuti si affiancheranno la pazienza, l’attivismo, la capacità critica dell’utente. Cioè una domanda d’informazione proattiva o empowered: una rilevazione recente Agcom–Swg mostra che 6 italiani su 10 non sono in grado di riconoscere una notizia falsa e hanno una significativa “dispercezione” su molti fenomeni socio–economici che li riguardano. C’è, come molti osservano, un tema di istruzione, educazione, elaborazione.
M a c’è, evidentemente, anche un tema di informazione di qualità e di assenza di meccanismi di confronto volti a smussare la polarizzazione e i pregiudizi. Da questo punto di vista, l’istituzione di un punto focale nazionale di analisi tecnica, di studio e confronto di esperienze, anche di autoregolazione, sul tema della disinformazione online sul coronavirus, istituita per iniziativa del sottosegretario all’editoria Martella, è un’occasione importante di riflessione. D iventa centrale, in particolare, comprendere se esistano e quali siano i centri che organizzano questi tipi di strategie online, quali siano le motivazioni che perseguono (di tipo politico, commerciale o entrambi), quali strumenti utilizzino (ad esempio attraverso acquisizione ed elaborazione di dati personali), quali effetti conseguano (ad esempio alimentando polarizzazione, echo chamber e così via).
Ma si tratta di una sfida che riguarda tutti, non solo le piattaforme on–line, ma anche il mondo del giornalismo e dell’infotainment, anche televisivo che non deve rincorrere le brutte pratiche che incontriamo online. S i tratta di temi complessi, la cui discussione non ha a che fare con il rischio di comprimere la libertà d’espressione, di chi parla o di chi ascolta, ma con la necessità di comprendere come difendere e promuovere un ambiente informativo corretto, specie su un tema così rilevante come il coronavirus, che tuteli il cittadino–utente, esaltando e preservando proprio quella poliedrica libertà. Tornando, di nuovo alla Arendt, vale ricordare le sue parole: «La libertà di opinione diventa una farsa se l’informazione fattuale non è garantita e i fatti stessi sono messi in discussione». La chiamava la «modesta verità dei fatti». Ed è una modestia di cui abbiamo bisogno.


Antonio Nicita, Commissario AgCom e Università Lumsa