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martedì 25 agosto 2026

IL RISVEGLIO DELL'AMORE


 De Mendonça: 

il Cantico dei Cantici 

risveglia l'amore



Un dialogo tra due poeti, il cardinale José Tolentino de Mendonça e Davide Brullo, il 24 agosto al Meeting di Rimini, ha fatto conoscere e ha approfondito il testo biblico nei suoi significati più profondi. Letture a cura dell’attore Giampiero Bartolini, moderazione di Annalisa Teggi

-di Eugenio Murrali – inviato a Rimini

Ascoltare e rileggere il Cantico dei Cantici è già una prima risposta all’invito di Papa Leone XIV. Come ha ricordato il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, richiamando il discorso del Pontefice ai partecipanti al Meeting di Rimini: “Papa Leone vi ha detto che al centro della proposta cristiana c’è la responsabilità di svegliare in ciascuno il desiderio. Noi siamo qui a parlare del Cantico dei Cantici per svegliare il desiderio di essere amati e di amare”. È fondamentale, allora, tornare a questo grande testo biblico, difficile, in un tempo in cui, come dice il titolo della sociologa Eva Illouz, si parla della “fine dell’amore”. Citando il celebre poema di W.H. Auden, de Mendonça ha affermato che come cristiani abbiamo la “responsabilità di dire la verità sull’amore”.

Il “rischio” di amare

La forza del Cantico dei Cantici è nella sua capacità di toccare in profondità, con nuda verità il cuore umano. “Come ricorda Papa Leone in Magnifica Humanitas – ha osservato il cardinale –, noi siamo in un momento nuovo della storia, perché per la prima volta le macchine imitano l’uomo nel discorso dell’amore. Le macchine non sentono l’empatia, l’affetto, l’amicizia, l’amore, ma sono capaci di simulare”.  E ha proseguito: “Nelle loro solitudini tanti credono che sia più facile rimanere sequestrati dalle macchine, che provare, rischiare, rapporti autentici d’amore”. Di qui il bisogno di "risvegliare il desiderio di essere amati e di amare".

Una nudità che brucia

Per il poeta Davide Brullo “la Bibbia e il Cantico in particolare sono il nostro testo, sono il nostro abito, che però non ci riveste, ma ci denuda”. Questa nudità, osserva, “ovviamente brucia”. Il poeta si interroga, si domanda se questo Cantico non sia altro che pura bellezza, inspiegabile, che chiede al poeta, a Dante stesso, ad esempio, di mettersi alla ricerca di parole nuove per dire l’indicibile, di forzare il verbo “come se fossi un ladro che enrtra dalla finestra”. Ecco che il Cantico diventa per Brullo “un inseguimento, una razzia, una grande caccia, oppure, una sequela”.

L’altissima dignità dell’essere umano

Il cardinale de Mendonça ha sottolineato come spesso il Cantico sia sembrato sorprendente per gli interpreti, un libro nel quale “la parola Dio è balbettata soltanto una volta”, un libro che parla della bellezza fisica, nel dettaglio, anche sensoriale, un libro, infine, che non appare in continuità con la poesia biblica e il suo lessico. E ha ripercorso alcune tra le molte ipotesi sulla sua genesi, da quella egiziana, a quella mesopotamica, a quella di canto dei matrimoni in area palestinese. Ha ricordato che l’enigma resta, ma che non bisogna mai dimenticare, interpretando questo testo, il suo contesto, il fatto che sia inserito nella rivelazione biblica. Ecco che allora se ne comprende il significato profondo: il Cantico ci insegna l’altissima dignità dell’essere umano.

La reciprocità

“Quando leggiamo il Cantico dei Cantici – approfondisce il cardinale – è impossibile non piangere di fronte a questo miracolo di bellezza, di verità che è l’essere umano”. Dalle sue parole apprendiamo inoltre la reciprocità dell’amore tra l’uomo e la donna, anche in un tempo in cui non c’era un rapporto sociale simmetrico tra i due sessi. Il Cantico dei Cantici va contemplato come “un’icona di amore”.

L’intimità

Con il Cantico si impara anche il senso profondo dell’intimità, quel che appartiene solo all’amato e all’amata, ma allo stesso tempo quell’amore è “cosmico”, ha una risonanza che lo trasforma in un cantico delle creature. L’amore è una nuova creazione, una nuova generazione.
Il cantico di amore, spiega de Mendonça, fa dell’uomo e della donna dei principi, ma allo stesso tempo ne fa dei mendicanti che cercano, che si cercano, nella loro insufficienza radicale: l’amore come ferita, ricerca, ascolto, solitudine condivisa, come preghiera.

Un inno della vulnerabilità

Il Cantico è libro sensuale e divino allo stesso tempo. La ragione è, per il cardinale, nel fatto che “niente è così disarmato e disarmante come l’amore, nella sua verità. È l’accettazione dell’incompiutezza, della vulnerabilità. È capire che la vita si costruisce nell’ospitalità dell’altro o non si costruisce”. Questa povertà estrema, accettata come la più alta gioia “ci aiuta a capire Dio, perché come dice San Paolo, Gesù essendo ricco si è fatto povero per riempire ognuno di noi della propria ricchezza.

Vatican News

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sabato 21 marzo 2026

LA POESIA E LA PACE

 


 “Una parola 

che sa attendere tutti"

In un’intervista ai media vaticani, il cardinale De Mendoça, poeta e prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, riflette sul legame tra l’arte poetica e la pace


-         - Eugenio Murrali - Città del Vaticano

La poesia è una delle più profonde forme di ascolto. Nasce dal silenzio e forse richiede ai poeti di diventare, più che autori, interpreti capaci di entrare in sintonia con l’universale visibile e invisibile. Da questo misterioso dialogo con il creato prende forma la parola nella voce dei poeti, ma anche quella capacità di far spazio dentro di sé che rende la poesia un’educazione alla pace.
“Il battere d’ali di una farfalla – osserva il cardinale José Tolentino de Mendonça - o il battere d’ali delle sillabe in una parola accendono dinamiche di senso, di luce o di buio nel cuore umano. La poesia ci offre parole disarmate e anche disarmanti, perché lavora con la sorpresa. La poesia è propedeutica all'arte della pace”. Risuonano i pensieri del prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che nella Giornata mondiale della poesia, istituita dall’Unesco nel 1999, risponde ad alcune domande sull’importanza di quest’arte per un’umanità sempre più minacciata dalla guerra. Il cardinale e poeta non ha dubbi: “La poesia è dalla parte della pace”.

Un patto con il futuro

Un antico legame avvicina l’arte poetica alla verità. “Come diceva Baudelaire - spiega il porporato -, la poesia pone il cuore a nudo e quella nudità del cuore, vicina alle grandi domande umane, costruisce approcci alla verità. Il grande poeta Paul Celan diceva: ‘Solo mani vere scrivono vere poesie’”. Nel turbinio della modernizzazione, la parola lirica segna la persistenza dell’umano. Nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, Leone XIV ne richiama l’importanza: “Nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino l’educazione all’errore come occasione di crescita”. Da qui de Mendonça osserva: “L'algoritmo vive della ripetizione. È un meccanismo sonnambulo, meccanico, di riproposta dei passi fatti, mentre la poesia ci apre al cammino non percorso, al non ancora scoperto”. Questa ricerca della “parola non detta”, dell’inedito che abita il mondo, è una ricchezza: “Quando si comincia una poesia non si sa e quel non sapere è un capitale umano nella costruzione di noi stessi. Perché qual è il grande pericolo dell’algoritmo? Sottrarre all'uomo la capacità del possibile, di quello che ancora non siamo stati ma possiamo diventare nell'incontro, nella relazione, nel dono, nell'avvicinarsi misterioso a una soglia. E l'algoritmo parla sempre di ieri, la poesia ha un patto con il futuro”.

L’ardente solitudine dei poeti

Viva la poesia! scriveva Papa Francesco in un suo libro così intitolato e ricordava l’importanza di quest’arte per “essere umani” e anche il ruolo che essa ha nella formazione dei sacerdoti. Da questo spunto il cardinale nella sua risposta afferma che “nell'ardente solitudine di alcune biografie poetiche c'è una grande lezione” e fa riferimento al poeta portoghese Fernando Pessoa, che ha sofferto per rimanere sé stesso e ha vissuto ogni giorno “in una tensione permanente, cercando di ricondurre tutte le grandi esperienze vitali a una dimensione poetica, cioè a una dimensione di coscienza, di consapevolezza”. Il prefetto ha richiamato anche quando Papa Francesco, sul volo di ritorno dal viaggio in Thailandia e Giappone, ha osservato come dall’Oriente la società occidentale può imparare a “guardare anche poeticamente le cose”. Ha spiegato il cardinale: “La poesia è anche la lentezza, è anche la cerimonia davanti alla vita, è anche la venerazione, è anche la coscienza che siamo vicini alla sacralità nel quotidiano, è anche la valorizzazione della contemplazione e del silenzio. In questo senso la poesia può costituire un'educazione spirituale”.

Uno strumento educativo

Il 27 febbraio scorso, a conclusione degli esercizi spirituali, Leone XIV ha sottolineato il riferimento al Dottore della Chiesa san John Henry Newman e alla poesia Il sogno di Geronzio, “dove Newman – afferma il Papa – usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.
Questo santo, teologo e cultore della poesia, ha molto da insegnare. “San John Henry Newman ha un ruolo molto importante nella fondazione della modernità e si impegna molto nell'educazione per la pace dicendo che ogni generazione ha bisogno di ricevere dalla generazione passata una conferma, una conoscenza e deve gestire, metabolizzare quella eredità trasformandola in un'energia di visione, di progetto, di capacità di abitare in modo responsabile il mondo”. In questo senso anche la letteratura e la poesia sono risorse educative necessarie.

Una parola che nasce dal convivio con il silenzio

In un suo discorso tenuto di fronte ai giovani di Pordenone nel 1991, Senza conversione non c’è pace, David Maria Turoldo affermava che forse quello della pace è l’unico tema rivoluzionario fra tutti, ma anche il più difficile di tutti. Secondo de Mendonça “la pace ci insegna il noi, parla dell’umano come di un patrimonio comune” e qui sta la sua complessità, perché siamo spesso tentati di dividere, di contrapporre anche una lingua all’altra. La poesia, in questo senso, ci insegna che siamo tutti fratelli, perché va oltre le frontiere delle nazioni ed “esiste come un grande repositorio di umanità”. Aggiunge il cardinale: “La letteratura è una scuola dell'universale, perché valorizza l'universale e capisce che le grandi idee, le immagini più belle, veramente non hanno autore. Tanti poeti credono che la poesia è preesistente a tutte quelle forme, e noi possiamo sintonizzarci e ascoltarla. E questo ci parla di pace, perché non è la visione contrapposta o la rivendicazione di quello che mi appartiene, ma è la contemplazione, la meraviglia, l'affermazione di quello che appartiene a tutti, perché è un bene di tutti”.

Senza silenzio non c’è poesia

La parola poetica non può prescindere dal silenzio, che spesso tenta i poeti. “È una parola – conclude de Mendonça – che prima è stata fondata nel silenzio e dopo può germogliare. Nella parola poetica c'è ancora la risonanza del silenzio, perché il silenzio vuol dire l'ascolto, vuol dire l'ospitalità. Allora la parola poetica è una parola che conserva la sete e l'inquietudine della ricerca, abita la verità con umiltà, ma non la proclama, non la impone. Si lascia abitare dalla verità e fa silenzio. La poesia è la parola che attende, che sa attendere tutti”.

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