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martedì 8 settembre 2026

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO

 


I disturbi

 del comportamento


 nel contesto


 scolastico



-di Vincenzo Amendolagine

I disturbi del comportamento comprendono due patologie, ovvero il disturbo della condotta (DC) e il disturbo oppositivo provocatorio (DOP). I tratti distintivi di entrambi i disturbi sono l’aggressività ed i comportamenti distonici nei confronti degli altri. Queste patologie tendono ad aggravarsi nel corso dell’età evolutiva, raggiungendo il periodo di maggiore acuzie durante l’adolescenza, in particolare il disturbo della condotta. L’aggressività è l’elemento base di entrambe le patologie, che può essere distinta in due tipologie: l’aggressività predatoria (o aggressività proattiva) e l’aggressività affettiva (o reattiva). La prima è contrassegnata da comportamenti violenti che sono pianificati e non producono conseguenze fisiche sul soggetto che la pratica, la seconda rappresenta una forma di aggressività che non obbedisce ad una logica strategica, si rivela episodica e contestuale con una forte caratterizzazione impulsiva, la cui conseguenza è rappresentata anche da autolesioni. La prima forma di aggressività è tipica del disturbo della condotta, mentre la seconda forma la si ritrova nel disturbo oppositivo provocatorio.

La sintomatologia del disturbo della condotta

Il disturbo della condotta (DC) si caratterizza per tre peculiarità, ovvero il comportamento anisociale, provocatorio e aggressivo. Secondo il DSM-5, il disturbo della condotta può essere classificato secondo le emozioni che lo accompagnano. Infatti, possiamo avere:

il DC caratterizzato prevalentemente dalla mancanza di emozioni prosociali;

il DC la cui peculiarità è la mancanza del rimorso e del senso di colpa;

il DC contrassegnato dalla mancanza di empatia;

il DC la cui caratteristica è il disinteresse per la riuscita sociale, lavorativa o scolastica;

il DC accompagnato da marcata superficialità in ambito affettivo.

Nei ragazzi affetti da tale disturbo si notano:

distruzione sistematica degli oggetti scolastici dei propri compagni di classe;

fughe da casa (si osservano nei soggetti più grandi);

scarso rispetto della proprietà altrui;

l’attitudine a mentire;

crudeltà nei confronti dell’alterità e degli animali in genere;

l’abitudine ad atteggiamenti dispettosi, vendicativi e violenti.

La sintomatologia del disturbo oppositivo provocatorio

Il disturbo oppositivo provocatorio è una patologia tipica dei bambini di nove - dieci anni. La sintomatologia è rappresentata dalle seguenti manifestazioni:

comportamenti provocatori, ostili e disobbedienti, dettati dalla bassa tollerenza alle frustrazioni;

frequente perdita dell’autocontrollo;

scarso rispetto delle norme che regolano il vivere sociale nel contesto classe;

condotte attuate per dare volontariamente fastidio ai compagni;

spiccata tendenza ad attuare delle vendette, dei dispetti a scapito dell’alterità.

Rispetto al disturbo della condotta, nel disturbo oppositivo provocatorio manca l’estrema aggressività fisica.

Le cause dei disturbi del comportamento

Riguardo alle cause che determinano i disturbi del comportamento, sono state avanzate sia ipotesi neurobiologiche che ambientali. Secondo alcuni autori, esisterebbe una predisposizione genetica: infatti, i ragazzi che soffrono di disturbi del comportamento hanno uno dei due genitori che è portatore di una psicopatologia. Secondo questa ipotesi, i ragazzi che sono affetti da questa patologia hanno notevoli difficoltà nella socializzazione, poiché interpretano in chiave aggressiva e violenta le reazioni che gli altri hanno nei loro confronti, a cui reagiscono con risposte comportamentali eccessive. Altri autori sono più propensi a porre l’accento nella genesi del disturbo sul ruolo svolto dall’ambiente. Di fatto, molti ragazzi che soffrono del disturbo provengono da un contesto familiare inadeguato dal punto di vista educativo e familiare.

La terapia psico-educativa

 La terapia psico-educativa, da attuarsi nei contesti scolastici, deve essere orientata a:

contenere i comportamenti più distonici;

insegnare le tecniche di controllo delle criticità;

regolare positivamente le dinamiche sociali che la quotidianità elicita nel contesto classe.

Relativamente al controllo dei comportamenti distonici, è utile la tecnica della token economy, che prevede di scoraggiare i comportamenti disfunzionali attraverso la perdita dei tokens (punti, stelline ecc.) accumulati. Invece, se i comportamenti sono funzionali si conquistano un certo numero di token, attraverso i quali si possono vincere dei piccoli premi.

Riguardo alla risoluzione delle criticità, devono essere insegnate le tecniche cognitive di controllo dei comportamenti e delle reazioni. In pratica, tali tecniche prevedono una metodica a più tempi. Il primo momento è rappresentato dalla presa di coscienza del problema, successivamente si aiuta il soggetto a trovare varie soluzioni possibili per la risoluzione della criticità. Il terzo momento consente di scegliere una soluzione fra le diverse trovate. Il quarto momento simboleggia la fase esecutiva, ovvero il soggetto si impegna a mettere in pratica la soluzione trovata.

In riferimento al regolare positivamente le interazioni sociali, si deve lavorare sulle dinamiche di gruppo, che sono messe a dura prova dai comportamenti tipici dei soggetti che soffrono di disturbi del comportamento.

È importante che gli insegnanti spieghino agli altri alunni che le condotte disfunzionali non sono frutto di azioni deliberate, ma espressioni di una patologia. Questo non fa altro che aumentare la resilienza del gruppo classe e la sua competenza ecologica, ossia la capacità di accogliere e soddisfare i bisogni di tutti gli alunni.

Educare.it

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sabato 2 agosto 2025

SEI IN CONDOTTA

 

 


IL SIMBOLO 
DELLA CONFUSIONE EDUCATIVA 
DEGLI ADULTI 




Il voto in condotta diventa indispensabile per l’ammissione alla classe successiva nella scuola secondaria. I pareri di Valentina Chinnici, presidente di Cidi, e del pedagogista Daniele Novara

di Rossana Certini

«Diamo così un segnale forte e chiaro: nella scuola italiana il rispetto per la persona e per le istituzioni è imprescindibile». Con queste parole il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato l’approvazione definitiva, lo scorso 30 luglio, dei regolamenti attuativi della legge 150 del 1° ottobre 2024, la norma che ha riformato in profondità il voto di condotta nella scuola italiana.

Da settembre, dunque, il voto in condotta diventa fondamentale per l’ammissione alla classe successiva della scuola secondaria. Sarà necessario aver ottenuto, in sede di scrutinio finale una valutazione pari almeno a 7 decimi. Qualora la condotta sia valutata con 6, non sarà concessa l’ammissione automatica: il giudizio verrà sospeso e sarà richiesto agli studenti di presentare un elaborato legato alla cittadinanza attiva, collegato ai motivi che hanno determinato il voto ottenuto.

Più efficaci i crediti di fiducia

«Ho insegnato per vent’anni nelle scuole delle periferie di Palermo e posso dire con assoluta certezza che tutto ciò che riguarda voti in condotta e sanzioni disciplinari, quando è applicato a ragazzi cosiddetti “difficili” o “a rischio” ovvero giovani che manifestano comportamenti trasgressivi, talvolta persino ai margini della devianza, non funziona». A dirlo è Valentina Chinnici, presidente del Centro di iniziativa democratica degli insegnanti-Cidi, un’associazione che, dal 1972, riunisce insegnanti di tutti gli ordini di scuola e di tutte le discipline, con l’obiettivo di contribuire alla creazione di una scuola democratica, culturalmente più attrezzata e più vicina agli interessi di ragazze e ragazzi.

«Queste misure non producono miglioramenti, anzi: inaspriscono il conflitto, irrigidiscono i comportamenti e cristallizzano la devianza», sottolinea Chinnici che aggiunge: «Se l’obiettivo della legge è rafforzare l’autorevolezza dei docenti o ridurre la violenza e l’aggressività a scuola, mi sento di dire, per esperienza diretta, che non è questa la strada giusta». Secondo la presidente Cidi i ragazzi più oppositivi «rispondono molto meglio ai “crediti di fiducia”. Questo vuol dire che quando sentono che l’insegnante crede in loro, cambiano atteggiamento. Ma se si sentono sfidati sul piano della punizione, dell’autorità imposta dall’alto, non reagiscono come si spera. Anzi, non riconoscono quella forma di autorevolezza. Questi ragazzi sono spesso convinti di non farcela. E così, per difesa, fanno saltare il banco o lanciano il quaderno».

Se l’obiettivo della legge è rafforzare l’autorevolezza dei docenti o ridurre la violenza e l’aggressività a scuola mi sento di dire, per esperienza diretta, che non è questa la strada giusta. I ragazzi rispondono molto meglio ai “crediti di fiducia”

Il rischio di un maggiore abbandono scolastico

Secondo il pedagogista Daniele Novara tra i rischi delle nuove misure c’è quello di un aumento dell’abbandono scolastico, in particolare tra gli studenti maschi, già oggi più esposti alla dispersione. Secondo i dati Istat 2023, infatti, la quota di 18-24enni con al più un titolo secondario inferiore e non più inseriti in un percorso di istruzione o formazione è pari al 10,5%. Il fenomeno dell’abbandono scolastico è più frequente tra i ragazzi (13,1%) rispetto alle ragazze (7,6%). Novara ricorda che «siamo tra i Paesi europei con meno laureati, insieme alla Romania. Il sistema scuola attuale non riesce a trattenere soprattutto i ragazzi. Le studentesse sono oggi due su tre fra i laureati, è un dato che nasconde una frattura di genere importante».

Inoltre, aggiunge, «la scienza, dalle neuroscienze alla psicologia sociale, ci dice chiaramente che i metodi basati sulla “mortificazione” non sono efficaci. Pensando all’ipotesi di bocciatura è importante comprendere che escludere un ragazzo dal suo gruppo classe come “pena” per un cattivo comportamento non genera apprendimento, ma solo rifiuto».

È un po’ come se trattassimo l’ambiente scuola come quello sportivo, trasformandolo in una gara dove o si vince o si perde. Invece secondo Novara è importante che «la scuola sia una comunità di apprendimento in cui anche i ragazzi più in difficoltà devono poter essere inclusi. I ragazzi, soprattutto in adolescenza, sviluppano una reazione di rigetto verso un’istituzione che li rifiuta. La scuola rischia così di perdere il suo ruolo educativo e trasformarsi in un luogo punitivo».

I ragazzi, soprattutto in adolescenza, sviluppano una reazione di rigetto verso un’istituzione che li rifiuta. La scuola rischia così di perdere il suo ruolo educativo e trasformarsi in un luogo punitivo

Ripensare l’autorità educativa

Anche se oggi sembra esserci un ampio consenso, almeno a livello emotivo, verso soluzioni di tipo repressivo, si tratta di risposte che parlano più alla pancia dell’opinione pubblica che alla sua parte razionale. Del resto, è molto più semplice sollecitare istinti punitivi che costruire una visione educativa realmente condivisa.

Però Novara precisa: «Attenzione, non bisogna rinunciare all’autorità: bisogna ripensarla. I ragazzi di oggi crescono in un contesto completamente diverso da quello in cui sono cresciuti i loro genitori e insegnanti, dominato da dispositivi digitali, social network, carenze di sonno e isolamento sociale. È evidente che poi fanno fatica a concentrarsi. In questo scenario, non possiamo imporre un modello educativo del Novecento a ragazzi del XXI secolo. Occorre una comunità educativa che accompagni, orienti, ma anche ponga paletti chiari e condivisi. Mettere dei limiti non significa punire, ma dare una cornice chiara in cui crescere».

Attenzione: non bisogna rinunciare all’autorità: bisogna ripensarla. Mettere dei limiti non significa punire, ma dare una cornice chiara in cui crescere

Scuola-famiglia

Serve una connessione forte tra scuola e famiglia perché, spiega Novara, «se un ragazzo dorme solo cinque o sei ore a notte, magari per via dei videogiochi, è logico che a scuola sarà distratto. I genitori devono essere supportati per capire come gestire il sonno, l’uso dei dispositivi, la socialità dei figli. Non si può pensare che la scuola compensi da sola tutte le carenze educative, né che si trasformi in un “presidio militare” del rigore».

Quindi la scuola deve essere un luogo di collaborazione, attività di gruppo, apprendimento condiviso, «non solo lezioni frontali, studio e interrogazioni» perché questo tipo di approccio è «arcaico e inefficace, dice Novara. Che spiega: «Quando aumentiamo il lavoro cooperativo, la socialità e il confronto tra pari anche i ragazzi più in difficoltà trovano motivazione e appartenenza. È così che si previene non attraverso il ricatto della bocciatura. I genitori, da parte loro, devono assumersi la responsabilità educativa, devono presidiare la crescita dei figli finché sono minorenni, con regole, tempo condiviso e coinvolgimento».

Aggressioni al personale scolastico: serve un percorso educativo condiviso

Infine, vale la pena ricordare un dato emerso lo scorso 12 dicembre, in occasione della presentazione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti del personale scolastico quando il ministro Valditara ha incontrato una rappresentanza di dirigenti scolastici, docenti e personale Ata. Lì è emerso che nell’anno scolastico 2023-2024 si sono registrati 68 casi di aggressione al personale scolastico. Di questi: 33 sono stati compiuti da familiari di studenti, 31 dagli stessi studenti, 4 da persone estranee e in un caso l’autore è rimasto ignoto.

I dati mostrano quanto sia necessario avviare una riflessione profonda e coerente sul modo in cui noi adulti possiamo migliorare il nostro ruolo di guida e supporto: la disciplina non può limitarsi a una semplice sanzione, ma deve far parte di un percorso educativo condiviso, che tenga conto delle difficoltà e dei cambiamenti del contesto in cui i giovani crescono e soprattutto in cui noi adulti siamo esempio da seguire prima che adulti che sanzionano.

 Vita

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venerdì 27 settembre 2024

UNA CONDOTTA BUONA

Voto in condotta, 

una legge nuova 

per una pedagogia vecchia

 

Torna il voto in condotta (e la bocciatura con il sei) dalla secondaria di primo grado. Gli studenti sospesi dovranno fare attività di cittadinanza solidale. 

Ma esattamente, i docenti sanno cosa valutare quando valutano la condotta? Davvero ha senso il volontariato obbligatorio?

 E se la scuola invece usasse di più il service learning? 

In dialogo con il pedagogista Italo Fiorin

-

-di Rossana Certini

 

La legge in materia di valutazione degli studenti, tutela dell’autorevolezza del personale scolastico e indirizzi scolastici è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati. Grazie a 154 voti a favore, 97 contrari e 7 astenuti nelle scuole italiane torna il voto in condotta per gli studenti delle scuole secondarie di primo grado; si introduce l’attività di cittadinanza solidale per chi viene sospeso e si prevedono multe per aggressioni al personale scolastico.

La “buona condotta”

«La legge approvata dal Parlamento rappresenta un passaggio fondamentale per la costruzione di un sistema scolastico che responsabilizzi i ragazzi e restituisca autorevolezza ai docenti», ha commentato il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara.

Parole all’apparenza condivisibili, quelle del ministro: del resto educare vuol dire proprio accompagnare i ragazzi verso la loro maturità intellettuale e morale. E cosa c’è di meglio che aiutarli a diventare adulti responsabili? Per non parlare del versante docenti, categoria sempre più privata della sua autorevolezza: chi non vorrebbe restituirgliela? Se, però, ci si sposta dal piano delle parole a quello dei fatti viene spontaneo chiedersi se la responsabilità può essere figlia delle sanzioni e l’autorevolezza dell’autorità.

«Un atteggiamento autoritario e repressivo è non solo inutile, ma anche dannoso», spiega Italo Fiorin, pedagogista che presiede la Scuola di alta formazione Educare alla solidarietà e all’incontro – Eis della Lumsa di Roma. Ha anche coordinato la commissione che ha lavorato alla stesura delle Indicazioni nazionali, ora in revisione all’insegna del concetto di patria. «I ragazzi, anche quelli che sono capaci di mettere in difficoltà la scuola, hanno bisogno di essere accolti, ascoltati e di ricevere delle proposte costruttive. Se pensiamo ad alcune figure significative del passato come san Filippo Neri, con i suoi oratori o don Bosco, con la sua attenzione agli ultimi oppure Giovanni Battista Piamarta, che ha offerto una prospettiva ai ragazzi di strada avviandoli al lavoro, ci accorgiamo che, pur essendo figure molto diverse tra loro, hanno in comune un approccio fatto di accoglienza, di ascolto e di creatività. Hanno saputo immaginare per i ragazzi delle cose nuove che prima non c’erano».

Leggendo la legge, invece, si ha l’impressione che di nuovo ci sia solo il ritorno a una pedagogia autoritaria e punitiva che usa come deterrenti il timore della bocciatura, della punizione o del voto in condotta. Ma esattamente cos’è la buona condotta?

Agire per il bene

«Prima di parlare di voto in condotta», prosegue Fiorin, «dovremmo chiederci cosa intendiamo per buona condotta. «Spesso si scambia per “buona condotta” quella dell’alunno che non disturba, che non interviene, che ripete in maniera speculare le parole che l’insegnante pronuncia. Io, invece, credo che il concetto di buona condotta dovrebbe essere quello di “agire per il bene”».

Spesso si scambia per “buona condotta” quella dell’alunno che non disturba, che non interviene, che ripete in maniera speculare le parole che l’insegnante pronuncia. Io, invece, credo che il concetto di buona condotta dovrebbe essere quello di “agire per il bene”

E prosegue: «dovremmo proporre ai ragazzi progetti capaci di collegare strettamente il servizio all’apprendimento in una sola attività educativa articolata e coerente. I progetti di Service learning, per esempio, uniscono attività di cittadinanza, azioni solidali e volontariato per la comunità all’acquisizione di competenze sociali, professionali e didattiche. I ragazzi che vengono coinvolti in questo tipo di progetti sono capaci di avere un buon comportamento, conoscono il rispetto e la solidarietà. Questi ragazzi imparano una virtù di tipo attivo che li porta ad agire bene. Una condizione completamente diversa rispetto a quella data dalla minaccia di una norma, che magari non condividono, ma che rispettano perché, tutto sommato, è utile per ottenere un voto. La vera buona condotta deve nascere dal desiderio di fare qualcosa di positivo e costruttivo per la società e l’ambiente».

La pedagogia del Service learning

La metodologia didattica del Service learning, di cui Fiorin è uno dei maggiori esperti in Italia, vede gli studenti protagonisti in tutte le fasi del progetto, dalla rilevazione dei bisogni, alla progettazione degli interventi, alle azioni messe in campo, alla valutazione degli esiti.

«A Bergamo, in un istituto di istruzione superiore, gli studenti si sono interrogati su cosa fanno i ragazzi migranti nei centri di accoglienza», racconta Fiorin, «e dal bisogno di rispondere a questa domanda è nato un progetto che ha consentito ai ragazzi migranti di entrare a scuola, imparare le tecniche fotografiche e grafiche insieme agli studenti bergamaschi. In questo scambio di conoscenze, relazione e racconto, grazie alle competenze acquisite tra i banchi di scuola, i ragazzi hanno progettato e realizzato degli album che raccontano le storie dei loro amici migranti. Un altro esempio è quello di un istituto alberghiero pugliese dove gli studenti si sono interrogati sullo spreco alimentare. Sono così entrati in contatto con la grande distribuzione, hanno raccolto gli scarti e li hanno trasformati ogni giorno in un menu diverso. Ne è nata una mensa sociale gestita dai ragazzi e aperta a chi ne ha bisogno. Il Service lerning è una proposta pedagogica che educa i giovani a quello che papa Francesco definirebbe amore sociale, che li aiuta a diventare cittadini attivi. Li apre alla dimensione del volontariato».

Il mettersi al servizio non conosce imperativo

Nella nuova legge, invece, le attività di cittadinanza solidale sono un obbligo che sono tenuti a svolgere i ragazzi che ricevono un provvedimento disciplinare: più di due giorni di sospensione. Vero è che “più scuola” per questi ragazzi è meglio di “meno scuola” e che la sospensione oggi come oggi in molte situazioni rischia di essere percepita più come un premio o un favore che come una punizione o una perdita.

«Non sono convinto che questo approccio possa sortire dei risultati a lungo termine», sottolinea Fiorin: «Daniel Pennac scrive in un suo libro che il verbo leggere non conosce l’imperativo. Cioè, non puoi dire a una persona “devi leggere”, devi generare in lei il piacere di leggere. La passione per la lettura porta le persone a leggere. Possiamo dire la stessa cosa del verbo “servire”. Mettersi al servizio non conosce imperativo. Solo se sei uno schiavo conosci l’imperativo. Una persona non può essere messa nelle condizioni di fare obbligatoriamente del bene. Dal punto di vista dell’efficacia educativa l’imposizione di “fare del bene” è controproducente. Se una persona deve ingoiare, come una medicina amara, una buona azione, presto, la cosa che gli verrà più spontanea fare sarà di disfarsi quanto prima di quella buona azione. Invece, se una persona viene resa responsabile in maniera motivata e protagonista di un’impresa che sente come importante e condivisa insieme ai suoi compagni allora cambierà la sua prospettiva».

Pennac ci ha ricordato che non puoi dire a una persona “devi leggere”, ma devi generare in lei il piacere di leggere. Possiamo dire la stessa cosa del verbo “servire”. Mettersi al servizio non conosce imperativo. Dal punto di vista dell’efficacia educativa, l’imposizione di “fare del bene” è controproducente.

Incontrare la realtà

Infine, spiega Fiorin: «la scuola deve proporre l’incontro con la realtà, con le persone migranti o senza fissa dimora oppure con gli anziani soli, ma deve essere una proposta alla classe. Deve saper costruire dei patti educativi, quindi un’alleanza con le realtà del volontariato del territorio, capace di mettere in relazione gli studenti con gli adulti che in queste associazioni operano per fare dei progetti curricolari e utili all’apprendimento».

 Immagine: Studenti di una scuola Montessori impegnati in una attività (foto di Milena Piscozzo)

 

VITA

 

lunedì 29 aprile 2024

UN NUOVO CALENDARIO SCOLASTICO

 “Lezioni fino alla prima settimana di luglio e rivedere le interruzioni durante l’anno. 

Docenti in esubero per progetti estivi.”

 

INTERVISTA al pedagogista Maviglia

 

-         di Fabrizio De Angelis

  Pochi giorni fa il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha annunciato il piano estate 2024, ovvero un programma di attività che coinvolgeranno le scuole quando non ci saranno le attività didattiche. L’iniziativa prevede un notevole investimento di risorse, con 400 milioni di euro già stanziati, ai quali si aggiungono fondi provenienti da altri finanziamenti destinati all’inclusione e alle materie STEM.

 L’obiettivo è offrire agli studenti un’ampia gamma di attività, che spaziano da quelle ludiche, sportive e ricreative a corsi di recupero e potenziamento delle competenze, su base volontaria. Il piano prevede il coinvolgimento, sempre su base volontaria e retribuita, del personale docente e ATA.

 Non mancano però i punti interrogativi. In primis, la disponibilità del personale ATA, in gran parte precario con contratti in scadenza a fine giugno, rappresenta un’incognita significativa. Valditara rassicura: “Ci sarà la possibilità di fare convenzioni con il terzo settore, il volontariato e di coinvolgere gli studenti universitari”.

 Nonostante le rassicurazioni del Ministro sull’assenza di ritardi e sulla disponibilità delle risorse, alcuni dubbi permangono sulla fattibilità del progetto nei tempi previsti e sulla sua reale efficacia. L’adesione del personale scolastico e la capacità di coinvolgere altri attori saranno cruciali per la buona riuscita dell’iniziativa.

 A parlare del progetto ministeriale è il pedagogista Mario Maviglia, che ci ha fornito anche alcune proposte interessanti in merito all’organico dei docenti e al calendario scolastico.

Lei afferma, in un intervento su un quotidiano locale, che il piano estate manca di chiarezza, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della scuola. Può spiegarci meglio cosa intende?

 Lo specifico della scuola è la gestione e cura dei processi di insegnamento apprendimento e l’obiettivo finale è rappresentato dal conseguimento del successo formativo per ogni studente. Il Piano estate opera su un piano un po’ diverso in quanto non intende proporre attività “scolastiche” agli studenti, ma realizzare progetti di carattere didattico, sportivo, musicale, teatrale, ludico e ricreativo. Ovviamente anche queste attività promuovono, lato sensu, l’apprendimento degli studenti, ma i docenti sono preparati a questo tipo di approccio senza un’adeguata preparazione? E in ogni caso il Piano estate sposta il baricentro della scuola da una dimensione di apprendimenti formalizzati quali sono quelli scolastici, a una dimensione di apprendimenti con un livello meno stringente di strutturazione e formalizzazione. Ma, ripeto. La scuola storicamente non è stata concepita in tal senso. Si può fare, ovviamente; ma ci vuole tempo.

 Dunque, mancherebbe un piano di ampio respiro e che duri nel tempo. Nel suo intervento avanza alcune proposte. Ci spiega la proposta sugli organici dei docenti?

 Il processo di denatalità comporta una contrazione degli organici dei docenti in quanto la costituzione di meno classi determina un numero inferiore di docenti di cui si ha bisogno. Ma se si vuole guardare oltre il dato contingente, questa situazione, apparentemente negativa, può essere utilizzata per qualificare la scuola. Se i docenti in esubero vengono comunque assegnati alle scuole senza contrarre gli organici, possono essere utilizzati per trovare una soluzione alle situazioni più preoccupanti di numerosità delle classi (le cosiddette classi-pollaio) o anche per poter contare su un certo numero di docenti per portare avanti progetti nell’ambito del Piano estate. Il timore è che, come al solito, verrà adottato un approccio ragionieristico (meno classi/meno docenti), salvo poi chiedere alle scuole di fare sacrifici o aggiustamenti per realizzare proposte di carattere essenzialmente sociale.

 Lei accenna anche, e qui arriviamo alla seconda proposta, di intervenire sul calendario scolastico. Cosa intende nello specifico?

 Una revisione complessiva del calendario scolastico potrebbe comportare uno “slittamento” delle lezioni fino alla prima settimana di luglio (ricordiamo che le scuole dell’infanzia già concludono le loro attività didattiche a fine giugno). Questo è possibile rivedendo i periodi di interruzione didattica durante l’anno scolastico, ma anche, nel contempo, rendendo “abitabili” le scuole durante il periodo estivo (ossia climatizzandole). Sono proposte che vanno ovviamente studiate attentamente, anche prendendo spunto da quanto avviene negli altri Paesi della UE (ad esempio in Francia) e tenendo comunque conto che cambiamenti di tale portata richiedono tempi adeguati per essere gestiti in modo proficuo. Del tutto strumentale appare invece la polemica che anche molti politici periodicamente portano avanti contro i “tre mesi” di vacanza dei docenti. Ci sarebbe da chiedere quanti giorni effettivi lavorano nel corso dell’anno i politici e metterli a confronto con quelli dei docenti.

 Una battuta sulla riforma del voto in condotta appena approvata al Senato. Cosa ne pensa delle novità pensate dal Ministro Valditara?

 La mia impressione è che questo insistere sugli aspetti punitivi e repressivi del voto in condotta nasconda una tendenza autoritaria dell’attuale gestione politica della scuola, sancita peraltro dal decreto Caivano. Con questo non si vuole nascondere il problema del comportamento a scuola, ma siamo sicuro che questa sia la strada giusta? Occorre semmai insistere sul valore formativo della valutazione, ribadendo semmai l’esigenza di più educazione, non di più repressione. E questo perché non si vuole, o non si è in grado, di considerare altri aspetti che possono contrastare condotte non adeguate all’interno della scuola, come ad esempio dando maggiore prestigio sociale ai docenti attraverso un’adeguata retribuzione e mediante forme di reclutamento più serie e rigorose. Siccome non si ha una visione lungimirante sul valore della scuola nello sviluppo del Paese e sul ruolo fondamentale che svolgono i docenti, allora vengono adottate queste soluzioni dal respiro corto, che intervengono sul sintomo, e che non mettono in discussione l’attuale assetto della scuola, oltre che non restituire dignità ai suoi operatori. Finché si aumentano in maniera sconsiderata le spese militari e non si privilegiano gli interventi per innalzare il livello di qualità dei docenti e della scuola c’è poco da essere ottimisti.

 

Orizzonte scuola



 

 

sabato 1 luglio 2023

LA CONDOTTA A SCUOLA. ACCANTO E DI FRONTE

 
Per far rialzare 

i ragazzi da terra


- di Eraldo Affinati

 

Intervenire sui ragazzi che sbagliano per recuperarli e farli rialzare da terra è stata una delle azioni che mi hanno dato più gioia. Era come se, vedendo Claudio, a cui il giudice minorile aveva assegnato i lavori socialmente utili, studiare i verbi accanto a Mohamed, mi convincessi della possibilità di rifondare l’essere umano: sarà pur stata un’illusione, ma se nella vita di un educatore, in mezzo ai tanti inevitabili insuccessi, non ci fosse anche qualche vittoria, sarebbe impossibile andare avanti.

Quando l’adolescente esce dai binari il fallimento è già presente, indubitabile e palese: si va dal dirigente scolastico, si convocano i genitori, si prendono i provvedimenti. Il solito teatrino che ribadisce la regola ma non risolve granché: l’ultima volta mi è capitato di sorprendere un paio di ragazzette che si erano accapigliate sulla scalinata della scuola le quali, mentre le autorità, docenti, madri e padri, sentenziavano su di loro annunciando misure punitive, si strizzavano gli occhi di nascosto in segno d’intesa. Le terribili reprobe stavano recitando davanti agli adulti, intimamente divertite per il baccano che avevano suscitato.

È giusto domandarsi se il voto di condotta deve continuare a far media con le restanti materie oppure no, tema spinosissimo e particolarmente divisivo perché contrappone idee pedagogiche alternative, quella precettistica e quella libertaria, ma forse, specialmente noi italiani, non dovremmo dimenticare ciò che ci insegnò don Giovanni Bosco col suo “metodo preventivo”. Se provassimo a ricavare dalla radicale passione educativa del santo salesiano un semplice prontuario d’uso immediato, filtrato nella sensibilità contemporanea, credo ci potremmo trovare tutti d’accordo. Bisogna innanzitutto creare un rapporto di reciproca fiducia fra giovani e adulti.

Puntare sulla qualità della relazione umana. Lavorare a ingranaggi scoperti. Non mettersi nella posizione del giudice, bensì di una guida. Essere amici e maestri dei quindicenni che ci sono stati affidati: da una parte stare accanto ad essi condividendo entusiasmi e sconforti, dall’altra mettersi di fronte a loro affinché non superino gli steccati e possano accettare le regole della convivenza civile.

Come possiamo far comprendere al giovane ribelle che il desiderio va governato, pena lo smarrimento e il delirio? Spesso non basta indicargli la legge da rispettare: anzi, nel momento in cui si arriva a sottolinearlo con la matita blu, il limite è già stato oltrepassato. Siamo nei pressi della stazione finale: lo sguardo per me indelebile di alcuni minorenni reclusi quando, quasi per sfidarli, gli chiesi: “cosa farete una volta fuori di qui?” e loro ghignando risposero: “quello che abbiamo sempre fatto.” In molti casi, lo sappiamo, non si torna più indietro. Conta piuttosto ciò che succede prima: non solo a scuola, anche in famiglia, nella comunità degli amici e soprattutto sui social. Ecco perché la pur importante discussione in corso sulla riduzione, per iniziativa ministeriale, del voto di condotta ai ragazzi di Rovigo che avevano “impallinato” la loro professoressa, rischia di non cogliere il nucleo essenziale.

Se poi arrivassimo ad enfatizzarla, rischieremmo di ottenere l’effetto opposto a quello voluto, come dimostrò una volta per tutte Jean Vigo nel lontano e simbolico 1933 con il suo capolavoro cinematografico: Zéro de conduite, la cui visione, oggi gratuitamente disponibile in Rete, consigliamo, insieme ai Quattrocento colpi, di ventisei anni dopo, il primo leggendario lungometraggio di François Truffaut, agli esperti che si apprestano a modificare i criteri di valutazione del voto in condotta.

Dovremmo intanto cominciare a smontare le vite parallele che stanno attecchendo come una vegetazione incontrollata nella psiche dei nostri figli, anche di quelli che in apparenza non hanno problemi e vanno bene a scuola, ma sperimentano un rapporto sfalsato con la realtà. E questo non si può fare con un semplice provvedimento amministrativo.

 www.avvenire.it

 

 

venerdì 30 giugno 2023

COMPETENZE O EDUCAZIONE ?





I professori bocciati

Sembra destinata ad essere presto dimenticata la sorpresa suscitata nell’opinione pubblica dalla vicenda del 9 in condotta, attribuito dal consiglio di classe di una scuola di Rovigo, a uno studente che insieme ad altri aveva sparato con una pistola a pallini di gomma in faccia a una insegnante, filmando la scena e divulgandola poi sui social. Ora tutto sembra sia stato rimesso a posto: dopo l’intervento del ministro Valditara, il consiglio di classe si è riunito nuovamente e ha, dopo una opportuna «riflessione», trasformato il 9 in un 7 e gli 8 dati ad altri tre studenti, coinvolti nella stessa impresa, in altrettanti 6. Giustizia è fatta. Si può passare al prossimo fatto di cronaca messo all’ordine del giorno dai mezzi di informazione.

Eppure, forse varrebbe la pena di fermarsi ancora un momento su quello che è accaduto e sul suo significato. Se non altro perché la scuola è una realtà in cui a vario titolo siamo tutti coinvolti, come docenti, genitori, studenti, impiegati, o semplicemente cittadini che si rendono conto del peso che il sistema d’istruzione ha nel presente e nel futuro del nostro paese.

Una prima riflessione riguarda i professori che hanno messo quel 9 (e gli 8) e poi, incalzati dagli ispettori del ministro, se li sono rimangiati. C’è da chiedersi cosa avrebbero dovuto fare quegli studenti per meritare, ai loro occhi, valutazioni meno lusinghiere. In particolare, il 9 in condotta.

In passato si esitava a dare quel voto per non esporre lo studente alle prese in giro dei compagni. Vederlo assegnato a un ragazzo che ha sparato alla sua professoressa, per poi vantarsene ed esporla all’irrisione pubblica su internet, sembrerebbe addirittura un premio. Sarcasticamente qualcuno ha commentato: «Non gli hanno dato 10 perché in fondo è rimasta viva».

Già, è rimasta viva. Ma, a prescindere dal suo ruolo di docente – che per la scuola dovrebbe pur sempre contare qualcosa – è stata umiliata già semplicemente come persona. Se poi si tiene conto che dovrà in futuro affrontare delle classi ed esigerne il rispetto, si capisce che il danno arrecato da questa vicenda alla sua autorevolezza è stato irreparabile. Così come quello subìto dalla scuola, che contava su di lei per lo svolgimento di un servizio educativo qualificato. E a questo danno ha molto contribuito la mancata solidarietà da parte dei suoi colleghi, che hanno ritenuto irrilevante il massacro morale a cui è stata sottoposta dai suoi alunni.

Ma ad uscirne massacrata è stata soprattutto la nostra scuola, che ha visto legittimato da suoi legittimi rappresentanti questo far west. Né sembra aver migliorato la situazione complessiva la marcia indietro del consiglio di classe. Alla debolezza delle ragioni che lo avevano portato a sottovalutare la gravità della mancanza disciplinare dei loro alunni si è aggiunta quella della subitanea resa al volere del ministro. Riesce difficile immaginare il valore educativo di entrambi questi comportamenti. Sarà molto difficile a questi professori parlare ai propri alunni di responsabilità e di coerenza.

Il rapporto tra competenze e condotta nella scuola

Ma c’è una domanda che quasi nessuno sembra essersi fatta: che cosa è cambiato con la nuova valutazione? La risosta è semplice: nulla. I ragazzi sono stati e restano promossi all’anno successivo, perché solo un voto di condotta inferiore al 6 avrebbe potuto compromettere l’esito del loro anno scolastico.

Fino al 1995 anche il 7 in condotta era causa di un automatico rinvio a settembre dello studente in tutte le discipline. Poi, col nuovo Statuto degli studenti e delle studentesse, voluto dal ministro Berlinguer, la correlazione tra profitto e condotta era stata cancellata e la promozione era stata resa indipendente dal comportamento. L’aveva ristabilita la Gelmini, portando però a 6 il voto minimo di condotta. E questo voto è dunque sufficiente agli studenti di Rovigo per non avere alcun inconveniente nella loro carriere scolastica.

Al di là del caso di cronaca, è in gioco il senso che noi attribuiamo alla scuola. È chiaro che sganciare l’andamento scolastico di un ragazzo dai suoi comportamenti, come a suo tempo ha fatto Berlinguer, significa separare il problema dell’istruzione da quello educativo. Si può essere studenti modello sul piano della competenza nelle diverse discipline ed avere atteggiamenti problematici, se non addirittura violenti, sul piano dei rapporti umani con i compagni e verso gli stessi professori.

Se il sistema scolastico deve occuparsi solo del primo aspetto, affinando le conoscenze degli alunni e la loro capacità di utilizzarle nel modo più appropriato per far fonte ai problemi – questo sono le competenze – l’eventuale divaricazione non costituisce un problema. Ma allora essa deve chiaramente riconoscere di non avere più come obiettivo la formazione di personalità mature e responsabili.

E allora non ci sono più armi – soprattutto argomenti – per contrastare le diverse forme di bullismo che oggi imperversano nelle nostre scuole e di cui anche internet è diventato uno strumento particolarmente efficace. Ma, più profondamente, si rinunzia all’idea di una cultura che sia anche “coltivazione” della persona, e innanzi tutto della sua anima, per ripiegare sul modello di una conoscenza fondamentalmente strumentale, buona per tutti gli usi, in base a scelte individuali e insindacabili. La scuola diventa il luogo dove si imparano le lingue – che oggi sono essenziali per entrare nel mercato del lavoro – , si affina la capacità di ragionare, – molti giù riducono a questo l’insegnamento della filosofia –, ci si addestra a fronteggiare le diverse esperienze, alternando scuola e lavoro o facendo scambi culturali – ma non si apre l’orizzonte di fini condivisi o almeno condivisibili a cui questi mezzi dovrebbero essere indirizzati.

Di fatto, è questo che è accaduto, per una deriva culturale ed etica della nostra società che va al di là delle scelte dei singoli ministri. Berlinguer non ha fatto che trarne le conclusioni. E la Gelmini, andando in senso opposto, non ha potuto cambiare la tendenza in atto. La ragione di questa crisi educativa è semplice: non si sa più quali valori additare.

Un tempo la scuola era la rigida tutrice di una scala di verità e di valori che rispecchiavano una società in sostanza monolitica. C’erano i contrasti ideologici, ma sul piano etico – come dimostrano gli scontri tra don Camillo e Peppone – esisteva ancora una forte consonanza. Oggi, per reazione a quella omogeneità, che spesso era anche escludente e intollerante, si intende la libertà come autonomia assoluta dei singoli di fissare la scala delle loro preferenze.

I mezzi e i fini

Questo ha cambiato il volto del nostro sistema scolastico. Mentre sul piano dei mezzi si sono fatti enormi progressi – si pensi all’uso dei computer, alla pagella elettronica, etc. – , di fini condivisi ne sono rimasti ben pochi. Da questo punto di vista la situazione di questa agenzia educativa è peggiore di quella della famiglia, dove è molto più facile che ci sia una convergenza su alcuni principi etici. Nelle nostre aule ormai è difficile dire qualcosa che non possa esser contraddetto, in nome della libertà di pensiero, da qualunque altro docente o dagli stessi alunni. Tutte le idee sono legittime ma, proprio per questo, nessuna può essere assunta come punto di riferimento comunitario.

Da qui anche la difficoltà di considerare in base a una regola comune i diversi comportamenti. In nome dei diritti la nostra società ha da tempo messo in secondo piano i doveri. Come potrebbe la scuola seguire una strada diversa? Tanto più che di essa, in senso lato, fanno parte i genitori, che in questi ultimi anni hanno rotto il tradizionale patto di alleanza con gli insegnanti e scendono in campo ad ogni occasione a difesa dei loro figli, arrivando perfino all’aggressione fisica nei confronti dei docenti.

C’è da dubitare che, in questo contesto, la recente introduzione di una materia che sostituisce l’antica “educazione civica” e che dovrebbe ripresentare almeno i valori su cui poggia la nostra Carta costituzionale possa cambiare radicalmente la situazione. La stessa Costituzione, ormai, più che terreno dove ritrovare l’unità, si è trasformata nel campo di battaglia delle interpretazioni, sempre in nome di diritti. Difficile che da questo insegnamento derivi una svolta decisiva.

Se letto in questa luce, l’episodio di Rovigo non è appare più soltanto un esempio di disattenzione e di superficialità da parte di un singolo consiglio di classe, ma il sintomo allarmante di una crisi di cui gli stessi docenti sono vittime e che li ha espropriati – a volte con il loro più o meno consapevole consenso – del ruolo di educatori. Ora la vicenda sarà presto dimenticata. Ma è chiaro che i problemi che pone non possono essere elusi e meritano una presa di coscienza collettiva che vada al di là del singolo episodio. Di cui forse vale la pena di continuare a parlare. Se non altro per chiederci se ci sono ancora dei fini che possiamo sperare che la scuola proponga ai nostri figli.

* Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, Scrittore ed Editorialista.

www.tuttavia.eu 

 

 

                                                                                                                                                                                         

martedì 15 febbraio 2022

EDUCAZIONE CIVICA E VALUTAZIONE


- di Andrea Andretto

Nei mesi di gennaio e febbraio tutte le scuole sono chiamate a esprimere la valutazione conclusiva del primo trimestre/quadrimestre, compresa quella sintetica degli insegnamenti dell’Educazione Civica. Il presente contributo vorrebbe aiutare le singole scuole ad avere delle coordinate essenziali per assolvere agli adempimenti normativi, affinché il momento della valutazione possa essere – a tutti gli effetti – un tempo formativo non solo per gli studenti ma anche per l’intero Collegio dei Docenti che, verosimilmente, sta lavorando a perfezionare un Curriculo d’Istituto dell’insegnamento dell’Educazione Civica. In questo articolo sono offerti solo alcuni iniziali spunti per riflettere sul tema della valutazione di questo insegnamento.

 PRIMA TAPPA: TEMPO FORMATIVO PER I DOCENTI

 L' ansia di dover “inserire” una valutazione in pagella per non incorrere in spiacevoli inadempienze normative potrebbe indurre i singoli Consigli di Classe a non porsi alcuni interrogativi fondamentali di fronte a un insegnamento che presenta ancora i caratteri della novità. Come docenti e come coordinatori delle attività educative e didattiche siamo prima di tutto chiamati a domandarci che cosa stiamo valutando. All’inizio del mese di settembre abbiamo ipotizzato di far raggiungere ai nostri allievi determinate competenze attraverso la spiegazione di contenuti precisi entro il quadro normativo di riferimento. Domandarsi che cosa stiamo valutando significa prima di tutto cercare di capire se le attività che abbiamo pensato sono state realmente “alla portata” dei nostri allievi o se sono state progettate solo a partire dall’ansia di avere dei contenuti da valutare. In modo particolare, verificare il motivo che ci ha spinti a progettare determinati moduli di apprendimento e il loro esito sarà per ogni singolo Consiglio di Classe e ogni Collegio Docenti l’occasione propizia per capire se ciò che si è fatto possa essere definitivamente implementato nel curricolo trasversale d’Istituto per l’insegnamento dell’Educazione Civica. In pari tempo, a ogni membro del Consiglio di Classe e del Collegio Docenti sarà richiesto di essere capace – con estrema umiltà e trasparenza – di riconoscere se una determinata attività proposta in un particolare periodo non sia adatta, e debba quindi essere riposizionata in un tempo diverso dell’iter formativo oppure debba essere trattata con una metodologia diversa.

SECONDA TAPPA: L’ALLIEVO DIVENTA PROTAGONISTA.

Come abbiamo già messo in evidenza, la normativa prevede che l’insegnamento dell’Educazione Civica competa a tutti i docenti del Consiglio di Classe, i quali poi si troveranno a valutare le competenze raggiunte da parte dell’allievo. Ne viene dunque che, nel corso del trimestre/quadrimestre, più voci si “sono concertate” nell’introdurre gli allievi ai contenuti specifici programmati dai diversi Consigli. Proprio per questo motivo diventa dunque fondamentale che l’allievo, prima di essere valutato, possa comunicare ai suoi docenti come ha vissuto il tempo dell’apprendimento e quello della prova di valutazione. Sarebbe dunque fondamentale, proprio come previsto dalla normativa relativa alla certificazione delle competenze, che l’allievo potesse comunicare ai suoi docenti (p.e. attraverso l’attivazione di un semplice modulo google preparato dal Consiglio di Classe) quali sono stati i lati positivi e quelli di maggiore criticità nella conduzione delle diverse fasi dell’apprendimento. Questa seconda tappa potrebbe dunque configurarsi come un elemento strategico per una scuola della “corresponsabilità educativa”. L’auto-valutazione dell’allievo permetterà a ogni docente di avere una panoramica molto più chiara prima di formulare una valutazione sintetica e darà anche modo all’intero Collegio Docenti di portare a coerenza il lavoro proposto nella tappa precedente, relativamente alla definizione e “stabilizzazione” dei contenuti specifici del curricolo d’Istituto.

TERZA TAPPA: OSSERVARE E DICHIARARE PER VALUTARE.

 La valutazione e il giudizio di una competenza non sono mai solo il frutto di una prova di verifica somministrata all’allievo. Si pensa dunque che possa essere importante, per ogni Consiglio di Classe, non solo la progettazione della modalità con le quali i singoli contenuti delle discipline verranno erogati e le relative competenze attese, ma anche gli indicatori che si vogliono osservare ai fini della valutazione finale. Per formulare la “griglia di osservazione” che potrebbe poi trovare compimento nella “griglia di valutazione”, è necessario che ogni Consiglio di Classe, guardando all’originalità dei membri che la compongono e ai contenuti che intende affrontare, provi a elaborare quali fattori intende osservare affinché la valutazione non sia solo l’esito di una prova di verifica (orale o scritta) nella quale si ripetono dei contenuti che non sono in grado di dare una forma ai vissuti dell’allievo stesso[1] 

 Ne viene dunque che, per esprimere una valutazione corretta e personalizzata degli apprendimenti di Educazione Civica, sarà necessario porre la concentrazione sulla modalità con la quale – anche a livello formale – pianifichiamo l’insegnamento dell’Educazione Civica. Tra i mesi di settembre e ottobre anche il docente referente per il Consiglio di Classe dell’insegnamento dell’Educazione Civica deve presentare un “piano di lavoro”. Una scuola che si possa dire effettivamente di qualità è chiamata a dichiarare quali attività pensa di proporre per far raggiungere determinate competenze, e cosa voglia osservare ai fini della valutazione. Inoltre, rendere trasparente sul sito internet della scuola il piano di lavoro del Consiglio di Classe per l’insegnamento dell’Educazione Civica, le griglie di osservazione e di valutazione, potrebbe permettere alla scuola stessa di evitare le spiacevoli contestazioni di una valutazione che – forse più delle altre – non può limitarsi a dare un giudizio sulle sole conoscenze. C’è poi un ulteriore aspetto da prendere in considerazione. Anche l’insegnamento dell’Educazione Civica chiede di essere inclusivo, rispettando le modalità di apprendimento degli allievi BES. Un lavoro didatticamente serio e rigoroso richiede dunque di pensare, a norma della legge 170/2010, quali misure compensative e dispensative possano essere riconosciute agli allievi che ne necessitino per il raggiungimento delle singole competenze. Allo stesso modo, gli allievi dichiarati diversamente abili ai sensi della legge 104/92 sono a tutti gli effetti dei cittadini che hanno diritto di maturare – con le relative misure di semplificazione o differenziazione – le competenze dell’insegnamento dell’Educazione Civica. Sarebbe infine interessante che, prima della formulazione della valutazione finale, la medesima griglia di osservazione potesse essere compilata dagli studenti per cercare di capire come gli stessi – in itinere – hanno osservato l’incidenza che i contenuti appresi hanno avuto sulla loro modalità di agire come cittadini.

 

[1]  Non infrequentemente è capitato che Dirigenti Scolastici e Docenti con una spiccata sensibilità educativa, di fronte alla mancanza di senso civico dei propri allievi (dentro e fuori le mura scolastiche), si siano interrogati sul fatto che l’in- segnamento dell’Educazione Civica corre il rischio di formare solo teoricamente degli onesti cittadini. In pari tempo si dovrà tenere in considerazione il fatto che il voto dell’insegnamento dell’Educazione Civica non corrisponde a quello della condotta.

DOCETE- Fidae