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mercoledì 30 settembre 2026

CLASSI SENZA CONFINE

 


Quale scuola 

per una 


società plurale




-di MILENA SANTERINI

L’obiettivo di integrare maggiormente nella scuola alunni e studenti con background migratorio è certamente condivisibile. Ma non è facile convincersi che le politiche scolastiche attuali, compreso l’ultimo decreto-legge sul tetto del 30% degli stranieri nelle classi, realizzino effettivamente questo progetto. Al di là delle dichiarazioni ufficiali sulla necessità di far apprendere l’italiano a studenti e famiglie immigrate, compito fondamentale dell’istruzione, l’orientamento attuale sembra lentamente erodere il patrimonio di universalismo (tutti a scuola) e insieme di rispetto delle diversità culturali, sociali, etniche, di genere (scuola interculturale), che è stato costruito faticosamente negli ultimi decenni.

Un’equa distribuzione indubbiamente evita la concentrazione degli alunni di origine immigrata nelle stesse classi.

Tuttavia, ci si è chiesti perché non vigilare e far rispettare nelle scuole le disposizioni che già dal 2010 chiedono di distribuirli nelle classi e nei plessi, cosa possibile nella grande maggioranza degli istituti. E in quelli dove per motivi urbanistici vi è un alto numero di alunni neo-arrivati (Nai), perché non agire per evitare il white flight (la fuga delle famiglie italiane) con progetti di potenziamento dell’offerta formativa (dalle lingue allo sport) che rendano attraente la scuola. Ci si domanda poi perché ricorrere a un decreto che probabilmente riguarderà, secondo le proiezioni di Costanzo Ranci – tolti i nati qui e chi ha già frequentato anni di scuola – una stretta minoranza di alunni in tutta Italia. 

Se si vuole più conoscenza dell’italiano perché non aumentare le risorse a disposizione degli insegnanti?

Molti hanno osservato che le carenze linguistiche possono essere recuperate attraverso il potenziamento dell’insegnamento dell’Italiano L2, anziché la redistribuzione degli alunni. Ma le risorse messe a disposizione dal decreto, come osserva Tuttoscuola, sono largamente insufficienti.

Anche rispetto all’opportunità che i genitori imparino l’italiano, la strada maestra non è certo l’obbligo ma semmai il potenziamento dei Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) e soprattutto il sostegno alla rete del volontariato, delle comunità, del Terzo settore, delle parrocchie, che si caricano del peso di un servizio che lo Stato non svolge sufficientemente. 

E, infine, se veramente si vuole integrare bambini e ragazzi che si sentono e sono italiani, il vero potente strumento di inclusione e coesione sociale sarebbe concedere loro la cittadinanza.

Quindi, mentre si proclama la necessità di integrare, si manda un messaggio che in realtà va in altra direzione. Temere che i bambini italiani “si sentano nell’angolo” e diventino “minoranza” a scuola evoca l’invasione da parte degli “altri” minacciosi, in realtà sempre bambini. Ma così la classe non viene considerata come una comunità di minori tutti diversi perché maschi e femmine, di diversa classe sociale o origine etnica e di differenti personalità, ma come un luogo di incontro/scontro tra appartenenti a nazioni diverse. Perché arruolare nel nazionalismo bambini e ragazzi creando un conflitto di appartenenza?

 Perché richiamare la gerarchia tra i gruppi (“prima gli italiani”) invece di insegnare l’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani? Il termine “assimilazione”, utilizzato nei dibattiti di questi giorni, suona in modo equivoco. I valori della Costituzione non soltanto si insegnano ma si vivono realmente nella scuola. 

L’uguaglianza deve essere praticata senza che gli alunni venuti da lontano si sentano di serie B, tollerati e guardati con sospetto, smistati per rispondere alle paure delle famiglie. Paure alimentate sempre dalla politica per avere un bersaglio su cui far scaricare la frustrazione della gente. Il curricolo ufficiale dice “integrazione”, quello nascosto comunica divisione tra gruppi e sovranismo.

Nelle ultime Indicazioni nazionali del 2025 il tema dell’inclusione degli alunni stranieri non compare. L’educazione interculturale, di cui già parlavano le Circolari dell’allora Ministro Mattarella, sarebbe la risposta ad una scuola delle diversità, dove ciascuno è differente dall’altro per mille motivi (e non solo la lingua), ma è divenuta un tabù, mai nominata in nessun documento. Senza educare al confronto si isolano le identità culturali contrapponendole (“Occidente” contro il resto del mondo) mentre nel mondo attuale siano tutti interconnessi e interdipendenti. 

Le identità, come nota Mauro Ceruti, non sono “contro l’alterità” ma sempre in relazione reciproca. Quindi non abbiamo bisogno di una scuola identitaria, ma che insegni a vivere nel pluralismo, specie in tempi di guerra. Rendere estranei e considerare gli immigrati persone da cui difendersi mortifica Ahmed, che si sente italiano, Irina, che si è rifugiata nel nostro Paese, Andrei, che vorrebbe essere figlio di due popoli, Camila, che sogna di avere tanti amici.

Ma soprattutto è una minaccia a quella grande ricchezza che è l’unità e la coesione di una società.

www.avvenire.it

domenica 28 marzo 2021

EDUCARSI ALL'INTERIORITA' PER SPEGNERE L'ODIO


Parla Milena Santerini, autrice di un saggio su aggressività, violenza e pregiudizi: «Prima di manifestarsi l’intolleranza cresce nel silenzio, per questo occorre sempre puntare sul dialogo»

 

-         di ALESSANDRO ZACCURI

        

Non ci sono alternative: con gli odiatori bisogna parlare. Pacatamente, ostinatamente, anche nelle circostanze più delicate. Compresa la più insidiosa di tutte, quella nella quale la voce del pregiudizio sembra provenire da dentro di noi. Dalle nostre paure, forse, o forse soltanto dalla nostra pigrizia. Della necessità del dialogo, inteso anzitutto come impegno educativo, è convinta Milena Santerini, che per Cortina ha appena pubblicato La mente ostile (pagine 242, euro 19,00), un viaggio attraverso le «forme dell’odio contemporaneo » che prende le mosse proprio dal conflitto interiore tra emozione e ragione. Docente di Pedagogia generale e interculturale all’Università Cattolica di Milano, Santerini ricopre tra l’altro l’incarico di coordinatrice nazionale della lotta contro l’antisemitismo. «Che è un caso esemplare di odio – sottolinea – ma purtroppo non l’unico».

L’impressione è risentimento e aggressività dilaghino: ma la nostra non si presenta come una società più tollerante?

Le società non sono tutte uguali, tanto per cominciare, e all’interno di una stessa società convivono persone e gruppi largamente differenziati tra loro dal punto di vista culturale e generazionale. Al di là di questo, l’evoluzione sociale non va necessariamente di pari passo con quella della mente umana, che è ancora contraddistinta dai meccanismi di reazione ancestrali nei confronti di quanto viene percepito come minaccia. È l’assetto del cosiddetto cervello primitivo, a suo modo necessario per sopravvivere, ma non sufficiente per vivere bene. Per questo, nel corso del tempo, abbiamo interiorizzato processi di cooperazione che ci permettono di muoverci al di fuori dello schematismo attacco/difesa. Il problema, però, è che in tempi di crisi il richiamo dei comportamenti primitivi torna a farsi sentire in modo molto insistente.

Si riferisce alla sensazione di insicurezza suscitata dalla pandemia?

Diciamo che, in una fase come l’attuale, la tentazione di dividere il mondo tra amici e nemici diventa particolarmente forte. L’abbiamo visto fin dal principio, quando si discuteva di contagio, e torniamo a vederlo in questi giorni, con le tensioni attorno ai piani vaccinali. Il vero rischio non sta nella singola fiammata polemica, ma nell’indebolimento di una coscienza comune che, almeno in Europa, si era affermata con fatica e sofferenza dopo le tragedie delle Guerre mondiali e della Shoah. In qualche misura, il «mai più» sul quale ci eravamo accordati oggi suona meno convinto di prima, nel suo complesso la coscienza storica appare molto indebolita, i sistemi di contenimento che avevamo elaborato risultano meno robusti.

La rete ha una responsabilità specifica in questo senso?

Internet rappresenta una risorsa straordinaria, lo sappiamo, ma nello stesso tempo può essere un temibile strumento di propaganda, un mezzo che, rendendo liquidi i sentimenti di ostilità, li rifonde così da renderli di nuovo disponibili. La dinamica è molto complessa, come si può constatare a proposito delle espressioni di sessismo che in rete assumono spesso una violenza impressionante. Quando si provano a ricostruire le origini della misoginia digitale, ci si accorge che spesso a risultare intollerabile è l’immagine di una donna assertiva e competente, capace di insidiare alcuni ruoli professionali e sociali che fino a qualche tempo fa erano considerati esclusivamente maschile. Il punto è che questa stessa immagine è promossa proprio dal web, che a sua volta finisce per catalizzare delusioni, insoddisfazioni, risentimenti. Sentendosi minacciato, il maschio si rivale contro la femmina. Anzi, contro le femmine, perché l’odio è rivolto di preferenza al gruppo più che al singolo.

Come mai?

Forse perché questo permette di avere a disposizione una certa abbondanza di capri espiatori, ossia di soggetti sui quali scaricare i sentimenti negativi che non riusciamo più a dominare. In questo senso, i fantasmi che abbiamo visto agitarsi da quando è iniziata la pandemia non fanno altro che confermare la necessità primordiale di individuare e, se possibile, punire il presunto colpevole. Non per niente le teorie del complotto, che pure sono sempre esistite, hanno ripreso vigore con l’avanzata della globalizzazione: più ci si sente inermi davanti a qualcosa che non si arriva a controllare, più si è inclini a fantasticare di un potere incontrollabile e occulto.

Questo significa che l’odio è sempre uguale a sé stesso?

Le manifestazioni possono essere molto simili tra loro, anche perché sono veicolate da dispositivi ricorrenti, i principali dei quali sono senza dubbio la disumanizzazione e l’esclusione dell’altro. Ma le differenze ci sono, specie per quanto concerne le motivazioni, ed è su questi elementi distintivi che occorre insistere per non rendere generico e inconcludente il discorso sull’odio. Nella fattispecie, il razzismo non equivale all’antisemitismo, il quale non può essere assimilato all’odio antimusulmano. Il razzista ha la mentalità del dominatore, retaggio del passato coloniale, laddove l’antisemita teme di essere dominato dagli ebrei, verso i quali sviluppa un’avversione che conserva una sua indubbia peculiarità, non solo in termini di continuità storica. Contro i musulmani, infine, si riversano paure nel contempo ataviche e recentissime, in un’inestricabile confusione di livelli che ostacola qualsiasi tentativo di obiettività. Le cause sono diverse, ripeto, per quanto il risultato sia sempre costituitoda un disimpegno morale che ci illude di poter fare all’altro quello che mai vorremmo fosse fatto a noi.

Ed è su questo aspetto che occorre intervenire?

Esattamente. L’odio non si vince se non si favorisce un’educazione all’interiorità che passa attraverso l’accettazione di determinate forme di ritegno per poi condurre all’assunzione di responsabilità. In generale, l’odiatore è afflitto da una sorta di cecità selettiva: dell’altro vede solo il male, perché per lui, in ultima istanza, l’altro è il male. Analogamente, di sé non vede che il bene e quindi non è disposto a mettersi in discussione. Prima ancora del giudizio di valore, è la ricerca di senso a fare difetto, quella domanda sul significato della realtà che per secoli ha rappresentato il fondamento dell’educazione cristiana. Solo ristabilendo questa premessa, si può dialogare in modo efficace. Perché il dialogo è necessario, lo ribadisco. La parola è l’unico mezzo che possa sfidare l’omertà in cui l’odio prospera. Non dimentichiamo mai che, quando c’è da prendersela con qualcuno, ci sono quelli che parlano, quelli che si aggregano e quelli che, presto o tardi, agiscono. Se non vogliamo essere complici, dobbiamo anzitutto rompere il silenzio.

 

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