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mercoledì 6 marzo 2024

TOMMASO, UN MAESTRO PER LA NOSTRA FEDE


L’arcivescovo e teologo Bruno Forte, nei 750 anni dalla morte del frate domenicano, ripercorre la vita e il lascito teologico del pensatore che dal 1567 è dottore della Chiesa

 Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento che l’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte ha tenuto nell’ambito della conferenza sul tema «San Tommaso d’Aquino: teologia, vita spirituale e ministero apostolico.

Di seguito il testo dell’arcivescovo Forte.

Come Tommaso d’Aquino ha unito teologia, vita spirituale e ministero apostolico? Per rispondere a questa domanda occorre anzitutto riflettere sull’uomo Tommaso, in particolare su alcune delle scelte che hanno qualificato la sua esistenza e il suo servizio alla Chiesa. La prima - decisiva per le sue conseguenze - è stata la scelta mendicante, vissuta tanto nell’aspetto della povertà, quanto in quello della piena disponibilità al cambiamento, a seconda dei compiti da assolvere. L’altra - non meno importante - è la scelta culturale, in forza della quale Tommaso si è consacrato a servire la causa del Vangelo con gli strumenti dell’intelligenza e della parola, scritta e parlata. Entrambe sono l’espressione della sua scelta fondamentale per Dio, vissuta nella sequela umile e convinta del Signore Gesù Cristo. La povertà appare agli occhi di Tommaso come la forma concreta del dono di sé al Signore fino alla fine: «Il Cristo è stato privato di ogni bene esteriore, fino alla nudità corporale… È questa povertà della croce che vogliono seguire coloro che abbracciano la povertà volontaria, specialmente coloro che rinunciano a ogni tornaconto…». Dietro queste parole si avverte l’amore profondo di Tommaso per il Signore Gesù, alimento del desiderio di unirsi a Lui e di imitarlo il più possibile: è la fede innamorata, sorgente di vita e di speranza, che motiva tutto l’essere e l’agire del Domenicano. L’altro aspetto della scelta mendicante è la piena disponibilità alla mobilità e al cambiamento: questa condizione di frequente itineranza porta Tommaso a conoscere i rivolgimenti culturali del suo tempo in maniera diretta, da Napoli a Parigi, a Orvieto, a Roma, e poi nuovamente a Parigi e a Napoli. La sua elaborazione teologica risente fortemente dell’influenza degli eventi storici, politici e culturali che andavano svolgendosi intorno a lui.

Col secolo XIII l’uomo nuovo della borghesia comunale, di ampi contatti e di orizzonti vasti, è ormai adulto: la nascita della città in senso moderno, vero crocevia di traffici e di scambi d’ogni genere, stimola lo sviluppo della dialettica come forma di ragionamento e di argomentazione. Essa riflette un mondo attraversato da relazioni molteplici, in cui la molteplicità degli stimoli induce gli spiriti all’impiego sempre più sistematico e sviluppato della quaestio. Essa vive della tensione del “sic et non”, e cioè di un’attenzione profonda e sincera agli interlocutori più diversi, anche a volte su posizioni opposte a quelle del Maestro. Tommaso recepisce in pieno la sfida di questo nuovo pensiero, ne fa anzi una scelta di vita: quella che si potrebbe chiamare la scelta per il dialogo con la cultura del tempo. Consapevole che in un mondo in profonda trasformazione non sarebbe più bastato indurre gli uomini a credere mediante argomenti di sola autorità, l’Aquinate mette la sua intelligenza e la sua fede al servizio dell’incontro fra il Vangelo e i nuovi orizzonti culturali. Giovanissimo lascia Montecassino, dove avrebbe potuto esercitare i metodi tradizionali di conoscenza della teologia monastica, basati sulla “lectio” e sulla “meditatio” orante delle Sacre Scritture e delle “auctoritates” riconosciute, per andare a formarsi nei nuovi luoghi del sapere, dove anche la fede andrà ormai pensata nel conflitto delle interpretazioni, e cioè nelle “scholae” legate alla vita urbana, di tipo universitario, dove la “sacra doctrina” è insegnata accanto ad altre scienze o arti, che la provocano e la inducono ad usare procedimenti simili ai loro.

Nasce in quest’epoca lo spirito laico, che tanto fortemente caratterizzerà l’evo moderno. Si dà per scontato il valore e la legittimità del conoscere per conoscere. Tommaso lo ammetterà nella linea del suo maestro, Alberto Magno, al punto da aprire la Summa Theologiae con la domanda, in altri tempi impensabile: «Utrum sit necessarium, praeter philosophicas disciplinas, aliam doctrinam haberi» (Summa Theologiae I q. 1 a. 1.). Quello che è messo in discussione non è la consistenza del pensare umano, espresso dalle discipline filosofiche: quello che deve essere giustificato e fondato è il processo di un altro pensiero, che sia dottrina dell’avvento divino. E non meno significativo è il fatto che Tommaso argomenti dialetticamente in rapporto da una parte ai tradizionalisti, che invocavano il principio “altiora ne quaesieris”; dall’altra, in rapporto agli innovatori, che tutto riconducevano all’orizzonte di quanto è afferrabile da parte della ricerca umana. La sfida che Tommaso raccoglie è quella di fondare il pensiero della fede in modo che siano rispettate contemporaneamente la dignità dell’umano, inquieto e problematico, e il primato di Dio: come sviluppare una teologia che, senza tradire l’obbedienza alla rivelazione, risponda alle esigenze dell’epistemologia aristotelica e possa perciò dirsi scienza? L’interrogativo riflette l’impatto della sensibilità spirituale e culturale dei tempi nuovi con la tradizione viva della fede. Tommaso non si rifugia in sterili chiusure: alimentandosi incessantemente alla Scrittura e ai Padri, la cui “lectio” è stata per lui assidua, egli assume la dialettica e la filosofia aristotelica senza tradire il dogma cristiano. Lo fa attraverso la teoria della “subalternanza”, in base alla quale alcune scienze sono riconosciute come subalternanti, tali cioè che dai loro principi dipendono altre scienze, dette appunto subalternate. Entrambe sono scienze a pieno titolo, regolate dal rigore della concatenazione e della deduzione, lo “scire per causas” dell’epistemologia aristotelica.

In questo quadro, la teologia è vista da Tommaso come scienza subalternata rispetto alla scienza di Dio e dei beati, comunicata agli uomini nella rivelazione: essa è perciò scientifica proprio nella misura in cui è totalmente in ascolto della Parola di Dio. In tal modo, il primato dell’avvento divino è affermato senza riserve, mentre senza riserve è operata anche l’assunzione dello statuto scientifico aristotelico. Sta qui la genialità di Tommaso: pienamente contemporaneo al suo tempo, egli è rimasto non di meno pienamente fedele al Mistero rivelato. La sua teologia è vera scienza agli occhi del nuovo pensiero di matrice aristotelica: scienza dell’avvento divino, costruita rilevando i rapporti di causalità, di prossimità e di differenza, fra il mondo del Dio veniente e il mondo degli uomini, in cui l’Eterno si rende presente. La soluzione è stupefacente, proprio perché logicamente impostata in quel sistema intellettuale aristotelico, che ben veniva a esprimere lo spirito del tempo, segnato ormai dalla rivoluzione culturale del XII secolo, che sembrava escludere la possibilità di ogni “sacra doctrina”. È un’età nuova quella che si affaccia, in cui coesistono inizialmente teologia sapienziale monastica e teologia scolastica, per lasciare poi il campo al trionfo di questa seconda, caratterizzata dalla ricerca delle cause e delle ragioni. È anzitutto in questa forte contemporaneità al suo tempo, vissuta senza compromettere la fedeltà all’avvento, che Tommaso resta maestro di pensiero per ogni stagione della fede. Alla sua scuola la teologia nasce nella storia aprendosi all’avvento del Dio vivo, che solo strappa la storia alla sua solitudine e all’imminenza finale nel nulla. Oggi come ieri, la teologia o è appesa alle parole e agli eventi dell’auto-comunicazione divina o, semplicemente, non è. Viverla così fra fedeltà alla storia e fedeltà all’Eterna, è seguire Tommaso come maestro attualissimo e fecondo.

Avvenire

 

venerdì 20 ottobre 2023

GLI ADULTI TORNINO A EDUCARE



LA SFIDA 


SI VINCE INSIEME

 Gli episodi di violenza tra adolescenti ci interrogano, ma non vanno criminalizzati i genitori, per non correre il rischio di censurare responsabilità e complicità collettive.

 -        di Bruno Forte *

 Stupri e violenza tra ragazzini: i recenti casi di cronaca di questi giorni interrogano le nostre coscienze. Certamente i ragazzi, preadolescenti o poco più, hanno acquisito un alfabeto pesantemente scomposto e dissociato a tal punto da “cosificare” se stessi e le altre persone che incontrano, scarnificate nella loro realtà e percepite come oggetti che hanno i meri caratteri della virtualità, smarrendo qualsivoglia riferimento alla realtà vitale.

 La sregolatezza ha espunto le regole del gioco dell’abitazione umana del mondo e noi tutti siamo diventati un altro mondo. Il “cambiamento d’epoca” come papa Francesco ha definito la mutazione in atto, in certi contesti veri e propri ghetti di sub-cultura, linguaggi, paradigmi di pensiero e messaggi, sono “altri” rispetto a ieri e sono le “periferie degli scarti” che ci interpellano come cittadini, come cristiani e professionisti dell’educazione. Se la famiglia di troppi preadolescenti non è più l’alveo positivo di sicurezza e di cura, in realtà nelle situazioni limite essa stessa è vittima che perversamente fa altre vittime, perpetuando una drammatica catena di sconfitti. Per questa ragione va evitata la criminalizzazione e colpevolizzazione dei genitori, poiché si corre il rischio di censurare responsabilità e complicità pubbliche e collettive. Il cammino intergenerazionale in questi casi si salda tra genitori e preadolescenti nel segno di un alfabeto sconvolto da linguaggi criminali. Comunque, non possiamo sottacere che nel bene come nel male la famiglia svolge una funzione normativa nei confronti di bambini e ragazzi.

Inaudita violenza

Dopo gli incredibili fatti di inaudita violenza delle scorse settimane, pare si stia diffondendo la “voglia di punire” da un lato e la militarizzazione dei territori dall’altro. La punizione può affascinare in quanto correla una reazione legittima e indiscutibile a un comportamento sbagliato. La parola ha un etimo interessante: deriva da poena, termine latino che rimanda a una radice indoeuropea che significa “pagare” che rinvia a sua volta allo scambio, molto rinforzato dalla cultura mercantile. Una punizione perché sia efficace deve iscriversi all’interno di una relazione educativa che sempre pone al centro il favor minoris, poiché la persona è al di sopra della norma e la stessa è al servizio della persona; l’azione del punire deve perseguire la rieducazione e la redenzione come recita la Costituzione.

 Educare e ri-educare

Educare e ri-educare, nel senso di tornare a educare, riteniamo che costituisca la chiave di volta per orientarci verso orizzonti di speranza attiva. Solamente un cambiamento dei contesti di vita per delineare diversi sfondi di rappresentazione di sé e degli altri può portare a una ricerca seria di una via ricostruttiva. Considerata la complessità della sfida non è pensabile che la responsabilità ricada su una sola istituzione o soggetto sociale, ma è indispensabile la costruzione di un tessuto di correlazione dialogica e di un’alleanza di corresponsabilità. Troppo spesso i singoli mondi tendono a essere autocentrati tanto da ritenersi autosufficienti; ciò forse rasenta il delirio di onnipotenza che, in modo particolare in educazione, non funziona. Infatti, educare è azione “politica” nel senso che mobilità la città nella costruzione di una comunità educante.

Una mobilitazione pedagogica

La prima “mobilitazione pedagogica” riguarda gli adulti ai vari livelli, nella delineazione di una progettualità formativa “aperta” che chiamerà in causa una partecipazione attiva degli stessi ragazzi e giovani. Famiglia, scuola, parrocchia, forze dell’ordine, consultorio, servizio sociale e sanitario, mondo sportivo… sono chiamati a costruire un sistema educativo integrato, basato sulla stima reciproca tra i diversi soggetti coinvolti e sulla leale collaborazione.

 La lettura comunitaria del territorio e delle sue risorse va condivisa e l’alleanza educativa diviene metodo e obiettivo insieme, a partire dalla realtà dei nidi e delle scuole dell’infanzia. La convinzione che sostiene l’azione va ricondotta all’idea-guida che la formazione di sfondi di riferimento di relazioni e di contesti ricostruiti deve assumere un orizzonte longitudinale che mobilita, in maniera specifica, tutte le stagioni della vita.

Costruire sfondi valoriali

Come Fism sperimentiamo nelle nostre realtà come attraverso l’ascolto attivo e la costruzione di sfondi valoriali di significati “agiti” quali la solidarietà, il rispetto reciproco, anche di genere, la gentilezza, la prosocialità e la mutualità siano ingredienti che fanno vivere la condivisione e la fratellanza a piccoli e adulti. Nel quadro complessivo del processo educativo e della sua progettualità, ci pare che la formazione affettivo-sessuale sia dimensione costitutiva. Certamente assistiamo a una erotizzazione precoce e diffusa che mina alla radice la costruzione della personalità, espungendo il codice dell’amore che è tenerezza, incontro con l’altro, scambio di sentimenti ed emozioni. Non possiamo abbandonare i nostri bambini e via via preadolescenti e giovani a un analfabetismo emotivo affettivo che riduce l’uomo al genitale e al consumo per il proprio piacere egocentrico ed egolatrico. Va interrotto il gioco al rimpallo tra famiglia, scuola e altri soggetti che alla fine rinforza l’omissione degli adulti che si rifugiano nel silenzio. L’educazione affettivo-sessuale è educazione alla vita e deve iniziare, a misura dell’età, sin dall’infanzia, mobilitando la partecipazione e il coinvolgimento della famiglia, nel segno dell’umanizzazione.

 *Responsabile pedagogico Fism


domenica 25 settembre 2011

L'EDUCAZIONE E LA BELLEZZA DI DIO

 Perché l’educazione? Ho scelto l’educazione come tema di questa lettera pastorale perché la sfida della trasmissione ai nostri ragazzi di quanto per noi veramente conta nella vita appare oggi più che mai ardua. È come se la distanza fra le generazioni si fosse improvvisamente accresciuta, sia per l’accelerazione dei cambiamenti in atto, sia per la novità dei linguaggi che il mondo del computer e della rete ci va imponendo. I “nativi digitali” - coloro cioè che sono nati nell’era di “internet” e che vi accedono con strabiliante naturalezza - fanno fatica a intendersi con gli abitanti del vecchio pianeta terra, solcato da confini e lontananze, che risultavano spesso difficilmente valicabili. Quanto viene proposto dall’opera di genitori e educatori desiderosi di far bene, rischia di essere volatilizzato dal mondo della “rete” in cui i nostri ragazzi navigano alla grande, spesso senza adeguata cautela e discernimento .......

Continua:     Lettera pastorale per l’anno 2011-2012 di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, dedicata al tema dell'educazione.