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sabato 19 settembre 2026

CRISTIANI IRRILEVANTI?

 


La sfida di una chiesa nuova:


Incontro con

 don Armando Matteo*



-di Stefano Zecchi

L’irrilevanza del cristianesimo che consegue a questo cambiamento d’epoca chiede, per il suo superamento, una nuova mentalità pastorale. Non possiamo dare le risposte di ieri alle domande di oggi. E in questo il cristianesimo ha molte carte da giocare. Ma ad un’unica condizione: quella di immaginare una Chiesa diversa. Ed è proprio a questa Chiesa diversa che con libertà e coraggio dobbiamo dare vita oggi, giocandosi fino in fondo la fortuna di essere irrilevanti!”. Queste le parole che don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, fanno da introduzione al suo ultimo libro edito da San Paolo La fortuna di essere irrilevanti. L’abbiamo incontrato. 

Don Armando recentemente hai scritto “La fortuna di essere irrilevanti”. Veramente come cristiani, è una fortuna essere irrilevanti? 

Ogni aspetto dell’esistenza umana possiede un carattere di ambivalenza, cioè offre sempre un altro lato rispetto a quello che ci viene immediatamente incontro quando lo osserviamo più da vicino. E questo vale anche per il tema dell’irrilevanza. 

Con questa parola, intendo innanzitutto registrare che, per il cittadino occidentale medio, Gesù e il suo Vangelo non rappresentano più una risorsa per una vita pienamente umana. Da decenni egli si rivolge ad altre fonti per apprendere come si vive felice mente la propria presenza umana al mondo. Ciò che per noi credenti è così rilevante per una vita pienamente fiorita – penso alla fede nel Signore Gesù, all’esperienza della preghiera, alla celebrazione eucaristica domenicale, all’appartenenza ad una comunità credente, all’attenzione ai poveri e agli svantaggiati – per la maggior parte di coloro che appartengono alle generazioni occidentali nate dopo la Seconda guerra mondiale rappresenta un elemento della storia della cultura diffusa, ma non più un ingrediente essenziale per un’esistenza compiuta. Il pensiero va ai giovani, per certa misura anche a quello delle persone anziane. Nel libro documento questo fatto con riferimenti non solo all’esperienza spicciola di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il cristianesimo diffuso nelle nostre parrocchie e movimenti ecclesiali, ma anche con riferimento ai dati delle più recenti indagini sociologiche sul sentimento religioso degli occidentali. 

Di fronte a tutto questo, non c’è certamente da essere felici. Questa situazione dispiace, ferisce, provoca pure risentimento. Ma – ed ecco qui l’ambivalenza di cui si diceva sopra – questa situazione può diventare “una fortuna”. Cioè può diventare un’occasione buona per attuare, con libertà e con coraggio, quella trasformazione pastorale di cui la Chiesa che opera in Occidente ha urgentemente bisogno. 

Nel tempo dell’irrilevanza, quando nessuno si aspetta alcunché da noi, possiamo permetterci il grande gesto del “poter deludere”. Si tratta della possibilità di mettere in atto tutto ciò che è necessario per rendere le nostre comunità quello che dovrebbero essere – luoghi in cui chiunque possa innamorarsi di Gesù e del suo Vangelo – senza dover sottostare ai placet di chi non vuole cambiare nulla perché si è sempre fatto così, di chi vuole tornare più indietro che più indietro non si può, di chi pensa che tutto è ormai perduto e dobbiamo inventarci qualcosa di super strabiliante. 

Papa Francesco ripeteva spesso che non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca. 

Un cambiamento d’epoca… ci siamo accorti di questo cambiamento? 

Purtroppo, nessuno come i vescovi occidentali ha fatto e fa più fatica a entrare nella dinamica che il grande papa Francesco indicava con quella straordinariamente pertinente espressione. Il cambiamento d’epoca è una cosa davvero reale. Noi viviamo in un modo qualitativamente diverso rispetto a quello dei nostri genitori e dei nostri nonni. Abbiamo vite più lunghe e più sane, un apparato tecnologico straordinario, risorse mediche, farmaceutiche e psicologiche sempre di più in grado di eliminare ogni traccia di dolore e di sofferenza, cibo in abbondanza, informazioni senza numero e strumenti di comunicazione sociale efficaci e facili da utilizzare. Tutto questo ci ha portato nell’epoca dell’abbondanza e ci ha fatto definitivamente uscire da quella “valle di lacrime” di cui parla la Salve regina. Questo è il cambiamento d’epoca: una rivoluzione epocale e strabiliante dei fondamentali dell’esistenza umana. 

E il cristianesimo con cui i giovani, gli adulti e gli anziani occidentali oggi entrano ordinariamente in contatto è ancora del tutto parametrato per una vita condotta nell’antica valle di lacrime. E tanti credenti faticano – vescovi in primis – ad accettare questa nuova condizione dell’Occidente. 

La Chiesa è indietro di 200 anni ci ricordava il cardinale Martini, come mai questa affermazione non ci ha scosso e continua a non scuoterci? 

Come ricorderai su questa espressione di Martini ho scritto un libro dal titolo La Chiesa che verrà, nel quale cerco di offrire una risposta a questa tua domanda. Il punto è che cambiare non è facile. La mentalità pastorale che governa ancora la Chiesa che è in Occidente – quella che io chiamo “la pastorale della consolazione” – ha alle spalle 600 anni di storia e di successi. Rimboccarsi ora le maniche e mettersi a dare vita ad una nuova mentalità pastorale è un’impresa semplicemente notevole. Più facile pensare che, dopotutto, non siamo così indietro rispetto al cammino dell’umanità e che con qualche piccolo aggiustamento delle cose possiamo fare quello che abbiamo sempre fatto nell’ambito della formazione, della celebrazione e della testimonianza cristiane. 

 

Le nostre parrocchie, le nostre catechesi specialmente dell’iniziazione cristiana, la liturgia… e potrei continuare sono quelle di 50...60 anni fa, se non ancora quelle pre-Concilio. Perché non ci rendiamo conto che facciamo gesti e usiamo parole che sono incomprensibili all’uomo di oggi? Nonostante il Concilio noi siamo ancora spettatori, per esempio la celebrazione eucaristica… l’unica parte in i cui i fedeli posso dire una parola è la così detta “preghiera dei fedeli” che è di tutti purché dei fedeli, è una “caramella ciucciata da altri”, perché? 

Ripeto: cambiare non è mai un gesto facile. Devi prendere delle decisioni, abbandonare qualcosa a cui ti sei abituato e fare spazio a qualcosa che non hai ancora sperimentato. E poi devi avere il coraggio di affrontare la delusione degli altri. 

Noi siamo animali che hanno bisogno di abitudini, di attendibilità, di affidabilità. Di costanti. 

E questo vale anche a livello sociale e culturale. Ed ecclesiale. Ovviamente tutto questo poi può raggiungere un livello di inefficienza e di negatività molto alto e allora è tempo di darsi una mossa. Nella seconda parte del mio libro indico tutta una serie di “trasformazioni strutturali” che la Chiesa in Occidente deve mettere in atto per non diventare una specie di museo, una sosta per turisti, un luogo dove ci si prepara unicamente all’ultimo viaggio. E gli ambiti della futura necessaria trasformazione ecclesiale sono appunto quelli della formazione, della celebrazione e della testimonianza. Ed oggi proprio grazie alla stagione dell’irrilevanza che ci tocca in sorte, come credenti saremmo più liberi di cambiare, trasformare, deludere e contenere questa delusione. 

Le nostre messe festive, non parlo di quelle feriali, sono caratterizzate dall’assenza dei giovani, non riusciamo più ad essere attrattivi? La nostra fede è diventata insignificante per le nuove generazioni? 

L’espressione più efficace per dire tutto questo ce la offre Nietzsche, quando parla del cristianesimo del suo tempo come di un grande spazio di “monotonoteismo”. In questo senso la situazione, nel tempo che ci separa dal filosofo tedesco, è rimasta semplicemente immutata. I giovani ci guardano, ci annusano, sbirciano un po’ quello che mettiamo in atto nel nostro ritrovarci domenicale e l’unica constatazione che possono fare è quella della nostra quasi permanente depressione. Che cosa rimane in verità di “festivo” nelle nostre celebrazioni festive? Molto spesso ho la ventura di celebrare delle messe nelle quali vengono cantati i canti della mia prima comunione. Inutile ricordare che il giorno della mia prima comunione appartiene al secolo e al millennio scorsi! 

 Non credi che il più grande lascito testamentario di papa Francesco sia stato papa Leone? 

L’immensa tristezza per la malattia grave e per la perdita di papa Francesco è stata per me alleviata proprio dall’elezione al soglio pontificio di papa Leone XIV. Due persone dai caratteri molto diversi, ma veri credenti, veri pastori, autentici “pontefici”. Lo Spirito di Dio guida la Chiesa. A noi tocca maggiore docilità.

Rocca Quindicinale N° 19 

*don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede. Già Assistente Nazionale AIMC.

 

 

lunedì 13 aprile 2026

IRRILEVANTI


«È ora di dircelo:

 essere irrilevanti 

è una fortuna»

«La fortuna di essere irrilevanti - Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla» (Edizioni San Paolo, pp. 176, euro 18) è il titolo del nuovo libro di don Armando Matteo dedicato al rischio attuale dell’irrilevanza del cristianesimo. Un contesto che può essere l’occasione per mettere mano e cuore a quelle trasformazioni strutturali che possono rivelarsi necessarie. Dal ripensamento dei sacramenti dell’iniziazione cristiana all’abbandono della pastorale della consolazione.

La riflessione di un sacerdote sulla perdita di presa ecclesiale. Quando non si riesce più a trasmettere il “fuoco” alle nuove generazioni, gli adulti sono distanti e la catechesi è inefficace si impone una svolta. Da leggere come occasione di libertà

di Armando Matteo

Il “fuoco” di Gesù Cristo che dovrebbe animare la presenza in chiesa fatica ad accendere le nuove generazioni.

Per onorare la responsabilità che, come credenti, ci compete, quella di tenere acceso a disposizione di chiunque il fuoco di amore e di misericordia che Gesù è venuto a gettare sulla terra, ci serve tutta la sincerità di cui siamo capaci per dirci quello che è ora di dirci. Questa Chiesa così com’è, almeno in Occidente, quel fuoco, non riesce più a trasmetterlo alle generazioni che ora vengono al mondo. Di più, forse è il momento di riconoscere che non esiste al mondo “fabbrica di ateismo” più efficiente di ciò che ci ostiniamo a chiamare “catechismo per la Prima Comunione”. Altro che scuole di partito, altro che libri di scienziati e matematici più o meno miscredenti! Qui, grazie a questi incontri di catechesi, piccoli atei e piccole atee si formano a miriadi e sotto i nostri occhi e con il nostro beneplacito! Ma non c’è solo questo da dirci oggi, dopo che la grande onda della sinodalità sulla sinodalità sembra sia giunta ad un punto di meritato risposo, avendo mostrato le sue reali e non risolutive misure e risorse; e dopo che il Giubileo ci ha dato un’altra illusione che ancora tanta gente in Chiesa ci va… e ci va, infatti, per farsi un selfie con il piede piallato di San Pietro sullo sfondo!

Fuoco spento

La Chiesa così com’è, almeno in Occidente, non ha più fuoco dentro di sé. Semplicemente non attira, non attrae, non illumina, non riscalda, non trasfigura. In una parola: non interessa. Nessuno o quasi si aspetta più nulla da lei. È semplicemente irrilevante. Ed è irrilevante, perché continua a parlare di quel fuoco che è l’amore di Dio rivelato da Gesù in un modo che non potrà mai e poi mai toccare il cuore di chi, quel parlare, ascolta. E qui sono gli adulti e le adulte che ci chiamano in causa. Loro che sono i grandi lontani dall’esperienza del credere cristiano. Quella fede che avevano pure accolto nel tempo della loro infanzia e fanciullezza è scivolata via, senza rumore, senza clamore, perduta come una chiave che si dimentica per non venire più semplicemente utilizzata. Ma se è vero, ed è vero, che è proprio per gli adulti e le adulte che è diventato irrilevante la parola della Chiesa, e tramite questa quella del Vangelo, lo vogliamo capire o no che “il cristianesimo domestico” è entrato definitivamente in crisi e che sulla trasmissione generazionale della fede è calato il sipario?

 Il vuoto

Eppure, sento già chi lo sussurra in ultima fila, le nostre Messe non sperimentano il vuoto. C’è ancora tanta gente. Certo: tante nonne e tanti nonni. Settantenni attivi, disposti pure a servire all’altare! Ma oltre all’interesse primario nella partecipazione alla vita della Chiesa con l’esercizio della fede, la mia impressione è che per loro ci sia anche quello di andare in parrocchia o di frequentare questo o quel movimento ecclesiale per essere parte e contribuire alle centinaia di attività di volontariato che ogni Caritas parrocchiale e anche le associazioni e i movimenti cattolici mettono all’opera. Senza dimenticare ovviamente l’irresistibile tentazione di far parte del coro parrocchiale! Vista la cosa così, in controluce, in verità, prende forma una sorta di “sostegno”, rivolto a coloro che danno sostegno alle benemerite attività ecclesiali: il sostegno di potersi sentire ancora utili, attivi, produttivi.

«Ma non ci sono pure i ricomincianti?», qualcuno sussurra dalla penultima fila. Si parla di grandi cifre, di strabilianti celebrazioni pasquali con centinaia se non migliaia di adulti o giovani adulti che si accostano per la prima volta o si riaccostano, dopo tanto tempo, a Dio, a Gesù, al Vangelo, alla fede. È un fenomeno nuovo che merita ancora tempo per una completa decifrazione. Resta vero, in ogni caso, che questi “lontani” che ricominciano sono in tanti casi provenienti o originari da terre che non hanno neppure lontanamente avvertito l’eco di quel vento che si chiama “cambiamento d’epoca”. Ed ecco il punto.

Il cambiamento d’epoca

Non ci aveva qualcuno già detto che ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi non è semplicemente un mondo che cambia o un’altra epoca di cambiamenti quanto piuttosto un cambiamento d’epoca, un mondo già radicalmente cambiato al quale ci tocca annunciare la gioia del Vangelo? E non ci aveva pure detto che, per annunciare a questo mondo cambiato quella gioia, c’era da trasformare tutto ciò che c’era da trasformare nella pastorale ereditata e nelle relative strutture e che alla fine dei conti c’era tutto da trasformare in quella pastorale e in quelle strutture? Ma andiamo avanti e chiediamoci: di cosa vive una Chiesa, quando non tiene acceso a disposizione di chiunque quel fuoco che Gesù ha acceso? Quel che succede è semplice a dire: le nostre comunità e tanti nostri movimenti vivono stancamente, tristemente, in una condizione di semi depressione, in una infinita quaresima, afflitti da quel terribile morbo che già Nietzsche definiva come “monotono teismo”. Resta qui e lì qualche guru cattolico che ancora attira. Ma a sé. Non alla Chiesa.

Sopravvivere

Lo so da me: non è facile sopravvivere nella Chiesa mentre la Chiesa vive questa stagione dell’irrilevanza. Ferisce, dispiace, ci provoca risentimento, si cercano di continuo argomenti di distrazione di massa (cosa ci inventeremo ora che abbiamo percorso ogni cammino e ogni strada della sinodalità?), ci si sfida a colpi di latinorum, si ruba infine a mani basse personale ecclesiastico alle Chiese più giovani, si disperdono energie in post e commenti ai post su blog variamente allestiti. Non è proprio una bella fine! E invece iniziassimo a vedere e a vivere diversamente la stagione dell’irrilevanza che ora tocca alla Chiesa che opera a stento nell’Occidente? Proprio la mia esperienza personale mi ha consegnato la considerazione per la quale, quando si diventa irrilevanti, si acquista una speciale forma di libertà. La libertà di poter non solo pensare secondo la propria testa ma anche dire pubblicamente e di agire conseguentemente a ciò che uno ha avuto la libertà di pensare secondo la propria testa. Insomma, quando si è irrilevanti, si accede alla libertà di poter deludere e al coraggio di accettare anche con umiltà e docilità le trasformazioni che la vita ci chiede, in ragione stessa della sua vivibilità.

Libertà e coraggio

E sono, proprio, questa libertà e questo coraggio che ci servono come credenti: la libertà di poter pensare al cristianesimo del futuro secondo quella che è la ragione stessa del suo essere al mondo: ovvero in ragione del suo impegno costante a creare le condizioni affinché gli uomini e le donne di questo tempo possano incontrarsi con Gesù ed essere condotti a riconoscere in lui le istruzioni infallibili per una vita umana degna del nostro desiderio! E ci servono il coraggio e l’umiltà di accettare che alla Chiesa servono trasformazioni strutturali enormi, in modo particolare a livello di parrocchia. Si tratta di trasformazioni che vanno dalla ristrutturazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana (è tempo di dare vita a un catechismo per i genitori che chiedono il catechismo per i propri figli) a una rinnovata diminuzione e distribuzione delle parrocchie e delle diocesi, da un deciso investimento circa l’educazione del sentimento religioso della popolazione adulta sino a una radicale pulizia della festa della domenica. E ancora di più si tratta di spostare la proposta della fede cristiana dall’asse della consolazione a quello dell’umanizzazione, dall’asse del lutto a quello della gioia di dare gioia, dall’asse del sacrificio per il sacrificio a quello di un amore che sa vedere e compromettersi, dall’asse dell’attesa paziente nella valle di lacrime a quello dell’abitazione di mondo incredibilmente sovrabbondante, dall’asse di una morale spesso fondata sui sensi di colpa all’asse di un orientamento etico in grado di contenere con umiltà e mitezza gli eccessi di libertà, possibilità e godimento oggi oggettivamente a disposizione del cittadino medio occidentale.

Vivere e proporre

Insomma, quel che ci tocca è il compito di dare vita ad un modo diverso di vivere e di proporre la fede in Gesù e nel suo Vangelo capace di toccare il cuore degli uomini e delle donne di oggi. Ed è proprio qui che si illumina la fortuna dell’essere irrilevanti. Oggi che nessuno si aspetta quasi più nulla dalla Chiesa, è la Chiesa che non aspetta più per cambiare e tornare ad essere quel che semplicemente deve essere: luogo in cui chiunque possa incontrarsi e innamorarsi di Gesù e del suo Vangelo.

www.avvenire.it

Armando Matteo, La fortuna di essere irrilevanti, ed. San Paolo

 


giovedì 22 febbraio 2024

IL BAMBINO IMMAGINARIO


 Perché si è rotto il patto educativo tra genitori e figli  


Di fronte ai quotidiani e dolorosi casi di bambini e adolescenti sempre più in difficoltà con la vita, la questione di fondo non è quella relativa a un qualche blocco dell'educazione familiare: la questione di fondo è quella della totale eclissi dell'educazione familiare.

 Il punto, insomma, non è che i genitori educhino poco o male. Il punto è che non educano più. Il genitore contemporaneo pensa e agisce come se il figlio non necessitasse più del tempo dell'infanzia e dell'apporto decisivo dell'educazione familiare.

Il saggio esplora tutte le costellazioni che si addensano attorno al fenomeno del "nuovo bambino immaginario", approfondendo in particolare le pesanti ricadute future che per il bambino reale comporta la folle sospensione del tempo dell'infanzia e scovando le radici ultime della sua precoce e perversa adultizzazione nell'estremo desiderio delle generazioni adulte di una giovinezza senza fine.

Alla fine dei conti, infatti, il bambino adulto è il perfetto contraltare e l'efficace sostegno psicologico di quell'adulto bambino generato dalla nostra società ipergiovanilistica.

Va da sé poi che, solo se gli adulti ritorneranno a fare gli adulti, il nuovo bambino immaginario potrà cedere il posto al bambino reale. Solo così potrà ricostruirsi il patto educativo tra genitori e figli, senza il quale a nessuno è data la possibilità di essere all'altezza della vita.

-         Armando Matteo, Il nuovo bambino immaginario, ed. Rubettino

giovedì 27 luglio 2023

UNA FEDE ADULTA


 LINGUAGGI DELLA FEDE 

E 

CULTURA CONTEMPORANEA

Riprendiamo la riflessione di Armando Matteo, «Una fede “adulta”. Linguaggi della fede e cultura contemporanea», che fa parte del dossier della rivista Orientamenti pastorali 6/2023 (cf. qui su Settimana News). Armando Matteo è segretario per la sezione dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede e professore straordinario di teologia fondamentale presso l’Università Urbaniana.

Il crescente ateismo giovanile ha da tempo assunto caratteri generazionali. Non si tratta più di qualche caso isolato di giovane che, celebrata la cresima, si allontana dal mondo ecclesiale per ragioni di aperto o sotterraneo dissenso rispetto a questo o quell’altro punto della dottrina o della morale cattolica; né le ragioni della disaffezione giovanile all’universo della fede vanno ricercate nella volontà tipica di chi si trova alle prese con il proprio cammino di crescita di differenziarsi dall’universo mentale e quindi religioso dei propri genitori e degli altri adulti della società.

Il punto di rottura è legato piuttosto alla difficoltà della stragrande maggioranza dei giovani ad avvistare un qualche possibile significato tra quanto rubricato, lungo gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, sotto la voce «cristiano» e la propria ricerca di una risposta il più autenticamente vera alla drammatica e prepotente questione circa il tipo di persona che, crescendo, si desidera divenire.

Insomma, il difficile rapporto dei giovani con la fede si concentra intorno al fatto per il quale tutto ciò che in Chiesa si compie per la loro maturazione spirituale non li abilita affatto a individuare una risposta convincente alla seguente domanda: ma cosa significa essere cristiani, quando si cresce, quando cioè non si è più bambini? È con questo interrogativo che la comunità credente è oggi chiamata a confrontarsi.

Cuore adulto

A guardare le cose più da vicino, ciò che in realtà l’ateismo giovanile odierno testimonia è precisamente la divaricazione sempre più netta tra l’esperienza di vita che il cristianesimo prospetta e l’esperienza di vita con la quale i nostri giovani sono confrontati, a partire dai circoli delle piccole tribù familiari d’appartenenza. In ragione di ciò, con la cresima si tocca ordinariamente un punto di non ritorno. Il sostanziale fallimento della celebrazione di tale sacramento registra il fatto che al presente credere alle parole di Gesù e lasciarsi ispirare da esse non fa più parte dell’ordinario modo di concepire e condurre la vita, quando si cresce, quando si smette di essere bambini.

Certifica, in sintesi, che la fede cristiana non trova più alcuna collocazione centrale o quanto meno rilevante nell’immaginario dell’essere adulto contemporaneo. In fondo, è come se i giovani e le giovani ci mostrassero che la loro fatica di comporre il cristianesimo assimilato in parrocchia con le istruzioni di vita ricevute in famiglia e nel più ampio raggio della società che frequentano (penso qui in particolare all’esperienza scolastica) – la loro incredulità, in una parola – ha a che fare propriamente con la testimonianza ricevuta circa le cose che stanno veramente a cuore ai loro adulti di riferimento e quindi al mondo dell’adulto in quanto tale. Al quale è naturale che essi aspirino a far parte.

Ebbene, in questo cuore adulto, oggi, c’è posto per tutto: dalla squadra di calcio non a caso detta del «cuore» all’auto dei sogni, dalla ricerca di sempre maggiore disponibilità di denaro all’ossessiva ricerca di restare «sempre giovane», dalla possibilità di un esercizio della sessualità e della propria capacità di attrazione erotica senza più alcun limite biologico sino alla smisurata apertura a tutte le novità che l’apparato tecnologico mette a disposizione dei consumatori odierni, dalla volontà di non far mancare nulla ai figli al desiderio di tenerli con sé per sempre. Ecco, in quel cuore, c’è posto per tutto tranne che per l’esperienza religiosa. Dio, Chiesa, vangelo, peccato, salvezza, preghiera personale, morte, giudizio, paradiso, inferno, intercessione non fanno più semplicemente parte del lessico familiare che i giovani frequentano, in quanto non fanno più semplicemente parte di ciò che sta a cuore degli stessi adulti. Ed è così che l’attuale cammino offerto dalle parrocchie ai giovani perde di incidenza, non essendo più a sua disposizione un retroterra di condivisione che ne favorirebbe una piena integrazione. Se Dio, preghiera, vangelo, carità non sono importanti per i padri e per le madri dei giovani, è difficile pensare che essi siano decisivi per questi ultimi in vista della ricerca attorno a cosa orientare la propria futura esistenza adulta.

D’altro canto, se l’esperienza cristiana è sostanzialmente estranea al mondo degli adulti, al quale i giovani naturalmente aspirano ad accedere, per questi ultimi liberarsi di quell’esperienza diventa un’urgenza del tutto comprensibile. Possono in tal modo sancire – con la dismissione della fede cioè – l’uscita da quella fase della vita cui quest’ultima è ormai quasi esclusivamente assegnata: l’età dei bambini.

Questo è, ad avviso di chi scrive, il vero snodo della questione del rapporto giovani e fede. Tale snodo ora conduce – dovrebbe condurre la comunità credente – a porsi più di un interrogativo circa la cura che essa presta esattamente alla fede degli adulti, abbandonando per sempre non solo l’idea di un cittadino occidentale adulto naturalmente cristiano, ma anche l’idea che il cittadino occidentale adulto sia credente sebbene non praticante. Il mancato raggiungimento di una fede «adulta», da parte delle nuove generazioni, trova la sua ragion d’essere allora in un mancato e ancora largamente mancante investimento pastorale per la fede possibile degli adulti sotto le condizioni culturali e sociali odierne. È questo il punto a cui i credenti odierni dovrebbero prestare grande attenzione: solo riuscendo a dare ragione della fede cristiana agli adulti e alle adulte di oggi, sarà possibile farsi carico del sempre più vasto ateismo giovanile. È la fede degli adulti che genera la fede «adulta» dei giovani. Proviamo ad approfondire i punti qui accennati.

La prima generazione incredula avanza

Sono trascorsi molti anni da quando chi scrive ebbe sentore che il rapporto delle nuove leve con la fede cattolica stesse sul punto di una svolta particolarmente significativa. Tali iniziali sensazioni assunsero poi la forma di una lampante evidenza: quella dei giovani – ovvero la generazione nata dopo il 1980, i cosiddetti millennials – era «la prima generazione incredula»; venne così alla luce, nel 2010, il libro omonimo.

Il punto critico di rottura nei confronti del cattolicesimo delle precedenti generazioni era rappresentato proprio dal fatto che la disaffezione alle pratiche di fede si presentava come distintivo di un’intera generazione e non più di singoli o di una parte minoritaria di essa. Inoltre, c’era ancora da prendere atto che, dietro quel progressivo allontanarsi dalla regolare frequentazione della messa domenicale, lo scemarsi dell’interesse per una formazione religiosa che andasse oltre il necessario per ottenere il permesso per celebrare la cresima e l’abbandono della pratica di lettura della Bibbia e della preghiera personale, emergeva il vero nodo dell’intero ateismo giovanile.

Si trattava della fatica della generazione nata dopo il 1980 a considerare come rilevante per il personale cammino di accesso all’età adulta quanto – a proposito di vangelo e di Chiesa – fosse stato appreso durante gli anni di frequentazione delle parrocchie, degli oratori, delle ore di religione a scuola e delle tante associazioni e movimenti che compongono il mondo cattolico. Insomma, era in gioco la fatica di un’intera generazione a trovare risposta convincente alla domanda: cosa significa essere cristiani quando non si è più bambini? Ed era per questa ragione – si argomentava – che i giovani avevano iniziato a non manifestare più alcun interesse per le cose che la Chiesa compie e dice, quando parla di fede, e che non avevano più alcuna remora a chiamarsi fuori dalla tribù cattolica.

Come accennato, sono ormai passati più di dieci anni da quando tutto questo ha cominciato a prendere forma nella testa di chi scrive. Nel frattempo, ciò che è mutato non è il paesaggio della religiosità giovanile, quanto piuttosto la conferma empirica che quel paesaggio è davvero mutato. Numerose, infatti, sono state negli ultimi anni le indagini sociologiche a livello nazionale e internazionale che offrono un sostegno a ciò che l’espressione «prima generazione incredula» intendeva e ancora oggi intende porre all’attenzione della gente di Chiesa. Non sapendo come comporre ciò che si è appresso circa il cristianesimo durante l’infanzia e l’adolescenza con la propria urgenza di crescita adulta, i giovani stanno imparando a vivere senza il Dio presentato dal vangelo e senza l’esperienza di Chiesa che ne discende.

Piccole atee crescono

Ma non c’è solo questo aspetto generale della recente disaffezione del mondo giovanile alla fede cattolica. Vale la pena considerarne almeno altri due. Il primo – davvero sorprendente, rispetto agli immaginari tradizionali del paesaggio cattolico di ogni latitudine del nostro pianeta – è quello rappresentato dall’avanzata dell’ateismo giovanile femminile. Si potrebbe davvero affermare che la specificità della prima generazione incredula è data proprio dal fatto che piccole atee crescono.

Le ragazze e le giovani nate dopo il 1980, in termini generali, non mostrano quasi più alcuna sostanziale differenza in ordine al loro rapporto con l’universo della Chiesa cattolica rispetto ai loro coetanei di sesso maschile. A parte una qualche propensione in più per la preghiera personale, tutti gli altri parametri che sociologicamente vengono utilizzati per sondare un’esperienza di fede trovano l’intera generazione dei millennials assestata verso una decisa disaffezione rispetto alle generazioni precedenti. Ciò si impone in modo del tutto particolare proprio lungo l’asse rappresentato dalle ragazze e dalle giovani. Si deve anzi aggiungere che è proprio una tale differenza «intragenere» a marcare l’attuale paesaggio cattolico. Per questo le nuove generazioni di donne vanno in Chiesa, affermano di credere e di pregare, si riconoscono nei valori del cattolicesimo più o meno nella stessa misura dei loro coetanei maschi.

Chiunque abbia anche la minima confidenza con gli ambienti ecclesiali sa bene quanto in essi sia pregnante e massiccia la presenza di donne che partecipano ai riti, che pregano, che si impegnano nel catechismo e nelle diverse attività di volontariato, senza dimenticare l’infaticabile e preziosissima opera svolta dalle suore. Proprio queste ultime sono ora la parte di Chiesa che sta pagando il prezzo più alto dell’avvento della prima generazione incredula, essendo sempre di meno e sempre più anziane.

La disponibilità delle giovani donne a intraprendere la strada di una vita consacrata è, detto fuori dai denti, ai minimi storici. Non solo. Quasi tutte le parrocchie cattoliche oggi faticano non poco a trovare giovani donne disposte a impegnarsi nel catechismo, nelle attività di volontariato, nei diversi servizi che il mantenimento di una parrocchia o di un oratorio comportano. Anche in questo caso la longevità delle attuali catechiste e delle signore «impegnate», come si suole dire nella lingua dei preti, permette di non cogliere in tutta la serietà la questione che l’allontanamento delle giovani comporta sul livello così elementare, ma non per questo meno decisivo, della disponibilità a farsi carico – e gratuitamente – delle attività della Chiesa, non legate al ministero del prete.

Il dato è dunque particolarmente significativo e in una certa misura può essere registrato anche nelle realtà ecclesiali di più recente fondazione. Pensiamo qui all’Africa, all’America Latina e all’India. Se è certamente vero che in questi luoghi la presenza maggiore nella Chiesa è assicurata proprio dalla componente femminile della popolazione, è altrettanto vero che, non appena queste donne inizino un percorso lavorativo, diminuisce radicalmente la loro disponibilità – e forse anche l’interesse – per la partecipazione alla vita della comunità. Non bisogna poi dimenticare che è proprio l’ambito lavorativo quello che vede, nei contesti di antica presenza cattolica, la popolazione femminile giovane più preparata e disponibile al cambiamento e all’innovazione rispetto a quella maschile.

Il fatto che siano soprattutto le giovani donne ad aver impresso un carattere generazionale all’odierno ateismo giovanile riporta la nostra riflessione alla questione generale già indicata circa l’ateismo giovanile. E la questione è presto nominata: in quale misura e sotto quali condizioni è compatibile la fede nel Dio di Gesù con le nuove costellazioni dell’umano che governano la vita quotidiana contemporanea e che trovano proprio nell’attuale condizione della donna il loro più chiaro riscontro?

Lo smartphone val bene una messa

Il secondo dato che contraddistingue l’odierna relazione delle nuove generazioni con la fede prende forma dal rilievo per il quale, più recenti sono le indagini che a ogni livello nazionale e internazionale verificano il rapporto delle nuove generazioni con l’esperienza della fede, più aumenta la quota di giovani che si dichiarano del tutto fuori dal mondo della religione senza «se» e senza «ma». Attraversando le indagini effettuate sulla religiosità giovanile negli ultimi dieci anni in linea diacronica, si può agevolmente vedere come quella che possiamo definire la quota di giovani che con convinzione affermano di non avere alcun interesse per la religione non solo sia in costante crescita, ma che questa crescita abbia carattere esponenziale.

Una possibile interpretazione di questo dato è quella per la quale la fetta «più giovane» dei giovani – quella che qualcuno ha già ribattezzato generazione z o generazione della rete, riferendosi ai nati dopo il 1995 – acceleri tutti i segnali di disaffezione alla fede già ben presenti e marcati nell’attuale quota dei millennials avviati ora all’ingresso nell’età adulta, in breve nei giovani «meno giovani». Insomma, soprattutto gli attuali adolescenti e ovviamente le attuali adolescenti esprimono ancora meno interesse per la religione di coloro che li hanno appena preceduti!

Questa rilevazione in progress conferma che la fede sta diventando sempre più qualcosa dei bambini e delle bambine. Più radicalmente, diventa un affare «da bambini», legato cioè proprio a quel modo di immaginare e vivere infantilmente il mondo che poi entra in crisi con l’ingresso dei piccoli nella fase adolescenziale. Lentamente, ma profondamente, la fede subisce così una profonda riscrittura.

In un tale mondo «bambino» si crede a Gesù e alla «Madonnina» allo stesso modo in cui si presta fiducia alla presenza e attività sommamente importanti di Babbo Natale e della Befana; in un tale mondo si prega con la stessa disponibilità con cui si gioca, e si partecipa alla messa allo stesso modo in cui si vede la televisione insieme con i nonni o la babysitter di turno. Lo stesso catechismo, fatto di disegni, musiche, balli e giochi non si discosta più di tanto dalle mille attività che caratterizzano l’attuale scuola di base.

Ma c’è di più, in verità. Si aggiunga infatti che l’età media dei catechisti spesso ricorda più quella della nonna o del nonno che quella della mamma o almeno quella del papà; si aggiunga che oggi l’unica maniera riconosciuta universalmente valida dalle famiglie per richiedere e ottenere dai piccoli un qualsiasi impegno è quella che passa attraverso la promessa di una lauta ricompensa; si aggiunga ancora la naturale proiezione in avanti che caratterizza l’essere umano almeno in questo stadio della sua esistenza, e si avrà che, più cresce nel bimbo il desiderio di diventare grande, maggiore sarà la consapevolezza in lui di dover abbandonare tutto ciò che richiama il mondo dei piccoli.

Ed ecco infine il punto di condensazione del ragionamento: poiché la prima forma di «adultità» è oggi rappresentata dal possesso personale di un cellulare, quest’ultimo viene quasi sempre promesso come regalo per la messa di prima comunione. E allora, per quanto noioso possa a un certo punto diventare il catechismo, per quanto l’aria che si respira anche di domenica durante la celebrazione della messa quasi per nulla richiami ciò che potrebbe essere un giorno festivo, per quanto costi un po’ alzarsi la mattina di domenica per andare in parrocchia, tutto ciò non pesa quasi nulla se paragonato alla conquista di quel pezzo di mondo adulto che lo smartphone promesso per la messa di prima comunione rappresenta. Ed è così che il mondo della fede si configura come del tutto facente parte di ciò che i bambini fanno quando sono bambini e finché sono bambini.

Certo, il tono di queste ultime righe è volutamente ed esageratamente tragicomico; eppure la questione che intende rilevare è particolarmente decisiva: la fede è una faccenda ritenuta valida solamente per i bambini e finché si è bambini; la fede non abita più gli spazi del mondo adulto e per questo coloro che si avventurano già ora nel terreno dell’adolescenza (alla lettera «tempo per diventare adulti») esprimono un crescente disinteresse per la religione, per le questioni che essa mette in campo e per la sua proposta di vita.

La domanda che sorge immediata è quella relativa alle cause di un così radicale mutamento che gli adolescenti e i giovani annunciano sul terreno dell’esperienza religiosa. Insomma, come è accaduto che la fede sia diventata una cosa specifica solo per bambini e finché si è bambini, con l’eccezione forse di quell’altra fascia d’età – quella dei nonni e delle nonne – nella quale in certa misura si sperimenta pure una qualche forma di rimbambimento?

Eclissi del cristianesimo domestico

La risposta alle domande sin qui poste è netta: la cinghia di trasmissione della fede si è rotta. Sì, la cinghia della trasmissione generazionale della fede si è progressivamente sfilacciata e quindi definitivamente spezzata. Piaccia o meno, gli adulti appartenenti alle due generazioni che in modo e peso diverso dominano oggi il mondo – quelli della generazione dei boomers (1946-1964) e quelli appartenenti alla generazione x (1964-1970) – non hanno favorito una qualche forma di testimonianza circa l’importanza di credere, pregare, leggere qualche testo sacro, il Vangelo per esempio, nei confronti della loro prole. E questo non perché vi sia stato qualcosa come una decisione collettiva del ceto adulto contro il mondo della religione; negli adulti stessi, piuttosto, è la stessa la fede – l’esperienza concreta dell’aver fede – che è scivolata lentamente via, marginalizzata, rimossa, cancellata.

Le indagini parlano chiaro. Nelle famiglie, e in ciò che spesso sopravvive o si reinventa delle famiglie, non vi è più spazio per la preghiera, per la lettura della Bibbia e infine per discussioni che possano in qualche modo pur lontanamente sfiorare le grandi domande dell’esistenza umana, dal significato delle diverse età della vita alla ricerca di ciò che potrebbe permettere la coltivazione efficace della propria interiorità, dal senso dell’ineluttabile necessità di dover morire a quello della radicale precarietà della nostra specie.

Sono anni ormai che i ragazzi e i giovani che vengono al mondo non vedono più negli occhi di mamma e di papà alcuna traccia della presenza di Dio, non ne vedono più i capi raccolti in un momento di devota concentrazione, non ne vedono più le mani sfogliare le pagine della Bibbia, non ne vedono più i piedi indirizzarsi verso la chiesa, alla domenica, a Natale o a Pasqua almeno, non ne sentono più le labbra innalzare grida di dolore o inni di riconoscenza verso un Padre che dai cieli provvederebbe ai figli in terra, e infine non ne sentono più quelle stesse labbra invocare una qualche divina benedizione in occasione di ricorrenze, genetliaci, anniversari. È proprio quella degli adulti, in verità, una vita che ha definitivamente imparato a vivere senza Dio e senza Chiesa, con l’effetto di codice che è la vita adulta in se stessa a essere sempre più immaginata e definita a partire da queste due assenze.

Certo, la fede è e rimane per tutti, giovani compresi, una decisione personale, ma è e rimane una decisione che respira e si ispira all’aria nella quale si vive. Gli umani non imparano la vita da soli, non godono di un apparato istintuale completo, non sono automaticamente abilitati al mestiere di vivere. Gli umani imparano guardando e guardando imparano: così nasce la possibilità per ogni cucciolo d’uomo di dare un valore alle cose del mondo e al mondo delle cose nella sua interezza. E se è vero che gli occhi di mamma e di papà, le mani e i piedi di mamma e di papà, le parole e i «ritornelli» di mamma e di papà sono la prima mappa valoriale del mondo, nella stessa misura quegli occhi, quelle mani, quei piedi, quelle parole, quei «ritornelli» sono la prima mappa teologica dell’universo. Sono, in una parola, la prima e fondativa cattedra di ciò che ciascuno, crescendo, deciderà di assumere come metro di misura della propria appartenenza alla specie umana.

L’ateismo giovanile odierno si nutre sostanzialmente della morte del cristianesimo domestico e familiare, dell’eclissi di Dio negli occhi paterni e materni, del venire meno della loro devozione intima, del loro ritiro dalla partecipazione alla vita ecclesiale, di quelle scialbe discussioni – che popolano le serate e i giorni di festa delle piccole tribù familiari – intorno a ciò che veramente conta in un’esistenza umana degna di essere vissuta.

Inutile girarci intorno: tra le cose che veramente contano nell’esistenza degli adulti, non c’è spazio per Dio, per la Chiesa, per il vangelo, per la preghiera, per la devozione. Ciò che davvero conta per loro è ormai quasi solo la propria posizione socioeconomica, la propria rincorsa a essere sempre in forma a dispetto della carta di identità e infine la propria tifoseria sportiva. Chi non vede, infatti, che in molte famiglie sia proprio l’orario in cui gioca la propria squadra o quello in cui si disputa una gara di questo o di quel torneo automobilistico o motociclistico a dettare l’agenda del fu «giorno del Signore»?

La cinghia di trasmissione della fede si è spezzata così senza drammi e senza quasi più alcun rimpianto. Nella misura in cui Dio è gradualmente scomparso dall’orizzonte della coscienza degli adulti, nati tra la metà degli anni quaranta e la fine degli anni settanta del secolo scorso, nella stessa misura emerge una figura di adulto sempre più contraddistinto da un orizzonte di vita in cui Dio non ha più semplicemente posto. Ed è la figura dell’adulto a cui giocoforza i giovani nel loro essere in crescita fanno riferimento. Insomma, per i nostri giovani è praticamente impossibile discernere cosa significhi credere quando non sono più bambini, proprio perché i termini «adulto» e «credente», «adulto» e «cristiano», nelle famiglie non si incontrano e incrociano più. I giovani non sanno semplicemente più cosa sia una fede «adulta»!

Conclusione

Ed è per questa ragione che, non appena quegli stessi giovani pongono i primi passi fuori dall’adolescenza e dalla prima giovinezza – insomma intorno all’età in cui si frequentano le scuole secondarie –, basta loro un nonnulla per abbandonare la pratica (infantile) della fede: una lezione di filosofia kantiana o postkantiana, una discussione intorno all’evoluzione, durante un’ora di biologia, un evento luttuoso, una delusione d’amore, l’ascolto di qualche divulgatore scientifico e così via… Esperienze come queste non possono non confermare in loro quanto sino a quel momento avevano già maturato dentro, e cioè che la fede non è una cosa da adulti. Che la fede non serve, quando diventi grande. Che non c’è alcuna fede «adulta».

Queste considerazioni ci riportano di nuovo al tema decisivo della nostra riflessione: è tempo di farsi carico della fede degli adulti, provando a riscrivere una grammatica della fede in grado di suscitare proprio negli adulti un rinnovato desiderio di Dio e di Chiesa. È sempre a loro che i giovani guarderanno per capire se la fede fa parte o meno dell’abitazione umana del mondo! Per sapere come quale forma abbia una fede «adulta».

 

Fonte: SettimanaNews 

 

venerdì 24 febbraio 2023

RIPORTARE I GIOVANI A MESSA

Riportare i giovani a Messa? È una questione fondamentale, perché ha a che fare con la capacità della comunità cristiana di trasmettere al fede, ma anche di aiutare i giovani a diventare adulti. Ne è convinto don Armando Matteo, teologo e segretario per la sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, autore, tra l’altro, del libro «Riportare i giovani a Messa. La trasmissione della fede in una società senza adulti» (Ancora Editrice, 128 pagine, 13 euro).

 Un testo, che senza giri di parole affronta alcuni nodi cruciali della cura pastorale delle nuove generazioni. A partire dal Sinodo dei 2018: nel libro Matteo afferma che il Sinodo pare aver avuto un effetto contrario agli intenti iniziali. «Il Sinodo “sui giovani” e “dei giovani” è stata una grandissima esperienza di Chiesa – spiega il teologo –. Il limite di quell’evento è che ha prestato scarsa attenzione al tema della rottura nella trasmissione generazionale della fede. Si pensi che nei documenti sinodali non appare neppure il riferimento al numero 70 di Evangelii gaudium, che quel tema ha evidenziato con tutta la chiarezza e la gravità del caso. Il Sinodo ha sostanzialmente ribadito la disponibilità della comunità ecclesiale ad andare incontro al mondo giovanile, per ascoltarlo e accompagnarlo nelle scelte di vita – afferma don Matteo –. Non ha, invece, sollecitato i credenti e i pastori a chiedersi perché la maggior parte dei giovani vive ormai senza Dio e senza Chiesa, invitando dunque ad una rifondazione completa della pastorale giovanile».

Secondo il teologo la Chiesa oggi ha bisogno di adulti che riscoprano la bellezza dell’essere adulti, mostrino ai giovani che “vale la pena” diventare adulti e testimonino come la fede cristiana di fatto completi l’esperienza dell’adultità. «Senza adulti “adulti” – sottolinea –, avremo sempre una paralisi dell’educativo e un aggravamento della rottura nella trasmissione generazionale della fede».

Non si può non chiedersi quindi se forse la Chiesa non abbia bisogno di un Sinodo sugli adulti e sul modo in cui la fede aiuti a diventare ed essere adulti. «Mi pare che questo sia il vero punto – risponde don Matteo –. Lavorare in modo che, per gli adulti e per le adulte del nostro tempo, il cristianesimo sia percepito come qualcosa di decisamente opportuno per una vita buona e compiuta».

Il segretario del Dicastero per la dottrina della fede parla di un mondo di eterni Peter Pan, un mondo in cui la fede è ancora associata all’idea di una vita di pena ed è considerata solo uno strumento per superare le asperità, un mondo in cui è possibile vivere senza la fede. Ma in questo mondo, gli chiediamo, è ancora possibile trasmettere la fede e, soprattutto, trasmettere la fede come esperienza di gioia? «Questa è la sfida possibile che abbiamo davanti – risponde –: passare da un cristianesimo della consolazione ad un cristianesimo della gioia, da un cristianesimo del conforto ad un cristianesimo dell’innamoramento, da un cristianesimo dell’accompagnamento ad un cristianesimo dell’incontro. E tutto questo avendo come destinatari principali gli adulti».

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